martedì 20 agosto 2024

Arianna Meloni, la destra e l’ “istinto delle combinazioni”

 


Sul caso Arianna Meloni desideriamo elevare il tono del dibattito politico. Per ora di bassissimo livello. Per fare questo dovremo partire da lontano. Chiediamo perciò al lettore un pizzico di pazienza.

Sul complottismo negli ultimi anni è fiorita una letteratura scientifica notevole. Però gli studiosi non sono giunti a conclusioni comuni e  convincenti sotto il profilo conoscitivo.

Crediamo invece si debba risalire a Pareto, che elaborando il concetto di “istinto delle combinazioni”, come qualcosa di residuo, ossia di permanente, nel comportamento sociale, sottolineò il ruolo giocato dalla passione, tipicamente umana, di pretendere di fornire sempre una spiegazione a tutto in modo sia scientifico che fantastico. Quindi l’istinto delle combinazioni può far avanzare come pure far regredire la scienza.

“Si parva licet”, nel nostro Trattato (*) parliamo di una regolarità metapolitica, un atteggiamento che si ripete nella storia umana, pur assumendo contenuti storici differenti, e che si manifesta nella persistenza della razionalizzazione o giustificazione ideologica dei fenomeni politici a livello di comportamenti.

Insomma, l’uomo razionalizzando, spiega e spiegando comprende e molto spesso giustifica. Purtroppo non è mai facile individuare il confine tra scienza, comprensione e giustificazione. Come pure tra istinto delle combinazioni buono (scienza) e istinto delle combinazioni cattivo (ideologia) .

Ad esempio, il marxismo, teoria che si autodefinisce scientifica, perché si dice fondata sul materialismo storico-dialettico, fornisce al tempo stesso una forma di razionale comprensione storica e di giustificazione della rivoluzione sociale e politica. I cui frutti velenosi, storicamente parlando, sono sotto gli occhi di tutti.

Riassumendo: l’uomo, per dirla con Pareto, combina fatti e opinioni sui fatti, il che può andare a uso e consumo dell’ ideologia, come pure della scienza.

Il nodo cognitivo da sciogliere a proposito dell’istinto delle combinazioni è rappresentato dalla relazione tra fatti e opinioni sui fatti. Hume fu tra i primi a invitare gli scienziati a distinguere in materia. Cosa non facile. O comunque non per tutti gli “scienziati”. Diciamo che tuttora nelle scienze sociali prevale l’istinto delle combinazioni nella sua versione “cattiva”. Il che spiega perché non esiste una posizione comune sul complottismo.

Va detto che se gli scienziati almeno tentano di distinguere tra fatti e opinioni, i mass media, per non parlare dell’universo social, e di riflesso la politica, sguazzano nella razionalizzazione o giustificazione ideologica.

Ma distinguere i fatti dalle opinioni che cosa significa? E qui torniamo alla polemica in corso su una presunta indagine della magistratura nei riguardi di Arianna Meloni.

I fatti indicano che non è in atto nessuna inchiesta. Però l’opinione prevalente della destra, di tipo complottista (nel senso che vede cospirazioni ovunque), è basata sull’opinione che la sinistra giochi sporco. Cosa non ancora provata, se non a livello di poco attendibili  ricostruzioni giornalistiche, spesso di parte. Su Tangentopoli, ad esempio, manca ancora  una seria analisi ricostruttiva. Insomma il discorso  è ancora aperto. Inoltre Berlusconi, “il perseguitato”, per dirla alla buona, non era certamente un santo.

Per contro è un fatto, addirittura storico, che il fascismo, dal quale discende Fratelli d’Italia (passando per il Movimento Sociale e Alleanza Nazionale) si sia sempre nutrito di complottismo ideologico contro gli ebrei, contro i borghesi, contro gli americani, contro i comunisti, eccetera. Parliamo di fatti non di opinioni sui fatti.

