*********************senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica"*******************
martedì 5 luglio 2011
lunedì 4 luglio 2011
Modesta difesa ( o quasi) del bordello…
di Carlo Gambescia
Nell’udienza di lunedì scorso, il Pubblico ministero Pietro Forno, a proposito delle serate Bunga Bunga, ha parlato di «bordello». Facendo riferimento ad un «sistema strutturato per fornire ragazze disponibili a prostituirsi» . Salvo poi, nella serata ritrattare, secondo alcuni, goffamente: «Non ho mai detto che Arcore era un bordello. Il termine bordello è stato utilizzato come riferimento storico alla divisione dei compiti prevista dalla legge Merlin che, come noto, prevedeva la soppressione delle case chiuse».
Se si apre un dizionario, alla voce bordello si legge: «1. Casa di tolleranza, postribolo; 2. luogo malfamato, ambiente corrotto, 3. pop. Chiasso, fracasso confusione ».
Ora, giudici a parte, mettere sullo stesso piano, come spesso si legge sui giornali ferocemente antiberlusconiani, le serate Bunga Bunga e quelle di una casa di tolleranza, con tanto di scampanellate e marchette, è improprio, come spiegheremo più avanti. Forse, sì può parlare di luogo malfamato? Mah… dalla lista delle personalità chiamate a testimoniare non pare proprio… Ambiente corrotto? Certo, se si dà credito all’Accusa, l’ambiente non poteva non essere corrotto… Ovviamente, la Difesa sostiene il contrario. Quindi, per ora, siamo 1 a 1. Dobbiamo perciò sospendere il nostro personale giudizio, fino ai tempi supplementari (se non addirittura ai calci di rigore) della sentenza definitiva. Chiasso, fracasso, confusione? I vicini, a quanto risulta, non si sono mai lamentati.
Battute a parte, occorre fare un passo indietro.
Robert Musil, a proposito di un suo personaggio, scrisse: «Certo, se si vuole assolutamente definire prostituzione il vendere per denaro soltanto il proprio corpo, e non, com’è costume, l’intera persona, allora bisogna dire che Leona, occasionalmente esercitava la prostituzione».
Il lettore prenda nota: «Vendere l’intera persona». Ma le ragazze del Bunga Bunga, vendevano (ammesso e non concesso che si vendessero…) l’intera persona? Stando alle intercettazioni, no. Insomma, non agivano da professioniste del vecchio bordello (la prostituzione dell’intera persona come fine in sé), ma giudicavano il Bunga Bunga un mezzo (non coinvolgente la propria persona più di tanto), per arrivare ad altro: televisione, cinema e, certamente, anche soldi. Certo, possiamo condannarle moralmente. Ma nulla più.
Ovviamente, il ragionamento può sembrare cavilloso: per la legge si configura il reato di prostituzione, quando c’è un corrispettivo in denaro, punto e basta. Tuttavia, le professioniste del bordello appartenevano a un mondo affettivamente ricco e tutto sommato più onesto. Come prova, e in modo suggestivo, la vecchia raccolta curata dal grande Giancarlo Fusco (Quando l’Italia tollerava). Il bordello, per molti “clienti”, era una specie di seconda e accogliente casa “chiusa”. Perché, mettere il vendita l’intera persona, per la prostituta, socialmente dichiarata ( e “schedata”), significava non puntare ad altro: era quel che faceva… Di qui, la chiara divisione dei ruoli, ma anche un clima di affettuosa “tolleranza”, talvolta intimità, tra “signorine” e clienti abituali.
Certo, la sensibilità attuale non si riconosce più in un mondo spazzato via, e per certi aspetti giustamente. Ma proprio per tale ragione, che c’entra il Bordello con il Bunga Bunga?
Carlo Gambescia
venerdì 1 luglio 2011
L'infermiera rumena massacrata di botte
Storie di ordinaria
violenza
« Stav’ a passa’ j’ho dato
solo du’ pugni e me ne so’ ‘annato via. E che sarà mai...». Ecco la
giustificazione di uno dei due ventenni coinvolti a Roma nell’aggressione
notturna a colpi di casco ai danni di un altro giovane, rimasto gravemente
ferito. E per quale motivo? Punirlo per gli schiamazzi all’ uscita da un
locale, dove si era esibito, con altri amici, in un concerto dal vivo.
