martedì 9 gennaio 2007



Il pensiero sociale della Chiesa
Benedetto XVI 
e la critica del capitalismo



La presa di posizione di Benedetto XVI nei riguardi del sistema capitalistico, ribadisce una linea di tendenza storica inaugurata dalla Rerum Novarum (1891).
Ora, però, sarebbe errato individuare nella dottrina sociale della Chiesa Cattolica un insieme di concrete politiche economiche di tipo anticapitalistico. L’invito a prendere atto delle crudezze del sistema capitalistico, come di ogni altro sistema a sfondo puramente materialistico, spesso formalizzato da alcuni papi (Leone XIII, Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II), va inteso in termini squisitamente religiosi e morali. La dottrina sociale della Chiesa Cattolica, pur nella sua corposità ed elevatezza teologica, non racchiude politiche o ricette economiche concrete, ma più semplicemente una serie di raccomandazioni di tipo prepolitico e preeconomico. O comunque di principi che dovrebbero fare da cornice a ogni intervento politico- economico concreto.
Sotto questo aspetto le critiche di Benedetto XVI alla “logica capitalistica” sono un invito a ricondurre il mercato capitalistico nell’alveo di una logica più ampia di tipo solidaristico, capace di anteporre alla ricerca pura e semplice del profitto, lo sviluppo e la dignità della persona umana. Sempre in un’ottica, è bene chiarirlo, ultraterrena.
E' perciò chiaro che il pensiero sociale della Chiesa Cattolica si muove (e si è mosso) nell’ambito di una visione morale e non politica della (nuova) questione sociale. Di qui nascono i suoi meriti e limiti.
I meriti consistono nel porre il problema economico solo nei termini di una riforma religiosa e morale della persona e della società. La Chiesa Cattolica parla alle coscienze. E spera che l’uomo attuale, invischiato in un sistema economico che poco si occupa di coscienze, riesca da autoriformarsi spiritualmente, percependo di essere sulla strada sbagliata.
I limiti, curiosamente, consistono proprio in questo affrontare il problema economico da un punto di vista così elevato. Di qui le diverse interpretazioni storiche del pensiero sociale cattolico (dal corporativismo al comunismo cristiano). Spesso respinte dalla stessa Chiesa, costretta ogni volta a fornire l’interpretazione autentica della sua dottrina sociale. E di qui altre interpretazioni di “interpretazioni”, e così via...
Del resto non è possibile - né sarà mai possibile - chiedere esplicitamente alla Chiesa Cattolica di assumere posizioni economicamente dettagliate, o di mettersi direttamente a capo di un movimento di riforma politico-economica del mondo. La Chiesa parla alle coscienze cristiane e, come sa bene ogni vero cattolico, non è suo compito occuparsi di concreta modellistica economica. La Chiesa parla al mondo senza essere del mondo (o comunque - e questo valga per i non credenti - almeno tenta di non essere del mondo…). Di qui però, come abbiamo già notato, quel sovrapporsi e mescolarsi di interpretazioni spesso parziali e ideologicamente eterogenee.
La Chiesa Cattolica resta la Chiesa Cattolica. E non un centro di studi e di ricerche economiche applicate…
Tutto qui.