Pertanto i difensori di Arianna Meloni, a causa dei propri natali ideologici, per così dire, sono naturalmente portati a mescolare fatti e opinioni: siamo davanti a razionalizzazioni-giustificazioni ideologiche per attaccare magistratura e avversari politici. Dal punto di vista complottista della destra  è scontato che Arianna Meloni sia innocente e vittima della famosa sinistra che giocherebbe sporco. Cosa, come visto, ancora tutta da dimostrare sul piano di una ricostruzione storica scientifica.

Come detto, se per un verso l’istinto delle combinazioni, distinguendo tra fatti e opinioni, aiuta la scienza (versione buona), per l’altro mescolandoli, in chiave complottista, favorisce la razionalizzazione o giustificazione di determinati comportamenti politici (versione cattiva).

Sotto questo aspetto la mancata distinzione tra fatti e opinioni sui fatti ci aiuta a capire meglio la natura di quello che altrove abbiamo denominato il fascismo cognitivo (**).

Per farla breve: il caso della difesa in chiave complottista di Arianna Meloni non è che un’altra prova della natura fascista, profondamente fascista, quindi di approccio mentale, cognitivo dunque, di Fratelli d’Italia.

Carlo Gambescia

(*) C. Gambescia, Trattato di metapolitica, Edizioni Il Foglio, 2023, vol.I, pp. 159-160, vol. II, pp. 157-186.
(**) Qui: https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2024/07/giorgia-meloni-e-il-fascismo-cognitivo.html .

lunedì 19 agosto 2024

Adieu Mr. Delon, Adieu Mr. Klein

 


Con Alain Delon, per non pochi (ex) giovani degli anni Settanta del secolo scorso, scompare un bel frammento di memoria. Spariscono i cinema di seconda visione, il fumo invasivo, i cremini semisciolti, i poliziotteschi francesi, i baci rubati al buio a qualche bella fanciulla pazza per Alain Delon, che però, tra il lusco e il brusco, si accontentava di chi aveva accanto.

Di Alain Delon, scomparso ieri a un’ età, ottantotto anni, alla quale i duri, quelli veri, di regola non arrivano mai, conserviamo due immagini nitide.

Quella del Delon carnivoro, sempre assetato di successo (non si diventa mai divi per caso), ai funerali di Belmondo, anno di grazia 2021. Quando la salma di “Bebel”, rispetto ai suoi fans – fans di Delon – in attesa, fuori della chiesa, sembra essere in fondo ai suoi pensieri. Delon, mascherina anticovid abbassata sul collo, torreggia spavaldo nonostante stampella e passo claudicante. E come un vampiro affonda finalmente i denti nella gola di Belmondo. “Tu sei morto, io sono vivo, e mi godo ancora il mio successo”, così sembra dire al figlio, vampiretto sfortunato, che lo puntella. Si veda il video su YouTube, vale più di tante nostre parole (*).

Si dice di Delon che demolisse l’interlocutore, soprattutto quando sgradito (quasi tutti quindi), con uno sguardo gelido che sarebbe piaciuto a Bram Stoker. Belmondo era un amico. Ma anche un rivale. E poi si riteneva  uno del popolo. Grossier, non come il più giovane Depardieu. Ma grossier.  E Alain – come  la Deneuve, stessa razza ma al femminile – si svegliava a mezzanotte.  Alain sarebbe stato sullo schermo, perchè  lo era già nella vita, un magnifico, glaciale e raffinato, Conte Dracula. Pare vi fossero state alcune proposte. Mai andate in porto però.

L’altra immagine è quella racchiusa  in uno dei suoi film  migliori, “Mr. Klein”, diretto dal geniale Losey, altro notturno e  blasonato nemico del popolo e dei luoghi comuni, quando, dopo un convegno amoroso (per dirla all’antica), ai piedi del letto, con lei seminuda sullo sfondo (un classico deloniano), Klein-Delon, sfogliando una rivista ebraica, ricevuta forse per errore o forse no, scopre di avere nel destintario un omonimo. E nella Parigi nazista, dove un elenco abbonati costituisce un capo d'accusa, non  basta  respingere al mittente. Stupore. Klein-Delon aggrotta la fronte. Il ghiacciaio inizia a sciogliersi.

