mercoledì 7 dicembre 2011

La pubblicazione de La nozione di autorità di Alexandre Kojève, pensatore ricco di intuizioni e sfaccettature, merita un’attenzione particolare. Perciò proponiamo due recensioni. La prima più analitica e di taglio giuridico-politico scritta dall’amico Teodoro Klitsche de la Grange. La seconda, più attenta alla ricaduta sociologica del suo pensiero, è invece opera nostra. Buona lettura. (C.G.)
.
.
Il libro della settimana: Alexandre Kojève, La nozione di autorità, Adelphi, 2011, pp. 143, Euro 29,00.


 
www.adelphi.it




L’autorità tra stato, diritto e politica
di Teodoro Klitsche de la Grange




Scrive Kojève nelle considerazioni preliminari: “É curioso, ma il problema e la nozione di Autorità sono stati molto poco studiati. Ci si è occupati soprattutto delle questioni relative alla trasmissione dell’Autorità e alla sua genesi, ma raramente l’essenza di questo fenomeno ha attirato l’attenzione. Eppure, in tutta evidenza, è impossibile trattare del potere politico e della struttura stessa dello Stato senza sapere che cosa è l’Autorità in quanto tale. Uno studio della nozione di Autorità, sebbene provvisorio, è quindi indispensabile, e deve precedere qualsiasi studio del problema dello Stato”. In questo seguiva de Bonald quando questi sosteneva, polemizzando con M.me de Staël, che non è possibile trattare di politica (e dello Stato) prescindendo dall’autorità.
Kojève inizia col fare un’analisi concettuale delle teorie dell’autorità, distinguendo così quattro tipi “semplici” o “puri” (analoghi agli idealtipi weberiani): la teoria teologica o teocratica, secondo la quale l’Autorità primaria e assoluta appartiene a Dio, e tutte le altre ne derivano; la teoria platonica, secondo cui l’Autorità si fonda sulla Giustizia; quella aristotelica, secondo cui appartiene a chi ha il sapere e la capacità di prevedere; infine quella di Hegel che la riduce al rapporto tra Signore e servo (vincitore e vinto), basato sulla lotta, il rischio e il riconoscimento del vincitore come autorità. Di queste, solo l’ultima – scrive Kojève “ha avuto un’elaborazione filosofica completa, che si sviluppa sia sul piano della descrizione fenomenologica sia su quello dell’analisi metafisica e ontologica. le altre non hanno oltrepassato il livello della fenomenologia”.
Ciò non toglie che anche la teoria di Hegel non sia stata capita davvero e subito sia stata dimenticata, al punto che anche “il più importante erede di Hegel, Marx” ha trascurato completamente il problema.
Nota subito Kojève – e la distinzione ricorre in tutto il volumetto – che esiste “anche una ‘teoria’ dell’Autorità che la considera soltanto una manifestazione della forza. Ma vedremo in seguito che la Forza non ha nulla a che vedere con l’Autorità, perché anzi le è esattamente opposta. Ridurre l’Autorità alla Forza significa quindi semplicemente negare, o ignorare, l’esistenza della prima. perciò fra le teorie dell’Autorità non annoveriamo questa opinione errata”.
E in effetti ciò che distingue l’autorità dal (mero) potere è proprio fare assegnamento, perché la propria volontà sia osservata nella comunità, di non dover ricorrere alla coercizione, all’impiego della forza perché i comandi siano eseguiti. Di comandare con successo (inteso in senso weberiano) senza i mezzi coattivi (dalla fucilazione, al carcere, alle confische). Il che non vuol dire che questi mezzi non debbano esistere: significa solo che un potere autorevole vi fa ricorso in modo assai parsimonioso; uno non autorevole, con dovizia. E ricorda da vicino la teoria di Donoso Cortès sullo Stato moderno: che più perdeva autorità, più ha dovuto aumentare il potere (e i mezzi) di coercizione.
Nell’ “analisi fenomenologica”, Kojève da la propria definizione generale dell’autorità “Esiste Autorità soltanto là dove c’è movimento, cambiamento, azione (reale o almeno possibile): si ha autorità solo su ciò che può «reagire», cioè cambiare in funzione di ciò o di colui che rappresenta l’Autorità (la «incarna», la realizza, la esercita). E, in tutta evidenza, l’Autorità appartiene a chi opera il cambiamento, e non a chi lo subisce: l’Autorità è essenzialmente attiva e non passiva”; per cui il supporto reale di ogni autorità è un agente e che questo sia libero e cosciente; e ciò è complementare alla definizione dell’atto autoritario, il quale si distingue da “tutti gli altri per il fatto di non incontrare opposizione da parte di colui o coloro ai quali è diretto, E questo presuppone, da un lato, la possibilità di un’opposizione e, dall’altro, la rinuncia cosciente e volontaria alla realizzazione di questa possibilità”. Ne consegue che “l’Autorità, quindi, è necessariamente una relazione (fra agente e paziente): è un fenomeno essenzialmente sociale (e non individuale); perché vi sia Autorità bisogna essere almeno in due.