Carlo Gambescia

lunedì 8 gennaio 2007

Storie di ordinaria propaganda
Il Corriere. Mercantile



Due notizie: una cattiva e una buona.
Quella cattiva è che la forza della “macchina propagandistica liberista”( termine rozzo ma efficace) ha raggiunto livelli allarmanti. Quella buona è che la superficialità e la parzialità intellettuale delle idee “propagandate” sono altrettanto palesi. E il lunghissimo intervento, quasi un sermone liberista, di Padoa-Schioppa, apparso appunto domenica sul Corriere della Sera, è una perfetta fotografia di questa situazione.
In primo luogo, non si può non essere preoccupati, dall’intenso volume di fuoco che un grande quotidiano come il Corriere della Sera, rivolge quotidianamente contro chiunque osi mettere in discussione i presupposti ideologici sui quali si fonda la direzione Mieli: liberismo e occidentalismo (a sfondo filoamericano). Ovviamente, si tratta di una “gestione” che riflette la posizione del mondo politico-economico italiano e straniero, quello che conta. Si pensi solo al grande spazio riservato ai commentatori, totalmente favorevoli alla causa di un Occidente a stelle e strisce (i “pezzi” di Romano e Canfora, e dispiace dirlo, sono le classiche “foglie di fico”). Mentre sono scomparse dalla prima pagina, tanto per fare qualche esempio, le firme del bravissimo Armando Torno (il quale ormai scrive solo di antiquariato librario...) e quella di Geminello Alvi, emigrato al Giornale. Probabilmente, a causa della assoluta difficoltà a far circolare le sue appuntite idee economiche, all’interno di un Corriere della Sera, tramutatosi nell’edizione italiana di una specie di Pravda liberista mondiale (uno schieramento mediatico che può vantare tra gli "adepti" testate prestigiose, dal Wall Street Journal a riviste come The Economist, solo per fare qualche nome...). Pertanto, per chiunque ami la libertà di pensiero, la preoccupazione non può non essere grande…
In secondo luogo, e per fortuna, la superficialità e la parzialità delle idee “propagandate” è stupefacente. Lasciamo per ora da parte il filoamericanismo del Corriere, e soffermiamoci sul liberismo. Ora, come notato, sotto questo aspetto l’intervento di Padoa-Schioppa è emblematico. Il Ministro dell’Economia, per un verso tesse l’elogio retorico dell’Italia degli anni Cinquanta-Sessanta, che divorata da una positiva “ansia della rincorsa”, seppe crescere, sacrificandosi: un vecchio pistolotto… E per l’altro, puntando sulla “mozione degli affetti”, chiede nuovi sacrifici, senza però indicare con precisione quali, e, soprattutto, senza tratteggiare il volto dell’Italia del dopo-riforme liberiste. Ad esempio, vi saranno più o meno diritti sociali? Inoltre, Padoa-Schioppa parla di crescita come incremento di beni collettivi, ma non indica chi ne sarà l’ erogatore e il gestore . Lo Stato? Il Mercato? Il Terzo Settore? Non sono differenze da poco. Elenca gli sprechi da combattere, che nessuno nega, ma che nulla hanno a che vedere con le privatizzazioni, come invece i liberisti vogliono far credere. Dal momento che non esiste prova empirica che privato sia meglio di pubblico, soprattutto nei settori strategici (energia e telecomunicazioni), per non parlare di quelli legati ai diritti sociali (istruzione e sanità). Sprechi, malversazione, corruzione si contrastano con la “buona amministrazione” pubblica, spedendo in prigione i disonesti. E non svendendo le partecipazioni del Tesoro alle società multinazionali. Infine, Padoa-Schioppa, critica quell’Italia, a suo avviso poco collaborativa, che rifiuta i rischi della flessibilità. Ma evita di rimproverare le grande imprese come la Fiat, che da sempre scaricano sui contribuenti, grazie a complicità politiche, trasversali, perdite economiche, spesso derivanti da investimenti azzardati. Insomma, il Ministro dell’Economia, chiede “decisioni impopolari” ma a senso unico. “Propagandando” il solito liberismo per ricchissimi. Pare, infatti, che per Padoa-Schioppa, gli unici possessori di rendite, siano coloro che hanno “un contratto di lavoro inflessibile”: i soli lavoratori, a suo dire, “sempre più in contraddizione con la concorrenza mondiale e col cambiamento tecnologico”. Tradotto: in contrasto con una crescita economica internazionale trainata, e in modo socialmente disordinato e rapace, da pochi monopolisti interni ed esterni. In realtà, e per dirla tutta, di concorrenza mondiale, in senso liberista, sarebbe meglio non parlare. Lo sanno anche i bambini che non esiste e non esisterà mai, Ma, evidentemente, Padoa-Schioppa dà per scontato che il lettore del Corriere, e gli italiani tutti, ignorino questo fatto.
Ma, allora, perché continuare a tessere gli elogi del liberismo economico?
Delle due l’una: o il Ministro dell’Economia crede sul serio in quel che scrive, dimostrando però di capire poco o nulla di economia reale. Oppure finge. Il che, se fosse vero, sarebbe veramente mortificante… Tuttavia, in entrambi i casi, la “macchina propagandistica” del Corriere della Sera, punta di diamante italiana del cosiddetto partito (mediatico) liberista internazionale, può di fatto contare su un “artigliere” di alto livello, e fin dentro il governo. E così continuare a “sparare” sui refrattari. E, quel che è peggio, a incoraggiare, se non appoggiare apertamente, le concentrazioni bancarie in atto, mascherandole da “liberalizzazioni” favorevoli ai consumatori. Una vergogna.
Ma fino a quando? Per usare una citazione attribuita a Lincoln - uno statista che Mieli conosce e apprezza - , “potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete prendere per il naso tutti per tutto il tempo”.