In realtà, come proverà l’andamento a spirale della pellicola, l’antiquario Klein-Delon, ricco, avido e maledetto, vivrà fino in fondo il suo sventurato destino, con la stessa voluttà con la quale Delon-Delon vive il suo successo.  Anche dinanzi alle spoglie di Belmondo.

Delon e Klein, predestinati. A che cosa? Delon al successo, dopo essere scampato alla morte del soldatino in Indocina. Klein invece alla morte, da ricco  ebreo non ebreo che alla fine  accetta di impulso la deportazione per poter morire da autentico ebreo. La fronte aggrottata è solo  un ricordo.

Realtà e finzione sembrano mescolarsi e completarsi nella figura del doppio. Delon-Delon celebra se stesso in morte  del suo doppio, Belmondo. Klein-Delon muore con il suo doppio.

Sappiamo di non aver detto nulla del suo cinema. Però come insegnano i teologi è più importante parlare di dio che delle opere di dio. Un dio minore, di cellulloide diciamo. Per il cristianesimo un angelo caduto. O se si preferisce un moderno vampiro assetato di successo. Portato via dalla luce del giorno. Per sempre.

Adieu Mr. Delon, Adieu Mr. Klein.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.youtube.com/watch?v=oiVa21od6gw (0:52).

domenica 18 agosto 2024

Il Venezuela, l’America Latina e la cultura liberale

 


Che il Venezuela sia nelle mani di una specie di dittatore nazional-socialista è un dato di fatto. Si noti però un cosa. Nel mondo occidentale si protesta, anche oggi, però i riferimenti all’eredità socialista e nazionalista, lo stesso mix del fascismo storico in Italia e in Germania, non fanno notizia per così dire. Né si critica lo statalismo, all’ultimo grado della scala Mercalli politica, del regime di Maduro. Che cinicamente fornisce alimenti e medicinali ( e ovviamente armi) solo ai suoi sostenitori dichiarati.

Cosa vogliamo dire? Che la protesta internazionale, contro la dittatura venezuelana, a parte alcune rare eccezioni di parte liberale, non ha un saldo fondamento culturale, di critica culturale diciamo. Si evoca un generico ritorno alla democrazia, soprattutto a sinistra, quando non si tace addirittura (si pensi a tetri personaggi come il grillino Di Battista), perché l’abisso in cui sta precipitando il regime di Maduro non può più trovare alcuna giustificazione.

Riassumendo: la sinistra riformista evoca la democrazia, senza entrare nei dettagli di ragioni e cause della crisi, la sinistra radicale tace o si accoda ai riformisti, fischiettando come se in passato non avesse mai difeso prima  Chávez poi Maduro. Per non parlare nel mito politico cubano, tuttora vivissimo.

E la destra? O si batte, più o meno apertamente, per la non ingerenza, oppure, critica il dittatore venezuelano occultandone però il nazionalismo: in pratica si critica soltanto il rovescio socialista della dittatura nazional-socialista di Maduro. Insomma, nella migliore delle ipotesi, anche a destra, soprattutto tra i moderati si evoca un generico ritorno alla democrazia, senza indagare troppo sulle cause della crisi. Si chiudono invece gli occhi sul fenomeno populista, storicamente caratteristico dell’America Latina, da sempre terra dei fuochi per lo sviluppo di velenosi nazional-fascismi, più o meno locali, più o meno sociali, più o meno rossi.

Per capirsi, la democrazia senza liberalismo, cioè senza stato di diritto, o meglio la “mentalità” da stato di diritto, non funziona. Non basta cacciare via Maduro. Deve prima cambiare “il cervello” delle classi dirigenti latino-americane, politiche ed economiche. Di conseguenza la vuota evocazione del ritorno alla democrazia, senza alcuna empatia verso le istituzioni liberali (mercato, parlamento, diritti politici e civili), può solo tramutarsi nel grande inganno politico, tristemente rappresentativo di un disgraziato universo politico dove la democrazia è sempre stata intesa in chiave plebiscitaria. Cioè di schiacciamento del perdente politico.

