venerdì 19 settembre 2025

Quando un fake diventa leggenda: Brigitte Macron e la cultura del sospetto

 



 Il caso di Brigitte Macron, accusata di essere un uomo, è un esempio classico di come una menzogna (si tratta infatti di un fake, già smontato) possa trasformarsi in una semiverità diffusa, grazie al vecchio adagio del “non c’è fumo senza arrosto”. Perché la gente comune ragiona così. I sociologi la chiamano “cultura del sospetto”. E qui – il lettore abbia la pazienza di seguirci – entriamo nel terreno paretiano dell’“istinto delle combinazioni”.

Ma procediamo per gradi.

In primo luogo, in una società libera l’accusa non dovrebbe avere alcun peso: ognuno è libero di fare ciò che vuole del proprio corpo e del proprio sesso. E invece non è così: se un uomo diventa donna e, per di più, trova marito, resta ancora qualcosa di cui vergognarsi. L’accusa pesa – altrimenti Brigitte non si sarebbe rivolta ai giudici per diffamazione. Sarebbe bastato dire: “Sono una donna, e anche se non lo fossi, non ho nulla di cui vergognarmi”. Non si può lasciare ai fascisti il monopolio delle idee omofobe su dio, patria e famiglia. Un vero liberale deve avere il coraggio di difendere la libertà autentica, senza autoritarismi.

In secondo luogo, la vicenda mostra la permeabilità dei meccanismi giudiziari. Un terreno che sconfina nell’ipocrisia, riducendo il liberalismo giuridico – valorosa conquista dei moderni – a una mascherata. Il problema non è l’onere della prova, né a chi spetti, ma il fatto che qualcuno debba provare ciò che non meriterebbe nemmeno di essere messo in discussione. In una società non omofoba non vi sarebbe bisogno di provare nulla.

In terzo luogo, una volta che si è insinuata l’idea – “Brigitte Macron potrebbe essere un uomo” – la giustizia liberale, ridotta a macchietta, pretende le prove provate. E intorno ai suoi meccanismi, che dovrebbero essere riservati a questioni più serie, si sviluppa la cultura del sospetto: “non c’è fumo senza arrosto”. E poiché Brigitte è moglie del Presidente della Repubblica, l’insinuazione diventa pesante argomento politico.

Infine, in quarto luogo, la menzogna si fa leggenda. A prescindere da qualsiasi sentenza, la presunta origine maschile di Brigitte Macron continuerà a circolare, soprattutto negli ambienti fascisti e affini. Anche perché la cultura del sospetto rinvia direttamente a quell’“istinto delle combinazioni” studiato da Pareto: nessuna prova è mai sufficiente a impedire all’uomo di credere alle più strane connessioni pseudo-logiche. Lo stesso meccanismo che alimenta il “non c’è fumo senza arrosto”.

Tre secoli di rivoluzioni liberali, insomma, sono pochi per cambiare i comportamenti umani. E la vicenda di Brigitte Macron lo dimostra.

Carlo Gambescia

giovedì 18 settembre 2025

Dal sogno laburista alla miniera d’oro di Gaza: anatomia della catastrofe politica israeliana




“Gaza è una miniera d’oro”: Così Bezalel Smotrich, attuale Ministro delle Finanze. Nato nel 1980 a Haspin, sulle alture del Golan, da una famiglia di coloni religiosi. Cresciuto in un ambiente nazional-religioso ortodosso, ha fatto gli studi rabbinici ed è avvocato. Leader del Miflaga Datit Leumit – HaTzionut HaDatit ( “Partito Nazionale Religioso – Sionismo Religioso”), partito fondamentalista. Con poche battute ha saputo trasformare la sofferenza di un popolo in opportunità di lucro, facendo anche ottimi affari con Trump. Altro mascalzone cosmico. 

È questo il linguaggio che domina oggi in Israele.

Hannah Arendt, di fronte a simile brutalità, avrebbe parlato della banalità del male: la riduzione della tragedia a calcolo, l’assenza totale di etica.