Quindi: l’Autorità è la possibilità che un agente ha di agire sugli altri (o su un altro), senza che questi altri reagiscano nei suoi confronti, pur essendo in grado di farlo”. Questa definizione evidenzia che il fenomeno dell’Autorità è affine a quello del Diritto; tuttavia se ne distingue perché “nel caso dell’Autorità, la «reazione» (l’opposizione) non esce mai dall’ambito della possibilità pura (non si attualizza mai): la sua realizzazione distrugge l’Autorità. Nel caso del Diritto, invece la «reazione» può attualizzarsi senza per questo distruggere il Diritto”; da ciò “consegue che se, in linea di principio, l’Autorità esclude la forza, il Diritto la implica e la presuppone, pur essendo tutt’altra cosa rispetto alla forza (non vi è Diritto senza Tribunale, né Tribunale senza Polizia...”. L’autorità è legale e legittima per definizione “Colui che «riconosce» un’Autorità (e non c’è Autorità non «riconosciuta») ne riconosce per ciò stesso la «legittimità». Negare la legittimità dell’Autorità significa non riconoscerla, cioè – per ciò stesso – distruggerla. Si può quindi negare, in un caso concreto, l’esistenza di un’Autorità; ma non si può opporre alcun «Diritto» a un’Autorità reale (cioè «riconosciuta»)”.
La definizione di Autorità, sostiene l’autore, può essere accostata a quella del Divino “è divino – per me – tutto ciò che può agire su di me senza che io abbia la possibilità di reagire nei suoi confronti”; il che ricorda da presso sia la teoria di Spinoza sull’onnipotenza divina (e sul rapporto con la sovranità) sia la concezione esposta da Kant nella Metaphisik der Sitten di Dio come essere che ha tutti i diritti (cioè è attivo in senso assoluto) e verso il quale si hanno solo doveri. Anche se la definizione del Divino “differisce da quella dell’Autorità: nel caso dell’azione divina, la reazione (umana) è assolutamente impossibile; nel caso dell’azione autoritaria (umana), la reazione è invece necessariamente possibile, e non esiste in ragione di una rinuncia cosciente e volontaria a questa possibilità”; è connaturale quindi all’Autorità umana sia il rischio (se non quello della conquista, almeno di perderla, all’uopo basta che ci sia reazione al comando) sia la giustificazione della sua esistenza. Per cui Kojève distingue i diversi tipi di autorità “puri” e le loro combinazioni in concreto fondati sulla spiegazione del riconoscimento dell’Autorità e delle ragioni d’essere della medesima. E’ anche interessante come Kojève critica altre teorie dell’autorità, come quelle del contratto sociale e del principio maggioritario, che affiancherebbero un altro/i tipo ai quattro individuati dal filosofo “è quello che afferma la teoria del «contratto sociale» (parlando in generale dell’Autorità sui generis che ha la Maggioranza sulla Minoranza). Dobbiamo perciò vedere se questa teoria è esatta. (Se è esatta la nostra è falsa. Se la nostra è vera, l’Autorità in questione deve poter essere ridotta o a uno dei nostri tipi «puri», o a una qualsiasi delle loro «combinazioni»)”.
Quanto alla concezione dell’autorità della maggioranza, questa si basa sulla forza (tale o presunta) della quantità ed è quindi irriducibile alla definizione di autorità (incompatibile con l’esercizio della forza o della minaccia della forza).
Quella inversa, della minoranza sulla maggioranza, “non proviene mai dal fatto che la Minoranza è una Minoranza. La «giustificazione» (la «propaganda») è sempre del tipo: «Sebbene non siamo che una minoranza, noi...». L’Autorità di cui si riveste una Minoranza è «giustificata» o spiegata dalla «qualità» e non dalla quantità... E l’analisi dei casi concreti mostra che la Minoranza si appella sempre all’Autorità o del Padre, o del Capo, o del Signore, o del Giudice (oppure delle loro «combinazioni»)” (e quindi è riducibile a quelle).
Un’analisi approfondita è dedicata da Kojève al problema della distinzione dei poteri, alla sua relazione con l’Autorità (e ai di essa tipi); se l’Autorità possa essere divisa e se e a quale tipo vadano ricondotte le istituzioni così “separate” (e come). Il tema dell’Autorità è così la chiave per valutare la forma – e la vitalità – del potere statale.
Chiudono il volume due appendici, scritte nel 1942. Nella prima l’autore si dedica a un’analisi della natura dell’autorità del maresciallo Pétain, a capo del governo collaborazionista di Vichy. Nella seconda propone una sorta di progetto per la “Rivoluzione nazionale” francese”, allora. dibattuta, anche perchè la legge costituzionale del 10 luglio 1940, aveva conferito il potere costituente al governo.
Si conclude quindi con un’applicazione al caso concreto delle teorie sull’autorità: un’occasione troppo interessante per il filosofo, dato il carattere del tutto particolare e quasi esemplare, del “principato nuovo” che sembrava si dovesse organizzare per la Francia, e del maresciallo Pétain, che impersonava la nuova Autorità.
Dato l’impegno di Kojève nella resistenza francese, non sembra che il tutto possa ridursi ad una sorta di captatio benevolentiae dei governanti di Vichy.
Soprattutto perchè l’indagine sul regime collaborazionista è coerente con le idee di Kojève sull’autorità e non appare influenzata da opinioni (o occasioni) politico-partitiche. E’, insomma, condotta sine ira ac studio. In conclusione, come scrive il curatore nel breve saggio “Sebbene Kojève riconosca che, prima di lui, molti altri pensatori hanno affrontato il tema, lamenta il fatto che nessuno di essi abbia indagato in maniera approfondita e completa l’essenza del fenomeno autoritario”; e, indubbiamente, le pagine di Kojève sono un valido tentativo di colmare (in parte) la lacuna.
Teodoro Klitsche de la Grange
.



