domenica 24 marzo 2024

Vannacci, il mito dell’uomo forte in divisa

 


La tesi di Mariarosa Mancuso, agile penna del “Foglio, su Vannacci scrittore dilettante, privo di stile e di senso della misura, non porta molto lontano. Anche il Mein Kampf era scritto con i piedi. Come pure L’ ora dei popoli di Juan Domingo Perón. Quindi non è questo il punto.

Vannacci, che del primo libro (Il mondo al contrario) ha venduto duecentoquarantamila copie (in questi giorni è uscito il secondo, Il coraggio vince, già quinto in classifica generale), è un fenomeno politico di massa. Una massa che va decisamente destra. Però, attenzione, non una destra banalmente conservatrice, ma militarista e reazionaria. Che sogna colpi di forza.

Vannacci è il simbolo della regressione sociale italiana. Perciò, ripetiamo, che il generale non sappia è scrivere è cosa secondaria. Chi lo compra e lo legge, probabilmente, non entra in libreria di anni. Figurarsi, eccetera.

Si rifletta su  un punto. Il mondo culturale, che ruota intorno alla destra meloniana, mugugnando o meno (per capirsi: i Buttafuoco, i Veneziani, i Cardini, i Campi e così via), lo snobba.

Il che significa che lo invidia (perché vende più di loro) e lo teme (in quanto tecnocrate militare). Qui l’aspetto interessante: come “conservatore” di un tradizione, l’intellettuale fascista (poi missino, poi alleato nazionale, poi fratello d’Italia). al di là delle analisi all’ingrosso della sinistra anche cinematografiche sulle notti dei colonnelli, non ha mai visto di buon occhio i generali. Tra romanticismo politico eversivo e tecnocrazia militar-istituzionale, non è mai corso buon sangue.

Per capirsi, tra il “soldato-politico” – prima lo squadrista con il manganello poi il repubblichino con il mitra, infine il militante con il pugno di ferro –  e il “soldato-soldato”, il fascismo ha sempre privilegiato il primo. Ciò non significa che, a cominciare da Mussolini fino alla Meloni, non si veda nelle forze armate un elemento di ordine e disciplina sociale.

Però, ecco il punto, sempre in subordine al potere politico. Regola che Vannacci ha violato rivolgendosi direttamente al popolo. Il che però spiega l’interessamento di Salvini per il generale.

Il leader della Lega, come figura politica,rappresenta ideologicamente il lato populista, diciamo prefascista, una specie di calderone eversore sempre in ebollizione razzista e antiparlamentare, della estrema destra italiana, pronto a tuffarsi in qualsiasi tipo di avventura politica. Storicamente parlando, il distillato del "calderone", che a inizio Novecento funzionò da serra calda,  sfociò dopo la prima guerra mondiale nel fascismo,  raccogliendo i peggiori umori di un ambiente eversivo dell'ordine liberale.   

In ogni caso, si ricordi una cosa:  nella non lunga storia della Lega non c’è un odiato Badoglio. Per farla breve, il prefascismo non ha forme precise, il fascismo sì, e di conseguenza non ha alcuna spiccata simpatia per i generali: per i soldati-soldati.

Perciò, per tornare ai lettori di Vannacci, non li si può liquidare come fascisti tout court. Siamo davanti a pericolosi sprovveduti, dalle idee passatiste, che probabilmente non hanno mai letto un libro in vita in loro, e che credono nella semplificazione politica del colpo di forza. Magari ad opera del loro generale preferito.

La destra populista, prefascista, ha finalmente il suo mito politico. Che poi il passaggio dal mito alla realtà sia abbastanza complicato è ovvio: l’esercito, al momento, è dalla parte della Repubblica, la Meloni preferisce, per ora, il doppio petto, Vannacci non ha ancora mostrato le sue capacità politiche, né l’intenzione o meno di identificarsi con il mito.

Però l’elettore reazionario ora ha un punto di riferimento che prima non esisteva.  E  in caso di emergenza o  di un  improvviso vuoto di potere tutto può diventare possibile. Come si dice, l’appetito del generale può crescere mangiando fino al punto di cogliere l'attimo.

Sul piano della politica “legale”, diciamo così, duecentocinquantamila copie, tra familiari e amici (diciamo minimo quattro elettori per contagio “ambientale”) fanno un milione di voti. 