Eppure Israele non nasce così. Lo Stato ebraico è figlio del laburismo, del socialismo liberale dei padri fondatori. Ben Gurion, Golda Meir, Rabin, Peres: furono loro a costruire le istituzioni, i kibbutz, i sindacati, le industrie pubbliche. Non siamo certo sostenitori del socialismo liberale, soprattutto sul piano economico. Ma, tra quello e lo spettacolo indecente che abbiamo oggi sotto gli occhi, meglio cento volte il laburismo. Perché quel socialismo, pur con i suoi limiti, seppe coniugare calcolo economico e visione collettiva, persino immaginando — tra contraddizioni e timidezze — l’integrazione e la secolarizzazione degli arabi.

Quel mondo è crollato con l’ascesa di Netanyahu. Grazie anche al declino di Kadima (“Avanti”), ultimo sussulto politico, tra il 2005 e il 2013, di un centrosinistra ormai esausto. In certa  misura l'uccisione nel novembre 1995 di Rabin da parte di un giovane estremista di destra ha un triste valore  simbolico.  Annuncia la fine di un mondo e l'inizio, di lì a qualche anno, di un' altra epoca. 

Il leader del Likud (“Stabilità”) ha progressivamente svuotato la democrazia israeliana, imponendo una cultura politica in cui sicurezza e identità sono brandite come armi di parte. Il laburismo, un tempo spina dorsale del Paese, è oggi ridotto a un relitto: quattro seggi in Parlamento, nessuna guida, nessuna visione. Meretz (“Energia”) è scomparso dai radar, zero seggi alle elezioni del 2022.

In termini molto semplificati, l’opposizione effettiva non si trova più a sinistra, ma in un blocco di centristi — Yesh Atid (“C’è un futuro”) e altri piccoli partiti — che tentano di contenere la destra senza avere né radicamento sociale né una visione laburista o liberale: un vero disastro.

La destra invece domina incontrastata: Likud e i suoi alleati ultra-ortodossi e ultranazionalisti, dettano l’agenda, imponendo un modello politico fondamentalista e senza contrappesi. In pratica, Israele si muove tra un centro fragile e una destra egemonica, mentre la sinistra storica appare come un relitto.

La sinistra israeliana attuale annaspa. Ha perso identità, radicamento sociale e credibilità. Non rappresenta più i ceti popolari non parla ai giovani, non offre un progetto alternativo né sul piano economico né su quello della sicurezza. Appare come un’élite nostalgica, incapace di incidere sul presente. I partiti centristi, dal canto loro, oscillano senza coraggio: più stampelle che alternative.

Il risultato è un deficit drammatico di umanesimo liberale. Non ci sono più figure come Rabin, capaci di unire sicurezza e pace, né come Peres, capaci di sognare un futuro diverso. Lo spazio è occupato da fondamentalisti religiosi e da coloni che vedono Gaza come bottino e i palestinesi come ostacolo da eliminare.

La sinistra europea, intanto, mostra la sua cecità. Confonde Netanyahu con “tutto Israele”, ignorando la tradizione laburista che pure ha plasmato il Paese. Questo errore colossale alimenta un antisemitismo di ritorno, mascherato da critica politica, che in realtà cancella la memoria di un Israele liberal-democratico e pluralista. E la sinistra mondiale, schierandosi in modo acritico e manicheo con i palestinesi, ottiene l’effetto opposto: rafforzare Netanyahu, che può presentarsi come unico difensore di Israele davanti a un mondo ostile.

Così oggi Israele è consegnato alla peggior destra possibile: fondamentalista, autoritaria, senza cuore. Una destra che ha degradato il calcolo economico a cinismo, lontanissima dal socialismo liberale dei laburisti.

Hannah Arendt ci direbbe che stiamo assistendo a una nuova forma di disumanizzazione politica, dove profitto e vendetta sostituiscono politica ed etica. Israele, orfano del suo laburismo, ha perso il cuore liberal-democratico. E l’Europa, cieca e ignorante, contribuisce al disastro.

Ma un varco, per quanto stretto, resta aperto: ricostruire un fronte democratico laico, che unisca laburisti, centristi e società civile, capace di riportare al centro la dignità umana e non solo la sicurezza. Non sarà il ritorno del vecchio laburismo, ma potrebbe essere l’inizio di un nuovo patto politico, l’unico antidoto alla deriva fondamentalista che oggi avvelena Israele.

