lunedì 7 gennaio 2008

Un articolo di Alessandro Piperno 

Louis-Ferdinand Céline e 

il male del secolo




Non è facile affrontare il male del Novecento che brilla negli occhi di Louis-Ferdinand Céline. Soprattutto se non lo si storicizza, quel male. E ieri Alessandro Piperno non è riuscito neppure ad alzare lo sguardo su di lui... (http://www.corrieredellasera.it/ ).
Innanzitutto parliamo di uno storicismo, abbastanza particolare, che sappia ricondurre le questioni "letterarie" nell’alveo di un prospettiva storica vivente. Capace di farsi cronaca vissuta, o storia, apparentemente infinita, almeno fin quando sussistono, nei singoli e nel sociale, quei problemi irrisolti che ne sono alle radici.
Purtroppo Piperno interpreta Céline attraverso un’altra categoria critica, quella dell’universalismo intellettuale. Ma debole. E come è di moda oggi alla luce di un solipsismo nichilistico.
Ecco la sua tesi. Céline sposa la causa ideologica sbagliata. Tradendo così la sua funzione di scrittore dedito alle professione di quei valori universali, riassunti nella “pietà per la condizione umana”, così ben raffigurata nel corpo a corpo con la morte di Bardamu, il protagonista di Voyage au bout de la nuit il suo primo libro ("uno dei libri del secolo", nota Piperno). Ma in che modo”? Mettendo la sua prosa "scandalosamente raffinata" al servizio dell’antisemitismo nazionalsocialista, prima in Bagatelle per un massacro ("un libro schifoso") e infine nella trilogia del Nord. Uno stile, che proprio perché "prezioso" quasi in misura "oracolare", rese la “troika di libelli” (…) incapace di raccontare il dramma che l’umanità stava per vivere”.
In conclusione a uccidere criticamente il Céline del Voyage fu l’eccesso di stile e non di ideologia… E forse qui, ma è solo un' ipotesi, c'è un che di invidia da scrittore a scrittore... Ma questa è un'altra storia.
Probabilmente per capire Céline ci si dovrebbe immergere nel buco profondo e buio di quel “disincanto nichilista”, così apprezzato da Piperno proprio nel primo Céline. Un disincanto, che invece a nostro avviso, apre e sorveglia il massiccio portale di piombo dell’inferno novecentesco. E che continua a contagiare, dopo essersi riconvertito in scepsi democratica, le “poetiche” letterarie e filosofiche dominanti. Tradotte, così bene, in pillole avvelenate dal cinema d'oltreceano.
Un disincanto, zeppo di antieroi cinematografici miniti di seghe motorizzate, che si potrebbe far risalire al gusto pre-dark di certo tardo romanticismo, a suo tempo sezionato senza pietà da quel chirurgo dell’anima romantica (e delle sue chincaglierie) che era Mario Praz.
Un disincanto individualista e nichilista che inglobando, pur ad altissimi livelli stilistici, “tutto” Céline, si brucia prima nel fuoco del totalitarismo monopartitico, per poi alimentare con le sue ceneri il pensiero debole e/o pulp-massificato dei nostri giorni, altrettanto totalitario con la sua fede nel laissez faire a tutto tondo. Ma divinizzato e condiviso da Piperno. Un pensiero "attuale" che continua a conquistare le menti, perché riproduce in misura stilisticamente perfetta ma senza alcuna pietà - ecco l’importanza del ferro storicista per capire - quella che “deve” essere la situazione esistenziale dell’uomo del Novecento e dopo, fino all’oggi: un essere solo, disincantato, anomico, sospeso tra due nulla: il primo che precede la nascita e il secondo che viene dopo la morte… E quel che è peggio appagato (per difetto) della sua condizione di servo sciocco di altre forze. Terrene.
Un' esistenza apparentemente  brillante nella forma ma grigia nella sostanza. Dove si accendono i richiami immaginifici ma inquietanti di luminose (e per alcuni numinose) cattedrali secolari. E l’antisemitismo può essere uno di questi richiami. Ancora oggi.
Ma non solo. Può esservi anche il triviale messaggio dell'Outlet di un individualismo debole, anomico, magari stilisticamente prezioso. Ma marcio dentro. Anche se fuori si mostra fieramente anarcoide e antiborghese, come era quello di Céline, oppure anarchico-borghese con vezzose curvature dandiste, com’è quello di Piperno. Fatte, ovviamente, le debite proporzioni letterarie e umane tra Céline e Piperno. Nonché tra Roma e Gerusalemme.
Lo stile non è tutto. La storia sì. E per sentirsi in colpa verso di essa è necessario comprenderla. Céline non l'aveva assolutamente capita, ma neppure Piperno. E probabilmente proprio per questa ragione Céline mai riuscì a sentirsi in colpa. Proprio come, oggi, Piperno a scrutarlo negli occhi.