Il Cesare locale è chiamato Caudillo: un capo supremo, in genere un alto militare, che promette riforme al popolo che lo appoggia, che calpesta ogni forma di opposizione, che crea il culto della sua personalità, e che governa fino a quando la morte naturale o violenta non mette fine al suo potere. L’esatto contrario della democrazia liberale, fondata sull’alternanza tra maggioranza e opposizione e soprattutto sul rispetto delle minoranze politiche. La lista dei dittatori è lunga. Risale agli anni dell’ indipendenza dalla Spagna. Probabilmente in Europa, il nome di Perón, grande ammiratore di Mussolini, è quello più famoso.

Pertanto la grande questione è quale democrazia? Plebiscitaria o rappresentativa? Con o senza mercato, diritti civili, politici, eccetera? Esiste in Venezuela, al momento, una cultura liberale diffusa? Cosa ha fatto finora l’Occidente per promuovere la cultura liberale nel Sud del continente americano?

Il silenzio della sinistra o i proclami democratici a scoppio ritardato non aiutano. Ma neppure le riserve politiche, ad esempio sull’economia di mercato, di una destra nazionalista che liberale non è.

Ripetiamo: il problema non è cacciare via Maduro (o comunque non solo), ma come favorire un cambio di mentalità. Si potrebbe parlare di una transizione al liberalismo. Di come porre le basi per una società aperta. Milei in Argentina, pur in modo non del tutto limpido, sta tentando.

Va onestamente ammesso che l’equilibrio tra istituzioni politiche ed economiche liberali non è facile da perseguire. Richiede tempo, pazienza, interiorizzazione del concetto di rischio. Processi lunghi. E spesso la gente comune alla libertà preferisce una mezza promessa di sicurezza immediata.

Del resto nel Cile di Pinochet, dopo un disastroso esperimento socialista, ci si accontentò di introdurre solo elementi di libero mercato, rinunciando però alla libertà politica. Più o meno quel che ha cercato di fare Bolsonaro in Brasile. Sono cose che non possono essere accettate.

E qui nasce un dubbio. Che liberalismo e America Latina siano incompatibili?

Carlo Gambescia

sabato 17 agosto 2024

Con questa destra e con questa sinistra l'Italia non cambierà mai

 


Carceri. Semplifichiamo (che più di così non si può). La sinistra vuole l’amnistia, la destra no. Ma destra e sinistra, accusandosi a vicenda, non affrontano la questione fondamentale. Ovviamente da un punto di vista liberale. Quale? Che le statistiche ci dicono che il 60 per cento della popolazione carceraria rimanda a persone che sono dentro per reati connessi con lo spaccio (risemplifichiamo). Ora, ripetiamo, in un paese liberale, la prima cosa da fare, sarebbe quella di depenalizzare, liberalizzare. Si chiama antiproibizionismo. Di colpo cadrebbe il reato di spaccio. Con conseguente  progressivo svuotamento delle carceri. E invece no. Si continua a discutere di ciò che deve fare lo stato. E per giunta a vanvera. In realtà lo stato deve fare marcia indietro. Si depenalizzi e si lasci che siano gli individui a scegliere tra una “pippata” e una partita di calcetto. O le due le cose insieme.

Cittadinanza. Anche qui semplifichiamo (che più di così non si può). La destra (a parte l’odio atavico per il diverso da sé), è divisa tra sostenitori dello ius sanguinis (roba fascista) e dello ius soli (roba semifascista). La sinistra parla di ius scholae. Più accettabile, quest’ultima posizione, che lega la concessione della cittadinanza alla frequentazione scolastica. La destra invece, da grandissima ipocrita, oscilla tra la dottrina del sangue e l’ipocrisia verso chi dell’Italia conosce solo i campi di concentramento. Ma qual è il vero punto? Che destra e sinistra, ragionano in automatico, non si interrogano su un fatto fondamentale dal punto di vista della società liberale, autenticamente liberale: l’individuo-migrante vuole diventare italiano? Perciò alla base di tutto (ius sanguinis, soli, scholae) non può che esservi la volontà del migrante. Insomma deve essere il migrante a decidere se diventare o meno italiano, non lo stato sangue-suolo-scuola. Non è una questione di nonni e genitori del conte dracula; del civico sul portone in via dell’impossibile, palazzo ancor da costruire; o di saper recitare le poesie a memoria, ma di libertà individuale. “Io, migrante, decido di diventare cittadino italiano”. Punto.