Il centro israeliano deve tornare a guardare a sinistra. Ma verso chi però? Qui il problema.

Carlo Gambescia

mercoledì 17 settembre 2025

Marcello Veneziani? Un futuro da collabò

 


“L’Unione europea è il vero nemico di questa Europa”. Così scrive oggi Marcello Veneziani sulle pagine de “La Verità”. Si dirà il solito titolo a effetto… E Carlo Gambescia ci ricama sopra…

In realtà, la lettura dell’articolo non è che una conferma del suo percorso intellettuale. Veneziani è nostalgico del fascismo “spirituale”, cantore del tradizionalismo reazionario, editorialista sempre pronto a schierarsi dalla parte dell’autorità contro la libertà.

Tuttavia, merita attenzione. Rappresenta un tassello importante nella costruzione culturale di un possibile autoritarismo europeo. A dire il vero, si potrebbe anche parlare di una specie di avviamento culturale (si fa per dire) al fascismo.

Non si dica che forziamo la sua posizione. L’intellettuale fascista — si pensi a un Marinetti per fare un esempio importante — considera l’adesione al fascismo una scelta di libertà: essere liberi significa essere fascisti. Veneziani, nel suo piccolo, identifica fascismo e libertà.

Ovviamente, non il fascismo-regime — o non del tutto — ma il fascismo-idea, in senso evoliano. Un fenomeno metastorico, che però di volta in volta si reincarna storicamente, assumendo forme diverse ma sempre interne a una reazionaria filosofia sociale  che si connota per il suo  bieco autoritarismo.

L’Europa come nemico interno

Il ragionamento di Veneziani è semplice e martellante: l’Europa istituzionale, quella dei Trattati, dei diritti, della libera circolazione, sarebbe una macchina di oppressione che tradisce la vera identità europea.

A sentire lui, Bruxelles è il nuovo occupante. Non ci sono carri armati americani a Parigi né truppe russe a Varsavia, ma c’è l’Unione europea, dipinta come nemico.

È la logica del capro espiatorio: inventare un nemico interno da additare alle masse, tipica dei fascismi novecenteschi.

Il punto non è criticare l’Unione — sacrosanto, vista la sua burocrazia e le sue ipocrisie — ma la direzione della critica. Veneziani non chiede un’Europa liberale.

Chiede implicitamente un ritorno a un’Europa “dei popoli” in senso etno-nazionalista, identitaria, chiusa. È la solita favola di chi sogna una comunità organica, compatta e gerarchica. Una comunità che non tollera differenze e conflitti. Julius Evola allo stato puro.


Il profilo del potenziale collaborazionista

Storicamente i collabò erano coloro che, in Francia, dopo il 1940 scelsero di collaborare con l’occupante nazista.

Non solo funzionari e politici di Vichy, ma anche intellettuali, giornalisti, artisti. Gente che legittimava l’ordine nuovo, costruiva narrazioni per renderlo presentabile, dava parole d’ordine a chi brandiva manganelli e armi.

Qualche nome? I principali collabò francesi includevano scrittori e giornalisti filo-nazisti come Robert Brasillach, Lucien Rebatet e Louis-Ferdinand Céline, autore di pamphlet antisemiti, nonché Drieu La Rochelle, Pierre-Antoine Cousteau, direttore di “Je Suis Partout”, Paul Morand, ambasciatore e scrittore, vero reazionario, inviso, e giustamente, ancora negli anni Sessanta, al generale De Gaulle.

Infine, Charles Maurras e i suoi seguaci offrirono un sostegno ideologico al regime di Vichy, mentre Jacques Doriot, un tempo comunista, e Jacques Déat, ex socialista, guidarono partiti e movimenti apertamente collaborazionisti.

Oggi, almeno per il momento, non abbiamo un Reich a cui piegarci, ma abbiamo uomini come Veneziani che giocano lo stesso ruolo culturale: preparano il terreno. In particolare sulle pagine de “La Verità”, fogliaccio reazionario.