Teodoro Klitsche de la Grange è avvocato, giurista, direttore del trimestrale di culturapolitica"Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009)..



Chi dice autorità…
di Carlo Gambescia
-


Chissà, se fosse tra noi, cosa direbbe Alexandre Kojève della crisi italiana… Che in fondo, e non da oggi, dipende da un deficit di credibilità istituzionale. A questo pensavamo leggendo La nozione di autorità (Adelphi, 2011, pp. 144, euro 29,00). Un ghiotto testo scritto nel 1942 dal più chirurgico e discusso interprete novecentesco di Hegel, Kojève appunto. Filosofo e funzionario al tempo stesso. E non è un critica. Un « incarico», quest’ultimo, come ricorda il curatore Marco Filoni, «da lui brillantemente ricoperto nell’amministrazione francese dal 1947 fino alla morte», avvenuta nel 1968 a sessantasei anni. Il suo compito - prosegue - era quello di definire le tattiche da adottare nelle negoziazioni economiche internazionali. Se gli obiettivi erano stabiliti dall’Eliseo, i mezzi per raggiungerli erano affidati alle argomentazioni e alle abili manovre del filosofo (…). Ben presto divenne una sorta di “bestia nera” per i membri delle altre delegazioni. Specie per gli americani che lo soprannominarono la “serpe nell’erba” ».
Riportiamo tutto questo, non per fare del puro colore, ma per mostrare come in Kojève, l’attento studio dei problemi filosofici, politici e giuridici, nella loro essenza (tecnicamente, si chiamava e chiama fenomenologia…), fosse sempre strettamente collegato alla comprensione e “gestione” degli eventi storici. Parliamo, insomma, non di un volgare burocrate delle idee, bensì di un filosofo prestato alle istituzioni. O per dire meglio: un uomo che pur essendo del mondo (il funzionario) non rinuncia a parlare al mondo (il filosofo).
Ad esempio, ne La nozione di autorità, scritto nella Francia del Maresciallo Pétain, si fa seguire all’acuta dissezione del concetto, la sua applicazione alla realtà storica. Di quale natura è l’autorità del Maresciallo? E con quali modalità essa influisce sulla Rivoluzione nazionale? Ecco le domande cui Kojève cerca di rispondere in un’ appendice che, per qualità esplicativa, vale veramente l’intero e pur notevole libro.
Prima però occorre fare un passo indietro. Kojève distingue «quattro tipi irriducibili di Autorità umana»: 1) di derivazione teologica ( il Dio-Padre creatore della scolastica, quale causa di tutte le cose, da cui discende l’autorità del padre di famiglia); 2) di derivazione hegeliana (l’autorità del Signore, che accetta il rischio della battaglia per il riconoscimento, al contrario di coloro, i futuri servi, che preferiscono non battersi per paura della morte); 3) di derivazione aristotelica ( del Capo, che viene seguito perché ritenuto superiore, in quando artefice di un progetto), 4) di derivazione platonica (del giudice, portatore di un’ autorità che discende dalla sua natura, pubblicamente riconosciuta, di uomo giusto).
Sono quattro tipologie, che possono combinarsi tra di loro, fino a un totale, scrive Kojève, «che esaurisce tutte le possibilità», «di 64 tipi di autorità (4 puri e sessanta combinati, oppure 15 (4 puri e 11 combinati), se non si tiene conto delle varianti» . Complicato? Addirittura macchinoso? Prima di qualsiasi giudizio vediamo come Kojève, impiegandole, se la cava con Pétain.
L’autorità del Maresciallo, a suo avviso, cumulava quelle del Signore («il vincitore di Verdun»), del Capo («Vi guido, seguitemi»), del Giudice ( l’ «onesto», «l’imparziale», «Ho donato la mia persona alla Francia»), del Padre ( quel suo «atteggiamento paterno», così amato dai francesi). Cosicché «nel 1940 c’è stata una genesi spontanea (“non manifestata da un voto di fiducia”) di Autorità politica totale, perché il Maresciallo funge da “supporto” (individuale) a tutti e quattro i tipi “puri” di Autorità (sotto una forma politica) » . Dopo di che però - Kojève, ricordiamolo, scrive nel 1942 - Pétain perde l’autorità del Signore (la guerra è comunque persa…), ma mantiene quelle del Padre, del Giudice, del Capo. Tuttavia, ecco il punto, «si può anche dire che allo stato attuale l’Autorità del Maresciallo rappresenta un ideale politico, Ma ogni ideale svanisce se non si realizza, o se almeno non si tenta di realizzarlo. Ora, un ideale in via di realizzazione si chiama idea; si intende: idea concreta e costruttiva che, generando l’azione, trasforma il dato in funzione dell’ideale ( e quest’ultimo, in conseguenza della sua realizzazione, si trasforma tanto quanto il dato). Bisogna quindi che il Maresciallo smetta di essere un ideale per diventare un’idea politica. Il che significa che deve formulare e mettere in atto un programma di Rivoluzione nazionale» .
Un progetto politico che però mai decollerà, per ragioni esterne (i progressivi successi militari degli alleati) e interne ( l’umiliante peso delle intromissioni tedesche). E probabilmente Kojève, già all’epoca attivo nella Resistenza, ne era consapevole. Eppure - o forse proprio per questo - da bravo “chirurgo” delle idee tagliava, asportava e ricuciva. Forte, probabilmente, di una grande consapevolezza: il male anche se lo si demonizza, fino al punto di non nominarlo, resta tale. Di qui - crediamo - l’importanza da lui attribuita alla “chirurgia” filosofica a tutto campo. Insomma, siamo davanti a un’analisi estremamente ricca ed elegante. Altro che macchinosità concettuale… Perciò che senso ha definire disdicevole l’ interesse di Kojève per il Maresciallo? Qui siamo d’accordo con Marco Filoni (che riprende la tesi di Danilo Scholz): «Con il testo sulla nozione di autorità, Kojève avrebbe iniziato ad abbozzare la concettualizzazione di una politica dello Stato Francese. Che passava non soltanto per la Resistenza, ma anche per il regime di Vichy» . Nel “chirurgo”, pardon, fenomenologo della politica, pulsava già il cuore del funzionario filosoficamente attento ai destini ultimi della Repubblica francese.
A proposito, per ritornare, concludendo, alla crisi italiana, l’ autorità di Berlusconi a quale tipologia potrebbe appartenere? Escludiamo il Padre e il Giudice… Forse il Signore, o più semplicemente il Capo: “Vi guido, seguitemi”. Benché ultimamente, proprio all’interno del suo partito, sembra che non tutti siano disposti ad ascoltarlo…
Carlo Gambescia
.

mercoledì 30 novembre 2011

Una  Borsa piena di  Caffè 


Una chicca!  Soprattutto  di   questi  tempi, dove ogni giorno in Borsa si bruciano miliardi,  anche a rischio di affossare l’economia mondiale.  Finalmente è possibile scaricare dalla Rete  la famosa conferenza di Federico Caffè -  l’economista  misteriosamente scomparso  il   15 aprile  del 1987  -   in cui   faceva pelo e contropelo al mercato borsistico. Ecco il files:   http://palmirotogliatti.wordpress.com/2011/07/11/praticoni-mestieranti-e-le-disfunzioni-della-borsa/ . Si tratta di un sito (“Palmiro. Noi veniamo da lontano”),  gestito da un fans di Togliatti.   Che dire?   Nessuno è perfetto.
Il titolo del testo  non è molto allettante: Di una economia di mercato compatibile con la socializzazione delle sovrastrutture finanziarie. Ma possiamo garantire che  merita di essere letto tutto d’un fiato. Piccola precisazione bibliografica: la conferenza  risaliva al 1971,  però, secondo  Ermanno Rea (L’’ultima lezione, Einaudi), il testo venne pubblicato nel 1973.  E subito messo all’indice.  Osserva lo scrittore napoletano: «Il saggio contro la Borsa (…) aveva sollevato subito scandalo, come del resto aveva previsto lo stesso Caffè che, proponendone l’abolizione, si era dichiarato “consapevole”  di avanzare una richiesta che sarebbe stata considerata, a dir poco “ingenua o stravagante” ».  Fino a un certo punto,  come  vedremo…
Ma  Caffè cosa scrive, di preciso, in quel saggio? Un testo, pubblicato, è bene ricordarlo  negli anni in cui era lì lì per esplodere lo scandalo Sindona, finanziere d’assalto, di pochi mezzi (propri), ma dalle tante conoscenze (non sempre pulite).
  «Da tempo sono convinto, osserva Caffè, che la struttura finanziaria-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi ».  
Già allora, è perfino banale ricordarlo,  i grandi oligopoli o restavano sulla difensiva centellinando le emissioni di titoli, oppure si   rivolgevano direttamente alle banche.   Tuttavia   non esisteva ancora  un mercato borsistico mondiale digitale capace di moltiplicare,  con un  solo clic,  i  devastanti effetti predatori, di cui sopra.  Di qui  la grande attualità dell’analisi di Caffè. Ma scendiamo  nei dettagli.
«Riesce pertanto difficile - continua l’economista -  condividere l’apologia corrente  della “intermediazione specializzata” [gli operatori di borsa, ndr] che  attraverso  i fondi di investimento, dovrebbe salvaguardare i risparmiatori sprovveduti dai rischi delle decisioni di investimento finanziario, allorché poi si riversa su di essi  il rischio di distinguere  tra gli “intermediari specializzati” finanziariamente corretti  e quelli che non solo sono. D’altra parte, quando anche i pubblici poteri assolvessero con efficacia e tempestività il compito di fornire informazioni orientatrici delle scelte della collettività (…) il pubblico va spesso alla ricerca di scuse per illudersi, più che di informazioni demitizzatrici.  Come la recente corsa ai più spregiudicati “fondi di investimento” ha ricalcato, in  molti aspetti, le vicende del parossismo borsistico degli anni venti, così non può escludersi che episodi analoghi abbiano a ripetersi nel futuro ».