Che dire? Lo stupore manifestato dal giovane, ricorda quello di un altro
“violento normale”: il ragazzo romano che uccise, con un pugno, ripreso dalle
telecamere della metropolitana, una giovane infermiera rumena, allontanandosi
tranquillamente come se nulla fosse…
Facile moralismo? Le aggressioni, stando alle statistiche, dilagano non solo a
Roma ma in tutte le principali città italiane. E riguardano, in particolare,
gli under venticinque, tra l’altro quasi due aggressioni su tre, sono imputabili
a cittadini italiani. Quindi il fatto, sociologicamente, non può essere
addossato, come al solito, all’immigrazione clandestina o meno.
Che fare, al di là della pura repressione del reato? Le campagne contro il
bullismo a scuola sono importanti sotto il profilo educativo. Tuttavia, nelle
fasce di età tra i diciotto e i venticinque anni, pesano anche disoccupazione e
flessibilità. Un lavoro stabile accresce l’ auto-rispetto e il senso di
responsabilità sociale. Certo, poi ciascuno si esprime secondo la cultura
ricevuta. E qui un ruolo negativo è giocato da quel culto della violenza, come
mezzo più rapido per ottenere giustizia, ormai celebrato in chiave
multimediale. Non vogliamo, ovviamente sostenere la facile tesi che il giovane,
subito dopo la visione di un film violento, esca di casa pronto a uccidere…
Tuttavia, non aiuta sicuramente la gratuità di certa violenza, un tempo solo
televisiva e cinematografica, oggi invece alla portata di tutti grazie a
YouTube. Si pensi a quei giovani e giovanissimi, capaci di spendere l’intera
giornata davanti a un Pc ingurgitando messaggi, socialmente pericolosi,
contenuti in prodotti (dal film al videogioco), spesso segnati dal totale
disprezzo per la vita umana. Il rischio, come mostrano le cronache, è di finire
per confondere la violenza reale con quella virtuale. Il clic sulla tastiera
con quello di un grilletto.
Purtroppo, resta una questione, non nuova, che tuttavia molti sembrano tuttora
ignorare: quella della crescente insofferenza verso gli altri. Si tratta di una
condizione che innerva le moderne società di massa. Dove l’individuo, per
riflesso, è portato a distinguersi dall’altro, anche ricorrendo all’uso della
violenza, vista come mezzo di normale realizzazione dei propri, si far per
dire, “valori”.
E così, una notte, con un bel colpo di casco ci si libera di un ragazzo che in
qualche misura ci infastidisce. In fondo, che sarà mai…
Carlo Gambescia
giovedì 30 giugno 2011
Il libro della settimana: Valter
Binaghi e Giulio Mozzi, 10 buoni motivi per essere cattolici, pref. di Tullio
Avoledo, Laurana Editore 2011, pp. 140, Euro 11,90,
![]() |
| http://www.laurana.it/ |
Werner
Sombart ne Il socialismo tedesco,
raccolse 187 «denominazioni» del termine socialismo. Si andava da «socialismo
sociale » a «socialismo centralista », per cinque pagine di fila. Probabilmente
per catalogare le definizioni di cristianesimo, religione bimillenaria, non
basterebbero libri su libri… Per questa ragione non ci convince il tentativo di
Valter Binaghi e Giulio Mozzi di produrre l’ennesimo libro in argomento: 10 buoni motivi per essere cattolici,
(pref. di Tullio Avoledo, Laurana Editore 2011, pp. 140, euro 11,90 - http://www.laurana.it/).
Ci spieghiamo subito.
L’idea dei «buoni
motivi» implica una visione del cattolicesimo, di qui l’interpretazione o
definizione: l’ennesima appunto. E di che si tratta? Binaghi e Mozzi, tifano
per un «cristianesimo-cattolicesimo» dell’amore. Se si vuole, delle emozioni,
poco sociologico, molto immaginario o immaginato… Ora, qualche pezza d’appoggio
al nostro discorso.