Carlo Gambescia

venerdì 5 gennaio 2007


Le dimissioni di Nicola Rossi.
Quando l'economista 
liberal si arrabbia...




Le "dimissioni" (chiamiamole così) di Nicola Rossi, economista liberal diessino, già vicino a D’Alema, possono essere lette sia in chiave interna (diatribe di organigramma), sia in chiave esterna, riguardo all’enorme peso che ormai ha assunto il pensiero liberista all’interno della sinistra di governo. E più in generale della sinistra, non solo italiana. Quest’ultimo aspetto è indubbiamente molto interessante. Ed è quello che qui affronteremo.
In primo luogo, il liberal di sinistra (ma sarebbe più esatto chiamarlo liberista), si batte per un un’idea di eguaglianza, tipicamente liberale: l’eguaglianza formale dei punti di partenza. Sul fatto che questa idea non significhi praticamente nulla, se non la concessione di alcune briciole, cadute per sbaglio dalla tavola imbandita dei ricchi, è di dominio pubblico. Almeno tra chi si rifiuta di “bere” le verità ufficiali. Indubbiamente, non è neppure facile, realizzare l’eguaglianza sostanziale. Ma una sinistra vera, dovrebbe guardare in questa direzione, e non in quella opposta.
In secondo luogo, il liberal di sinistra, ha sposato l’idea che il mercato sia un’entità perfettamente in grado di riprodursi e di redistribuire a tutti, e in modo automatico, ricchezza e benessere, secondo i criteri di eguaglianza formale di cui sopra. In questo senso, il liberal respinge qualsiasi forma di intervento pubblico nell’economia, perché, come si legge, fonte di sprechi e irrazionalità varie. In realtà, una sinistra vera, dovrebbe vedere nello Stato (certo, senza esagerazioni di tipo statolatrico) uno strumento per intervenire dove il mercato fallisce. Si pensi alla sanità e alla pubblica istruzione. Settori che non possono essere assolutamente privatizzati, pena il rischio di scivolare in una situazione iperliberista di tipo americano. Dove chi è povero, viene emarginato, perché privo di risorse per “pagarsi” una sanità e un’istruzione, all’altezza dei proprio bisogni. Oppure condannato a chiedere, e ricevere, la carità…
In terzo luogo, le idee di cui sopra, sono oggi dominanti, grazie al ruolo svolto da una terza idea, quello del controllo della spesa pubblica a ogni costo. Idea condivisa dal liberal di sinistra. Mentre, in realtà, una sinistra vera, dovrebbe almeno discriminare tra la spesa pubblica utile ( si pensi alle infrastrutture sociali) e inutile (gli sprechi veri e propri, ad esempio alla sovrabbondanza di personale, o la sua cattiva distribuzione e carenza in alcuni settori pubblici; si pensi, ad esempio alla sanità).
La strategia generale è quella di far passare queste idee, presentandole come una lotta alle corporazione sociali. Ora, le corporazioni esistono. Ma perché prendersela con i tassisti e invece premiare con rottamazioni e sgravi fiscali le “corporazioni” monopolistiche come la Fiat?
La spiegazione più facile - e cattiva - è che l’economista liberal dal momento che scrive o interviene sui quotidiani posseduti dalle grandi corporazioni, non possa (o non voglia) compromettersi. La seconda, più profonda e di tipo psico-sociologico, è che l’economista liberal, ormai, si sia totalmente convertito alla “religione capitalistica”.
In questo caso le dimissioni di Nicola Rossi avrebbero motivazioni di tipo religioso… E la pressione esercitata dai liberisti sulla sinistra sarebbe perciò di tipo fideistico-religioso. Una pressione fortissima, alla quale, proprio perché concerne un "atto di fede" nel mercato capitalistico, non è facile resistere e replicare, puntando su argomenti razionali.
Tuttavia la forza della ragione resta la sola e vera arma, soprattutto per chi oggi scelga di opporsi e resistere alla sempre più insostenibile pesantezza “religiosa” del liberismo.
Perciò coraggio! E razionalità.

