giovedì 8 settembre 2011

Il libro della settimana: Antonio Franchini, Memorie di un venditore di libri, Marsilio 2011, pp. 78, Euro 9,00 


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http://www.marsilioeditori.it/


Anno di grazia 1975, cento chilometri a Sud di Roma, località di mare. Al giornalaio, chiedo dove sia una libreria… E lui, un piccoletto sui quaranta, abbronzato come un pescatore, mi risponde: « Song’io! », indicandomi una botteguccia, proprio alle spalle dell’edicola, senza insegna, seminascosta dalle foglie di un cespuglioso oleandro in debito di potatura. Accompagnato dal giornalaio-pescatore entro e trovo una donna scalza, somigliante come una goccia d’acqua alla Lollobrigida di “Pane Amore e Fantasia”. Una bellezza selvatica che stira su un tavolaccio strategicamente allineato alla porta di ingresso, per infilare tutta l’aria fresca in entrata. La Bersagliera non sembra curarsi di noi. Dagli scaffali non si affacciano tomi, bensì pacchi di quaderni, confezioni di colori, scatole di matite e materiale vario di cartoleria e perfino alcuni sacchetti di carbone. I libri invece sono impilati sul pavimento; ce ne sono addirittura sotto l’asse da stiro, travestiti da protesi cartacea. Con lo sguardo schedo mentalmente intere collane economiche: Universale Laterza, Oscar Studio Mondadori, Piccola Biblioteca Einaudi… Il paradiso della saggistica di allora. Certo, volumetti mal rilegati (come i vecchi “UL” Laterza), e perciò condannati a spaginarsi. Ma - miracolo! - a prezzi vecchi. Negli anni dell’inflazione a due cifre i listini correvano, ma dalla Bersagliera i prezzi erano fermi a cinque anni prima.
Insomma, per farla breve, uscii di lì con una cassetta della frutta, quelle di una volta a listelli legno, strapiena di libri… Grato al Giornalaio-Pescatore e alla silenziosa Bersagliera, ma ancora di più al rappresentante che, evidentemente, disdegnava quella specie di Fortezza Bastiani del libro economico sulla costa tirrenica.
Ora, chiunque abbia navigato nei misteriosi mari del Sud del libro, come chi scrive, non deve farsi sfuggire il gustoso racconto di Antonio Franchini, Memorie di un venditore di libri (Marsilio 2011, pp. 78, euro 9,00). Dove il vero protagonista non è il simpatico Procolo Falanga, invece solerte e affabulante visitatore di tutte le Fortezze Bastiani da Napoli in giù, ma quel Sud profondo, per dirla con Battiato, prima dell’arrivo dell’ l’Idrolitina.
«Zone depresse» dove, ancora negli anni Settanta del Novecento, si considerava il libro roba da professori, inutile al popolo, se non per pareggiare la zoppicante gamba di un tavolo uso asse da stiro… Ma diamo la parola al buon Procolo (al secolo Ferdinando, rappresentante della Mondadori), conosciuto in carne e ossa da Franchini: « ‘A Calabria? La Calabria è debole in tutto, la Calabria è un peso per l’Italia. È come se uno tenesse ‘o pede sempre ingessato. Sia sul versante tirrenico sia su quello ionico noi i libri li davamo a chi vendeva i giornali, e siccome all’epoca i giornali li vendevano i barbieri, noi là sotto tenimmo nu cinquanta per cento di clientela che so’ ex barbieri. Non c’erano edicole all’epoca; dinto add’o barbiere ‘ a gente s’arrucchiava e allora s’accattava pure ‘ o giurnale. Ce ne steva uno a Belvedere Marittimo, che si chiamava Nicastro Aristodemo, e un altro, a Lauria Superiore, che si chiamava Astuto Ciro, che ancora hanno conservato le sedie di barbiere del vecchio locale. E quando facevano le rese, restituivano i libri con i capelli e i peli in mezzo alla pagine » .
Una tragedia, anzi una tragicommedia all’italiana, proprio come quella della Bersagliera del cinema, contesa da Carabinieri e artisti girovaghi. E oggi? Gomorra, come Franchini ben sa, ha venduto anche al Sud. Evidentemente, il Mezzogiorno è mutato. Il libro non è più visto come roba da istruiti giacobini. Probabilmente, grazie all’ Idrolitina della scuola di massa, il Mezzogiorno è diventato più istruito e moderno. Resta però un pubblico che compra solo megaseller. Certo, non più dal barbiere, perché anche ad Afragola ormai proliferano i centri commerciali. Per contro, se è vero che da Napoli in poi si legge di più, è altrettanto vero che il Nord resta sempre in testa, anche nella lettura. Benché le statistiche poi rivelino la deprimente realtà di un’ l’Italia unita che prende schiaffi anche in libreria dal resto d’Europa: una specie di grande Nord, di cui noi italiani, purtroppo, continuiamo a rappresentare il Sud depresso, pre-Idrolitina.
Che, alla fin fine, abbia ragione Don Procolo ? Da noi, « ‘e libri, nun è che nun se vendono mò. ‘E libri nun se so’ venduti maie…» . Amen.