Profetico. Ma  non finisce qui. « È l’eliminazione in toto della speculazione borsistica, soprattutto nel comparto dei titoli azionari, che appare la soluzione appropriata ad un’epoca in cui, proprio per l’accresciuto numero dei risparmiatori alla ricerca di investimenti finanziari, appare inevitabile, e insanabile con accorgimenti istituzionali,  che essi siano sempre esposti a rischi sproporzionati alle proprie possibilità conoscitive».

Carlo Gambescia

martedì 29 novembre 2011

"Un modesto filodrammatico che fa l'imitazione di Johnny Dorelli".Su Berlusconi - e ne abbiamo lette tante - la definizione dell’amico Roberto Buffagni  ha il valore della classica pietra tombale... Ovviamente, con una chiosa: Dorelli, ai suoi tempi, imitava Frank Sinatra. Come dire, parliamo del crooner del crooner del crooner... Queste e altre cose (inclusa una rilettura del nostro Risorgimento) nel suo gustoso post. Buona lettura. (C.G.)


 Epicedio per Silvio

di Roberto Buffagni





E’ il 150esimo dell’Unità e dell’Indipendenza d’Italia. Con un po' di conversazioni telefoniche (almeno metà delle quali pagate dal contribuente italiano) tre potenze straniere, complice un sosia o, secondo alcuni, addirittura un figlio illegittimo dell'ultimo re di Casa Savoia, ci hanno appioppato un governo Quisling formato da una falange di Pichi de Paperis.
Che senso dell'umorismo, quella vecchia, cinica, macabra pu(bip) della Storia!
Di tutti i molti e anche troppi obiettivi del Risorgimento, uno solo fu realmente acquisito: unità e indipendenza della nazione (e scusa se è poco, aggiungerebbe Abatantuono).
Centocinquant’anni fa, dette unità e indipendenza furono conquistate contro una grande istituzione multinazionale a prevalenza tedesca (l'Impero Austriaco) e contro il Vaticano; oggi, l'indipendenza viene persa ad opera di una istituzione multinazionale a prevalenza tedesca (l'UE) e del Vaticano. Unica novità, non da poco: oggi, i sunnominati agiscono come mandatari degli USA, che allora avevano altre gatte da pelare.
Per l'unità vedremo, ma il fatto che l'unica forza politica capace di opporsi alla perdita dell'indipendenza sia una forza politica apertamente antinazionale non è un segnale rasserenante.
Se poi vogliamo perfezionare l’analogia storica con la nemesi greca o il contrappasso dantesco, oggi l’Italia unita sta per sperimentare quel che sperimentò, centocinquant’anni fa, il Regno delle Due Sicilie: voltafaccia a catena della classe dirigente, disgregazione materiale e morale un po’ di tutto e tutti, indecente calata di braghe a cascata dal vertice in giù, trasformazione in colonia interna, in pittoresca , turistica landa di artisti, atleti, pu(bip) e lacchè... il Giardino & il Bordello d’Europa…Differenza non da poco: Re Francesco II di Borbone, Dio guardi, e la sua Regina Maria Cristina, due ragazzini di vent’anni che si trovarono contro un genio politico come Cavour e l’Impero britannico al suo apogeo, si comportarono con ammirevole dignità; e per quanto impolitici, seppero essere grandi, e persino eroici sovrani. Si vede che sapersi re per sola grazia di Dio, senza intralci di volontà della nazione o del partito, fa bene alla spina dorsale.
E pensare che quel co(bip) di Silvio ebbe la faccia di cu(bip) di millantarsi Unto dal Signore! Silvio, Silvio, Silvio! Il gel marca Yahvè, hai visto adesso quanto costa?
E pensare che il kathecon contro la colonizzazione definitiva, qui da noi, era proprio lui, il patetico Silvio B. dal vituperoso parrucchino…
E pensare che gli avrei perdonato tutto, a Silvio, anche di essere quel che è, un modesto filodrammatico che fa l' imitazione di Johnny Dorelli e crede di vivere su un’eterna passerella del Varietà, se alla fine, alla fine definitiva, ultima, solitaria e finale avesse trovato la follia di resistere, di non farsi protestare come un attore che non ricorda le battute del copione e fa i vuoti di scena…
Silvio, a due passi dai tuoi uffici di Milano c'è via Amatore Sciesa, quello di "Tiremm innanz". Lo sai cosa vuol dire, questo “Tiremm innanz”? No, Silvio, non è il “Basta con le menate, qua si lavora” dei ragiunàtt brianzoli quando la segretaria cincischia al telefono con i rappresentanti. “Tiremm innanz” è la risposta che Amatore Sciesa diede ai poliziotti austriaci che lo portavano alla forca, mentre lo facevano passare sotto le finestre di casa sua, per rammentargli che se tradiva i compagni, la gita poteva cambiare programma: invece che "tirà innanz" verso il patibolo, lo Sciesa poteva fermarsi, salire le scale di casa, accomodarsi sul divano e godersi con la sua signora e i suoi bambini l' ultima puntata di "Casa Vianello". Ma lo Sciesa, essendo persona educata, invece di rispondere “vaffa” rispose “Tiremm innanz,” tiriamo dritto; dritto, c’era la morte. Nota bene, Silvio: faceva solo il falegname, Sciesa, il marangone! (Disclaimer: avverto che d'ora in poi, chi pronuncerà in mia presenza , anche a solo scopo di citazione bibliografica, la frase "Risorgimento senza eroi", si beccherà una testata in bocca).
Mi replicherai che esagero, che il martirio è troppo, che sono robe da musulmani. E va bè, te lo concedo. Niente Amatore Sciesa, niente Carlo Pisacane, niente Gheddafi; ma almeno un Craxi, Silvio, almeno un Bettino che si alza in Parlamento e fa un ultimo discorso prima di esiliarsi ( e scappare)...