Carlo Gambescia

mercoledì 3 gennaio 2007


Dei delitti e delle pene
Sulla pena di morte



Chi intona il mantra in onore Dei delitti e delle pene (1764) di Cesare Beccaria, citandolo come esempio di moderno illuminismo giuridico, spesso glissa su un particolare. Che il giurista milanese, certo contrario alla pena di morte, non invocava ragioni umanitarie ( o comunque non solo), ma si appellava a motivi puramente utilitaristici, o di calcolata fisiologia della paura. A suo avviso, infatti, “la schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato”. Dal momento che l’idea di una pena prolungata, fino all’ergastolo, “spaventa di più chi la vede che chi soffre”. (Ibid., § XXVIII).
Ecco dunque un buon esempio di quell’ipocrita crudeltà di stampo utilitarista che ancora oggi innerva il diritto penale in molti paesi. Ci si batte contro la pena di morte di morte, fingendo di non sapere che anche i condannati all’ergastolo, o a lunghissime pene detentive, “muoiono” lentamente agli occhi del mondo, giorno dopo giorno.
Va comunque sottolineato, che sul piano empirico, dopo più di duecento anni, non si è ancora stabilito con chiarezza quale sia l’effettivo rapporto tra severità delle pene ( e quindi anche della pena di morte) e tassi generali di criminalità. Più certa invece, sempre sullo stesso piano, un’ altra linea di tendenza, che contraddice sia il Beccaria che i sostenitori della pena di morte: quanto più una società è coesa, tanto più bassi sono i tassi di criminalità, e minore la necessità di ricorrere a leggi draconiane. Uno degli esempi più classici è rappresentato dai differenti tassi di devianza (criminale) tra i grandi agglomerati urbani (assai elevati) e i piccoli (piuttosto bassi, e in alcuni casi nulli). Insomma dove è forte il controllo socioculturale del gruppo sull’individuo (come ad esempio in un piccolo centro, dove tutti si conoscono e condividono gli stessi valori sociali e culturali), difficilmente si avranno comportamenti devianti. Purtroppo, spesso, pare che prezzo da pagare per una vita ordinata e tranquilla, sia quello del conformismo sociale.
Si dirà: ecco le solite banalità sociologiche… Certo, non asseriamo nulla di particolarmente originale, ma le nostre tesi sono in piena controtendenza, visto che oggi si parla, per così dire, “del prodotto finito”: della durezza delle pene e della rapidità e certezza con le quali vanno inflitte. Mentre è assolutamente vietato discutere di prevenzione socioculturale, né di come reintegrare concretamente nella comunità chi esce di prigione. Alle nostre “banalità sociologiche” vengono opposte le “dure regole” di una società “che piuttosto che prevenire deve reprimere”.
Come è chiaro, si tratta di un atteggiamento molto rigido verso il crimine, che ritroviamo a destra e sempre più spesso anche a sinistra. Che però non paga: perché nell’Occidente, così civile e industrializzato, più si reprime, più cresce il tasso di criminalità.
Dov’è allora in problema? Probabilmente, come abbiamo già accennato, è nella mancanza di coesione sociale. O meglio in quell’eccesso di individualismo anomico (non regolato da norme) che segna il mondo occidentale. Ovviamente, in ogni società vi è e vi sarà sempre un gruppo di persone che “non si adegua”: un ½ per cento “fisiologico” di devianti. Tuttavia, nelle nostre società il loro numero sembra crescere senza sosta. Perché? In un contesto che dà troppo importanza al successo personale e al denari posseduti, ma che non offre a tutti eguali opportunità e mezzi “ per farcela”, è inevitabile che nascano conflitti e tensioni permanenti. Ora, alcuni si adattano (accettano i fallimenti, il conformismo o l’impiego di mezzi legittimi,); altri invece non si adattano (non accettano i fallimenti, e puntano sull’uso di mezzi illegittimi: furto, frode, violenza); altri ancora infine, pur non adattandosi, scelgono forme di comportamento rinunciatario e autolesionista, sprofondando nella nevrosi, nella tossicomania e nella violenza suicida, contro se stessi…
E quanto più la società diviene individualistica e basata sui miti del successo e del denaro, tanto più prolifera quel senso di frustrazione psicologica e culturale da “mancato” o “irraggiungibile successo sociale”, tanto più crescono i comportamenti devianti. Ovviamente, e per ragioni di spazio, non possiamo moltiplicare gli esempi, ma la situazione americana col suo mix di individualismo, repressione poliziesca, carceraria e pena di morte, è lì a dimostrare, visto che negli Usa, i crimini non diminuiscono, la necessità di un tessuto sociale forte. Che, appunto, in città come New York, Chicago, Los Angeles, manca totalmente.
Un società per cessare di essere “criminogena” ( o comunque per limitare i comportamenti devianti) deve puntare su valori come la libertà, l’amore, il disinteresse e l’onore. Certo, probabilmente, voliamo troppo alto. Ma è sempre meglio che basarsi soltanto sulla calcolata fisiologia della paura. E perciò volare basso, troppo basso.
Carlo Gambescia