Invece su quello della politica “illegale” quel milione di preferenze rappresenta lo zoccolo duro della “maggioranza silenziosa”. Parliamo di  una folla di simpatizzanti delle maniere forti, di possibili militanti, di zelanti delatori. Insomma, il boccone è grosso. E può dare alla testa. Del generale. 

Si ricordi una cosa: "salvatori della patria" non si nasce,  si diventa.

Concludendo, l’Italia sembra non farsi mancare nulla. Anche l’uomo forte in divisa.

Carlo Gambescia

sabato 23 marzo 2024

Istruzioni per un uso non metapolitico di Hume

 


Non vi è nulla di più pericoloso della “decontestualizzazione” di un pensatore. Pardon per il parolone. Cioè di citarlo, astraendo dalla sua opera complessiva, come pure dal contesto storico. Sono operazioni cognitive  dalle quali  lo studioso deve tenersi alla larga. 

In questi giorni la citazione, diciamo Social, di un passo di Hume, da parte di un professore, come sembra dichiaratamente di destra, è stata duramente contestata a sinistra. Nel passaggio “incriminato” il filosofo scozzese afferma  -   semplifichiamo -  la superiorità dell’uomo sulla donna. Sicché, per estensione, si sono chieste addirittura misure punitive contro il professore. È scoppiata una specie di baraonda politica tra  partigiani  woke e antiwoke. Anzi metapolitica (più avanti spiegheremo il perché di questo termine).

Hume (1711-1776) è un gigante del pensiero moderno. Lo si potrebbe considerare un pensatore protoliberale. Ai suoi tempi il concetto di uguaglianza tra i sessi e in generale tra gli esseri umani era ancora ai primi passi. Però qualcosa si muoveva. 

Intanto nel secolo che precede la nascita di Hume l’idea di tradizione aveva subito duri attacchi. Si pensi solo all’opera di Cartesio (1596-1650), ma anche di Spinoza (1632-1677), di Locke (1632-1704). Chi voglia farsi un’idea dell’intenso lavorio critico-filosofico seicentesco deve assolutamente leggere il classico Dictionnaire historique et critique (1697) del Bayle.

Questo per dire che Sei e Settecento sono secoli di grande trasformazione culturale. Uno storico francese, Hazard, parlò, per il Seicento, di "crisi della coscienza europea". Pertanto si trattò di un momento magmatico del pensiero: l’ordine antico stava per sparire, quello nuovo doveva ancora sorgere.

In questo senso la figura di Hume si colloca nel quadro di maturazione bisecolare di un pensiero che cerca se stesso, lungo le linee – ecco la principale caratteristica della filosofia di Hume – di un empirismo consapevole della lenta ma necessaria trasformazione del costume sociale.

Per capirsi: a differenza di Rousseau (1712-1778), Hume vede nella società un male necessario. Teme gli eccessi della ragione umana. Con grande lucidità scorge e teme i prodromi di quel fenomeno che Hayek definirà costruttivismo sociale. Una slavina del pensiero che via Rousseau condurrà al giacobinismo protototalitario, ponendo le basi per i  truci totalitarismi novecenteschi.

Un pensatore come Hume, a meno che non si tratti della sua teoria della conoscenza, attenta alla fondamentale distinzione tra fatti e valori, non può essere attualizzato e parcellizzato sul modello dei bigliettini dei moderni Baci Perugina. 

Hume, in termini di storia delle dottrine politiche, rispecchia una fase, intricata se non caotica, di sviluppo del pensiero moderno. Una fase in chiaroscuro che trova un suo inevitabile riflesso nel pensiero humeano. Un riverbero dei tempi di cui lo studioso del XXI secolo, piaccia o meno, non può non tenere conto.

Di conseguenza Hume, proprio a partire dal suo vario e complicato contesto, resta un pensatore complesso. Un filosofo, formatosi nella prima metà del Settecento, consapevole della difficoltà di scorgere l’alba nell’imbrunire. Ridurlo in pillole social non è serio.

Anche perché si rischia, come accaduto in questi giorni, di catapultarlo al centro di un improprio e improvvido dibattito politico che con la storia delle dottrine politiche non ha alcun nesso.

Ovviamente, può averlo dal punto di vista dell’uso politico della filosofia, nel senso della metapolitica dell’azione: dell’uso strumentale di un pensatore contro le teste dei nemici politici. Qualcosa poco al di sopra dello squadrismo intellettuale.