Gesù, Gesù…Silvio, con tutte le vanterie di letto, con tutti i miracoli urologici, con tutte le pu(bip) che ti sei spupazzato, possibile che non ci tenessi, ai "cojones"? Che non li tirassi fuori, al redde rationem? Ma lo sai, che se ti fai umiliare così è probabile che non ci sia più Viagra o pompetta che tenga?
Lo confesso: io speravo contra spem che tu, Silvio, andassi a finire come i due soldati italiani cialtroni (Sordi e Gassman) de “La grande guerra” di Mario Monicelli, bel film magari un po’ sopravvalutato. Ti ricordi? Dopo Caporetto scappano per salvare la pelle. Gli austriaci li catturano. “O ci date la posizione delle truppe italiane, o vi fuciliamo.” I due stereotipi cialtroni non ci pensano un momento: tradiamo subito, figuriamoci, siamo Arlecchino e Brighella, no? Però, in superextremis, con le braghe già a mezz’asta, sentono l’ufficiale nemico – un tipo di signorino spocchioso, antipaticissimo – che, come d’altronde meritano, li deride: “Italiani, soliti mandolinisti vigliacchi, etc., etc.”. Al che i due cialtroni hanno il soprassalto d’orgoglio tipo Quattrocchi in Iraq, si cuciono la bocca, e si fanno fucilare per ripicca.
Ecco, Silvio: io da te speravo questo; e non avevi neanche bisogno di farti fucilare. Lo speravo, perché da sperare mi è rimasto pochino, almeno in questo campo.
Purtroppo al momento de la verdad tu, Silvio, ti sei accorto (per la prima volta in vita tua?) di non essere un attore, ma una persona reale che rischia realmente tutto; i soldi, la libertà, l’amore (per te sinonimi), le telefonate con Obama, eventualmente anche la pellaccia, etc., e “hai fatto la cosa giusta”, cioè hai calato le braghe, tue e nostre, di noi italiani.
E’ stato il tuo modo di inserirti nella storia e nella tradizione italiana, con una parodia da avanspettacolo - genere letterario e drammatico a cui appartieni di diritto - della fuga a Pescara di Vittorio Emanuele III.
Dirò la verità (e me ne scuso, so che non è educato). Mi dispiace sul serio. E’ sempre brutto, vedere un uomo che nel momento supremo della sua vita se la fa sotto e si disonora. Se poi nel frattempo disonora anche te (l’imposizione di un governo da parte di potenze straniere è un disonore per tutti gli italiani, anche dissenzienti, perché si riceve uno schiaffo che non si può restituire) è peggio ancora.
Va bè, dai, è andata così. Sono cose che succedono. Qui, però, succedono troppo spesso, e per pagare un conto come questo (altro che debito pubblico, altro che spread!) ci vorranno, ci vorrebbero dei container di eroi, delle petroliere di sangue di martiri….Come quotano, al fixing di oggi? Orso o Toro?
Addio, Silvio. Per lungo tempo, mi facesti un po' ridere e un po' pena, ma mi eri simpatico, mi facevi tenerezza, con quella tua ansia bambinesca e divorante di piacere, di essere applaudito, amato, guardato...ti piacevano tanto, tutti i tuoi soldi, le tue pu(bip), le tue televisioni...ci credevi, ci credevi dur comme fer, in quei lustrini da Wanda Osiris, ("Fe-li-ci- BUM - tààà!") e con te tanta brava gente, tanto popolo italiano, questa banda di co(bip) alla quale voglio e vorrò sempre, nonostante tutto, tanto bene, come all'Italia, questa tua, mia e nostra inabitabile casa...
Adesso, con la vecchiaia e con la morte vicina, è arrivata a bussare la tua porta la tragedia, e tu non eri vestito per uscire, ti si era scollato il trapianto di capelli, eri in costume da Napoleone con la Nicole Minetti in costume da Giuseppina, avevi un insidioso 37 e mezzo di febbre, non avevi fatto i compiti, aspettavi una telefonata importante...insomma. La tua paura più grande, quella contro la quale hai eretto, con perseveranza da castoro lombardo, una Muraglia Cinese di soldi e di luccicanti baggianate, si è avverata: hanno scoperto tutti, ma proprio tuttissimi, che sei fasullo.
Sei farlocco, Silvio. Io e te l'abbiamo sempre saputo, che sei friabile e vuoto come una meringa. Sei un impostore, un attore, una controfigura, un nessuno venuto dal niente che va verso il niente, e non c'è niente da fare.
Caro Silvio, te collocò la provida sventura infra gli oppressi. Non credo che riuscirai a morire compianto e placido, a scendere a dormir con essi; né il tuo cenere sarà incolpato, o meglio, lo sarà nell'accezione odierna (= ti daranno la colpa di tutto e ti manderanno accidenti anche dopo morto) e non in quella del conte Manzoni (= innocente). Non scenderai a dormir con essi. Ma anch'essi oppressi, oggi come oggi, nessuno li compiange, e placidi non sono, e dormire vogliono solo con l'ausilio chimico di droghe eccitanti, di vita spericolata, di pu(bip) roventi: come piaceva e – forse - piace ancora a te.
Così, vedi, mi dispiace ma non ce l'ho con te. Non c’eri tagliato, non eri al tuo posto; lo so. Però, vedi: a quel posto, al posto del Re d’Italia in quel momento c’eri tu, solo tu e basta. Cosa vuoi che ti dica? Non sarà giusto, ma la tragedia è fatta così: da sempre.
L 'hai letto, "Il Maestro e Margherita"? E' di uno scrittore russo molto anticomunista, quindi forse l'hai letto. Ci ha fatto un film, orrendo, Ugo Tognazzi, pensa te.
Se l’hai letto, forse ti ricordi che cosa dice Yehoshua (= Gesù) al procuratore di Giudea Ponzio Pilato, quando si ritrovano nell'aldilà, nel limbo malinconico e curativo a lui destinato. Gli dice: "Il peggiore dei peccati, procuratore, è la viltà."
.


Roberto Buffagni
-


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage.