martedì 2 gennaio 2007


Saddam e l'Europa
La cartina tornasole



Le reazioni europee alla “vicenda Saddam”, per usare il “normalizzante” linguaggio dei media italiani, sono utili, per scoprire il vicolo cieco in cui si è cacciata l’Europa politica. E, purtroppo, a ogni livello: a destra e sinistra, fino a fagocitare le stesse opposizioni antisistemiche (o extraparlamentari). Vediamo come e perché.
La destra e la sinistra sistemiche hanno interpretato l’esecuzione di Saddam, come un errore politico o come contraria ai principi liberali di dignità della persona, principi che, secondo le varie Carte, “vieterebbero” la pena di capitale. Insomma, per la destra e la sinistra parlamentari l’impiccagione di Saddam rappresenta una specie di risorsa simbolica, da usare ma con giudizio, per differenziarsi dagli americani, senza infastidirli troppo: solo nella misura sufficiente a riassorbire le proteste delle opposizioni pseudoradicali, senza inimicarsi l’alleato… A loro volta, la Chiesa Cattolica e le Chiese Riformate hanno definito l’esecuzione dell’ex rais come contraria al perdono cristiano. Scelta coraggiosa, netta e chiara, ma irrilevante sotto il piano strettamente politico, perché non accompagnata, come è scontato e giusto che sia per le chiese, da qualsiasi elemento di deterrenza economica e militare.
La destra e la sinistra antisistemiche hanno interpretato l’esecuzione di Saddam come il sacrificio di un eroe eponimo, imposto dagli americani agli iracheni. Per i movimenti dell’ estrema destra extraparlamentare, Saddam incarnava, e incarna tuttora, il grande destino di un dittatore nazionalista; al tempo stesso modernizzatore e tradizionalista: un “rivoluzionario conservatore”. Per i movimenti dell’estrema sinistra extraparlamentare, Saddam rappresentava e rappresenta quasi con concretezza corporea, la grande epopea di un capo socialista, certo con venature nazionaliste e autoritarie, ma laico e modernizzatore. Di riflesso, anche per la destra e la sinistra extraparlamentari, l’impiccagione di Saddam rappresenta una risorsa simbolica. Da usare in chiave antiamericana. Di qui la rappresentazione mitologico-politica dell’ ex rais.
Ora, sospendendo ogni giudizio di valore sul Saddam in carne e ossa perché non importante ai fini del nostro ragionamento, va notato come l’intero schieramento politico (sistemico e antisistemico), “accanendosi” simbolicamente su Saddam, stia mostrando la totale mancanza di un immaginario simbolico all’altezza delle nuove sfide geopolitiche. Ci spieghiamo meglio.
La destra e la sinistra sistemiche (parlamentari) usano Saddam, come bersaglio politico-morale, riproponendo i vecchi ideologemi liberali e socialdemocratici europei, più o meno modificati e aggiornati, imperniati sul pacifismo dei buoni affari. In realtà si tratta di due ideologie (soprattutto nella versione liberal-riformista del tardo Novecento), totalmente incapaci di arrestare l’attuale ascesa del nuovo impero americano, basata proprio su un abile dosaggio tra espansione militare reale e liberalismo democratico formale. Liberalismo e socialdemocrazia, puntando solo sull’ espansione economica demilitarizzata e delegando negli anni della Guerra Fredda la difesa europea agli Stati Uniti, hanno la responsabilità storica di aver favorito la nascita di un’ Unione Europea totalmente invertebrata sotto l’aspetto militare e politico. Non siamo ancora agli stessi livelli di impotenza della Chiesa Cattolica. Ma ormai vi siamo abbastanza vicini: con la differenza fondamentale che l’Europa appartiene ( o dovrebbe appartenere...) al rango geopolitico delle potenze mondane.