Psicologicamente, la disponibilità è evidente: la propensione a considerare l’autorità più legittima della libertà, la convinzione che serva un nemico interno da combattere, l’idea che l’identità nazionale sia più importante dei diritti. Culturalmente, Veneziani produce esattamente il repertorio che un futuro regime autoritario userà per giustificarsi.

Inciso su Israele

Ci sia consentito un inciso in argomento. Veneziani, ormai da tempo, sul conflitto israelo-palestinese, pratica quello che si potrebbe chiamare un cerchiobottismo d’autore.

Da un lato non esita a denunciare Israele con parole durissime, parlando di sterminio e follia criminale. Dall’altro, evita di schierarsi davvero con i palestinesi. Si rifugia in un equilibrismo che lo presenta come pensatore “indipendente” e “super partes”.

In realtà, questo gioco delle parti gli consente di salvare la faccia morale senza compromettere l’allineamento alla destra sovranista. Pur criticando Israele Veneziani non rompe mai davvero. Ed è questa la posizione del governo Meloni, che Veneziani si guarda bene dal criticare.

Gli intellettuali organici del nuovo autoritarismo

Gramsci, che – via Alain de Benoist (ma cinquant’anni fa…) – piace tanto alla destra, parlava di “intellettuali organici” come di figure legate a una classe sociale emergente, capaci di darle voce e coscienza.

Veneziani, rovesciando la lezione, è un intellettuale organico della regressione: non rappresenta il futuro, ma il ritorno a un passato mitizzato.

Insomma Veneziani è organico a una destra che sogna l’ordine contro la libertà, la nazione chiusa contro l’Europa aperta, il potere verticale contro la liberal-democrazia pluralista e conflittuale.


 

E se oggi non c’è ancora il regime a cui collaborare, domani potrà esserci: filo-putiniano, filo-trumpista o semplicemente un nuovo fascismo “sovranista”. Allora Veneziani (età permettendo) o comunque i suoi epigoni potranno dire di averlo sempre annunciato, sempre giustificato, sempre reso possibile.

Prendere sul serio Veneziani

Il termine collabò in Francia divenne sinonimo di traditore. Ma la collaborazione non nasce mai il giorno in cui arrivano i carri armati: nasce prima. Nelle pagine dei giornali, nei discorsi pubblici, nelle costruzioni simboliche che spianano la strada all’autorità.

Veneziani oggi svolge esattamente questa funzione. Si pensi all’enorme lavoro dei cosiddetti “non conformisti” degli anni Trenta, tra i quali c’erano non pochi futuri filofascisti, a partire dai nomi sopra ricordati.

Ecco perché non basta sorridere delle sue frasi roboanti. Bisogna riconoscerle per ciò che sono: esercizi di pre-collaborazionismo, segnali culturali di resa all’autoritarismo fascista. Veneziani va preso sul serio.

Il nuovo fascismo comincia sulle pagine dei giornali, e Veneziani ne scrive l’introduzione: ignorarlo è permettere a questa gente di completare il libro.

Carlo Gambescia

 

Excusatio non petita, accusatio manifesta...

 


 

martedì 16 settembre 2025

Mondo. La “svolta nera” di settembre



La prima metà di settembre, oltre al cartellino rosso di Meta nei riguardi di Carlo Gambescia ( stiamo scherzando), ha messo insieme alcuni eventi che indicano una autentica svolta. Un "svolta nera": xenofoba, reazionaria e bellicista.

5 settembre Stati Uniti:  cambio di nome al “Department of Defense”. Trump ha imposto “Department of War”.
9-10 settembre Europa: violazione da parte russa dello spazio aero polacco.
10 settembre Stati Uniti: uccisione di Charlie Kirk, influencer di estrema destra.
12-13 settembre Europa: violazione dello spazio aereo rumeno sempre da parte russa.
13 settembre Inghilterra, Londra: grande manifestazione razzista dall’evidente matrice fascista (xenofoba e reazionaria). Più di centomila persone, non pacifica. Qualcosa che non si vedeva dalle grandi adunate nazifasciste degli anni Trenta del Novecento.
15 settembre Europa:  il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dichiara che la NATO è “de facto in guerra con la Russia”.