Carlo Gambescia
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mercoledì 7 settembre 2011


Progresso? Non basta la parola




 Il progresso è quella cosa… difficile da definire… Va però detto che, probabilmente, Giambattista Vico era sulla buona strada: Ascoltiamolo: « Gli uomini prima sentono il necessario, di poi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrapazzar le sostanze » (Scienza nuova).

Detto altrimenti: l’uomo talvolta è il peggior nemico di se stesso, dal momento che è tanto abile a costruire quanto a distruggere. Ergo, il progresso è sempre temporaneo e segnato da periodici avvitamenti e regressioni. Alti e bassi, insomma.
Naturalmente, un tema così ampio non può essere risolto in poche battute o righe. Quel che però si può fare è fornire alcune indicazioni sulle varie posizioni ideologiche in argomento. Dopo di che, tana libera per tutti.
Doverosa premessa: la vera differenza, quando si parla di progresso, è fra chi crede nel progresso morale dell’uomo e chi no.
Ad esempio, il neo-talebano Massimo Fini, non crede nel progresso morale dell’uomo ( che, detto in soldoni, significa non confidare nella forza trasformatrice dell’educazione). Viceversa, Serge Latouche, altrettanto critico nei riguardi dell’ideologia del progresso, vi crede fermamente. Tuttavia, Fini e Latouche insistono sulla necessità di una decrescita economica… E quindi sull’ importanza del regresso materiale.
Qui però sorge un problema, soprattutto per i neo-talebani, dal momento che se non si crede nel progresso morale dell’uomo, diventa poi difficile, se non impossibile, indicare alternative valide all’idea di progresso materiale. E per un semplice motivo: l’idea di perfettibilità morale (attraverso il condizionamento culturale dell’uomo) impone di credere nell’umana possibilità di crescere ( o progredire ) interiormente. Inoltre, chiunque predichi la decrescita materiale, non può ignorare, alcune costanti sociologiche che attraversano la storia dell’umanità, come la regolarità amico-nemico. Ma facciamo un esempio.
Come accennato, l’idea di decrescita implica la necessità di credere nella capacità di progresso morale dell’uomo. Infatti, il rifiuto del modello di vita consumistico non può non essere frutto di una progressiva crescita spirituale-morale. Tuttavia, l’idea di educare alla decrescita implica anche un problema di tipo politico: come comportarsi con coloro che rifiutino di modificarsi spontaneamente? Come regolarsi con coloro che non vogliano o possano partecipare ai processi (obbligatori e istituzionali) di educazione collettiva? Come comportarsi con gli amici del progresso materiale? Fini, neo-talebano, sarebbe per l’eliminazione dei renitenti (scherziamo, ma fino a un certo punto…); Latouche, più moderato, per la rieducazione obbligatoria. Ma è giusto costringere l’uomo ad essere libero? E poi libero in che senso? E in nome di quali valori? Quelli decrescisti? E chi ci assicura che siano più giusti di quelli capitalisti?
Riassumendo, sul progresso, vanno registrate almeno tre posizioni: 1°) quella degli “imperfettisti totali” , che rifiutano il progresso, non credendo in alcuna possibilità di crescita dell’uomo, spirituale e materiale, come Massimo Fini; 2°) quella dei “perfettisti a metà”, che invece credono nel progresso morale come fattore per introdurre la decrescita materiale, come Latouche; 3°) quella dei “perfettisti materiali”, che celebrano gaiamente il progresso tecnologico ed economico quale sinonimo di progresso culturale, come gli attuali sostenitori della globalizzazione da oltranza.
La prima posizione è regressiva. Dal momento che resta legata alla celebrazione di mummificate “Età Tradizionali”. Un vicolo cieco. Roba da talebani, appunto.
La seconda posizione non è del tutto regressiva, dal momento che è progressiva in senso morale. Tuttavia, tende a ignorare, come nel caso di Latouche, il ruolo del politico e del rapporto, non lineare, tra educazione spontanea (individuale) e obbligatoria (collettiva). Inoltre, il decrescista francese sembra sottovalutare anche la diversa “tempistica”, da regolare “politicamente”, tra progresso morale (meno veloce) e progresso materiale, tecnologico ed economico (più veloce). Insomma, per così dire, un mezzo vicolo cieco.
La terza posizione, quella tecnocratica e mercatista punta invece sul costante e globale sviluppo materiale. Il che, alla lunga, rischia di fare la bua all’intero pianeta Terra. Altro vicolo cieco.
Come concludere? Che sotto il cielo regna una grande confusione. Probabilmente, per tornare a Vico, siamo nella fase storica, in cui si « istrapazzano le sostanze». Poveri noi.

