giovedì 9 febbraio 2012

Di regola, la questione del rapporto tra società e Stato rinvia in chiave propedeutica alla essenziale relazione tra costituzionalismo e "politico". O detto diversamente tra forma (istituzioni) e contenuto ( forze politiche). Due fattori, piaccia o meno, di cui l'Italia ha sempre in qualche modo difettato. Cosicché, di volta in volta, la società italiana post-unitaria, già divisa al suo interno, è andata a rimorchio di istituzioni sempre precarie e/ o di blocchi politici zoppicanti. Insomma, non c'è di che essere allegri...
 Sulla nostra stessa lunghezza d'onda sembra porsi anche l' interessante recensione dell’amico Teodoro Klitsche de la Grange (*) al libro di Sabino Cassese, già di suo critico. Recensione, dove tra l'altro si accenna meritoriamente anche alla cruciale questione della legittimità politica. Concludendo, come ricordiamo di aver letto da qualche parte, il pessimismo quando ci si abitua, risulta gradevole quanto l’ottimismo. Qualcuno in politica, e giustamente, lo chiama realismo. Buona lettura (C.G.).

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 Il libro della settimana: Sabino Cassese L’Italia: una società senza Stato?, il Mulino, pp. 110, € 10,00. ( recensione a cura di Teodoro Klitsche de la Grange)

- www.mulino.it

C’è una (sterminata) letteratura sullo Stato italiano, sulla sua debolezza, e la/e sua/e crisi; ad essa hanno partecipato storici, giuristi, politologi, politici, letterati. L’autore mette le mani avanti “l’intento di questo scritto non è quello di sviluppare un’analisi critica della letteratura, ma di esaminare direttamente la realtà dello Stato italiano, nel suo percorso storico, per indagarne non tanto la natura quanto la forza, e, nello stesso tempo, i fattori della sua debole complessione”. Lo scritto è diviso in due capitoli. Il primo è dedicato alla fase iniziale dello Stato (1861-1864). Il secondo “prende in considerazione i tratti caratteristici che accompagnano la storia dello Stato italiano nei centocinquant’anni della sua vita. È dedicato a quegli elementi costanti che, al di là delle cesure, si riscontrano lungo tutto il percorso della vita statale italiana, esaminando i segni o indici di forza o debolezza e le loro cause, nonché le reazioni che hanno provocato”. La conclusione dell’autore è la risposta all’interrogativo, che già si poneva – in diverso contesto – circa quarant’anni fa Ernst Forsthoff “in che modo ha influito questo tipo di formazione dello Stato sul livello di statalità proprio del Regno – poi della Repubblica – italiano? Abbiamo avuto, in Italia, troppo Stato – come alcuni lamentano – o, al contrario, troppo poco Stato – come l’immagine dello Stato debole suggerisce?”

