“L’Unione europea è il vero nemico di questa Europa”. Così scrive
oggi Marcello Veneziani sulle pagine de “La Verità”. Si dirà il solito
titolo a effetto… E Carlo Gambescia ci ricama sopra…
In realtà, la lettura dell’articolo non è che una conferma del suo
percorso intellettuale. Veneziani è nostalgico del fascismo
“spirituale”, cantore del tradizionalismo reazionario, editorialista
sempre pronto a schierarsi dalla parte dell’autorità contro la libertà.
Tuttavia, merita attenzione. Rappresenta un tassello importante nella
costruzione culturale di un possibile autoritarismo europeo. A dire il
vero, si potrebbe anche parlare di una specie di avviamento culturale
(si fa per dire) al fascismo.
Non si dica che forziamo la sua posizione. L’intellettuale fascista —
si pensi a un Marinetti per fare un esempio importante — considera
l’adesione al fascismo una scelta di libertà: essere liberi significa
essere fascisti. Veneziani, nel suo piccolo, identifica fascismo e
libertà.
Ovviamente, non il fascismo-regime — o non del tutto — ma il
fascismo-idea, in senso evoliano. Un fenomeno metastorico, che però di
volta in volta si reincarna storicamente, assumendo forme diverse ma
sempre interne a una reazionaria filosofia sociale che si connota per il suo bieco autoritarismo.
L’Europa come nemico interno
Il ragionamento di Veneziani è semplice e martellante: l’Europa
istituzionale, quella dei Trattati, dei diritti, della libera
circolazione, sarebbe una macchina di oppressione che tradisce la vera
identità europea.
A sentire lui, Bruxelles è il nuovo occupante. Non ci sono carri
armati americani a Parigi né truppe russe a Varsavia, ma c’è l’Unione
europea, dipinta come nemico.
È la logica del capro espiatorio: inventare un nemico interno da additare alle masse, tipica dei fascismi novecenteschi.
Il punto non è criticare l’Unione — sacrosanto, vista la sua
burocrazia e le sue ipocrisie — ma la direzione della critica. Veneziani
non chiede un’Europa liberale.
Chiede implicitamente un ritorno a un’Europa “dei popoli” in senso
etno-nazionalista, identitaria, chiusa. È la solita favola di chi sogna
una comunità organica, compatta e gerarchica. Una comunità che non
tollera differenze e conflitti. Julius Evola allo stato puro.
Il profilo del potenziale collaborazionista
Storicamente i collabò erano coloro che, in Francia, dopo il 1940 scelsero di collaborare con l’occupante nazista.
Non solo funzionari e politici di Vichy, ma anche intellettuali,
giornalisti, artisti. Gente che legittimava l’ordine nuovo, costruiva
narrazioni per renderlo presentabile, dava parole d’ordine a chi
brandiva manganelli e armi.
Qualche nome? I principali collabò francesi includevano scrittori e
giornalisti filo-nazisti come Robert Brasillach, Lucien Rebatet e
Louis-Ferdinand Céline, autore di pamphlet antisemiti, nonché Drieu La
Rochelle, Pierre-Antoine Cousteau, direttore di “Je Suis Partout”, Paul
Morand, ambasciatore e scrittore, vero reazionario, inviso, e
giustamente, ancora negli anni Sessanta, al generale De Gaulle.
Infine, Charles Maurras e i suoi seguaci offrirono un sostegno
ideologico al regime di Vichy, mentre Jacques Doriot, un tempo
comunista, e Jacques Déat, ex socialista, guidarono partiti e movimenti
apertamente collaborazionisti.
Oggi, almeno per il momento, non abbiamo un Reich a cui piegarci, ma
abbiamo uomini come Veneziani che giocano lo stesso ruolo culturale:
preparano il terreno. In particolare sulle pagine de “La Verità”,
fogliaccio reazionario.
Psicologicamente, la disponibilità è evidente: la propensione a
considerare l’autorità più legittima della libertà, la convinzione che
serva un nemico interno da combattere, l’idea che l’identità nazionale
sia più importante dei diritti. Culturalmente, Veneziani produce
esattamente il repertorio che un futuro regime autoritario userà per
giustificarsi.
Inciso su Israele
Ci sia consentito un inciso in argomento. Veneziani, ormai da tempo, sul
conflitto israelo-palestinese, pratica quello che si potrebbe chiamare
un cerchiobottismo d’autore.
Da un lato non esita a denunciare Israele con parole durissime,
parlando di sterminio e follia criminale. Dall’altro, evita di
schierarsi davvero con i palestinesi. Si rifugia in un equilibrismo che
lo presenta come pensatore “indipendente” e “super partes”.
In realtà, questo gioco delle parti gli consente di salvare la faccia
morale senza compromettere l’allineamento alla destra sovranista. Pur
criticando Israele Veneziani non rompe mai davvero. Ed è questa la
posizione del governo Meloni, che Veneziani si guarda bene dal
criticare.
Gli intellettuali organici del nuovo autoritarismo
Gramsci, che – via Alain de Benoist (ma cinquant’anni fa…) – piace
tanto alla destra, parlava di “intellettuali organici” come di figure
legate a una classe sociale emergente, capaci di darle voce e coscienza.
Veneziani, rovesciando la lezione, è un intellettuale organico della
regressione: non rappresenta il futuro, ma il ritorno a un passato
mitizzato.
Insomma Veneziani è organico a una destra che sogna l’ordine contro
la libertà, la nazione chiusa contro l’Europa aperta, il potere
verticale contro la liberal-democrazia pluralista e conflittuale.
E se oggi non c’è ancora il regime a cui collaborare, domani potrà
esserci: filo-putiniano, filo-trumpista o semplicemente un nuovo
fascismo “sovranista”. Allora Veneziani (età permettendo) o comunque i
suoi epigoni potranno dire di averlo sempre annunciato, sempre
giustificato, sempre reso possibile.
Prendere sul serio Veneziani
Il termine collabò in Francia divenne sinonimo di traditore. Ma la
collaborazione non nasce mai il giorno in cui arrivano i carri armati:
nasce prima. Nelle pagine dei giornali, nei discorsi pubblici, nelle
costruzioni simboliche che spianano la strada all’autorità.
Veneziani oggi svolge esattamente questa funzione. Si pensi
all’enorme lavoro dei cosiddetti “non conformisti” degli anni Trenta,
tra i quali c’erano non pochi futuri filofascisti, a partire dai nomi
sopra ricordati.
Ecco perché non basta sorridere delle sue frasi roboanti. Bisogna
riconoscerle per ciò che sono: esercizi di pre-collaborazionismo,
segnali culturali di resa all’autoritarismo fascista. Veneziani va preso
sul serio.
Il nuovo fascismo comincia sulle pagine dei giornali, e Veneziani
ne scrive l’introduzione: ignorarlo è permettere a questa gente di completare il
libro.
Carlo Gambescia
Excusatio non petita, accusatio manifesta...