Carlo Gambescia

martedì 6 settembre 2011



Chiesa delle parole o del silenzio?


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La Chiesa deve restare in silenzio o no? Secondo il Cardinale Angelo Bagnasco, intervenuto alla Summer School organizzata dal Pdl, «oggi si vorrebbe che la Chiesa tacesse perché ogni sua parola viene giudicata come un’ingerenza nelle questioni pubbliche e politiche». Oppure, «che la Chiesa rimanesse in sacrestia», perché «la preghiera in fondo non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti».
In realtà, secondo il Presidente della Cei resta « davvero singolare che a tutti si riconosca come sacra la libertà di coscienza, mentre dai cattolici si pretenda che prescindano dalla fede che forma la loro coscienza». Invece, la Chiesa - ecco le sue conclusioni - «ha il dovere di essere attiva per far sì che la società non diventi dei forti e dei furbi, cioè disumana».
Chiarissimo. Secondo il Cardinal Bagnasco, come per Paolo di Tarso, il cattolicesimo deve parlare al mondo. Tuttavia c’è una controindicazione. Però, come nostro costume, la prendiamo da lontano. Chiediamo perciò al lettore un briciolo di pazienza.
Le democrazie contemporanee, piaccia o meno, si reggono istituzionalmente sulla ragionata dialettica degli interessi. Semplificando: gli interessi vengono sempre incoraggiati e preferiti rispetto alle passioni, soprattutto se roventi. Ovviamente, ogni pacata dialettica democratica implica la crescente trasformazione dei differenti attori collettivi in gruppi di pressione economica, sociale e culturale. Di riflesso, quanto più una società risulta capace di contrattare pacificamente i diversi interessi, tanto più riesce a ridurre il rischio di conflitti sociali e politici violenti.
Perciò denunciare, magari ad arte, un gruppo sociale, religioso, culturale solo perché si è trasformato ( o cerca di trasformarsi)) in gruppo di pressione, rischia di alterare il corretto funzionamento di qualsiasi democrazia basata sulla ragionata dialettica degli interessi.
Pertanto il Cardinal Bagnasco ha perfettamente ragione quando asserisce che il cattolicesimo ha tutto il diritto di parlare al mondo. Tuttavia, il vero problema è come: in termini di valori o di interessi? Infatti, la situazione rischia di complicarsi quando un gruppo religioso, desideroso di partecipare alla dialettica degli interessi, pretenda al tempo stesso, come spesso capita alla Chiesa Cattolica, il riconoscimento di uno statuto morale superiore a quello degli altri gruppi di pressione. E in che modo? Invocando “valori” - piacciano o meno - spesso estranei alla democrazia degli “interessi”.
E qui si apre un grosso problema: appena lo statuto di superiorità viene concesso al gruppo in questione, gli altri gruppi sociali (soprattutto se religiosi) sentendosi discriminati, di regola, passano all’offensiva, chiedendo, per analoghe ragioni morali, parità di riconoscimento e trattamento.
Il che significa solo una cosa: la democrazia degli interessi implica un forte potere politico, capace di imporre e far rispettare regole uguali per tutti, senza però limitare la libertà dei singoli cittadini e dei vari gruppi sociali. Un obiettivo che non sempre lo Stato riesce a perseguire. E per motivi legati ai “massimi sistemi”: scarso spirito di autodisciplina dell’uomo, diversità culturale delle tradizioni storiche, differenti qualità delle élite al potere, eccetera.
Di qui però il continuo conflitto, non sempre addomesticabile, tra i gruppi sociali e in particolare fra quei gruppi che si muovono sul confine tra interessi e valori, come appunto la Chiesa Cattolica. Del resto può uno Stato restare completamente neutrale? No, visto che le sue élite dirigenti non possono non riflettere gli interessi e i valori storicamente prevalenti in ogni epoca.
Quale soluzione?
Difficile dire. Il ritorno, auspicato dal Cardinal Bagnasco, a una democrazia sacralizzata o imbevuta di valori cattolici (dipende dal punto di vista...), implica un difficile, se non impossibile, accordo pubblico fra molteplici tradizioni storiche, fortemente conflittuali. Per contro, qualsiasi ulteriore cammino sulla via della democrazia degli interessi, comporta il definitivo “raffreddamento” delle ultime isole di “passione” sociale, a cominciare dalla Chiesa cattolica. Un fatto non proprio positivo, perché l’uomo non vive di solo pane…
Inoltre, un potere politico privo di idee, come capita in Italia, contribuisce a rendere la dialettica tra interessi e passioni sempre più confusa e pericolosa. Il che non depone in favore della pace sociale.
Insomma, un bel dilemma. Chiudiamo perciò con una citazione del grande Charles de Gaulle tratta da Il filo della spada ( La Biblioteca di Libero, pp. 60-61). Certo, parliamo di un repubblicano che non faceva sconti a nessuno. Tuttavia le sue parole, se ci si perdona il bisticcio, parlano a tutti, a cominciare dai cattolici : « Silenzio, splendore dei forti, rifugio dei deboli, pudore degli orgogliosi e fierezza degli umili, prudenza dei saggi e saggezza degli sciocchi. Per l’uomo che desidera o che trema, il naturale impulso è di ricercare nelle parole uno sfogo all’angoscia. Se egli vi cede, vuol dire che compone con la sua passione o con la sua paura. Parlare, d’altra parte, significa diluire il proprio pensiero, effondere il proprio ardore, in poche parole disperdersi».
A buon intenditor…