Cassese sostiene che il “tipo di sviluppo statale italiano è stato, in primo luogo, caratterizzato dal permanere delle preesistenze”. In particolare è stato caratterizzato da tre caratteristiche “la prima è l’accumularsi degli strati diversi, che in Italia è stato superiore di quello di altri Paesi. La seconda è la scarsa cura nel rendere omogenei, coordinare, dare coerenza agli elementi disparati provenienti da epoche e regimi diversi. La terza è il ritorno di alcuni tratti originari, che riaffiorano ripetutamente”. Per cui abbiamo avuto uno Stato apparentemente forte, ma in effetti debole (anche perché connotato da estese contraddizioni).
La tesi di Cassese è interessante e confortata dall’avvalersi dell’analisi della legislazione (come dei comportamenti amministrativi); tuttavia la causa della “debolezza” della costruzione unitaria (che spesso non è poi tanto debole) appare rapportabile a cause politiche – e “politologiche” – di cui quelle giuridiche sono la “spia” (e la conseguenza). Ad esempio la mancata “comunicazione” tra società e Stato, su cui l’autore insiste, ricordando il suffragio censitario (e limitato) in vigore fino al 1912; o lo Statuto albertino, octroyé: ambedue comportano un deficit d’integrazione. In Italia aggravata dal fatto – tutto politico – del modo di unificazione, avvenuto con l’opposizione della Chiesa cattolica e la vittoria dello Stato nel brigantaggio, cioè nella guerra civile. Non è un buon inizio, né un favorevole viatico per l’integrazione quello di aprire il percorso unitario (d’unità politica) col (sintomo) massimo di divisione/contrapposizione politica, cioè la guerra civile. Peraltro occultata e minimizzata anche da gran parte della cultura “ufficiale”. Per cui al riguardo appare sempre attuale la tesi di Guglielmo Ferrero (1942) che lo Stato italiano era un caso di quasi-legittimità, cioè di una legittimità incompleta, parziale, claudicante. La cui caratteristica, scriveva Ferrero citando Metternich, era di fondarsi sulla “menzogna”. Cioè di costruire la propria legittimità su enunciazioni e narrazioni agiografiche, poco realistiche e quindi poco credibili; agiografia cui la legislazione contribuisce non meno dell’istruzione pubblica o della propaganda politica. Ad esempio possiamo citare la formula di proclamazione del re “per grazia di Dio e volontà della nazione”. Ma nel 1861 coloro che, per ragioni religiose, credevano alla monarchia per grazia di Dio, e cioè i cattolici, erano all’opposizione del nuovo Stato, e gli altri, che dovevano esprimere la volontà della nazione, nella stragrande maggioranza non erano interpellati (perché non votavano) e l’unica volta che erano stati consultati, era stato con plebisciti “gattopardeschi”. Per cui coerentemente, votavano con gli schioppi, alimentando la guerra civile, convinti della legittimità della monarchia borbonica. E anche dopo lo scritto di Ferrero citato, la situazione è sempre stata connotata da una legittimità claudicante. La Costituzione repubblicana – come gran parte delle costituzioni europee ad esse contemporanee – era frutto della Dichiarazione sull’Europa liberata dettata a Yalta, per cui gli Stati dell’Asse (e i satelliti dell’Asse) liberati avrebbero dovuto darsi costituzioni democratiche, antifasciste, e così via. Mentre la dottrina ufficiale racconta che è conseguenza della Resistenza e del potere costituente del popolo italiano. Il che è vero a metà: a fare l’altra metà (almeno) furono le armate angloamericane e l’iniziativa costituente di Yalta. Per cui se non sulla menzogna, lo Stato italiano si fonda da un secolo e mezzo su mezze verità (al massimo): ed è questa la “costante” che più pesa.


Teodoro Klitsche de la Grange

Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica "Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