La religione
«cristiana cattolica (…) è, prima di tutto, una narrazione: un insieme, un
coacervo di narrazioni. È una storia d’amore difficile e contrastata - come
tutte le storie d’amore - tra un creatore e le sue creature» ( Binaghi e Mozzi,
p. 25). Un creatore, «tanto innamorato da farsi ammazzare nel più umiliante dei
modi – appeso a una croce, trafitti i polsi e i polpacci, ad agonizzare per ore
– per dare prova del proprio innamoramento» (Mozzi, p. 46). Perciò, ecco il
punto, trattandosi di una religione « fondata sul comandamento dell’amore, la Chiesa è caduta, secondo
Ivan Illich, nella più pericolosa delle tentazioni: quella di voler
“controllare – fino a regolamentarlo – questo nuovo tipo d’amore. Di creare
un’istituzione che lo garantisca, lo assicuri, lo protegga, criminalizzando il
suo opposto”. Corruptio optimi pessima.
Ignorando ciò che Gesù disse davanti al suo giudice (“Il mio Regno non è di
questo mondo”), la Chiesa
ha fatto non solo di se stessa un’istituzione selettiva e conservatrice, ma su
quel modello sono anche sorte le istituzioni secolari oppressive che
l’occidente ha prodotto via, e che svelano la modernità non come l’antitesi ma
come la perversione del cristianesimo» (Binaghi, p. 51). Per inciso, l’amico
Alain de Benoist, a proposito del rapporto cristianesimo-modernità, dice più o
meno le stesse cose. Ma lui non è cristiano…
Su
queste basi, alquanto fragili sul piano della reale comprensione del funzionamento
delle istituzioni sociali (che, attenzione, sono sempre selettive, gerarchiche
e conservatrici, a prescindere dal credo…), vengono poi declinati i buoni
motivi per essere cattolici. Motivi che possono essere più meno buoni, ma che
risentono di un vizio d’origine: quello dell’assiomatizzazione del Dio
dell’amore. Tesi, nessuno lo nega, che ha un fondamento teologico nel Nuovo
Testamento. Ma che purtroppo non ne ha uno di tipo sociologico. Il che
determina, nell’argomentazione di Binaghi e Mozzi, il mancato raccordo tra
dover essere (il Comandamento dell’amore) e l’essere (il necessario
funzionamento dell’istituzione-Chiesa, per forza di cose “sociologiche”, sempre
selettiva, gerarchica, e conservatrice…). Una frattura che Mozzi e Binaghi,
cercano di colmare puntando sul ruolo del profetismo, come punta dell’iceberg
movimentista, nel nome, semplificando, di una specie di trotzkismo cristiano,
all’insegna delle rivoluzione permanente: «Il profeta è dunque colui per il
quale in qualsiasi momento, un atto di libertà è possibile. O, se preferite, è
colui per il quale in qualsiasi momento un atto di speranza è possibile: il
nesso tra speranza e libertà mi pare evidente. Qui, nella percezione che un
atto di libertà e un atto di speranza sono possibili, nascono i gesti di
coraggio. Nascono i grandi amori. Nascono le grandi intuizioni cognitive.
Nascono le idee che guidano i popoli. Nascono le accettazioni estreme, come
quella di Maria. Nascono i rifiuti estremi, come quelli dei martiri (da Stefano
a Jan Palach). Eccetera» (Mozzi, p, 119). Perciò « anche la Chiesa , come ogni comunità,
ha bisogno di essere rinnovata nello Spirito, e dunque non può fare a meno del
profeta. Dagli Atti degli apostoli apprendiamo che ogni comunità cristiana
delle origini ne aveva uno. Ivan Illich direbbe che ha maggior ragione ne ha
bisogno, perché chi custodisce il dono più grande corre il più grande rischio:
quello di organizzare una cinta muraria a difesa di quel dono anziché
diffonderlo presso le genti, o di farne il fondamento e la giustificazione di
un potere, pervertendone totalmente il significato» (Binaghi, p.127).
Che Mozzi e Binaghi,
pensino a se stessi come nuovi profeti? Mah… sospendiamo il giudizio. Tuttavia,
questo modo trotzkista (il movimento è tutto, l’istituzione nulla) di intendere
il «cristianesimo-cattolico» è molto pericoloso. Perché rischia per un verso di
distruggere un equilibrio bimillenario, frutto di necessari compromessi (perché
sociologici) tra istituzioni e movimenti, mentre per l’altro di impoverire
quella cultura della mediazione che, piaccia o meno, è necessaria a una Chiesa
che pur non essendo del mondo deve comunque parlare al mondo. O no?