Carlo Gambescia

lunedì 5 settembre 2011

La sinistra e l’amor patrio 
a corrente alternata



A Genova, la piazza Cgil  ha fischiato l’Inno di Mameli, presenti Burlando, D’Alema, Cofferati.  I quali hanno fatto finta di niente. Eppure fino a qualche giorno fa, complici le manifestazioni del Centocinquantenario,  la sinistra sembrava aver riscoperto l’amor patrio.  Ovviamente,  non parliamo solo della sinistra  dei  cantanti, imitatori e attori. Ma anche di quella composta di  politici e sindacalisti.  Invece è bastato uno sciopero generale… e tutto pare tornato come prima. Perché ?  
In realtà, sarebbe ingiusto negare  il cambiamento intervenuto nella sinistra, soprattutto negli ultimi anni.   Probabilmente,  alla base del  recupero dell’idea di patria  vanno  ricondotti il settennato “tricolore” e “riformista” di Ciampi e  quello, ancora in marcia, di Napolitano. Ma anche la caduta del Muro e il crescente antileghismo, tanto per indicare  i motivi più importanti.   
Resta però il fatto che  il patriottismo “di sinistra” ha radici storiche piuttosto deboli Per almeno due ragioni.
Innanzitutto, la moderna idea giacobina di nazione armata, come momento della verità, dove solo chi va in battaglia diventa cittadino a tutti gli effetti, arrivò in Italia con le truppe di Napoleone, e scomparve con la sua sconfitta.  Certo,  il Risorgimento ebbe  anche  i suoi patrioti eretici, come ad esempio, Pisacane, Mazzini, e più tardi Battisti e Salvemini. I quali cercarono di conciliare nazione e internazionalismo, privilegiando però l’idea di patria. Ma  furono minoranze. Per contro,  il socialismo riformista di Treves e Turati, per non parlare di quello massimalista, rimase largamente internazionalista. Togliatti invece  si legò a Mosca. Mussolini, diversamente, cercò di unificare socialismo e nazione. Con risultati, a dire il vero,  non proprio esaltanti, soprattutto sul piano di una politica estera, inutile nasconderlo,  rovinosa.
Ragion per cui,  l’atto di nascita, a sinistra, dell’idea di patria, risale alla Costituzione Repubblicana del 1948.  Un testo  alle cui origini  non poteva però non esserci  il  mito politico fondante  della Nuova Italia  nata dalla Resistenza, così caro al Pci.  Una scelta, quella comunista,  la cui ambiguità  era   ben riassunta, anche iconograficamente,  dal tricolore che si scorgeva appena sotto la bandiera rossa con stella, falce e martello,  vessillo politico-elettorale del Pci.
E qui sarebbe  troppo lungo  discutere del 1943-1945  come  periodo del massimo indebolimento dell’idea di   patria italiana.  Rinviamo al bel libro in argomento  di Ernesto Galli della Loggia.
Resta però un fatto importante: l’idea di patria  per essere interiorizzata  e sentita  ha bisogno di continuità politica e generazionale.  Proprio quel che è mancato in Italia, e  in particolare nel secondo dopoguerra.   Infatti,  se per  Fascismo e neofascismo, l’esperienza del ventennio restava il coronamento dell’Unità italiana, per la Resistenza, nelle sue varie componenti (quindi anche di sinistra…), la dittatura fascista rappresentava  l’autobiografia in negativo della nazione: una  specie di “tradizione al contrario”, da seppellire. Altro che continuità politica…   Di qui  però la necessità,  visto che  l’uomo non  vive di solo pane,  di riconoscersi in un’ idea di patria, nuova di zecca,  capace di recepire, fondendole insieme, l’idea di libertà e i valori dell’internazionalismo:  una “mission impossible”,  frutto di un confuso mix tra universalismo marxista e cattolico,  che si proponeva di conciliare costituzionalmente patria  e diritti dell’uomo,  a danno però della prima…  Di cui  però fu complice, in sede istituzionale,  anche certo liberalismo nostrano, tutto pace e mercato.  
Perciò,  la nostra Costituzione - e di conseguenza il  neo- patriottismo della sinistra -  resta tuttora fonte di divisioni piuttosto che di unità.  E purtroppo di ipocrisie.
Prendiamo ad esempio il famoso articolo 11 dei Principi Fondamentali: « L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». La sinistra lo usa tuttora per criticare qualsiasi scelta di politica estera  che provi a  giustificare, anche lontanamente, qualsiasi conflitto. Per contro,  sempre la Costituzione, all’articolo 52,  statuisce che «la difesa della patria è sacro dovere del cittadino». Parole, sulle quali fa leva la destra, per giustificare, la guerra al multiforme terrorismo fondamentalista,  minaccioso anche  per il suolo della Patria.   
Chi ha ragione? È possibile eliminare la guerra per legge?   Viene prima la libertà dei popoli o quella delle nazioni? Mah… Di sicuro, la Costituzione,  così com’è,  non aiuta…   
Come definire, allora,  l’idea di patria della sinistra?   Inventata, costituzionale,  e perciò, a voler essere clementi, molto  artificiosa.  Insomma di profondo non c’è nulla. E quando giunge l’ora x, rappresentata da una crisi economica gravissima o dalla partecipazione a una missione militare, nella sinistra  torna sempre a farsi vivo il richiamo della foresta dell’internazionalismo. Il che spiega i fischi di Genova e, più in generale, il patriottismo a corrente alternata.     
In realtà, andrebbero prima  riannodati  i fili della storia d’Italia. Tutti. Prendendo  atto degli errori, delle pagine tristi, ma anche di quelle eroiche. Insomma, non si può costruire un’idea di patria a metà, partendo dal 1945,  oppure dal 1861, saltando a piè pari, l’Italia della Prima guerra mondiale, perché oggi l’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra…       