Sotto questo profilo si pensi, come punto di arrivo fin troppo nobile, alla figura dell’Esteta armato degli anni Trenta del Novecento, indagata acutamente da Maurizio Serra. Resta perciò ovvia la reazione, altrettanto violenta del nemico, cioè di colui che riceve sulla testa il “pensatore-corpo contundente”.

Insomma, per farla breve, tutta la polemica pro o contro la cultura woke, non è altro che una indegna baraonda all’insegna della metapolitica dell’azione.

Cosa vogliamo dire? Che la metapolitica dell’azione non è mai scienza. Parleremmo di una specie di male gramsciano-debenoistiano che affligge destra e sinistra. Una malattia che con il liberalismo non ha nulla a che vedere.

Di conseguenza, un professore – si ricordi qui la grande lezione weberiana dal preciso risvolto liberale ma frutto del caso, come sarebbe piaciuto a Hume – mai dovrebbe usare la cattedra per “ fornire bell’è pronta o di suggerire per proprio conto ai suoi ascoltatori la posizione da prendere” (*).

Come asseriva Hume, mai ridurre i fatti ai valori e viceversa; mai non distinguere ciò che è da  ciò che dovrebbe essere; mai mescolare e rimescolare insieme fatti e valori (è e deve), fornendo appunto riposte belle e pronte. Si legga qui:

“Non posso evitare di aggiungere a questi ragionamenti un’osservazione, che può forse risultare di una certa importanza. In ogni sistema di morale in cui finora mi sono imbattuto, ho sempre trovato che l’autore va avanti per un po’ ragionando nel modo più consueto, e afferma l’esistenza di un Dio, o fa delle osservazioni sulle cose umane; poi tutto a un tratto scopro con sorpresa che al posto delle abituali copule è e non è incontro solo proposizioni che sono collegate con un deve o un non deve : si tratta di un cambiamento impercettibile, ma che ha tuttavia, la più grande importanza. Infatti, dato che questi deve e non deve , esprimono una nuova reazione o una nuova affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati; e che nello stesso tempo si dia una ragione per ciò che sembra del tutto inconcepibile ovvero che questa nuova relazione possa costituire una deduzione da altre relazioni da esse completamente differenti” (**).

Sono cose che ogni studioso di Hume conosce alla perfezione. Eppure…

Carlo Gambescia

 

(*) Max Weber, Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1980, p. 37 (da La scienza come professione) .

(**) David Hume, Trattato sulla natura umana, in  Opere filosofiche, Editori Laterza, Roma-Bari 1998, pp. 496-497. Tondo nel testo.

venerdì 22 marzo 2024

Come “sbattere il culo in faccia” agli elettori liberali

 


Al posto di Giorgia Meloni, ci fregheremmo le mani: con una sinistra così  è Palazzo Chigi per tutta vita.

Che malinconia. E qui si pensi alla particolare   tristezza dell’elettore liberale altrettanto critico verso la destra, costretto a ritrovarsi in sgradita compagnia, al momento del prossimo voto europeo, di gente come Mannelli (autore della vignetta, qui in copertina*) e  del “Fatto” che lo ospita. Un mondo giornalistico equivoco e volgare che raccatta e rappresenta il peggiore qualunquismo di sinistra. Anche grafico.

In realtà  non si tratta solo di una vignetta. Si prendano come esempio di contenuti quotidiani, “La Repubblica”, “La Stampa”, “Domani”, giornali che “dovrebbero” ragionare ( si notino condizionale e virgolette) nel senso di formulare intelligenti proposte alternative.

E invece che accade? Per un verso si grida, anche giustamente, alla democrazia illiberale, all’attacco allo stato di diritto, per l’altro, guai però a parlare male dei giudici amici e “manettari”, di privatizzare l’Italia dalla A alla Zeta, di  tagliare, e di brutto, i tributi.

Oppure, per quanto riguarda la politica estera, di schierarsi  dalla parte dell'Occidente liberale  puntando  sulla solidarietà senza indugi verso Ucraina  e Israele.

Purtroppo il problema è politico: leader come la Schlein Conte, Fratoianni, lo stesso Bonelli, sono innanzitutto arroganti statalisti, ai quali Occidente, capitalismo e Nato non sono mai andati a genio. Proprio come Fratelli d’Italia e alleati. Non sia da retta alle conversioni  meloiniane degli ultimi cinque minuti, in attesa che Trump faccia piazza pulita dei liberal.