Carlo Gambescia 

domenica 6 gennaio 2008

L'emergenza rifiuti in Campania

Questioni metafisiche




Quel che sta accadendo a Pianura, dove i cittadini si oppongono alla riapertura di una discarica è un caso emblematico. E non soltanto per il fatto in sé: l’apparente (finora) impossibilità di risolvere in Campania la questione rifiuti, a causa di inadempienze politiche e loschi traffici camorristici. Ma per il bassissimo livello del dibattito mediatico intorno a quella che una volta si chiamava, pomposamente "questione meridionale" (di cui quella "napoletana" era parte integrante).
Ma entriamo nel merito. In realtà, la discussione mediatica si è pigramente svolta intorno a quattro stereotipi: a) quello del mistero napoletano, categoria tipica di certo giornalismo di appendice tardo ottocentesco ; b) quello del capro espiatorio-camorra, come radice metafisica di tutti i mali della Campania; c) quello della classe politica napoletana (e meridionale) corrotta, a prescindere dall’appartenenza politica; d) quello dei napoletani (e meridionali), tutti sporcaccioni e incapaci di autogovernarsi. E qui lasciamo al lettore intelligente, il piacere di sfogliare i giornali e collegare i quattro stereotipi ai nomi di intellettuali, politici e giornalisti che brillano per pigrizia e (perché no?) razzismo ... Che pena.
Puntare sui misteri, aiuta i giornali a vendere qualche copia in più; "metafisicizzare" la camorra, può essere evocativo dal punto di vista di una teodicea laica a buon mercato, ma inutile da quello di una comprensione e risoluzione razionale del problema; teorizzare la corruzione costitutiva della classe politica come della gente comune, significa ritornare più o meno a Lombroso e soprattutto a certi suoi allievi più conservatori, se non reazionari.. E così trasformare in “antropico” il rapporto con i rifiuti di tutti coloro che sono nati e nasceranno da Napoli in giù. Che vergogna...
E' stupefacente come l’atteggiamento di fondo dell’informazione che conta ( grandi giornali e network televisivi nazionali ), a quasi a centocinquant’anni dall’ Unità italiana sia rimasto il medesimo e, purtroppo, ripetiamo razzista. Perché la tambureggiante "metafisicizzazione" della camorra senza entrare nei dettagli (nomi, cognomi, eccetera...), presenta la Campania come una specie di terra di nessuno. Dove, sempre seguendo il ragionamento dei metafisici, tutti i cittadini sono condannati (appunto metafisicamente) a trasformarsi in complici del Male Assoluto ( si vedano ad esempio i commenti dei media sulle "oscure" inflitrazioni, a proposito degli incidenti tra polizia e dimostranti…). Lo stesso discorso vale per le ridondanti, e oggi modaiole, critiche alle “caste” meridionali, che vengono però descritte come asservite "per natura" agli sporchi interessi della camorra. In questo modo si fa solo del pessimismo antropologico, che rischia di favorire nei cittadini, come risposta automatica, soltanto qualunquismo o violenza. E non democratica partecipazione politica. Una tragedia.
Come uscire, allora, da questo vicolo cieco?
In primo luogo, i media dovrebbero fare nomi e cognomi di corrotti e corruttori: tirare fendenti in aria contro il "Camorrista" o il "Politico" in chiave di metafisica del male, è nella migliore delle ipotesi ingenuo e nella peggiore imbecille.
In secondo luogo, magistratura e polizia invece di prendersela con i manifestanti di Contrada Pisani (manifestanti che comunque stanno esagerando...), dovrebbero proporsi per il futuro di fare luce sui “loschi intrecci”, come si legge, appunto, sui giornali. E sul serio.
Naturalmente andrebbero trovate e concesse maggiori risorse per consentire a polizia e magistratura di lavorare a pieno ritmo, come si dice, "per il ritorno della legalità".
Ma Prodi, che si preoccupa tanto dell’immagine dell’Italia, è in grado di reperire le risorse necessarie? Dal momento che inviare l'esercito a "liberare" dall' immondizia le strade davanti alle scuole è solo propaganda. E soprattutto un insulto per i napoletani.
Quelli onesti e laboriosi, che sono tantissimi.

Carlo Gambescia

venerdì 4 gennaio 2008

Aborto, moratorie e dintorni...