                                                               Carlo Gambescia


venerdì 2 settembre 2011

Liberalismo cesarista? 
Potrebbe essere un’idea…
di Carlo Gambescia



La storia, si usa dire, viene sempre scritta dai vincitori. E probabilmente, se il neoliberismo ancora non ha una storia degna di tale nome, è perché, malgrado siano passati più di  trent’anni  dal ciclone Thatcher-Reagan, non ha ancora vinto la sua battaglia.  Anzi,  la crisi economica attuale sta rimettendo in discussione proprio le passate politiche economiche neoliberiste. 
Comunque sia,  di questa  mezza  vittoria  alcuni si rallegrano, altri meno. Pochi però si interrogano seriamente  sulle sue ragioni. E in particolare sui nodi politici della questione. Ad esempio, può il mercato essere l’unica risposta ai problemi dei diritti sociali? Può la politica, come decisione sull’architettura legislativa di una società, ritrarsi e lasciare che a dettarne le linee siano gli interessi economici? Può la politica estera di uno Stato essere esclusivamente condizionata dalla bilancia commerciale?
Come si può notare sono domande fondamentali, alle quali non sempre è possibile rispondere  nettamente con un sì  o un no.  Ma bisogna comunque provare, partendo, magari, da certo liberalismo empirico di origine italiana (che ad esempio rinvia a statisti come Cavour,  Giolitti, Einaudi), come dire, “metodologico”. Che guarda più  alla sostanza che alla forma delle cose. O se si  vuole, al mondo reale, dove appunto la politica, la grande politica (Cavour unì l’Italia, Giolitti la modernizzò, Einaudi, da  Ministro delle Finanze,  la ricostruì), deve avere sempre  l’ultima parola.
Pertanto, invece di continuare a fare voli pindarici per ricostruire esotiche filiazioni, sarebbe utile studiare il liberalismo politico italiano. Soprattutto nella sua versione “realizzata”, grazie all’ opera  degli statisti di cui sopra. E sui quali esiste una ricchissima  letteratura storica  che aspetta solo di essere riscoperta.
Tornando al neoliberismo, non possiamo non segnalare, nella totale mancanza di lavori critici, lo studio di David Harvey, professore  britannico  di scienze sociali  intitolato, appunto, Breve storia del neoliberismo (il Saggiatore).
Attenzione però: Harvey  non è sicuramente un “simpatizzante”. Tutt’altro. Dal momento che è su posizioni, a grandi linee socialdemocratiche, non proprio vecchio stile, ma comunque  abbastanza lontane da quelle di Blair… Il suo libro però è interessante perché oltre a fornire una ricostruzione accurata dell’ultimo trentennio neoliberale, aiuta a riflettere sui pericoli di un liberalismo completamente  ripiegato sull’economia. Non solo: Harvey, suo malgrado, mostra, come tutto sommato, la Thatcher e Reagan  pur dando il via alle  liberalizzazioni, anche in mondo cruento (si pensi alla vicenda dei controllori di volo americani e dei minatori inglesi), non smisero mai di  “fare politica” in senso  forte.  