Quanto
al Dio dell’amore, non essendo santi, profeti, mistici, teologi non abbiamo le
carte in regola per pronunciarci. Con onestà, ammettiamo però di non avere
tanta simpatia neppure per il Dio del Vecchio Testamento.
Di una cosa invece
siamo più certi: l’uomo non è amore né odio allo stato puro. E i preti sono
uomini come tutti gli altri (dal Papa all’ultimo parroco). Di qui, tre
raccomandazioni ai cattolici (massì, ci buttiamo pure noi…): realismo, nel
giudicare come spesso vanno, o meglio non vanno, le istituzioni della Chiesa;
massima osservanza, per quanto umanamente possibile, del Decalogo; fede
assoluta, dopo aver chiuso e riposto i manuali di sociologia, nella Provvidenza
divina. Non è molto, ma può aiutare… Anzi, aiuta e da duemila anni.
Carlo Gambescia
mercoledì 29 giugno 2011
La scomparsa di Peter Falk
Quando il Tenente Colombo andò
in Russia...
La settimana scorsa, Peter Falk se ne è andato per sempre, e con lui il
famosissimo Tenente Colombo. L’abile quanto mal messo poliziotto di origine
italiana, capace di risolvere i casi più intricati, stringendo il colpevole
nell’angolo, grazie alla sua perspicacia e al sudicio libretto degli appunti
dove si annotava tutto.
Gli ultimi anni di vita dell’attore non sono stati felici, a causa di
controversie in famiglia. Inoltre Falk soffriva di Alzheimer. Ma non è di
questo che vogliamo parlare. I coccodrilli li lasciamo volentieri agli altri.
Anche perché desideriamo ricordare in particolare un suo vecchio film italiano.
Piccola premessa. Come è noto Peter Falk non era di origini italiane, nelle sue
vene scorreva sangue ungherese, polacco e russo. Eppure le sue
caratterizzazioni più incisive restano quelle dell’italo-americano come il
Tenente Colombo e del mafioso, simpatico e sfortunato di Angeli con la pistola. Miracoli di
Hollywood…
Però, scorrendo i giornali in occasione della sua scomparsa, abbiamo scoperto
solo qualche timido accenno a una delle sue più belle interpretazioni. E non
del solito italo-americano, ma di un italiano tout court. Di quale caratterizzazione parliamo? Del
tenente napoletano Mario Salvioni. Un suo stupendo cammeo, come si dice in
gergo, nel film di Giuseppe de Santis, Italiani
brava gente (1964): un’opera spettacolare sulla sfortunata campagna
dell’Armir, girata in Russia e con grandi scene di massa. Un film che per certi
aspetti, ricorda La Grande Guerra di
Monicelli. Ecco quel che si legge in proposito nel classico Morandini (1999): « G. de Santis
(1917-1997) persegue la sua idea di cinema popolare ricorrendo all’impiego dei
generi (commedia dialettale compresa) e delle regole per piegarli in senso ideologico
e didattico: l’internazionalismo, la divisione per classi e non per
nazionalità, l’antieroismo, la solidarietà tra russi e italiani poveri, la
denuncia dell’assurdità delle guerra».
Insomma, un film - prendendo spunto da una parola alla moda - piuttosto che
fasciocomunista, comunista vecchia maniera… Ma riapriamo il Morandini: «Narrazione rapsodica
attraverso quadri ed episodi corali, di un ‘epica “bassa” impregnata di una
costante vena “malinconica” con una pittoresca galleria di personaggi e di
macchiette tra cui bisogna ricordare almeno il tenente medico napoletano di P.
Falk, l’antifascista meridionale di R. Cucciolla, il contadino emiliano di L.
Pryguniov ».
Insomma, un grande Peter Falk. Sentiamo come ne parla, nel saggio dedicato a De
Santis, il critico Stefano Masi: « Particolarmente felice è la costruzione del
personaggio del tenente napoletano Mario Salvioni, uno scansapericoli che, solo
per orgoglio, veste i panni dell’eroe e finisce per trovare la morte nel più
stupido dei modi. Peter Falk è molto bravo nei panni di questo gagà napoletano.