lunedì 28 novembre 2011


Quel Giano Bifronte 
del liberismo economico



Che noia il chiacchiericcio sulle liberalizzazioni e privatizzazioni, altrimenti note come “riforme”… Ora, però basta. Va chiarito, anzi come si diceva un tempo spiegato al popolo, che razza di contraddizione nascondano le fin troppo rumorose fanfare liberiste. Un passo indietro: il liberismo - attenzione, non il liberalismo politico (che è altra cosa, più complessa e interessante…), ribadisce, si sa, il “primato del consumatore”. Tesi che risale alla teoria della “mano invisibile” di Adam Smith. Ridotta in pillole: il consumatore trae vantaggio dalla concorrenza fra il maggior numero di operatori economici, tutti mossi dal proprio interesse individuale, il cui perseguimento, grazie alla mano misteriosa del mercato, abilissima nel comporre le diverse motivazioni, finisce per giovare a tutti. Di riflesso, più cresce il numero delle imprese sul mercato, più il consumatore si avvantaggia, perché la concorrenza abbassa costi e prezzi... In realtà, ci si guarda bene dal proporre leggi antimonopolistiche, per porre piccoli ed ex grandi sullo stesso piano: il giusto “rovescio”, per così dire, della teoria di Adam Smith. Infatti, il pensatore scozzese ne La ricchezza delle nazioni, temendo la nascita di un “associazionismo segreto ” tra produttori ai danni dei consumatore (includendovi però ogni genere di corporazione, anche tra lavoratori…), mise in guardia i suoi lettori. In questo modo, Smith aprì concretamente alla necessità di una legislazione antimonopolistica. Un “rovescio” presto dimenticato, perché non comodo come il “dritto”.
D’altra parte, l’introduzione di una legislazione antimonopolistica, implicherebbe in linea teorica lo smembramento di quelle numerose grandi imprese italiane, presenti in campo automobilistico, bancario, finanziario, eccetera. In una parola: fantaeconomia… Anche perché, come accade in Italia, rimane molto più comodo evocare misure di liberalizzazione solo nel campo delle municipalizzate, delle farmacie, dei taxi, e così via… Tanto i “piccoli” non contano nulla.
Pertanto, il liberismo sembra essere di pura facciata. E non solo perché non vuole turbare i sonni di quelli che Ernesto Rossi, liberale vero, chiamava i “Padroni del vapore”… Ma anche per un ragione più generale: il mercato, come ogni altra istituzione sociale, tende naturalmente alla concentrazione del potere.
Si tratta di un processo che non può essere affrontato, per buttarla sul giuridichese, attraverso il controllo ex post, di tipo formale, come quello dell’Antitrust. E allora? Si dovrebbe ricorrere al controllo ex ante, sostanziale, di buone leggi antimonopolistiche in grado smembrare le grandi imprese egemoni. Il che però - ecco l’altro corno del dilemma - comporta un rischio: quello legato alla “somministrazione” di dosi, non sempre ben quantificabili, di interventismo pubblico. Come del resto prova il diverso peso specifico delle varie legislazioni antimonopolistiche (non molte per la verità), a partire dallo statunitense Sherman Antitrust Act (1890). “Somministrazioni”, da sempre sgradite ai liberisti, integrali e astratti. Ma anche agli amanti della libertà, dal momento che resta sempre difficile trovare un punto di equilibrio - che in genere è frutto delle circostanze storiche - tra giustizia e libertà. Il rischio grosso, insomma, è quello di cadere dalla padella nella brace. Detto altrimenti: di sostituire, anche in modo soft (gradualmente, nel tempo), il monopolio statale al monopolio dei colossi economici privati.
Ma c’è anche un’altra questione: di fatto, la riduzione delle dimensioni delle imprese, piaccia o meno, rischia, a sua volta, di risultare nociva proprio sul piano delle concorrenza internazionale. Dove più le imprese sono grandi, più di sono “competitive” ( proprio all’Italia, in sede europea, spesso si rimprovera certo “nanismo” imprenditoriale). In realtà, l’economia mondiale, si regge non tanto sugli interessi, quanto sulla volontà di potenza economica delle grandi imprese transnazionali, fra le quali, da ultima, va registrata la “nuova” Fiat di Marchionne.
Di qui, da che mondo (capitalista) è mondo (capitalista), il tutt’altro che silenzioso aggirarsi di un Giano Bifronte: da una parte il liberismo di facciata a uso interno, dall’altra il gigantismo monopolistico, di sostanza, per contendere i mercati esterni ai grandi colossi internazionali. Insomma, siamo dinanzi a una contraddizione fra teoria (liberista) e pratica (monopolista). Del resto, piaccia o meno, il “lavoro sporco” del monopolista resta necessario, come abbiamo ricordato, per competere sul piano internazionale. Il capitalismo liberista è perciò un cane, magari di razza, che però si morde la coda: predica quella libertà economica che è costretto a negare nella pratica, per svilupparsi e crescere, come impone il suo Dna.
E così veniamo al domandone finale: perché il capitalismo, storicamente, ha sviluppato pratiche monopolistiche? La risposta è di una banalità sconcertante: gli individui non sono tutti economicamente uguali. E per quale ragione? Perché ancora prima, piaccia o meno, non lo sono sul piano della dotazione genetica. E così i più forti, i più intelligenti o furbi ( i "lioni" e le "volpi") ne approfittano. Dopo di che, una volta al comando, dal momento che il potere socialmente tende sempre a concentrarsi nelle mani di pochi, resta molto difficile scalzare una élite dominante. Anzi, a dirla tutta, non sempre, le classi al potere hanno ceduto il passo con le buone maniere. Da questo punto di vista il teorema della concorrenza perfetta, forse può essere giustificato sul piano teorico-economico delle formule astratte, ma non su quello sociologico dei concreti rapporti di forza. In definitiva, il capitalismo - attenzione, come altri sistemi storici - si regge su un mix di forza, consenso e inerzia sociale. E questo è tutto. Il popolo è servito...


Carlo Gambescia

venerdì 25 novembre 2011


 Monti, gli inizi... 
Indeciso a tutto?


.
Sappiamo che è ancora presto per dare giudizi definitivi, né vorremmo favorire pettegolezzi in stile “Dagospia”… Ma, francamente, Mario Monti, come Premier, da quel che si è intuito (certo poco), in queste prime fasi, non sembra proprio somigliare a quel “super Mario” celebrato in ginocchio dai media di mezzo mondo (Italia per prima, ovviamente).
Non è una questione di eloquio lento, sguardo fisso, legnosità di portamento. Presidente ci perdoni: ma, ogni volta che parla in pubblico, la prima impressione è quella di avere davanti lo zio, pensionato in ciabatte, svegliatosi cinque minuti prima…
Tuttavia non è una questione solo di “immagine”… De Gasperi non era Vittorio De Sica… O Craxi Marcello Mastroianni... Forse però c’entra lo status professorale. Di regola, i professori sono pessimi politici. Del resto un Consiglio di Facoltà non è un Consiglio dei Ministri: criteri e situazioni sono profondamente diversi.
E proprio su questo punto, dopo il Primo Consiglio, abbiamo subito avvertito odore di bruciato. In particolare, quando il neo-ministro Riccardi, all’uscita da Palazzo Chigi, ha spiegato soddisfatto ai giornalisti che il nuovo esecutivo avrebbe subito mostrato di adottare un metodo «collegiale, in cui parlare ha un suo senso, conoscersi e deliberare».
Ma quanto sono bravi e buoni! Questo il messaggio. Noi però, da cattivoni, abbiamo subito pensato: ma si rendono conto della gravità della situazione. Qui servono decisioni lampo e Monti invece dà vita a un seminario universitario tra professori: « Ma le pare collega!», «Dopo di lei.», « No, prima lei!»…
Attenzione, non parliamo del possibile contenuto dei provvedimenti (non desideriamo per ora entrare nel merito), ma della tempistica. Detto altrimenti: la casa brucia e qui si discetta, scambiandosi inchini, sul colore delle divise dei pompieri. Mah…
Anche il minitour europeo ci ha consegnato l’immagine di un Monti con il cappello in mano ma prodigo di banalità. E naturalmente in ciabatte (nel senso dello zio pensionato, di cui sopra…). Preferiamo stendere un velo pietoso sulla gaffe «dell’Italia che deve andare a fondo». Detto per inciso: se l’avesse commessa Berlusconi, Barbara Spinelli avrebbe scritto un editoriale di fuoco. Per non parlare del “Financial Times”…
Oggi, fine novembre, si legge che prima di Natale ci sarà il decreto sul piano anticrisi, eccetera. Alla buon’ora…
Insomma, Monti, almeno per adesso, non sembra un fulmine di guerra. Si pensi, altro esempio, alla telenovela dei sottosegretari, ancora da nominare ( e chissà quando…). A voler essere franchi, Monti appare indeciso a tutto. Magari, in attesa, di qualche input politico. Ovviamente dal Quirinale… E in seconda battuta dagli amiconi del Pd.
Veneziani ha paragonato Monti, se ricordiamo bene, a una specie di « uomo macchina per guidare il Paese».
Perfetto. Una tantum, siamo d’accordo con l’intellettuale di Bisceglie. Però a una condizione, come dire, di tipo automobilistico: Monti piuttosto che a una Ferrari, somiglia alla vecchia Fiat Cinquecento…