lunedì 6 febbraio 2012

Del Noce, Croce, 
Monti e il Centrodestra


È bello  scoprire la presenza di Augusto Del Noce ( ne “I maestri del pensiero democratico”, interessante collanina di filosofia politica   proposta dal “Corriere della Sera”, ogni giovedì.  Per quale  ragione? Perché, come ricorda Galli della Loggia, per decenni  si è penalizzato il pensiero delnociano, liquidandolo come  “reazionario”.  E con la complicità  dello stesso mondo culturale cattolico.  Ma veniamo al punto.
Quel che ci ha colpito nella  scelta di testi proposta, che prende il titolo da un importante libro di Del Noce (Il suicidio della rivoluzione) è un passaggio  di grande attualità politica, per un Centrodestra, sempre più diviso e incerto.  Certo, si parla di  cultura politica, che poi dovrà essere convertita in eventuali scelte di governo. Quindi, massimi sistemi.  
A cosa ci riferiamo  in particolare? Alla distinzione tra liberismo e liberalismo, che Del Noce riprende dalla polemica  Einaudi-Croce.
Ma lasciamo la parola al filosofo cattolico. Intanto ecco il suo ragionamento: se il  cristianesimo si distingue  da ogni materialismo sociale, per il suo concetto spirituale di persona anche il liberalismo nella versione crociana, si avvicina a tale impostazione, proprio perché come sostiene Croce, l’idea liberale, in quanto idea etica, rivendica all’uomo un’esistenza indipendente dalla società, di qui, prosegue Del Noce si “esige il suo slegamento dal liberismo ( nel senso che il nesso di liberalismo e liberismo non è necessario, non foss’ altro che perché altrimenti si farebbe  l’idea liberale relativa a un particolare ordinamento economico e si darebbe con ciò ragione al marxismo nel considerarla come sovrastruttura; si vede cioè come la pressione della storia costringa oggi il liberalismo a rompere la sua assimilazione illuministica al liberalismo e a muoversi verso il cristianesimo come affermazione dell’idea di persona” .
Lo scritto,  che risale al 1948, spiega, e bene,  l’ attuale appoggio di  un centrodestra (cattolici inclusi, l’Udc), proprio in nome del liberismo e non del liberalismo,  al tecnocratico e neoilluminista governo Monti. Quindi riducendo, contrariamente  al progetto Croce-Del Noce, il liberalismo a puro e semplice liberismo.
Si dirà, massimi sistemi. Eppure spiegano tante cose…

Carlo Gambescia


sabato 4 febbraio 2012

La Camera dice sì  alla responsabilità delle toghe.
 Chi sbaglia, paghi



Per i giudici continuerà ad esistere il principio del chi sbaglia non paghi?  Principio, ingiusto ma necessario,  secondo alcuni,  perché eviterebbe di trasformare il magistrato in un burocrate impaurito e di rallentare, ancora di più, a  causa dei possibili ricorsi, una giustizia già elefantiaca. 
Il testo al centro della polemica  rivede la legge del '98 prevedendo che "chi ha subito un danno può agire contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto". Il testo stabilisce che "ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto, deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell'errore di diritto".
Al di là dei giuridichese e semplificando, tutto ciò significa, che chiunque venga assolto in via definitiva, dopo aver subito una condanna nel livelli inferiori di giustizia, può direttamente  citare in giudizio il magistrato autore della sentenza. Il quale  risponderebbe, se condannato,  per  i danni recati, senza più alcuna mediazione dello Stato.

Cosa dire?  Che indubbiamente una misura del genere può minare l’indipendenza di giudizio. Ma va anche detto, che  il provvedimento, urta contro un senso comune (come provò  un lontano referendum sulla responsabilità civile),  ancorato  principio del chi sbaglia paghi… Tuttavia, considerata la forza della magistratura, quale gruppo pressione,  probabilmente al Senato  i partiti  troveranno un accordo. E i giudici, per farla breve, continueranno  a sbagliare e  non pagare.  Con grande indipendenza di giudizio, ovviamente.

Carlo Gambescia

venerdì 3 febbraio 2012

Il libro della settimana:  Pier Paolo Poggio (sotto la direzione di) L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico.  Vol. I,  L’età del comunismo sovietico. Europa: 1900-1945, Jaca Book 2010, pp. XXI-670, euro 40,00, ; vol. II, Il sistema e i movimenti. Europa: 1945-1989 ( Jaca Book 2011, pp. XIX-810, euro 48,00).  