Antropologi, etnologi, sociologi e demografi sanno che le società possiedono alcuni criteri di autoregolazione demografica, come dire, in uscita e in entrata. La cui intensità di applicazione si rapporta ai costi storici e sociali di mantenimento di “nuove” e “vecchie” vite rispetto alla conservazione del gruppo. Di qui aborti, per prevenire l' eccessiva crescita demografica e/o l' eliminazione fisica dei soggetti deboli e socialmente "costosi", come gli anziani e i malati.
Sono criteri autoregolativi, che attraversano l’intera storia umana: dalle tribù di cacciatori, pescatori e raccoglitori, pronte a liberarsi di anziani e bambini, per non appesantire il bilancio economico del gruppo di appartenenza, alla Cina di oggi, dove non è permesso alle famiglie di procreare più di un figlio, fino alle attuali legislazioni sull’aborto e sull’eutanasia, più o meno permissive, secondo le diverse tradizioni culturali.
Pertanto, come risulta evidente, si tratta di modalità che rinviano a un nocciolo duro, utilitaristico, o se si preferisce materialistico, che esiste e persiste nelle “cose sociali”: la società, come capita agli animali feriti o malati, tende "in natura" a reagire per istinto di sopravvivenza, amputandosi la parte malata o infetta. E' una specie di deriva materialistica, verso la quale, tutte le società tendono ciclicamente a ritornare, soprattutto quando si indeboliscono o si dissolvono i criteri socioculturali (idealistici) di governo interno ed esterno dell'uomo e delle cose.
Nella tradizione occidentale il cristianesimo ha introdotto un criterio spirituale di eguaglianza tra gli uomini e di profondo rispetto per la vita. Si tratta di un criterio idealistico, che vieta all'uomo, in quanto Imago dei, di sopprimere qualunque altro essere umano per ragioni utilitaristiche. Di qui - almeno in linea di principio - il divieto di aborto e di eutanasia. Alla società, che si comporta come un animale ferito, il cristianesimo, impone di sopportare il “dolore”, anche a costo - sempre in via ipotetica - di provocare la sua dissoluzione.
A questi due criteri ( idealistico e materialistico, ma come detto il materialismo è nelle "cose sociali"), se ne è aggiunto negli ultimi secoli un terzo di derivazione illuminista e con profonde radici nell’ individualismo moderno. Si tratta di un criterio al tempo stesso materialistico e idealistico. Nel senso che per un verso tiene conto del bilancio demografico del gruppo sociale, e per l’altro "idealizza" l’individuo e in particolare i suoi diritti soggettivi, tra i quali ammette - semplificando - quello di darsi liberamente morte. Ma anche quello di "dover" godere, materialmente, di una vita libera e felice. E dunque di decidere, nel caso, quanti figli mettere al mondo. E soprattutto delle loro condizioni di salute: dal momento, che una volta al messi mondo, i figli se malati, potrebbero essere di intralcio alla ricerca individuale di felicità, per ogni membro della famiglia e per la stessa prole "malata".
Risulta perciò chiaro come fra le due tradizioni (chiamiamole pure così), quella cristiana idealistica e quella illuministica (materialistica-idealistica), non vi sia ponte: i punti di contatto sono praticamente inesistenti. Dal momento che per la tradizione cristiana l’idealismo è dato dall’uomo immagine di Dio, mentre in quella illuminista, dall’Uomo immagine dell’Uomo. Pertanto l’ "idealismo" illuminista, resta segnato da una forte curvatura materialistica, in quanto "idealizza" una realtà che è di questo mondo e non dell’altro.
Non può perciò non essere evidente come le discussioni di questi giorni intorno alla “Grande Moratoria dell’aborto”, siano destinate a sottolineare soprattutto le differenze fra le due tradizioni. E dunque a non approdare, vista la distanza tra le due concezioni, a pur auspicabili soluzioni di compromesso.
Va però detto che la tradizione idealistica, non poggiando su criteri utilitaristici (l’interesse dell’individuo e della società), presenta meno rischi involutivi di quella materialistica-idealistica, fondata comunque sull’autoconservazione fisica della società. E dunque passibile del progressivo scivolamento verso comportamenti da materialistica società di cacciatori, pescatori e raccoglitori, sbrigativamente attenta solo al proprio bilancio economico e demografico.
Tuttavia c’è chi crede che in una società pronta a celebrare i diritti dell’uomo, come la nostra, un’involuzione del genere sia praticamente impossibile. Ma perché escludere la possibilità, che una volta accettato il criterio utilitaristico-materialistico, non possa prevalere l’interesse della società a conservarsi su quello dell’ individuo a condurre una vita felice?  
Purtroppo, di regola, quando sono in gioco gli interessi materiali c’è sempre il rischio che a soccombere siano gli interessi meno capaci di coalizzarsi. E nel caso quelli di individui resi di fatto sempre meno responsabili, e soprattutto disposti a tutto pur di non rinunciare alla propria “fetta”, grande o piccola, di felicità materiale.
Finché si resta giovani, s’intende. 