E qui basti ricordare le Falkland e il progetto reaganiano di scudo stellare. In certo modo, Harvey ci aiuta a misurare e capire il giusto rapporto tra politica ed economia. Ad esempio, nel libro si  distingue molto bene tra liberismo teorico (puro,  concepito  da professori come Ludwig von Mises), al limite utopistico,  e liberismo pratico dei politici, che deve fare in conti con la realtà, e dunque mediare. In proposito, risulta  molto interessante la sua distinzione tra il neoliberismo dei padri nobili, la Thatcher e Reagan, e  quello spesso solo sbandierato  dal gruppo di neoconservatori che gravitava soprattutto  intorno a George Bush  figlio.  I primi, almeno a suo avviso, facevano poca politica. i secondi ne hanno  fatta fin troppa.  Harvey accusa i neocons di aver  imposto al paese, a causa delle guerre in Medio Oriente  condotte in nome della libertà di mercato, disavanzi  pubblici stratosferici di tipo keynesiano. Altro che neoliberismo!   
Ciò significa che non è facile trovare un punto di equilibrio tra politica ed economia, ossia tra Stato e Mercato… Ma non è detto che per questo si debba rinunciare. Magari accettando supinamente il mito del mercato puro.  Certo, occorrono leader  coraggiosi e ricchi di capacità prospettiche. Non sempre facili da trovare.
Le egemonie, anche quelle liberali, per imporsi hanno bisogno di un Cesare: non di dittatori, per carità, amiamo troppo la democrazia. Ma di  eccellenti statisti, capaci di decidere, mediando, certamente,  tra interesse collettivo e privato, ma, ripetiamo,  in grado di decidere senza menar il can per l’aia.  Berusconi -  che da sempre  si proclama liberale - è perciò avvisato.    
Detto altrimenti:   il liberalismo o sarà cesarista o non sarà affatto; o sarà politico o non sarà proprio… E qui,  se dalla pratica si vuole passare alla teoria e allo studio,  gli autori liberali, solo per fare qualche nome, non mancano:  Max Weber, teorico dell’economia nazionale;  Wilhelm Röpke, uno padri dell’economia sociale di mercato; Raymond Aron, acuto  polemologo ,  Gianfranco Miglio, studioso, incomparabile,  delle istituzioni politiche.   
Ovviamente,  in concreto,   l’apparizione dell’uomo  giusto -  nel senso del grande  politico liberale -  resta  frutto  di circostanze storiche.  Certo,  gli  “eventi”   possono sempre  essere   “aiutati” dalla presenza di un’atmosfera culturale adatta.  Si pensi,  solo per fare un esempio spesso usato anche da Röpke,  al ruolo determinante giocato nella modernizzazione  della Turchia, all’epoca auspicata dai ceti produttivi e  militari del Paese, dalla provvidenziale apparizione di Mustafa Kemal Atatürk.            
Comunque sia,   il  liberismo ( “neo” o meno),  da solo non basta.  Quando il mercato  viene abbandonato a se stesso, come prova la crisi attuale, la sciocca celebrazione del  laissez faire rischia di  provocare solo disastri.   Detto altrimenti: qui, serve un Cesare, possibilmente liberale.
                                                                   Carlo Gambescia 