Carlo Gambescia

giovedì 24 novembre 2011

Il libro della settimana: Riccardo De Benedetti, Céline e il caso delle “Bagatelle” , Medusa, 2011, pp. 163, euro 14,00.

http://www.edizionimedusa.it/


A pagina 103 di Una Teoria della giustizia di John Rawls (Feltrinelli, ed. 1982), secondo alcuni il capolavoro del filosofo liberal americano, si legge: «Una società aperta incoraggia la più ampia diversità genetica. Inoltre è possibile adottare politiche eugenetiche più o meno esplicite. Non intendo occuparmi di problemi di eugenetica, e mi limiterò agli obiettivi tradizionali della giustizia sociale». Tuttavia, continua Rawls « la ricerca di politiche ragionevoli per questo scopo è qualcosa che è dovuto dalle generazioni precedenti a quelle successive, essendo questo un problema che si manifesta tra generazioni. Perciò una società deve prendere nel corso del tempo, iniziative che come minimo garantiscono il livello generale delle capacità naturali, e impediscono la diffusione di gravi imperfezioni».
Nel cuore dell’Impero, anno di grazia 1971, il maggior filosofo liberaldemocratico, si lasciava scappare dalla penna un’affermazione che probabilmente, pur ritenendola troppo blanda, Louis-Ferdinand Céline avrebbe condiviso nel 1937. Ovviamente, scagliandola, a sua volta, contro gli Ebrei, eugeneticamente pericolosi… Ma Céline avrebbe sottoscritto la frase di Rawls, non tanto come più che simpatizzante di un’ideologia razzista, ma innanzitutto quale medico e moderno “credente” nei grandi poteri curativi della scienza moderna, anche come seria possibilità scientifica di purificare la “razza”.
Proprio a questa inquietante fede trasversale nella scienza, pensavamo, leggendo il denso libro di Riccardo De Benedetti dedicato allo scrittore francese: Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa, 2011, pp. 163, euro 14,00). Dove, con stile accuratissimo e ricchezza di idee, si ricostruisce la storia di un «libro maledetto», violentemente antisemita, che ancora oggi è impossibile acquistare o leggere, se non in edizione clandestina. Opera, a suo tempo, esclusa dall’edizione Pléiade per espresso divieto della famiglia. Scrive, infatti, Lucette, consorte di Céline, di cui giustamente De Benedetti riporta l’interessante testimonianza (le parentesi quadre sono nel testo): «Oggi [2001, all’età di 89 anni], la mia posizione sui tre pamphlets di Céline: Bagatelles pour un massacre, L’Ècole des cadavres e Les Beaux Draps, [manca significativamente, e onestamente, Mea Culpa] rimane molto ferma. Ho interdetto la loro riedizione e, senza sosta, intentato processi a tutti coloro che, per delle ragioni più o meno confessabili, li hanno pubblicati clandestinamente, In Francia come all’estero. Questi pamphlets sono esistiti in un certo contesto storico, in un’epoca particolare, e non hanno causato a Louis e a me che del male. Ai nostri giorni non hanno alcuna ragione di esistere (…) Anche ora, e precisamente per le loro qualità letterarie, essi possono, presso alcuni spiriti, manifestare un potere malefico che ho voluto, a qualsiasi prezzo, evitare. Ho la coscienza della mia impotenza a lungo termine e so che, presto o tardi, risorgeranno in tutta legalità, ma non ci sarò più e ciò non dipenderà più dalla mia volontà » .
Ecco, si dovrebbe ragionare più a fondo sul concetto di «potere malefico», comunque lo si intenda, invece di perdersi nei meandri dell’ inutile diatriba tra critici fascisti e antifascisti sulla liceità o meno di pubblicare il Céline antisemita… Un aspetto, quello del «potere malefico», che invece De Benedetti, da ottimo conoscitore di Eric Voegelin approfondisce: «Come mi sono limitato ad accennare poco sopra, la nozione di razza ha ben poco a che fare con la religione; la sua costruzione e declinazione in termini politici fa totalmente a meno del linguaggio religioso confessionale. Non si vuole ammettere, qui come in tanti luoghi della discussione contemporanea, che anche il processo di secolarizzazione-laicizzazione ecc, produce i suoi mostri. Quello razzista gli si addice, in misura non certo inferiore a quanto sia stato addebitato al cristianesimo l’antigiudaismo».
Eccellente. Céline portatore (neppure sano) di un male moderno, che attraversa comunismo, fascismo, democraticismo, e persino certo liberalismo progressista, come abbiamo visto a proposito di Rawls: quello, per dirla con De Benedetti che riprende Voegelin, della «commistione di discorso scientifico e progettualità politica».
Un punto colto molto bene nella postfazione anche da Giancarlo Pontiggia, l’ eccellente traduttore dell’edizione Guanda, uscita e subito sequestrata nel 1982: «Se Céline è un autore corrosivo, pericoloso non è certo per i contenuti che esprime nei suoi pamphlet, così semplicistici e iperbolici da apparire a volte ridicoli, semmai per il violento attacco che muove alla cultura umanistica (che liquida, anche stilisticamente, con la dicitura di “stile-liceo”) e perciò all’idea di umanità, di civiltà che essa ha saputo sviluppare. In questo egli è veramente, integralmente moderno, rappresenta anzi il punto di svolta verso la piena modernità novecentesca, che si esprime - come è noto - nella rinuncia a un pensiero strutturato, nel potere accordato alla forza emotiva e viscerale delle parole, dei suoni e delle immagini; nella definitiva liquidazione di ogni gerarchia critica ed estetica» .
Giusto. Ma facciamo un passo indietro. Quando nasce la cultura umanistica? E di quale modernità si parla? Quella di Erasmo da Rotterdam o di Francesco Bacone? Quella di Pascal o dei Libertini? Quella di Vico o di Helvétius ? Quella di Rousseau o di Burke? E cosi via, fino alle profonde pagine di José Ortega y Gasset, Raymond Aron e François Furet sui “moderni” totalitarismi economici e politici novecenteschi.
Cosa vogliamo dire? Che il vero punto della questione non è tanto quello di discutere se celebrare o meno, come sembra suggerire De Benedetti, peraltro neppure con grande (crediamo) convinzione personale, il Céline «cantore di questa fine senza inizio». La modernità ha senz’altro un inizio e uno slittamento o deviazione. E probabilmente avrà anche una fine… E di queste cose, ossia delle “Bagatelle” della modernità, magari partendo proprio da quelle di Céline, che si dovrebbe ragionare. O no?
.
Carlo Gambescia



mercoledì 23 novembre 2011


I soldi sono tutto?