Carlo Gambescia

giovedì 3 gennaio 2008

Sul criterio di "buona vita"

Diritto alla salute?



Il governo laburista di Gordon Brown sta studiando come collegare la fruizione del diritto all’assistenza sanitaria a una "sana condotta di vita" (“http://www.corriere.it/ - 2-1-08 ). E primi a essere nel mirino di possibili pratiche restrittive saranno gli obesi e i fumatori. Si tratta, così affermano fonti ufficiose, di un provvedimento testo a limitare i costi di un’assistenza medica pubblica, finora estesa a tutti i cittadini, che sta divenendo sempre più costosa.
Alcuni penseranno che tutto sommato sia giusto penalizzare, chi con una condotta di vita “pericolosa” si rovini “volontariamente” la salute, per poi rivolgersi in cerca di aiuto medico alle strutture pubbliche, finendo così per pesare sul bilancio sanitario. In realtà si tratta di una questione molto delicata. Vediamo perché.
In primo luogo, l’impiego di criteri utilitaristici ( i risparmi di spesa), da parte del potere politico, è sempre pericoloso, soprattutto se collegato a fattori, tutto sommato, di tipo eugenetico (come individuazione delle "buone" condizioni di riproduzione della specie umana). Dal momento che la scelta eugenetica, implicita nei provvedimenti allo studio in Gran Bretagna, implica non tanto una pura indicazione di “Vita Buona” ( “ Io Stato ti consiglio di non fumare e mangiare troppo, altrimenti ti puoi ammalare e morire”), ma di un vero e proprio ordine di condurre una “Vita Buona” (“ Non devi mangiare troppo e fumare, altrimenti Io Stato ti condanno a morte, privandoti delle cure mediche”).
Il che, in secondo luogo, risulta in contrasto con il diritto all’assistenza medica e in più in generale con quello alla salute, celebrati nelle più diverse Carte dei Diritti e Costituzioni. Inoltre si tratta di un diritto oggi profondamente interiorizzato dal punto di vista individuale e collettivo, come vero e proprio diritto di cittadinanza sociale. In definitiva, se un diritto viene condizionato non è più tale. E sostenere che lo si limita, per permettere ai cittadini "buoni" (secondo i dettami governativi) di fruirne, è semplicemente ripugnante sotto il profilo morale e della libertà individuale. Nonché illegittimo sotto quello dei diritti di cittadinanza sociale. Sulla cui estensione le democrazie post-seconda guerra mondiale hanno fondato (e rafforzato in basso) la propria legittimità politica.
In terzo luogo, si tratta di una scelta che apre a prospettive di tipo totalitario. Perché una volta ammesso il principio che il potere politico, può a suo piacimento decidere ciò che sia o meno “Vita Buona”, tutto può divenire possibile. Un bel giorno il Potere può decidere all’improvviso che leggere troppo sia nocivo alla salute, e così via.
Non siamo ingenui e sappiamo benissimo che in ultima istanza, purtroppo, decide sempre la forza. E che in età moderna la fruizione dei diritti celebrati nelle Carte è sempre stata storicamente condizionata dai reali rapporti di forza - semplificando - tra potere politico e potere economico e sociale. E che nel quadro di quest’ultimo il potere esercitato dai cittadini, in termini di diritti politici, e sempre stato più nominale che reale.

Tuttavia, crediamo, sia giunto il momento di reagire, proprio alla luce di quel che minaccia di accadere nella laburista Gran Bretagna e che potrebbe prima o poi, per emulazione politica, avvenire anche nel resto d’Europa.
Ma come difendersi ? Imponendo in tutte le sedi politiche, anche attraverso democratiche manifestazioni collettive, la sacralità del diritto alla salute. E più in generale del nostro diritto di decidere, individualmente, che cosa sia una “Buona Vita” e non di subire, perché imposti da chi ci comanda, i criteri di definzione di che cosa debba essere per noi, collettivamente, una "Vita Buona".

Carlo Gambescia

mercoledì 2 gennaio 2008

Il libro della settimana: Franco Cardini, Cesare Catà, Claudio Finzi, Domenico Losurdo, Marina Montesano, Costanzo Preve, Neocons. L’ideologia neoconservatrice e le sfide della storia, Il Cerchio Inziative Editoriali, Rimini 2007, pp. 128, euro 13,00.


http://www.ilcerchio.it/neocons-l-ideologia-neoconservatrice-e-le-sfide-della-storia.html