giovedì 1 settembre 2011

La retroattività non è  nazionalpopolare
di Carlo Gambescia



Talvolta quando si parla di valori patriottici, nel senso di pensare al bene comune di tutti  gli italiani (c'è chi parla addirittura di valori nazionalpopolari...), gli   interlocutori, non pochi per la verità,  storcono il naso o fanno spallucce come  si trattasse di roba vecchia: patria, nazione, popolo, valori  fuori moda.  E invece non è così.
Si prenda  il caso degli ultimi provvedimenti  varati  ieri l’altro  dal Governo e  contestati dall’Opposizione.  Si dice:  Berlusconi   ha cambiato idea  più volte, fino a ridurre il valore  delle misure prese a poca roba.  Vero. Ma allora l’Opposizione?   Bersani, ad esempio,   nelle sue controproposte  non ha inserito una misura una sul lavoro e  sul contenimento della flessibilità… Insomma, come si dice dalle nostre parti:  ammazza ammazza,  è tutta una razza…    
Detto altrimenti:  Maggioranza e Opposizione, invece di fare gli interessi degli italiani (di tutti gli italiani)  si preoccupano  di accontentare gli alleati di Governo, le varie correnti e  il proprio elettorato, facendo e rifacendo i conti della serva.   
Vabbè,   ma che c’entrano -  penserà qualche lettore -  gli interessi  con i valori nazionalpopolari?
Un attimo di pazienza…  Facciamo subito un esempio.
La Maggioranza  prima  ha avanzato, poi ritirato,  la proposta di annullamento  del riscatto  pensionistico degli anni universitari e del militare, anche quando  il  riscatto fosse già  stato pagato;   flirtando, non proprio onestamente,  con  il principio di non retroattività  delle  norme.  L’Opposizione, a sua volta, ha proposto di ritassare retroattivamente i capitali scudati l’anno scorso    Capito? Se non è zuppa è pan bagnato…   
Infatti,  nei due casi l’idea condivisa da Destra e Sinistra resta la stessa: che le leggi sono un optional…  Ovviamente così si distrugge  la residua  fiducia del cittadino italiano nei riguardi dello Stato.
Si dirà: chi trafuga capitali all’estero prova di non avere  alcuna  fiducia nelle istituzioni.  Esatto.  Ma che dire di chi ha rischiato,  perché  fiducioso  nelle leggi,  di  veder sparire all’improvviso  i denari versati per riscattare   anni di studio?
Insomma, qui  sono in gioco valori molto più importanti di quelli legati a qualsiasi presunta lotta di classe, valori, tra l’altro,  invocati dall’Opposizione solo quando conviene.
Il punto è che l’Italia è cambiata:  non è più quella raffigurata nel celebre dipinto di Giuseppe  Pellizza da Volpedo.   In una società come la nostra,  nonostante tutto a  benessere diffuso e di ceti medi,   si deve   governare, a Destra come a Sinistra,  puntando sulla costante  creazione e conservazione di  un clima di fiducia nella certezza delle leggi.  Ovviamente, l’evasione fiscale va combattuta, ma in modo leale. Di conseguenza  la furbesca  retroattività delle misure per pareggiare i conti pubblici non giova a nessuno:  né allo Stato,  né cittadini.  E, in fondo,  neppure  ai mercati.  
Ora, per venire finalmente al punto, cosa c’è di più nazionalpopolare della fiducia nelle istituzioni e nelle leggi?   
                                                                 Carlo Gambescia
 