Difficile rispondere con un sì o un no. E soprattutto quando nelle tasche della gente, come ora, di denaro non ce n’è molto. Anzi… Comunque sia, procediamo per gradi. Si può partire da Leonardo Becchetti, docente di economia, autore qualche anno fa di un interessante studio in argomento: Il denaro fa la felicità? (Laterza). Parliamo di un libro intrigante, dove ci si occupa dello studio e della misurazione della felicità, dal punto di vista delle scienze sociali, e in particolare economiche.
Abbiamo detto misurazione. Infatti, misurare la felicità, almeno apparentemente, non è più una “missione impossibile”. Dal momento che oggi è possibile stabilire alcuni punti fermi, o meno instabili, grazie a sondaggi di opinione, basati su interviste, facilmente “strutturabili” e “somministrabili”.
A dire il vero, almeno per il Novecento, la palma del pioniere-felicitologico (da felicitologia, neologismo accademico, non proprio felice), spetta a un grande sociologo : Roberto Michels. Il quale scrisse nel lontano 1918, Economia e felicità (Vallardi). Un bel testo, da allora, ma più ristampato. Peccato.
Dicevamo, si o no? Secondo le ricerche di Becchetti, sì, ma a una condizione. Che intorno all’uomo sussista un vigoroso sistema di relazioni sociali. Per farla breve: famiglia, amici, associazioni. Per dirla, poeticamente, con il grande Ezra Pound: «Vieni, compiangiamoli quelli che stan meglio di noi./Vieni, amica, e ricorda/che i ricchi han maggiordomi e non amici,/ e noi abbiamo amici e non maggiordomi. » (La soffitta, da Lustra, in Opere Scelte, Mondadori, p. 85)).
Insomma, si è felici quando si è consapevoli, individualmente che non sì è solo quel che si guadagna, ma quel che si fa per gli altri. O, ancora meglio, quel che si divide e condivide con il prossimo. Molto intriganti e calzanti gli esempi di Becchetti a proposito del volontariato. Le ricerche infatti mostrano quanto alle origini di questo fenomeno, oggi abbastanza diffuso, ci sia la gratificazione sociale e morale: il senso di fare un lavoro socialmente utile, e perciò meritorio. Come dire: la felicità non si nutre di solo pane…
E qui va aperta un’interessante parentesi sul rapporto tra altruismo, felicità e salute. Alcuni studi illustrano come il disinteresse - certo, non fino all’auto-dissoluzione - renda più felici e allunghi la vita. Gli ottimisti, coloro che affrontano la vita con il sorriso e la generosità, vivono più a lungo. Si vedano ad esempio le ricerche di Pitirim A. Sorokin, risalenti agli anni Cinquanta del Novecento, sugli effetti benefici di un sano altruismo, su se stessi e gli altri. Ricerche tra l’altro, oggi disponibili anche in lingua italiana (P.A. Sorokin, Il potere dell’amore, Città Nuova 2004) . Insomma, i soldi non sono tutto.
A questo punto, passando dal privato al pubblico, non possiamo non porci un’altra domanda: lo Stato deve promuovere la felicità dei cittadini?
In realtà, come ben sanno economisti e sociologi, si tratta di un interrogativo spinoso, perché le indagini mostrano che i singoli hanno con le politiche pubbliche un rapporto contraddittorio: per un verso i cittadini cercano la protezione dello Stato (in termini di pensioni, assicurazione sociali, eccetera), per l’altro aspirano a far coincidere la felicità con il massimo della libertà proprio dai voleri dello Stato. E soprattutto in economia (meno tasse, meno vincoli legislativi, eccetera). Di qui quella difficoltà oggettiva, da parte dei governanti, a far quadrare il cerchio tra politiche sociali e ricerca di una sfrenata libertà individuale.
Libertà che i singoli cittadini spesso cercano di perseguire, spendendo denaro, disperatamente accumulato, in beni socialmente inutili. E solo per comprarsi una egoistica “fettona” di felicità. Che malinconia.
Va perciò recuperato l’insegnamento di Albert O. Hirschman (Felicità privata e felicità pubblica, il Mulino) sul senso condiviso del bene pubblico, sullo spirito di servizio, nonché sul valore esemplare dei comportamenti di coloro che sono ai vertici. Cosa sostiene Hirschman? Che le “regole”, per quanto nobili, da sole, non bastano mai. Perché se mancano esemplarità e fiducia, le “regole” possono essere sempre violate all’insegna del famigerato “perché lui sì, io no”… Cui, inevitabilmente, segue la corsa all’arraffa-arraffa collettivo… Anche qui, che malinconia…
È dunque chiaro, quanto l’Italia di oggi, assetata di facili ricchezze, si trovi su una china pericolosa. Ecco allora, la necessità di immaginare un percorso, anche politico, per ricostruire una certa di idea di felicità al tempo stesso pubblica e privata; un’idea basata su valori come il senso della comunità, della famiglia, dei doveri professionali, della “morigeratezza”. Una felicità, insomma, non egoistica, ma capace di recepire il senso dei doveri pubblici e privati. Senza per questo scivolare nel puritanesimo morale. Una felicità, in definitiva, che sorga, non tanto ( o non solo) dal denaro percepito, quando dalla consapevolezza di aver fatto bene il proprio lavoro. Dal momento che gli studi “felicitologici”, ripetiamo, mostrano come la gratificazione morale del singolo, nasca da quel rispetto che si vivifica e cresce intorno a coloro che si “spendono”, soprattutto moralmente, per gli altri. Ma, come dire, a cuor leggero, con naturalezza. La “moneta morale”, l’unica vera moneta, deve andare e venire, tonificando i rapporti sociali.
Qualcuno ha scritto, la borsa pesante fa il cuore leggero. Non è vero, è il cuore leggero che fa la borsa pesante. Anche se, qualche volta, vuota o quasi.

Carlo Gambescia