Ci piace aprire il 2008 recensendo un testo interessante che pone un problema fondamentale, la cui soluzione va però ben oltre l’anno appena iniziato: quello del rapporto tra Europa e Stati Uniti. A scanso di equivoci va anche subito osservato che il contenuto del libro riflette solo in minima parte il titolo: Neoncons. L’ideologia neoconservatrice e le sfide della storia (Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 2007, pp. 128, euro 13,00 - http://www.ilcerchio.it/ -). Il che però non significa, ripetiamo, che il volume non sia interessante. E spieghiamo perché.
Intanto perché il testo raccoglie gli interventi di un gruppo di effervescenti e validi studiosi dalla formazione differente: Franco Cardini, Cesare Catà, Claudio Finzi, Domenico Losurdo, Marina Montesano, Costanzo Preve. Chiamati a dibattere dal compianto Antonio Santori, proprio in ragione di una diversità che “sana”, in quel di Servigliano (Ascoli Piceno) nell’agosto del 2006. Anche grazie, come ricorda Adolfo Morganti nella nota di presentazione, all’ “attiva coperazione” dell’Associazione culturale Identità Europea.
Sempre a proposito dei convegnisti, Morganti parla addirittura di “eterogeneità”. Aggiungendo però, e a ragione, il loro comune bisogno “di non cedere le armi della critica e della comprensione storica di fronte alle esemplificazioni arbitrarie ed alle leggi molto più assordanti della pressione massmediale. Il che non è poco, soprattutto nello sfigurato e servile panorama intellettuale di oggi.
In buona sostanza, il dato che accomuna tutti gli interventi (escluso quello, comunque dotto e ben articolato, di Cesare Catà, dall’ impianto russellkirkiano), è di favorire il ripensamento europeo, per ora intellettuale, dell’alleanza con gli Stati Uniti. Soprattutto se perseguita, come oggi avviene, nei termini, spesso scandalosi, di un Occidentalismo pavloviano a guida Statunitense. Un ripensamento, crediamo, che non può non preludere, anche se non a breve, al riposizionamento strategico europeo.
Il lato incoraggiante del libro, almeno per chi scrive, è nel fatto che alcuni autori giungono alle stesse conclusioni critiche, respingendo un concetto di Occidente, ad uso consumo esclusivo dell’espansionismo neo-imperiale Usa. Il che avviene - ecco il punto significativo - pur partendo da posizioni diverse, se non totalmente opposte: Losurdo (Lenin), Preve ( Marx e Trotzkij), Cardini (Jünger e Schmitt). Ma meritano di esssere ricordati, per ricchezza analitica e prospettica, anche i saggi di Marina Montesano e Claudio Finzi.
Il testo della Montesano (Il paradigma del musulmano come terrorista. Dall’11 settembre agli attentati di Londra) è segnato da una attenta analisi del rapporto tra religione e politica negli Usa. In particolare l’autrice delimita e analizza l'influenza predominante dei gruppi fondamentalisti protestanti. Fin dall’inizio pronti, forse "troppo" e dunque in modo sospetto, a costruire il paradigma del “Terrorista Musulmano”, funzionale alla politica militare e neo-imperiale di un Bush figlio in veste neocons. E chissà, ci permettiamo di aggiungere e sospettare, probabilmente anche di chi verrà dopo di lui…
L’intervento di Finzi (Europa e Occidente: ma sono la stessa cosa?) ricostruisce magistralmente le radici storiche e filosofiche della ricorrente durezza statunitense verso un’Europa, spesso vista come una viziosa matrigna. Finzi riconduce le origini di questa visione alle matrici puritane dei Padri Fondatori, in fuga da un'Europa cattolica, da essi ritenuta corrotta, sulla scia dei grandi fustigatori di una Madre Chiesa, considerata non più Santa, come Lutero e Calvino. Idee poi trasmigrate, pur con sfumature diverse, in statisti come Jefferson, Washington e Monroe. Nonché più avanti, e in termini salvifici e militari, in una politica estera post-1945, all’insegna più del bastone che della carota. Verso un'Europa che doveva essere salvata a tutti i costi dal comunismo. Così come oggi deve essere salvata dal terrorismo fondamentalista... Almeno come ritengono alcuni circoli politici e intellettuali Usa e addirittura europei.