Ecco due esempi dell’ arretratezza statalista che devasta la destra e la sinistra. Perciò si discute del nulla. O comunque solo di ciò che lo stato deve fare per l’individuo, senza chiedere prima all’individuo se vuole che lo stato faccia determinate cose per lui. Si dà per scontato che lo stato sia la soluzione di ogni cosa . E invece il problema è proprio lo stato che tende inevitabilmente a schiacciare l’individuo. Migrante o meno. E qui il discorso si farebbe lungo. Lasciamo stare.

Concludendo, capito che bella società liberale è la nostra? Con questa destra e questa sinistra l’Italia non cambierà mai.

Carlo Gambescia

venerdì 16 agosto 2024

L'anticapitalismo romantico e i suoi amici (a sinistra)

 


Ieri l’altro abbiamo visto Soldados de Salamina, tratto dall’ omonimo romanzo di Javier Cercas, che conseguì, grazie a quest’opera sulla guerra civile spagnola, un successo internazionale.

Il film è inferiore al romanzo, ma il punto non è questo. C’è un filo rosso (diciamo rosso-nero) che attraversa il romanzo di Cercas, coltissimo uomo di sinistra: quello del contrasto tra Franco e la Falange. Da una parte Franco, un sanguinario dittatore, un conservatore, un orco realista, dall’altro, la Falange, movimento fascista spagnolo, non proprio da promuovere a pieni voti per il suo inveterato anticomunismo, ma piena zeppa di idealisti e nemica del capitalismo, quindi del concetto stesso di profitto privato, che ne è il normalissimo motore.

La stessa sera di Soldados – nessuno è perfetto – abbiamo seguito “Caro Marziano” di Pif. Un attore, regista, conduttore, che non ci dispiace, un uomo sicuramente colto. Nel programma ci si occupava di un bravissimo e simpatico artigiano del giocattolo, che dona o quasi le sue “opere”. Anche qui, come da linea editoriale di “Caro Marziano”, grande antipatia verso il concetto di profitto.

Certo, il campione sociologico è ridotto. Forse osiamo (metodologicamente) troppo. Però Cercas e Pif, due intellettuali di sinistra, uno spagnolo, uno italiano, con missioni diverse (letteratura e comunicazione), detestano il profitto. Cercas rivaluta addirittura la Falange, Pif l’artigiano pre-Rivoluzione industriale. E sotto questo aspetto hanno valore idealtipico. Perché la lista di coloro che hanno sposato, culturalmente parlando (quindi prima che politicamente), la causa dell’anticapitalismo romantico è lunga. Affonda le radici nel primo Ottocento.

Andando oltre la tuttora preziosa rassegna di Raymond Williams sul rapporto tra cultura e Rivoluzione industriale, la prima citazione (tra le tantissime) che ci sovviene è quella di Balzac. Che statuì l’inevitabile relazione, da lui vista in chiave addirittura di chimica sociale, tra grandi fortune e grandi delitti.

Molto correttamente, Marx, pur avido lettore di romanzi e romanzetti (da Balzac a Sue), diffidava dei romantici. E capì subito ( o quasi) che il profitto, andava studiato scientificamente, eccetera, eccetera. Perciò, con Engels, in modo altrettanto intelligente, riabilitò il borghese, quantomeno come ruolo storico, fin dalla stesura del Manifesto.

Il che significa che Cercas e Pif devono tornare a Marx? No. O sì, ma fino a un certo punto, come poi vedremo.