La sua non è la comicità drammatica di La grande guerra. Il personaggio che
egli interpreta è simile, piuttosto, a quello del marinaio burlone di Roma ore
11, per la sua surreale assurdità, quasi zavattiniana. Mentre i partigiani
russi lo conducono al loro accampamento, egli chiede ad uno di questi
“comunisti atei”: “Ma se non credete in Dio con chi ve la prende¬te quando
dovete bestemmiare?”. E alla bella partigiana molto seriamente fa la corte: “Tu
sei proprio una bella ciaciona. Se capiti a Napoli ricordati che io abito in
via Partenope numero 263, interno 8” .
E aggiunge: “Ma prima di venire telefona!” » .
Aggiungiamo, confidando nella nostra memoria, che nel film, Peter Falk era
doppiato da Carlo Croccolo, un napoletano verace, ma capace di inflessione
dialettali da quartieri ricchi. Un modo di esprimersi, appunto da gagà, che
faceva e fa la differenza con la parlata dei napoletani dei vicoli e dei bassi.
Se è vero, come si dice, che non esistono piccole o grandi parti, ma solo
piccoli o grandi attori, il Peter Falk-Mario Salvioni, prova che con la morte
dell'attore americano il cinema perde purtroppo un altro grande protagonista.
Carlo Gambescia
martedì 28 giugno 2011
Se potessi (non)
avere 1000 euro al mese
Ormai i giornali si occupano solo del caso
Bisignani-P4, perciò quel che stiamo per riferire è finito sepolto sotto
paginate e paginate di intercettazioni... Veniamo al dunque: secondo l’Istat,
anno di grazia 2009, quasi la metà dei nonni d’Italia (il 46,5 per cento) ha un
reddito da pensione inferiore ai 1.000 euro. Quattro soldi e con un’estate
davanti… Sì perché, studi e indagini confermano che il periodo più duro per
l’anziano è quello estivo. I mille euro, in fondo, sono la punta di iceberg, di
una società che considera poco l’anziano , soprattutto quando arriva la
“stagione dei bagni”, un momento in cui i già tenui legami familiari diventano
ancora più flebili. Ci spieghiamo meglio. Le “grandi vacanze” segnano un punto
di rottura anche negli affetti. E così molti anziani sull’orlo della vecchiaia
e con pochi di mezzi finiscono per restare soli. O in amara “compagnia” ,
quando esistono infrastrutture sociali e culturali, di altri coetanei, a loro
volta, vittime sacrificali dell’egoismo vacanziero dei figli. Un ghetto.
Che cosa resta all’anziano solo in città? La televisione ( che di gran lunga è
il passatempo preferito). Tenuta accesa, spesso, per più di otto ore
giornaliere, in particolare, pare, dagli under settantacinque. Un dato,
purtroppo confortato, dalle cosiddette morti domestiche, dove spesso il corpo
senza vita di un “nonno” o di una “nonna”, viene ritrovato talvolta dopo
settimane, davanti a una televisione urlante e indifferente. E con il
telecomando “abbandonato” sul vecchio divano, tanto per citare Franco Battiato.
Ora, senza pretendere di volare troppo alto,
si può però dire che la “questione anziani” è legata all’uscita “dal ciclo
produttivo” dell’uomo-anziano, in genere tra i sessanta e i sessantacinque. A
quel punto, se non si hanno mezzi economici congrui, si corre il rischio di
uscire dal circuito della socialità. Perché gli impegni degli anziani si
rarefanno, a mano a mano che entrano nel ciclo della vecchiaia, dopo i
settanta. Mentre figli, a loro volta, molto impegnati e soprattutto se privi di
prole in età scolare da affidare ai nonni, si allontanano in misura crescente
dai padri ormai vecchi.
In genere, dopo i settant’anni, la socialità
tra padre e figli, si riduce al minimo di una telefonata giornaliera, se non
settimanale. Restano le feste del ciclo religioso e familiare, che vengono però
festeggiate sempre più di rado in famiglia. I figli, in fuga da un lavoro
spesso oppressivo, preferiscono gli amici coetanei, oppure l’isolamento a
livello nucleare (marito, moglie e figlio). in qualche località turistica.