A rigore, solo due saggi sono effettivamente dedicati ai necons. E sono opera, rispettivamente di Costanzo Preve (Un trotzkismo capitalistico? Ipotesi sociologico-religiosa dei neocons americani e dei loro seguaci europei ) e di Cesare Catà (Da radici inabbandonabili. Leo Strauss e la rivoluzione conservatrice).
Preve ricostruisce, con quella agilità di pensiero che gli è propria, le origini trotzkiste dei neoconservatori americani (o comunque di molti di essi). Singolari figure intellettuali, quasi delle mostruose chimere politiche, che come David Horowitz, sarebbero passati armi e bagagli (ideologici) dalla guerra di classe, come prolungamento della rivoluzione comunista mondiale permanente, alla guerra come propaggine armata della rivoluzione liberale permanente. Con i dirompenti effetti bellici, ora sono sotto gli occhi di tutti. Purtroppo. E da Preve duramente condannati. E per scoprirlo basta seguire la sua produzione recente (si veda ad esempio L’ideocrazia imperiale americana, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 - http://www.libreriaeuropa.it/ )
Invece Catà, che sembra propendere più Russell Kirk che per Strauss, tende a ricondurre e stemperare analiticamente certo criptomarxismo neocons nell’alveo di una più ampia tradizione di pensiero. Quale? Quella che appunto, secondo Russell Kirk, unirebbe Europa e Stati Uniti. Rappresentata dalle comuni radici classiche, cristiane e liberali(-conservatrici). Di qui, secondo Catà, la giustificata necessità di difendere in modo comune, valori comuni. Anche con la forza.
Per usare il gergo calcistico, la partita tra Preve e Catà finisce sul punteggio di 1 a 1. Forzandone a scopo esemplificativo le tesi (e ci scusiamo con gli autori): l’uno condanna, l’altro giustifica. Ed entrambi, pur mettendo a segno “reti” spettacolari (perché i due testi si leggono con interesse), non convincono completamente. E per una semplice ragione di griglia interpretativa: troppo stretta quella di Preve (Treviri e dintorni), troppo larga quella di Catà (Atene, Gerusalemme, Roma … e Washington).
Comunque sia, siamo davanti a una raccolta interessante, ricca anche di riferimenti bibliografici e di stimoli a un ulteriore approfondimento. Che evidenzia un fatto fondamentale: il problema del rapporto Europa- Stati Uniti è di tipo culturale, prima che militare e strategico. Come nota giustamente Franco Cardini nel fluviale ma intrigante intervento finale (Europa e Occidente. Dall’identità imperfetta alla divaricazione), tutto teso a documentare rigorosamente l’ambiguità ideologica del concetto di Occidente (soprattutto se sponsorizzato da Washington): “Resta indispensabile (…) determinare un vero sviluppo della coscienza patriottica europea”.
Un compito gigantesco e meritorio. Che va ben oltre il 2008, come accennato all’inizio. Ma dal quale non è possibile prescindere. Dal momento che è in gioco il futuro dell’Europa come entità politica. 

Carlo Gambescia

mercoledì 19 settembre 2007

Ancora su Beppe Grillo

L'onestà è un valore politico?