Guerra e fascismo sono tornati sulla cresta dell’onda. Guerra, sia nel senso di guerra civile, sia di guerra guerreggiata, come, per ora, nell’Ucraina aggredita dai russi, e stando a Peskov tra Nato e Russia.

I due fenomeni – guerra e fascismo – si rinforzano a vicenda, dal momento che veicolano, più che velocemente, una sensazione di insicurezza collettiva. Che però – ecco il mantra del nuovo fascismo – si può evitare cedendo alla tirannia russa e sbattendo la porta in faccia ai migranti e scacciando gli immigrati, aprendo – ecco quel che non si dice – alla tirannia fascista. Perché poi toccherà ai normali cittadini.

Le destre di stampo fascista (xenofobe e reazionarie) vincono, come Trump negli Stati Uniti e Meloni in Italia (solo per fare due esempi), perché per un verso creano e amplificano il problema e per l’altro si presentano come la soluzione. Qui emerge tutta la responsabilità del mass media tradizionali nel rilanciare una percezione alterata delle cose e tutta la potenza dei social network nel moltiplicare le fonti del pericolo sociale.

Il fatto che però ha maggior valore simbolico, e che presto si trasmetterà, per mimesi anche all’Europa, è quello del cambiamento di denominazione al Ministero della Difesa, introdotto da Trump. Fu Truman, nel 1947-1949 a volere il cambio di nome: da Ministero della Guerra  a  Ministero della Difesa, presto seguito dagli alleati europei, e imitato un poco in tutto il mondo, Italia compresa. In Russia esisteva addirittura fin dal 1946. E tuttora, ironia della sorte, non è cambiata la sua denominazione.

Il messaggio era chiaro: basta con le guerre di aggressione. La guerra veniva ammessa solo come strumento di autodifesa. Il tutto era ed è molto idealistico, però indicava, almeno sul piano delle intenzioni, un desiderio di pace.

Oggi invece, la parola di moda è guerra. Trump, da buon fascista (xenofobo e reazionario), ne ha preso subito atto. In qualche modo siamo davanti alla consacrazione della prossima guerra civile mondiale. Civile perché interna all’Occidente: tra liberali (sempre di meno) e fascisti (sempre di più), come preannuncia la morte di Charlie Kirk  e in precedenza di Melissa Hortman. Ma guerra anche esterna: tra Stati Uniti ed Europa, tra Europa e Russia, per cominciare. Con la Cina, che non è un esempio di liberal-democrazia, minacciosa, sullo sfondo.

Alcuni lettori si saranno accorti che non abbiamo citato Israele. E per una semplice ragione. Siamo davanti a una guerra difensiva , sfuggita di mano a un governo di estrema destra. Un “disastro” che sembra creato a bella posta – la feroce stupidità di Netanyahu non conosce limiti – per alimentare il fuoco dell’antisemitismo mondiale, che mette Israele, il suo Governo e gli Ebrei sullo stesso piano, evocandone la seconda distruzione (la prima fu in Europa, tra il 1933 e il 1945). Non si dimentichi mai che coloro che attaccano Israele sono gli stessi che sostengono Putin. Quanto a Trump, non c’è da fidarsi: per ora vede solo buoni affari. E si sa gli interessi cambiano. Non dimentichiamo che la destra antisemita, con la quale ha flirtato il defunto Kirk, ha votato per lui.

Ripetiamo: la svolta di settembre mostra che guerra e fascismo sono tornati prepotentemente sulla scena.

Che fare? Chi alimenta paura e insicurezza crea il problema e si propone come unica soluzione, chi non lo vede, rischia di arrivare impreparato a uno scenario in cui il caos e la violenza diventano la nuova realtà.

Però, qui, sorge un’altra domanda, basterà tenere gli occhi aperti?