Del resto le vie del marxismo sono imprevedibili. Costanzo Preve (ma potremmo fare altri nomi di marxisti movimentisti, a partire da Toni Negri, che veleggiò disinvoltamente da Spinoza a San Francesco), attirandosi le critiche di marxisti romantici e scientisti, propose addirittura di coniugare Platone, Aristotele e Marx, ripartendo dall’ontologia sociale di Lukács. Cioè dal rapporto organico tra filosofia e bisogni sociali costitutivi, relazione giudicata nei termini di una nuova metafisica sociologica (Lukács ben conosceva le pagine di Simmel, sul rapporto tra forma sociale-contenuto storico). Per farla breve: Preve opponeva la ragione sociale degli antichi (quella che poi Heidegger chiamerà metafisica) alla distruzione della ragione politica dei moderni.

Pertanto Cercas e Pif dovrebbero tornare a Preve? No. In realtà, andrebbe conservato l’approccio scientifico di Marx, però così come l’ha ripensato Lucio Colletti, ripensando il concetto di profitto, come normale categoria non dell’economia capitalistica ma dell’economia di mercato. Si chiama anche laicismo cognitivo.  Si tratta, in qualche misura, di riuscire a liberare Marx da Marx, non ricadendo nell’anticapitalismo romantico, né nel leninismo alla Al Capone, ma aprendosi agli apporti della scienza della società aperta. A dire il vero, Colletti quasi alla fine del suo percorso a Marx sostituì Popper. E qui, parta pure il quarto movimento della Nona di Beethoven. La famosa corale celebrativa : Freude, schöner Götterfunken/Tochter aus Elysium, eccetera,

Ovviamente quando detto fin qui non è cibo per palati sottili. Il livello di Cercas e Pif, due intellettuali comunque colti, è quello dell’anticapitalismo pavloviano: da riflesso condizionato, appena si accende la lampadina profitto. Si comportano come il pezzo di mascella, se ricordiamo bene, del Cyborg killer semidistrutto di “Terminator”,

Battute a parte, non pretendiamo  che la sinistra, o quel che ne resta, debba ricalcare le orme di Colletti, che qualche errore pur fece, cadendo, per senile vanità, nella rete parlamentare di un personaggio balzachiano come Berlusconi. Però preferire la Falange e l’artigiano pre-industriale non aiuta.

Concludendo, l’anticapitalismo romantico, porta a Heidegger. E con Heidegger a un tipaccio, sempre con i baffetti corti, agitatissimo, quasi un mezzo matto, che fino all’ultimo, chiuso nel bunker, si atteggiò a vittima di improbabili complotti.

Altro che Franco, “Franquito el cuquito que va a lo suyito”, che però morì nel suo letto e si guardò bene dall’allearsi organicamente con Hitler e Mussolini. Il “suyito” fu quello della Spagna, che dopo la seconda guerra conobbe una nuova rivoluzione industriale, accrebbe le risorse del paese, favorì la crescita del tenore di vita degli spagnoli, favorendo “indirettamente” il successivo ritorno della democrazia.

Il che – attenzione – non significa che fu un politico democratico. Tutt’altro. Fucilò e imprigionò, soprattutto subito dopo la fine della guerra civile. Però capì, anche se a suo modo, la modernità economica. Per quegli incredibili effetti non previsti delle azioni sociali, modernizzò la Spagna senza saperlo.

Un’ultima cosa, sappiamo bene che la nostra “equazione” sociologica , anzi metapolitica, rischia di portare acqua al mulino di   qualche nuovo Pinochet. Però ogni Pinochet non è che il rovescio della medaglia, dispiace dirlo,  dell’anticapitalismo romantico alla Allende. 

Il compito di cambiare, dal momento che i fascisti sono irrecuperabili, spetta alla sinistra. Ma è in grado di cambiare? Di accettare finalmente la modernità economica del profitto? Cercas e Pif provano, purtroppo, che la strada è ancora lunga.

Carlo Gambescia

mercoledì 14 agosto 2024

Destra, sinistra e libertarismo

 


Destra e sinistra pari sono?   E poi di  quale destra parliamo? E di  quale sinistra?

Partiamo da quelle che oggi sono chiamate “narrazioni”. In poche parole dal come si autorappresentano destra e sinistra.