La destra e la sinistra antisistemiche (extraparlamentari) usano invece Saddam, come una bandiera politica, riproponendo così certo rivoluzionarismo novecentesco, privo di sbocchi concreti, perché impolitico e tuttora diviso tra massimalismo pacifista e sorelismo guerriero ( mai dimenticare che i fascismi novecenteschi sono eresie, nate da una costola del socialismo…): tra l’avvento per autopoiesi di un “mondo migliore”, e la sua faustiana edificazione ad opera di pochi rivoluzionari di professione. Se ci si passa la quasi battuta: ancora oggi, gli extraparlamentari, di sinistra e di destra, continuano a dividersi sull' incapacitante scelta obbligata tra la “comune” e la “caserma”…
E’ perciò scontato che su queste basi ideologiche superate e prive di sostanza politica ( e ci riferiamo a tutto lo schieramento sistemico e antisistemico), Saddam finisca per incarnare sui due “fronti”, solo in apparenza contrapposti, o la figura del mostro gelatinoso lovecraftiano, nemico della liberaldemocrazia (che però si riserva di condannare a morte chi non rispetti i patti…), o dell’eroe eponimo, al tempo stesso pacifista, rivoluzionario e nazionalcomunista, caduto sul campo dell’onore.
Ora, dal punto di vista di coloro che auspicano, a destra e sinistra, la nascita di un'opposizione antisistemica (ovviamente, rispettosa della democrazia), il vero problema da risolvere , non può essere quello di stabilire i quarti di nobiltà guerriera e/o rivoluzionaria di Saddam. Oppure di assolvere la necessità di combattere in qualche modo gli Stati Uniti, cooptando il primo mito politico sottomano. Dal momento che più si continuerà a discutere di Saddam, secondo le categorie ideologiche novecentesche, più sarà difficile uscire dal vicolo cieco della dipendenza europea dagli Stati Uniti. Dove invece le stesse categorie - opportunamente modificate secondo i criteri del pragmatismo americano - sono abilmente presentate come apportatrici di progresso illimitato. Si pensi all’impatto tremendo, che ha avuto sulla sinistra di classe e sull’ estrema destra sociale, il mix diritti civili-libertà economica. Oggi, ad esempio, sulla scia dell’agenda ideologica fissata dagli Usa, in Europa e anche in Italia (si pensi alla "Fase 2" del governo Prodi), si discute, anche in ambito extraparlamentare, di pacs e diritti privati e non - o comunque molto meno di quanto si dovrebbe - delle condizioni  di lavoro.
Servono  idee nuove. Anche perché,  nel vuoto ideologico,  anche l'  improvvisa apparizione di “capi carismatici”, rischia di risolversi nel nulla di fatto. O peggio, in forme di postume e tardive commercializzazioni. Si pensi al culto mercantile di Che Guevara. E si spera solo, che Saddam non debba subire la stessa sorte del rivoluzionario castrista. E finire effigiato su felpe, magari sponsorizzate dalla Coca Cola.
Ecco perché la “vicenda Saddam” è in qualche misura la cartina tornasole della crisi politica europea.
Chi avrà il coraggio di ridurlo in frantumi e andare oltre?
Carlo Gambescia