http://www.jacabook.it/


La fine del comunismo sovietico non poteva non imporre correzioni di rotta.  Parliamo in particolare  di un mutamento culturale che ha spinto  gli studiosi,  in qualche modo legati  alla tradizione comunista,  a rivalutarne per reazione gli aspetti eretici e critici,  interrogandosi “dopo la caduta” sul valore da attribuire all’idea di rivoluzione. Si tratta di un comunismo “altro”, sempre   esistito, ma  sottaciuto, emarginato  o schiacciato  sotto il peso di quel  realismo,  cui non può  sfuggire qualsiasi  istituzione umana, anche di origine rivoluzionaria, perché  soggetta, come ogni altra forma organizzativa,  alla forza di gravità del politico.     
Sotto questo aspetto, un ottimo esempio di rilettura, comunque interessante, del comunismo non omologato del XX secolo  è   L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico.  Frutto di un progetto  promosso  dalla Fondazione Micheletti e da Jaca Book  sotto la  direzione di Pier Paolo Poggio.  Per ora sono usciti i primi due grossi tomi:  L’età del comunismo sovietico. Europa: 1900-1945 (Jaca Book 2010, pp. XXI-670, euro 40,00); Il sistema e i movimenti. Europa: 1945-1989 (2011, pp. XIX-810, euro 48,00). Il piano dell’opera prevede altri tre volumi  dedicati, nell’ordine,  a Capitalismo e rivoluzione nelle Americhe (1900-1989);  Anticolonialismo e comunismo in Africa e Asia (1900-1989); Comunismo e pensiero critico nel XXI secolo.
Dal punto di vista interpretativo  il  disegno dell’ opera si sviluppa intorno alla dialettica comunismo-regime/comunismo-movimento. O se si  preferisce, semplificando, sul  confronto-scontro  comunismo-ideale-comunismo reale. Un conflitto che tuttavia rinvia a un’opposizione teorica  ben più profonda, almeno a nostro avviso. Quale?  Quella   rappresentata dall’enorme distanza che corre tra la  politica come irriducibile conflitto amico-nemico e la politica come  pacifico allargamento progressivo della democrazia diretta.  Sintetizzando, la terza via che si persegue ne L’Altronovecento  è quella di una rivoluzione senza rivoluzionari di professione e conseguenti degenerazioni…  Il che dal punto di vista ideale è sicuramente  nobile.   Ma da quello reale? Non per nulla abbiamo accennato all’inesorabile forza di gravità del politico, cui nessuna istituzione può sottrarsi, almeno  in questo mondo.
Ad esempio,  il taglio scelto  ha comportato nel primo volume (L’età del comunismo sovietico. Europa: 1900-1945), una doverosa  attenzione verso tutte le forme  di comunismo eretico, eterodosso, antistalinista e, addirittura,  al confine tra sinistra e destra. Ricordiamo  nel Terzo capitolo (“Marxisti eterodossi”) uno scritto, molto denso, dedicato a Roberto Michels (Federico Trocini). Mentre  del Quinto e ultimo capitolo (“Un’altra idea di rivoluzione”), vanno almeno segnalati i saggi dedicati a Sorel (Francesco Germinario), Simone Weil (Gian Andrea Franchi), Karl Polanyi (Paolo Sensini).   