Solo per dirne una: Giorgia Meloni nel 2018 si congratulò con Putin per la sua rielezione. Proprio come Salvini nel 2024. La moderazione di oggi è una tattica al servizio di una strategia estremista. Per capirsi: manganello e doppio petto. Un classico politico che non delude mai.

Ciò significa che alla prossime europee l’Italia non sarà in grado di presentare una proposta liberale. Quanto ai liberali europei sono quasi da sempre su posizioni socialdemocratiche ed ecologiste. Insomma statalisti, come i cugini della sinistra e i fratelli coltelli della destra in Italia.

A qualcuno  potrebbe sembrare  che  sul welfare  vi sia una qualche  differenza  tra la sinistra del “culo in faccia” e la destra dalla derisoria e altrettanto volgare  della  testa nascosta sotto la giacca. Non è così.  Altro che  chiaro dividersi sul rifiuto o meno di un costoso protezionismo sociale!  Ci si divide  sull' interpretazione.  Si fa filologia romanza del welfare. La sinistra vuole estendere il welfare ai migranti, la destra vuole escluderli.  Ed è tutto.

Un’ultima cosa. La “manfrina” europea, cioè il tirarla per lunghe sugli aiuti militari all’Ucraina invasa dai russi, si riduce alla lunga messinscena tra destra (sì, “ni”, no) e sinistra (“ni” e no), sull’ emissione di bond, una cosa, come dovrebbe essere noto, dai tempi organizzativi lunghissimi. Visto che siamo in tema: una presa per il culo.

Per contro sulla questione, vitale, dell’invio delle truppe, destra e sinistra concordano: “Non è ancora il momento” (destra); “Sarebbe pericoloso” (sinistra). Morale: l’Ucraina rischia di finire nelle mani dei russi, accrescendone l’appetito, mentre in Europa che si fa? Si discute di “transizione ecologica”…

Anche su quest’ultimo punto, destra e sinistra si confrontano sulle modalità: sul “come” non sul “perché”. Detto altrimenti, non sulla natura illiberale dell’idea stessa di transizione ecologica, imposta dall’alto a colpi di decreto, ma sugli ingredienti, più o meno statal-speziati, per propinarla ai cittadini

Concludendo, quel culo della vignetta del “Fatto” non è sbattuto in faccia soltanto alla Meloni e alle destre. Colpisce, per estensione, gli elettori liberali, né di destra né di sinistra, ai quali la destra non piace. Elettori che potrebbero votare sinistra, se solo si aprisse alle idee liberali. E invece che fa la sinistra? Sbatte loro il culo in faccia.

Carlo Gambescia

(*) Qui la prima pagina in esteso:  https://www.giornalone.it/prima-pagina-il-fatto-quotidiano/ .

giovedì 21 marzo 2024

Un Bagaglino tragico

 


Ieri scrivevamo che il fascismo è nel Dna di Fratelli d’Italia, e più in generale, in un governo che vede un truce personaggio, come Matteo Salvini, che sembra uscito da White Power, come suo alleato.

L’onorevole Bonelli non è nelle nostre corde. Lo ammettiamo candidamente. Però il gesto di riposta di Giorgia Meloni – da alcuni definito una gag da Bagaglino – va addirittura oltre quello dello studente che al Senato, tra il pubblico in aula, ha mimato il gesto della pistola contro Giorgia Meloni.

Se si sente odore di Bagaglino, si tratta di un Bagaglino che rischia di sfociare in tragedia. E spieghiamo perché.

Bonelli è un confusionario di sinistra, lo studente è confuso e basta. Giorgia Meloni invece risiede a Palazzo Chigi. Il suo gesto di risposta a Bonelli, che la accusava di guardarlo in modo minaccioso, quello di nascondere platealmente il capo sotto la giacca, è un monumento allo stile fascista del disprezzo verso la Repubblica parlamentare.

Non è un comportamento degno di un leader liberal-democratico. Inimmaginabile un gesto del genere da parte di un De Gasperi, di un Luigi Einaudi, di un Aldo Moro, di un Giovanni Spadolini, di un Azeglio Ciampi, e così via.

Il suo gesto, derisorio e volgare, è roba da gentaglia che smanaccia all’interno di una sezione del Movimento Sociale. Un gesto sguaiato contro le istituzioni e verso chi ne è membro.