domenica 31 dicembre 2006

sabato 30 dicembre 2006



L'esecuzione di Saddam
L' ombra dell'impiccato




Con l’esecuzione, sembra all'alba di oggi, di Saddam Hussein, gli Stati Uniti hanno raggiunto alcuni obiettivi di tipo deterrente. Risultati, che piacciano o meno, vanno comunque presi in considerazione.
In primo luogo, l’esecuzione dell’ex rais indica, agli altri leader mediorientali, ostili all’America, che opporsi ai disegni Usa, implica una condanna a morte, magari in contumacia. Ma che prima o poi viene eseguita. D’ora in poi, perciò, anche per le alte sfere, opporsi all’America significherà rischiare di essere condannati a sparire fisicamente. Il messaggio è piuttosto rozzo, ma comunque efficace, soprattutto sui pavidi.
In secondo luogo, la condanna a morte mediante impiccagione, implica la degradazione simbolica del condannato. Saddam, che comunque apparteneva a una casta militare e guerriera, è stato perciò trattato come un criminale comune. D’ora in poi, chi si opporrà agli Stati Uniti, soprattutto se capo di stato, sa che tribunali, ovviamente istituiti ad hoc, non terranno assolutamente conto dello status politico dello sconfitto. Anche questo è un messaggio piuttosto rozzo, ma efficace, soprattutto su coloro che temono di perdere onori e prebende politiche.
In terzo luogo, sarà interessante scoprire dove, e se, verranno sepolte le spoglie mortali, dell’ex rais. Di sicuro, da parte degli americani, si cercherà di evitare qualsiasi tentativo di “sacralizzazione” del “corpo” di Saddam. Il pericolo maggiore per gli Usa è quello della trasformazione dell’ex presidente iracheno in un martire politico. Di qui l’interesse per quel che accadrà ai suoi resti mortali. E’ la prima volta che Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare un fatto del genere. Le “procedure” che verranno adottate in questo caso avranno perciò valore di esemplarità per il futuro. E dunque di monito per gli attuali avversari dell’America.
Infine, con la morte di Saddam, si chiude simbolicamente un ciclo politico-militare (certo parziale, perché riguarda il “contenzioso” Stati Uniti-Iraq, apertosi nel 1991), ma probabilmente se ne apriranno altri, ad esempio con l’Iran.
Sui quali però, dall’alba di oggi, grava, come un macigno, la lunga ombra oscillante del corpo di un impiccato.
Carlo Gambescia