Che cos’è l’onestà? E’ un valore pubblico o privato? E se è un valore pubblico è anche un valore politico? Ed eventualmente, quale ruolo può svolgere da punto di vista programmatico nel movimento "inventato" da Beppe Grillo?
Prima una premessa, piuttosto lunga ma utile per capire.
Basta sfogliare qualsiasi buon dizionario, per scoprire che dal punto di vista etimologico la parola onestà deriva dal temine latino honestum, onorato, che a sua volta discende da honos honoris, onore: onesto è colui che opera secondo i principi giuridici e le leggi morali della virtù e dell’onore. Inoltre il concetto di onore implica tre elementi sociologici: il sentimento della propria dignità; il desiderio di attirare la stima altrui, rispettando le norme di cui sopra; e per effetto di ricaduta sociale , il costituire un esempio per gli altri.
Ora, chiedere a gran voce come fa Beppe Grillo, che gli uomini politici debbano essere di “specchiata onestà”, indica due cose.
In primo luogo, che nelle istituzioni politiche attuali e negli uomini che ne fanno parte, virtù e onore sono tenuti in scarsa considerazione, per usare un eufemismo.
In secondo luogo, che questi uomini politici rappresentano un cattivo esempio per i cittadini. Infatti, se il desiderio di attirare la stima altrui rispettando le norme sociali e morali, non si traduce in comportamenti positivi, e dunque emulabili, i cittadini in misura crescente, finiscono per adottare, nella pratica quotidiana, lo stesso criterio della doppia verità (teorica e pratica), usato in alto: asserire una cosa (onesta) per farne un'altra (disonesta). L’onestà è perciò un “fatto socioculturale” a natura diffusiva ed emulativa . Inoltre, in Italia, il dibattito sulla “questione morale” si è sempre storicamente accompagnato alla critica della partitocrazia. E qui si pensi alle feroci critiche al “parlamentarismo” corrotto, nel periodo che precede Prima Guerra Mondiale; critiche poi coagulatesi nel primo fascismo (movimento). Ma, pur semplificando, si ricordi anche il ruolo svolto da correnti e gruppi politici come l’azionismo, il Pci Berlinguriano, il Msi almirantiano, il movimento “Mani Pulite” e infine il cosiddetto “Grillismo”.
Ora, una volta stabilito che l’onestà è un “fatto socioculturale” e che in Italia la sua rivendicazione si è sempre accompagnata alla critica della partitocrazia, va chiarito, se l’onestà sia o meno un valore politico in sé.
Come dovrebbe aver capito chi ci abbia seguito fin qui, si tratta di un valore “prepolitico”. Per farla breve: non crediamo nel “partito degli onesti”. Cioè in un particolare partito che si ponga "programmaticamente" come l' esclusivo difensore dell’ l’onestà.
L’onestà, almeno a nostro avviso, proprio perché è “fatto socioculturale”, deve innervare tutti i partiti e, soprattutto, la società nel suo insieme ( o comunque in larga parte). Dal momento che un partito che ponga se stesso come “maestro di moralità”, rischia di mettere fuori gioco tutti gli altri partiti, perché ritenuti, a torto o ragione, immorali, innescando così pericolose dinamiche monopartitiche. E, sotto questo aspetto, la parabola del fascismo dovrebbe essere istruttiva. Insieme, ovviamente, a quella dell’ antifascismo di impianto azionista, altrettanto settario e “monopolizzante” della “moralità” italiana. Come ad esempio mostrano, proprio in questi giorni, i velenosi articoli di Scalfari, contro il grillismo.
Certo, è comprensibile che un movimento sociale come quello di Grillo, ancora agli inizi, e in una situazione moralmente compromessa come quella italiana, non possa non puntare su un tema forte come quello dell’onestà. Ma fare della sola onestà un programma politico stabile, resta a nostro avviso pericoloso. Perché trasforma l’onestà, da elemento socialmente unificante, in “arma” politica per individuare, dividendo la società in buoni e cattivi, il nemico “interno” (il “corrotto”) ed espellerlo dal consorzio civile, come una specie di nemico dell’umanità. Anche a rischio di travolgere le libertà politiche. E', in certo senso, la stessa logica che anima il fondamentalismo dei cosiddetti diritti umani, difesi a suon di bombe...
La questione morale è importante, ma va affrontata in termini di processi sociologici e non politici: di formazione e selezione delle élite dirigenti. Si tratta, insomma, di dinamiche di lungo periodo. Il che significa, ribadiamo, che l’onestà in quanto “fatto socioculturale” non può essere introdotta per legge. O peggio ancora, attraverso i processi di piazza. Certo, è comprensibile che il grillismo, appena nato, cerchi di evitare il rischio di essere fagocitato dalla politica politicante. E quindi è più che giustificata, ripetiamo, la sua durezza nei riguardi dei corrotti.
Tuttavia, ci sembra saggia l’idea di Grillo, di limitarsi a promuovere, per ora, liste civiche locali, sulla base dell’attribuzione di un bollino di “qualità” circa l’onestà dei promotori. Spetterà poi a questi  ultimi fare politica, sulla base di programmi concreti.
Ovviamente, Grillo dovrà attendersi critiche dall’esterno, da parte dei politici di “lungo corso” che metteranno in discussione la sua autorità morale, e dall' interno, da parte dei “grillisti impazienti" di fare politica, “grande politica”.
Pertanto riteniamo che la soluzione del “bollino” sia ragionata ma provvisoria. Legata, certo, ai risultati politici delle future elezioni amministrative. Ma anche al fuoco mediatico, sicuramente non benevolo, cui verrà sottoposto nei prossimi mesi, il grillismo. E ai suoi effetti di ricaduta sulle dinamiche interne al movimento (tra moderati e radicali) , nonché sul carisma di Grillo.
Comunque sia, occorrono nervi saldi. E perseveranza, soprattutto organizzativa, perché i tempi della politica, particolarmente in Italia, sono lunghi. 
Carlo Gambescia