Siamo davanti a un’antropologia negativa del comportamento politico che ha le sue radici storiche nel discorso mussoliniano, all’indomani della marcia su Roma, sulla sua magnanimità per non avere tramutato la Camera in un bivacco di manipoli…

Il punto è che se Giorgia Meloni potesse, spazzerebbe via Parlamento e Opposizione. Non ha alcun rispetto verso la cultura liberal-democratica. E il gesto di ieri ne è la riprova. Il suo occidentalismo è di cartapesta. Ora ha una funzione antisinistra. Strumentale. Poi si vedrà. Ecco la sua filosofia politica. Mussolini pur di governare avrebbe accettato anche Giolitti.

La Meloni ha lo stesso sguardo rapace e inquietante del duce (altro ex fallito di successo): di un politico pieno zeppo di brutti retropensieri. Alcuni suoi avversari, tra i radicali di destra, la giudicano invece di essere fin troppo tenera e l’accusano di avere lo "sguardo down". Un diversamente abile, sia detto con tutto il rispetto, non può arrivare dove è arrivata a lei.

Ha guardato di sbieco di Bonelli? Non sappiamo. Ma anche se non è vero è ben detto. La politica è anche psicologia ed eredità ideologica. E dietro Giorgia Meloni c’è per sua stessa ammissione il livore della ex perdente imbevuto di una cultura neofascista nemica del parlamento. Un mondo che ha sempre visto nelle istituzioni liberali una pura e semplice maschera, per riconquistare il potere. Da togliersi, e rapidamente, subito dopo.

Va detto onestamente che esiste un precedente repubblicano. Infatti nella storia della Repubblica la politica a colpi di gag risale a Berlusconi. Che però era un imprenditore televisivo, un uomo di spettacolo. Un burlone - dettaglio importante -  che  non aveva dietro di sé la cultura fascista. Le sue “boutades” erano tali.  Giorgia Meloni invece ha “parenti” scomodi. Sguardi e gesti vengono da lontano.  Mussolini detestava Matteotti. Lo guardava di sbieco…

Si dirà, ma allora il ragazzo che ha mimato, eccetera, eccetera? Purtroppo questa destra dalle radici fasciste riesce a tirare fuori il peggio dagli avversari. Il quadro va polarizzandosi. Sicché un giovane confuso può fare una stupidaggine. E stupidaggine dopo stupidaggine si può giungere fino allo scatenamento della guerra civile.

L’Italia è messa male perché si è consegnata a una specie di compagnia del Bagaglino, che però vuole fare sul serio. Probabilmente, e sono cose che si dicono tra di loro, “questa volta”, i fascisti dopo Mussolini, non vogliono commettere errori. Però ogni tanto si scoprono, come la Meloni ieri. Si dice anche  richiamo della foresta.

Pertanto, come  osservato,  sì un Bagaglino, che però può finire in tragedia.

Carlo Gambescia

mercoledì 20 marzo 2024

Meloni al Senato. Lezioni di giornalismo

 


Questa mattina, piccola lezione di giornalismo. Ieri nella sua comunicazione al Senato Giorgia Meloni ha dichiarato: “Ribadiamo la nostra condanna allo svolgimento di elezioni farsa in territorio ucraino” (*).

 Ricordiamo, en passant, che nel 2018, la Meloni, si  congratulò con Putin, per la sua rielezione a presidente. All’epoca Mosca si era già impadronita la Crimea (2014).

Se proprio si doveva usare questo termine (“farsa”) andava esteso, stando a quel che riferiscono gli osservatori (**), alle elezioni tenutesi su tutto il territorio russo, non solo su quello occupato militarmente.

Si dice qualcosa  che è vero ( la  “farsa” in Ucraina) e falso al tempo stesso (se di “farsa” si deve parlare,  il concetto  va esteso alla Russia). E ciò che è vero e falso al tempo stesso è equivoco.  Cioè il passo può essere interpretato in modo non chiaro, ambiguo sospetto.

Come vedremo si è perduta un' ottima occasione per fare luce, con un esempio, sullo stile omissivo di Giorgia Meloni. Detto altrimenti, sulla sua reticenza. 

Si parla di "farsa", però in chiave limitativa, parziale, equivoca  e   in qualche misura di parte, interessata a non irritare un possibile futuro alleato. Non è prudente realismo politico, giocando sulle parole, si favorisce, e in modo avventato, l’appetito russo.