Carlo Gambescia

lunedì 15 settembre 2025

Kirk, Meloni, Odifreddi. Non tutti i morti sono uguali

 


In Italia si è scatenata la polemica. Odifreddi ha sostenuto che la morte violenta di Martin Luther King e quella di Charlie Kirk non hanno lo stesso valore. Poi ha fatto una quasi marcia indietro. Atteniamoci alla sua prima esternazione. Alla quale Giorgia Meloni, indignata, ha risposto che i morti, soprattutto se assassinati per ragioni politiche, sono tutti uguali.

Alla base della sua tesi – così dice – c’è il rifiuto della violenza, che dovrebbe accomunare tutti i partiti, da destra a sinistra. Eppure proviene da un’ideologia che ha santificato la violenza. È difficile, per dirla alla buona, nascere leoni e morire pecore. Quindi Giorgia Meloni mente. Del resto, quando qualche mese fa furono assassinati, sempre negli Stati Uniti, la deputata democratica del Minnesota Melissa Hortman e il marito Mark, colpiti da un uomo, “un purificatore” dei costumi politici, che si spacciava per agente di polizia, da parte sua non vi fu alcuna reazione pubblica.

C’è dell’altro.

Meloni recita il vecchio rosario dell’eguaglianza davanti alla morte, soprattutto quando causata da un atto violento. A parte che, sempre con riferimento alla sua provenienza ideologica, Mussolini fu un guerrafondaio, l’argomento è fragile. Se i morti fossero davvero tutti uguali, non avremmo memoria collettiva, non ci sarebbero eroi, martiri, santi. Ci sarebbe solo un gigantesco necrologio senza differenze. È una posizione retorica, buona per la conferenza stampa o il comizio, ma storicamente inconsistente.

Odifreddi, al contrario, distingue: Martin Luther King e Charlie Kirk non giocano nella stessa serie. Il primo lottava per i diritti civili universali, il secondo difendeva un’idea escludente e integralista. Da un punto di vista storico e morale, è difficile dargli torto. Tuttavia, anche Odifreddi rischia di trasformare la valutazione storica in una graduatoria morale da professore di matematica: uno vale dieci, l’altro zero. La vita reale è più complessa.

E poi c’è la posizione dello stesso Kirk, che — non dimentichiamolo — divideva esplicitamente i morti. Per lui, da bravo integralista, chi muore nella fede cristiana va in “serie A”, chi muore senza fede è destinato a una serie B o C, se non peggio. Dunque, paradossalmente, Kirk stesso avrebbe smentito Meloni: non tutti i morti sono uguali. È la fede che separa i salvati dai dannati.

Va infatti  ricordato che Giorgia Meloni si professa cristiana, ma non vi sono testimonianze pubbliche di una sua pratica religiosa regolare. La sua è soprattutto un’identità dichiarata e giocata in chiave politica e culturale, più che una fede vissuta come esperienza privata di rito e sacramento.

E qui la contraddizione esplode. Meloni difende Kirk come martire, ma Kirk non avrebbe mai considerato Meloni “uguale a tutti gli altri”: priva di una testimonianza di pratica religiosa, con una figlia avuta fuori dal matrimonio — che, secondo la Bibbia che Kirk conosceva a memoria, rientrerebbe nel concubinaggio — dal punto di vista dell’integralismo cristiano Giorgia Meloni vivrebbe nel peccato, destinata all’Inferno.

Resta un punto decisivo. Criticare Kirk, definirlo un reazionario religioso, non significa giustificare l’omicidio. Ma questo non ci obbliga a santificare le vittime. Non ogni morto politico diventa automaticamente Martin Luther King.

Ecco la differenza. King testimoniava una visione inclusiva e universale di libertà per tutti. Kirk testimoniava una visione esclusiva e settaria, di salvezza solo per alcuni. Metterli sullo stesso piano significa offendere la ragione storica prima ancora che la morale.
 

In sintesi: Meloni predica una finta uguaglianza dei morti, Odifreddi rischia la matematica delle anime, Kirk divide il mondo in salvati e dannati.

Forse l’unica vera lezione è che la morte non livella proprio niente: rivela invece, in tutta la loro durezza, le differenze delle vite vissute e delle idee professate.