Tutte pagine molto interessanti e documentate,  ma  che restano prigioniere di un’impoliticità di fondo, dal momento che la ricerca risulta imperniata sulla necessaria prevalenza dell’ideale sul  reale. Siamo perciò  dinanzi a  un  approccio  che,  pur ricostruendo un’importante linea di pensiero,   ritiene a priori  di sapere ciò che sia bene per l’altro, senza mettere in  conto un  possibile rifiuto.  Omettendo,  quindi, la discussione intorno alla strutturazione politica del dissenso esterno all’ipotesi del comunismo eretico- critico, al di fuori, ovviamente, di qualsiasi soluzione  liberaldemocratica,  respinta a priori.       
Purtroppo,  i contorni della  deriva impolitica si precisano ulteriormente nel secondo volume (Il sistema e i movimenti. Europa: 1945-1989), anch’esso articolato in cinque densi capitoli.  Scrive Poggio: « Una delle idee di fondo dell’opera  in cui è inserito  il [II, ndr] volume qui presentato è che lo schema bellico amico-nemico, la guerra  come motore ultimo della storia, rappresentano precisamente  il lascito culturale delle modernità, sia statuale sia rivoluzionaria – un lascito da contrastare e superare facendo valere gli esiti universalistici ideali e pratici  del bistrattato Novecento o, se si vuole, dell’Altronovecento che ci prefiggiamo di far emergere ».
Ma entriamo nel merito. Nel Primo capitolo (“Lotte politiche e sociali”), si discute soprattutto di Sessantotto, come rivoluzione  incapace  di darsi un ordine politico concreto ( si vedano i saggi di Zancarini-Fournel, Clemente, Klimke).  Nel Secondo (“Ideologie e correnti rivoluzionarie”) e nel Terzo (“Marxismo e rivoluzione”)  si parla  invece  di una rivoluzione prigioniera degli automatismi sociali ( si veda il saggio di  Bologna sull’operaismo italiano).   Infine,  negli ultimi due capitoli (“Teorie critiche” e “Alternative”) sono  affrontate le questioni normative della rivoluzione  come auspicabile  capacità  di fondere insieme  critica della società capitalistica  e critica della politica, senza però ricorrere ai  mezzi estremi « delle modernità, sia statuale sia rivoluzionaria». La quadratura del cerchio…
E qui, a dire il vero, il saggio più interessante è quello  dedicato a  Jacques Ellul (Patrick Troude-Chastenet), perché in controtendenza con le tesi di fondo dell’opera,  vi  si enuncia che  l’anarchismo  per Ellul  è  « la “forma più completa e seria di socialismo” », ma «essendo l’uomo quel che è, la società anarchica ideale non è  di questo mondo» .
Ovviamente,  abbiamo scelto solo uno dei possibili percorsi all’interno di due volumi comunque ricchi di stimoli,  fino  al  punto  di prestarsi a letture diametralmente  opposte alla nostra ma altrettanto lecite.
Di certo, uno sforzo del genere,  che al momento riunisce  più di ottanta densi  contributi, non può essere ignorato. Anzi va  elogiato e seguito con la massima attenzione. Per contro,  l’esistenza di una rivoluzione capace di ignorare la forza di gravità del politico,  resta questione  tutta  da discutere.    