          

mercoledì 31 agosto 2011


Tremonti ha letto Hayek? 



Da tempo si “ciacola” intorno alla riforma dell’articolo 41 della Costituzione. A dire il vero, in argomento oltre ai peana (scontati) di Confindustria e “alette” liberal del Pdl e del Pd, la parte del leone sembra giocarla Giulio Tremonti. In realtà, per ora, siamo dinanzi al solito zig zag dialettico che però non promette nulla di buono, ovviamente per il cittadino. Tremonti, in particolare, si riferisce all’opportunità, di poter finalmente tagliare per ricaduta, grazie alla modifica dell’articolo 41, chilometri di leggi e regolamenti. Resta però difficile capire cosa effettivamente cambierà. Anche perché, ad esempio, durante il meeting riminese, il Ministro dell’Economia, abbottonatissimo in argomento, si è limitato a reiterare che «il Governo sta lavorando alla modifica dell’Articolo 41 della Costituzione». 
Intanto, per comodità del lettore, ne pubblichiamo il testo: 
«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». . 
Ora, l’articolo (anche alla luce dei successivi 42 e 43) è frutto di una intelligente mediazione tra il principio liberale che tutela l’esercizio del diritto di proprietà, (principalmente come «iniziativa economica privata») e il principio sociale, di derivazione cristiana e socialista, che pone dei limiti («programmi e controlli») a una pratica antisociale dell’ attività economica privata. Nel quadro - ecco il punto di forza - della comune condivisione (tra liberali, cattolici e socialisti) di un coordinamento a «fini sociali» tra economia privata e pubblica, costituzionalmente sancito. 
Siamo sicuri, allora, che un liberale vero, come Friedrich von Hayek ( e non in lega leggera come Tremonti & Company), riformerebbe l’articolo 41? 
No. E in particolare, pensiamo al grande Hayek di Legge, legislazione e libertà
Hayek distingue tra la legge in generale (nomos), intoccabile e necessaria, che può essere appunto quella racchiusa nell’articolo 41 (e di riflesso nella Costituzione), che fissa le regole generali, e il comando specifico (thesis), modificabile e non necessario, perché quasi sempre parcellizzato nei mille comandi racchiusi nella successiva, e in alcuni casi inutile, legislazione organizzativa. 
Ora, Tremonti vuole intervenire sul nomos, e non sul comando specifico o thesis (come invece, se fosse veramente liberale, dovrebbe fare…). Diciamo questo perché la Costituzione Italiana, per dirla ancora con Hayek, può essere interpretata come un’istituzione frutto di un ordine spontaneo nato da una dialettica evolutiva, e “dal basso”, tra posizioni intellettuali e politiche diverse, e non esito di un’ organizzazione imposta “dall’alto”. Parliamo, insomma, di un ordine spontaneo (non imposto), recepito nella sintesi costituzionale. Probabilmente la nostra può apparire un’interpretazione estensiva e in chiave sociologica del pensiero di Hayek. OK. Ma, anche ammesso che sia tale, la riteniamo comunque lecita, proprio alla luce di un liberalismo, ricco di spunti pragmatici, come quello hayekiano. 
Ricapitolando, Tremonti pretendendo di riformare l’articolo 41 pecca, per dirla ancora con Hayek, di costruttivismo: perché vuole imporre dall’alto il mutamento di quella cornice istituzionale (nomos) che assicura l’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Quando invece basterebbe intervenire dal basso sul comando (thesis), riducendo il volume dei comandi (organizzativi) specifici. Sorge perciò spontanea la domanda: Tremonti ha letto Hayek? 

Carlo Gambescia