Poi c’è un’ultima cosa: gli appelli, molto generici, a moderare i toni, da parte di destra e sinistra. Ora, i toni del discorso pubblico dipendono dall’accettazione dei valori. Il liberalismo implica la condivisione dei valori liberali, tra i quali l’individualismo. Un integralista cristiano è fuori dall’universo liberale perché predica l’integrazione dell’individuo in una comunità religiosa che ne distrugge l’individualità. Il che vale per ogni forma di integralismo religioso, come per quelle ideologie totalitarie che rispondono al nome di fascismo, comunismo, nazismo.

Pertanto un integralista cristiano è automaticamente fuori dal discorso pubblico liberale. Perché, e non si tratta solo di toni, i contenuti del suo discorso pubblico sono antiliberali. E per farsi sentire, non può che alzare la voce: di qui il tono incendiario. L’integralismo è un processo a spirale, che per via mimetica si trasmette a tutti. Di qui il tono sempre più acceso e il passaggio alle vie di fatto.

Perciò Charlie Kirk è in qualche modo responsabile di quel che è successo, perché portatore di un’ideologia potenzialmente totalitaria che non può non scatenare, per imitazione, reazioni altrettanto distruttive. Pertanto, il problema non è abbassare i toni — strada illusoria — ma escludere dal discorso pubblico liberale, che è sempre dalla parte dell’individuo, coloro che difendono ideologie anti-individualiste.

La religione è fatto privato, non pubblico. Ed è lì che deve restare, se non vogliamo che la storia torni a farsi tragedia. Il ruolo della religione – non si dimentichi mai – non è quello di dare voti, ma di favorire l’esame di coscienza individuale e, di riflesso, lo sviluppo di un’autocoscienza capace di tenere a bada i lati meno piacevoli dell’individualismo. Nessuna ideologia è perfetta. Però, tra il richiamo della foresta della comunità e l’esercizio di una ragione individuale, difficile ma possibile, è sempre preferibile la seconda.

Carlo Gambescia

domenica 14 settembre 2025

30 giorni di odissea digitale con Meta

 




Che dire? Dopo trenta giorni nulla è cambiato. Dal 14 agosto Meta persevera nel suo personale gioco dell’Oca digitale: ogni volta mi ritrovo davanti alla pagina bloccata.



Il rito ormai è diventato familiare: provo ad accedere, si apre una finestra che mi chiede di attendere un codice via mail. Lo inserisco, poi mi viene chiesta una nuova password, la inserisco… e ritrovo la pagina bloccata come se nulla fosse successo.

Nei primi giorni, si è aperta per due volte una finestra “magica”, poi sparita. Mi veniva chiesto di inviare un documento d’identità. Ho inviato due volte la patente: la prima volta accettata, con la promessa che la pagina sarebbe stata presto sbloccata; la seconda volta, dopo circa quindici giorni senza alcun cambiamento, il documento è stato rifiutato senza alcuna spiegazione.

Ci si sente umiliati, trattati come imbecilli da questi veri e propri necrofori della libertà. Io non gioco né passo il tempo: sono uno studioso, un liberale, un analista sociale che si oppone a questo nuovo fascismo che sembra incombere sull'Occidente grazie alla complicità digitale, consapevole o meno, di piattaforme come Meta.  

Per ora, non mi sento di aggiungere altro, se non due link  per chi si fosse perso le puntate precedenti:

1) Dal Campo dei santi al Campo dei like: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/08/dal-campo-dei-santi-al-campo-dei-like.html
Come i nuovi meccanismi digitali modellano il consenso e il pensiero collettivo;

2) Ferragosto 2025: bloccati dai fascisti
https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2025/08/ferragosto-2025-bloccati-dai-fascisti.html
Cosa succede quando le piattaforme scelgono da che parte stare? Una riflessione sulla censura e la libertà di espressione.

 

Carlo Gambescia

sabato 13 settembre 2025

Bella ciao!

 



«Una mattina mi son svegliato,
oh bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato
e ho trovato l’invasor.
O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E se io muoio da partigiano,
tu mi devi seppellir.
E seppellire lassù in montagna,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E seppellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
E le genti che passeranno
Ti diranno «Che bel fior!»
«È questo il fiore del partigiano»,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
«È questo il fiore del partigiano
morto per la libertà!»