La destra , ovunque nel mondo occidentale, si presenta come grande garante della legge e dell’ordine, della patria e della famiglia, dei valori cristiani. Sull’economia la destra è su posizioni nazionaliste: mercato, con tutele pubbliche all’interno, protezionismo all’esterno. Pertanto la destra non è liberale né liberista. Né tantomeno libertaria.

La sinistra si presenta come la grande garante della libertà in tutti gli ambiti. Pone al centro della sua attenzione la libertà individuale, ad eccezione dell’ambito economico. Infatti su tale piano la sinistra è statalista e protezionista come la destra. Pertanto la sinistra pratica una forma di liberalismo dimezzato. Diciamo che è liberale a metà. E che non è sicuramente libertaria.

Ora, altra domanda  interessante sul piano delle rappresentazioni: a parti invertite la destra come vede la sinistra? E la sinistra come vede la destra?

La destra descrive la sinistra, spesso con toni apocalittici, come distruttrice di ogni idea di patria, famiglia,  religione, eccetera. E non sbagliando cita l' esempio  negativo  del  comunismo. La sinistra dipinge a tinte foschissime la destra come fascista, reazionaria, razzista, eccetera. E a sua volta  ricorda, e giustamente, gli orrori del nazismo.

Pertanto che destra e sinistra abbiano un lato oscuro, diciamo fascio-comunista, è un dato di storico inconfutabile.

Tuttavia proprio  intorno a queste contro-descrizioni  ruota il discorso pubblico. Il  che ovviamente implica una radicalizzazione che divide il “campo” dell’Occidente al suo interno.

Cioè, in qualche misura, la polarizzazione fa il gioco dei nemici dell’Occidente. Indebolisce. Sotto questo profilo destra e sinistra, che pure sono fenomeni politici moderni, hanno perduto il senso dell’appartenenza alla modernità occidentale che ha nell’individualismo il suo denominatore comune.

L’individualismo dovrebbe essere quel fattore comune capace di impedire le polarizzazioni. Per parlare difficile un idem sentire.

Probabilmente la sinistra è più attenta all’individuo della destra. Ma condivide con la destra l’approccio statalista. Pertanto, mentre la destra respinge l’individualismo in nome della religione, della famiglia, della nazione, la sinistra vuole introdurre l’individualismo per legge, articolarlo per casi specifici, anche i più bizzarri, talvolta ridicoli. Di qui uno statalismo che viene presentato dalla sinistra a fin di bene. Tuttavia anche la destra presenta il suo statalismo come il difensore dei sacri valori, anch’esso quindi a fin di bene.

Diciamo pure che destra e sinistra pretendono di sapere, come ogni forma di statalismo, ciò che sia bene o male per l’individuo. Una forma di pericolosa vanagloria cognitiva.

Che fare? Semplice (si fa per dire): va rifiutato l’approccio statalista. Che le persone scelgano da sole, magari sbagliando, la propria strada, in tutti gli ambiti, senza scomuniche moraliste, né aiutini di stato. Va risvegliata la belva individualista che al momento sonnecchia nell’uomo massa. Nessuna retorica sui “dimenticati”, così cari alla destra come alla sinistra. L’individuo faccia da sé. Costi quel che costi. Si chiama libertarismo. Del resto solo un sano individualismo ci potrà salvare. Insomma, in parole povere, serve un terzo partito libertario. Vero, non un' olivetta libertaria per gli annacquati martini di destra e sinistra.

Qui però si apre un’altra questione, piuttosto seria. Radicalizziamo il concetto: nella lunga attesa che tutto il mondo divenga libertario, la metapolitica insegna che la società individualista non potrà non difendersi, come ogni altra società storica, dai suoi nemici, in particolare dai nemici dell’individualismo. Il che impone l'uso delle maniere forti con i  nemici esterni. Oltre che, ovviamente,  verso quelli interni, ad esempio fascisti, comunisti e fondamentalisti vari.

Come sarà possibile mettere d’accordo un pugno (si fa per dire) di individualisti? Questo, effettivamente, è un problema. Resta il punto di debole di un possibile terzo partito libertario, capace di andare oltre lo statalismo di destra e sinistra.

La parola ai lettori.

Carlo Gambescia