Perciò, ripetiamo, d’estate,
il maggiore isolamento di cui è vittima l’anziano, rischia di accrescerne l’
emarginazione esistenziale e sociale. Figurarsi poi, con meno di mille euro al
mese da spendere…
Carlo Gambescia
lunedì 27 giugno 2011
Società di rating
C’è Moody’s e maniera…
E ti pareva. Adesso Moody’s ha
messo sotto osservazione il rating di sedici banche dello Stivale. Perciò, si
prepara un possibile taglio in linea con quello già adottato verso l’ Italia.
Insomma, per queste società, pubblico e privato, stato e individui sono la
stessa cosa. E per giunta si tratta di consulenze ben pagate, richieste dagli
stessi soggetti che devono essere valutati. Detto brutalmente: cornuti e
mazziati.
Ripassino storico-semantico. Il termine “rating” deriva dall’inglese “to rate”
(giudicare, valutare). Il concetto si riferisce a una valutazione di tipo
qualitativo; semplificando al massimo: se un soggetto economico sia o meno
solvibile.
Attualmente, il rating è controllato da due operatori mondiali: Moody’s
Investor Service (Moody’s) e Standard and Poor's Rating (S&P). Non va però
dimenticato un terzo operatore, più piccolo: l’agenzia Fitch IBCA (Fitch), di
proprietà francese, fondata nel 1924, quasi un due picche…
Standard and Poor’s iniziò la sua attività nel 1860, quando il fondatore Henry
V. Poor propose agli investitori statunitensi un’analisi di affidabilità e
qualità del credito dei progetti riguardanti l’edificazione di canali e
ferrovie. Nel 1909, anno primo della presidenza del repubblicano Taft, nacque
Moody’s Investor Service che cominciò a valutare i titoli del governo federale,
trattandoli alla stregua di quelli emessi da qualsiasi privato: un fatto,
soprattutto concettualmente, fondamentale. Si trattò della madre di tutte le privatizzazioni,
comprese quelle di tanti nipotini venuti dopo, come la signora Thatcher e il
presidente Reagan. E così Moody’s e S&P, guardarono per svariati decenni
solo al ricco mercato statunitense.
Stando a uno studioso della materia, «il mercato del rating, conobbe un primo
periodo di espansione tra il 1909 ed il 1930. Negli anni ’40, ’50 e ’60 le
agenzie dovettero fronteggiare una domanda debole a causa di un ambiente
caratterizzato da una bassa volatilità, un’economia sana e ben pochi fallimenti
da parte delle aziende». Per contro, a partire «a partire dagli anni ’70 si è
assistito ad un periodo di rapida crescita che dura fino ad oggi».
Gli esperti però non ci dicono che, dopo il 1945, l’approccio americano al
mercato dei capitali fu imposto, al resto del mondo occidentale, per ragioni
militari, di spada… Inoltre, a partire dalla fine degli anni Settanta, grazie
alla vittoria mondiale delle tesi neoliberiste e al crollo politico, nella
parte orientale, del nemico sovietico, la regolamentazione basata sui rating
dilagherà in tutti i paesi, sviluppati e non, Unione sovietica inclusa.
Tuttavia le società di rating, come ogni altro attore economico, non possono
non subire il peso di giganteschi conflitti di interesse. Dal momento che il
mercato puro, buono e bello, esiste solo nei libri si testo di economia. Ad
esempio, si pensi al fallimento di grandi società come Enron, WorldCom,
Parmalat. Come mai, e parliamo di fatti avvenuti qualche anno fa, nonostante i
prezzi delle loro azioni fossero in calo, o comunque soggetti a fluttuazioni
anomale, le agenzie di rating si guardarono bene dal riformulare per tempo le
proprie valutazioni favorevoli?
Alcuni esperti confidano tuttora nel Nuovo Accordo “Basilea 2” sui requisiti patrimoniali
della banche. Accordo, entrato in vigore nel 2007, che consente alle banche di
scegliere - stiamo semplificando - tra rating interno ed esterno, affidato
appunto alle società di rating. C’è però un problema. Sembra infatti che i
mercati continuino a confidare nelle valutazioni esterne alle imprese. Il che,
in linea di principio, sarebbe pure giusto. Ma chi controlla i controllori?
Carlo Gambescia
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