martedì 20 febbraio 2007

Antismo, una definizione



La dura polemica politica, tuttora in corso, sulle frange “antiamericane” presenti nel governo di centrosinistra impone di riflettere sulla pericolosità dell’ ”antismo”. Un termine, da noi coniato, prendendo spunto dal prefisso “anti”. Ma cerchiamo prima di scoprirne il significato sotto l’aspetto linguistico.
Sul piano definitorio è sufficiente aprire un qualsiasi dizionario, per scoprire che il prefisso "anti" indica “opposizione”, “avversione”. E che deriva dal greco ante.
Ma andiamo più a fondo.
Il termine “anti” appartiene alla cultura politica novecentesca, e ne riflette la natura dannosamente conflittuale, soprattutto sul piano culturale: quello del costruttivismo ideologico totalitario racchiuso nell' espressione: "se le mie idee non sono in linea con i fatti, tanto peggio per i fatti". Un'enfasi costruttivistica che ritroviamo in tre "antismi": antifascismo, anticomunismo, antiamericanismo.
Ovviamente, la nostra è una pura e semplice ricognizione, priva di qualsiasi pretesa di completezza scientifica. Deve rappresentare un puro stimolo per ulteriori e più approfondite indagini.
Il termine antifascismo, come “avversione al fascismo” viene fatto risalire a Mussolini: “Chi è contrario al fascismo” (1920) [Si veda M. Cortelazzo e P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1990, vol. I, p. 60].
Il termine anticomunismo, che a grande linee, risale al periodo tra le due guerre mondiali, è per la prima volta definito chiaramente, come “avversione al comunismo” - per l’area linguistica italiana da Paolo Alatri, storico comunista, sulla rivista “Rinascita” (1946) [ si veda M. Cortelazzo e P. Zoli, op. cit, vol. I, p. 59].
Il termini antiamericanismo, non è ancora largamente presente nei dizionari. Difficile perciò ricostruirne con precisione le origini storiche e linguistiche, anche solo per l’Italia. Ad esempio nel Dizionario della lingua italiana , La Biblioteca del Sapere - Corriere della Sera, Milano-Bologna- Bergamo 2004 (già Sabatini Colletti), che abbiamo a portata di mano, “Antiamericano” è chiunque sia “contrario, polemico, con la politica, la cultura, l’ideologia dominante negli Stati Uniti d’ America; riferito a uno stato, a un partito avversario degli Stati Uniti”. E lo si fa risalire, senza ulteriori spiegazioni storiche al 1985 [ vol. 23-I, p. 196]. In realtà, e stando agli storici, il termine, e non solo per l’Italia, risale agli anni Trenta del Novecento, e agli ambienti fascisti e comunisti [ si vedano i lavori di Michela Nacci: L’antimericanismo in Italia negli anni Trenta, Bollati Boringhieri, Torino 1989 La barbarie del comfort. Il Modello di vita americano nella cultura francese del Novecento, Guerini e Associati, Milano 1996]. Per quello che invece riguarda la sua accezione contemporanea, la data più verosimile sembra essere il 1987. Ne parlò per primo l’ambasciatore americano Price, che in un articolo apparso all'epoca sul Guardian, definì “l’antiamericanismo (…) un modo di sentire amorfo, totalmente soggettivo (…), difficile che si trovi un accordo sul darne una definizione accettabile”. Il che però non toglieva - queste le sue conclusioni - che “oggi ne vedo moltissimo, in Inghilterra e in Europa” [ L’antiamericanismo in Italia e in Europa nel secondo dopoguerra, a cura di P. Craveri e G. Quagliariello, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004, p. 73].
E qui purtroppo, anche per ragioni di leggibilità del “post”, dobbiamo fermarci. Ci scusiamo, naturalmente, per la premessa filologica-storica e storica e per le pedanti citazioni. Le quali, tuttavia, suggeriscono le seguenti conclusioni.
In primo luogo, il prefisso “anti” privilegia una concezione del mondo totalitaria. Chi è "anti" è radicalmente contrario alla concezione che reputa opposta alla sua. Che, subito però viene difesa, con altrettanta violenza da chi subisce l'attacco. E così via, lungo una spirale dell’odio. Il che significa, sul piano della cultura politica, la fine di ogni libero dibattito.
In secondo luogo, quanto sopra, mostra la natura ideologica dell’ “antismo”, e soprattutto come sia legato a una forma di comunicazione politica fortemente simbolica, nata in un “secolo di ferro” volta a squalificare totalmente il nemico, mettendolo completamente fuori gioco. A ogni costo, anche limitando la democrazia. Il che significa, sul piano della pratica politica, la fine di ogni libera partecipazione.
In terzo luogo, come abbiamo già accennato, condividere l’ “antismo” significa, in certo senso, autorizzare, il “nemico” a farne uso, a sua volta. E qui, ad esempio, si pensi alle guerre, non solo ideologiche, tra comunisti “antiamericani” da una parte, e “antifascisti” “anticomunisti” ma non antiamericani dall’altra. Gli uni odiano gli altri, come nemici “ assoluti”. Il che ha provocato e provoca l’ imbarbarimento progressivo del conflitto politico, perché all’avversario, al quale si dovrebbe in qualche misura umano rispetto, si sostituisce meccanicamente il nemico assoluto, da sterminare per ragioni di barbara prevalenza ideologica.
Ora, dovrebbe essere chiaro quanto l’ ”antismo” sia pericoloso. E continuare a screditare i movimenti “antiamericani”, enfatizzandone per ragioni ideologiche la pericolosità, ne favorisce, oggettivamente, la radicalizzazione.
L’ ”antismo” è una strada senza ritorno. 

Carlo Gambescia