Carlo Gambescia


giovedì 2 febbraio 2012

Sul suicidio assistito e dintorni…




Lucio Magri,  uomo di estrema sinistra,  tra i   fondatori de  “il Manifesto”,   è morto a 79 anni per sua espressa volontà. Ha scelto di passare a miglior vita,  andando in Svizzera, in una di quelle cliniche dove si  pratica  la “dolce morte”,   o detto  pane al pane vino al vino,   il suicidio assistito.
Niente funerali, niente necrologi, niente pubblicità, Tuttavia,  ora che si  è diffusa la  notizia,   molte polemiche. Forse troppe. Che dire?
Sul piano privato, della  facoltà individuale, come capacità di agire a prescindere dal quadro normativo, crediamo sia necessaria la massima libertà.  Il suicidio è un atto, come dire, più che privato,  intimo.  E, dal  momento che non tutti sono credenti in Dio o nella Vita,  è lecito,  quantomeno in linea teorica,  riconoscere  la facoltà  di poter mettere fine ai propri giorni... Ovviamente, senza nuocere ad altri...
E qui si apre il grosso  problema della ricaduta  collettiva ( o sociale)  del suicidio individuale… Ricaduta, non solo materiale, nel senso del suicida che apre il gas, distruggendo  un’intera palazzina con  dentro vite innocenti.  Bensì ricaduta morale, quale  esempio per gli altri. Si pensi ai giovani, soprattutto agli adolescenti di oggi, così fragili,  quindi  a rischio.  Pertanto  sul piano pubblico,  non è socialmente consigliabile,  indicare nel suicidio, un scelta di libertà, addirittura esemplare.  E quindi moralmente positiva.  Certo, è  sicuramente una forma di libertà da rispettare, ma non da deificare,  dal momento che si rinuncia al bene più prezioso:  la vita.
Si dirà, ma quella dei malati senza scampo che esistenza è?  Giusto.  Tuttavia la scelta di non vivere  deve restare  facoltà   privata. Di qui la necessità di non trasformarla, come alcuni invece pretendono, in diritto soggettivo pubblico. Addirittura  grazie al sostegno normativo e pratico di  leggi e  strutture sanitarie collettive.  Lo Stato, invece,  non  deve interferire né pro né contro.  Ma come, qualcuno si chiederà, la legge non deve sempre perseguire chiunque  provochi la morte di un altro uomo? E qui il problema si fa ancora più complesso. Perché per un verso, in linea di principio, la modernità ha accresciuto  i  poteri dello Stato in  numerosi  campi,   con grande vantaggio di tutti. Al potere pubblico,  come si legge nei manuali, spetta il monopolio legittimo della forza. Per l’altro verso, il suicidio, ripetiamo, è facoltà  privata  che  rinvia  all’uso della violenza contro se stessi, magari ricorrendo ad altri,  come nel caso dei suicidio assistito. 
Come conciliare  pubblico e privato?  Difficile, se non del tutto impossibile. 
Si può vietare  il suicidio assistito, come attualmente accade  in Italia,  collegando il monopolio legittimo della forza, da parte dello Stato, a   valori, più o meno religiosi, di natura anti-individualistica. Tuttavia, le guerre, proclamate per ragioni collettive, sfociano in  feroci  suicidi di massa, autorizzati dagli stati… Comunque sia,  e ci riferiamo a coloro che si oppongono al suicidio assistito, siamo davanti a valori collettivistici, di parte,  non condivisi da tutti.  
Oppure  permetterlo, come in Svizzera, dove è andato a morire Magri,   cedendo però a un individualismo radicale ma protetto dalle leggi,  e  in ultima istanza antisociale. Perché, estremizzando il concetto, una società dove si potesse praticare liberamente il suicidio, potrebbe, se per ipotesi tutti lo mettessero in pratica nello stesso preciso momento, sparire all’istante. Anche qui, e ora  ci riferiamo a coloro che sono favorevoli al suicidio assistito, siamo davanti a valori individualistici, di parte, non condivisi da tutti. 
Ora, e pensiamo alle varie proposte di legge pro o contro,   si può mettere ai voti una decisione  riguardante la vita e la morte delle persone? Si può decidere a colpi di  maggioranza (nell’una o nell’altra direzione)  una questione così importante?      
La democrazia può aiutare a dirimere le questioni pratiche, ma non  quelle legate alla libertà morale.  Eppure  non crediamo esista una terza via…  Prima o poi anche in Italia si dovrà prendere una decisione al riguardo. Il “progresso”, come si dice  “incalza”…
O meglio,  a dirla tutta,  una terza via ci sarebbe.  Quale?  Di accettare, quando  si riterrà, individualmente, giunto il momento,  il   rischio di “fare da soli”  o con l’aiuto di qualche amico medico compiacente.  Terza via, certo, lastricata di ipocrisia. Ma come osservò quel genio di Vilfredo Pareto, “si finge solo ciò che a molti è bene accetto”.

Sia chiaro, molti, non tutti…

Carlo Gambescia

mercoledì 1 febbraio 2012

Terremoti, carestie, freddo polare. 
Verso la società dell’allarme totale? 



Se di settimana in settimana, gli  allarmi mediatici si susseguissero, prima l'allarme  terremoto, poi l'allarme freddo, e così via, di emergenza in emergenza,  in che tipo di società  vivremmo? In una società  del controllo totale, attraverso “il terrorismo psicologico”.  Esageriamo?
Solo nell’ultimo mese, e in Italia,  abbiamo avuto tre allarmi: prima la paura dei  “supermercati vuoti”, causa sciopero dei Forconi, poi, il   terremoto e  lo sciame sismico,  ora  il  freddo polare… 
Che dire?  Sotto ovviamente, non c’è alcun complotto, ma più semplicemente, la macchina della società mediatica: un sistema sensibilissimo che si mette in moto al primo “sussulto informativo” un po’ per autoriproduzione, un po’ per ragioni economiche. Insomma, alla base della società dell’allarme totale c’è un mix di economia (ascolti/pubblicità) e di imperativo territoriale (parlare subito di un certo evento, per non rimanere indietro rispetto agli altri media).
Ovviamente, abbiamo semplificato la questione, anche dal punto di vista terminologico, ma il problema esiste. E quanto i più i media dettano l’agenda (sulla base di considerazioni “interne), tanto più si rischia di precipitare nella società dell’allarme totale.
Quali correttivi? Difficile dire. Nuove regole?  Altri codici deontologici?   O  Controlli politici (tra l’altro già attivi)?  Oppure Controlli economici? 
Dal punto di vista sociologico, un meccanismo auto-riproduttivo come quello mediatico (ma la società si fonda e regge su meccanismi del genere),   può essere  contrastato solo  dall’esterno. Quindi servono regole. Ma chi ci assicura che le regole, una  volta introdotte, non limiteranno  la libertà dei media? E quindi la libertà di espressione in generale?

Carlo Gambescia


martedì 31 gennaio 2012

Il portinaio licenziato 
per eccesso di giovialità
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Oggi racconteremo una microstoria vera, in certa misura sociologica. Utile per capire - questo l' augurio - che in Italia gli egoismi e le "caste" non esistono solo in alto.

 Si può licenziare un portinaio perché abitualmente lieto, sereno e capace di regalare battute, sorrisi e calore umano a tutti? Un amicone, insomma: categoria sociale caduta in disgrazia, perché oggi vanno tutti di fretta. E poi per giunta portinaio: un signor nessuno. Un povero mestierante sopravvissuto al citofono... Per dirla con Benedetto Croce, "decadenza che si abbraccia a un'altra decadenza"...
 Si può licenziare, allora? Pare proprio di sì. Mi diceva un amico, che vive in Prati, rione a due passi da San Pietro, della triste sorte di Dario (nome di fantasia), tra l’altro padre di quattro figli, gettato in mezzo alla strada per eccesso di giovialità. Naturalmente, la motivazione ufficiale parla di "cattiva esecuzione delle opere di pulizia delle scale condominiali”: il massimo dell'individualismo condominiale, visto che lo sporco è sempre soggettivo. E poi parliamo di un palazzone fine Ottocento, diviso in quattro-scale-quattro, perfetta fotocopia di quello del Totò, immaginifico portinaio-marionetta de “La banda degli onesti”. Insomma, un dinosauro umbertino di circa ottanta appartamenti, che ricorda le caserme con i baffoni spioventi in piazza d’Armi e dintorni. Dove il sole non penetra mai, e più si pulisce, più tutto appare grigio e sporco.
 Qualche riflessione. Certo, in un mondo dove perfino le parole hanno un prezzo, un portinaio amicone che sorride e saluta calorosamente, senza fare servili distinzioni, può sconcertare la desperate housewive firmatissima o il professional in rigatino scuro. Figurarsi poi il portinaio che ami indugiare nell' antico piacere della conversazione, oggi completamente svanito. Che spreco di parole! E poi non sia mai: il "guardaporte" deve stare al suo posto. E così, Dario l'amicone è stato licenziato per eccesso di giovialità da un immusonito condominio post-moderno… Come si fa con quei cagnolini, comprati da genitori egoisti per i giochi dei bambini (così non scocciano...), ma che fanno troppe feste, disturbando adulti e i vicini di casa: un cattivo investimento, insomma.
E la crisi economica? La difficoltà di trovare un altro lavoro? Peggio per Dario, che impari a non sprecare parole ... Infine, a proposito di "caste" (quelle politiche), va però detto che nello stesso palazzone ( o palazzaccio?) umbertino, risiede un compunto e dinoccolato deputato, schieratissimo a sinistra… Il quale - come notava il mio amico - non ha alzato un dito. Evidentemente, la battaglia per i diritti dei lavoratori, lui, il deputato, la fa solo davanti alle telecamere. Accese.

Carlo Gambescia
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