Ora, e veniamo alla lezioncina di giornalismo, come hanno ripreso i principali giornali italiani questo passaggio del suo discorso?

“Il Corriere della Sera” titolo a centro pagina: “ Meloni: Russia, elezioni farsa”. Il “Corriere” vicino al governo, gioca sull’ equivoco. Però, anche “Repubblica”, che lo avversa, parla, boxino, in alto, quasi invisibile, di “Putin, elezioni farsa”. In pratica, grazia Giorgia Meloni. “La Stampa”, che non è un giornale amico, apre sulla notizia, ma relega la dichiarazione, completa nel sommario: “La premier, nei territori occupati, elezioni farsa”.

“Libero”, “Il Giornale”, “La Verità”, omettono il passo. “Il Tempo”, boxino, imita “Il Corriere della Sera”: “Farsa il voto Russia”.

"Il Fatto" ignora del tutto la Meloni. Come del resto "il manifesto", "l' Unità", "Avvenire". "Il Messaggero"  glissa : boxino a centro pagina, citazione che si smaterializza nel testo dell’articolo. "Domani", fierissimo nemico del governo, si limita a riportare il passo “incriminato” nel sommario. Anche "Il Foglio" di solito attento alle contraddizioni, si lascia sfuggire questa ennesima riprova dello stile omissivo della Meloni, non solo sulla Russia. Cosa che accade anche al renziano “Riformista” (***).

Senza farla troppo lunga,  la stampa  evita di affondare i canini  nella contraddizione tipica di Giorgia Meloni: dire e non dire, omettere, se non addirittura tacere. Perché?

Va detto che, probabilmente, per la prima volta dalla caduta del fascismo, tra i direttori e i proprietari dei giornali serpeggia un certo timore per le reazioni del governo.  Si teme il bavaglio, soprattutto la stampa di sinistra. Allora che si fa? Non si parla nei titoli o si preferisce non scavare troppo nelle contraddizioni.  Ci si autocensura.

Magari “la si butta in caciara”, ma non si approfondiscono le reali modalità argomentative e comunicative, per timore di infastidire su un dato fondamentale, diremmo dirimente: il Dna autoritario del governo Meloni,  infarcito di menzogne e omissioni, che  porta questa destra, dalle radici fasciste,  ad ammirare uomini e regimi “forti”. Si teme,  insomma, che il peggio debba ancora venire. Si avverte, con un brivido,  che per la prima volta dal 1945  i barbari non solo si  sono infiltrati ma comandano.  Però non si fa nulla. Si tira a campare.  

Si dirà che Meloni ha ribadito che non invierà truppe in Ucraina. Altro piacere alla Russia.

Come direttore di un giornale liberale, ovviamente di opposizione, avremmo intitolato, sempre in prima, apertura, così: “Senato. Ennesimo gioco di parole di Giorgia Meloni. ‘Elezioni farsa in Ucraina’ ”. Editoriale: “Strategia omissiva”.

E invece, si asseconda, si glissa, si tace, Povera Italia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.governo.it/it/articolo/consiglio-europeo-del-21-e-22-marzo-le-comunicazioni-al-senato/25277 .

(**) Ad esempio si veda qui: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/putin-una-vittoria-che-divide-166961 .

(***) Qui: https://www.giornalone.it/ .



martedì 19 marzo 2024

La “mente” di Matteo Salvini

 


“In Russia hanno votato, ne prendiamo atto; quando un popolo vota ha sempre ragione”. Così Matteo Salvini, vicepremier e ministro della Repubblica.

Ora, ammesso e non concesso che l’ottanta-novanta per cento dei russi stia dalla parte dell’autocrate, il fatto non implica che la Russia sia una democrazia liberale.

Ecco quel che Salvini non sembra non capire. Un qualcosa che proprio non gli entra e resta in "mente". Che una democrazia liberale è tale perché per un verso rispetta i diritti civili e politici, e per l’altro assicura il ricambio politico.

Il dogma della sovranità popolare si trasforma in principio totalitario, quando non c’è ricambio. E Putin è al potere da un quarto secolo. In Russia non c’è alternanza tra maggioranza e opposizione. Inoltre i diritti politici e civili sono calpestati. Pertanto la Russia non è una democrazia liberale.

Il fatto che il popolo, in massa, confermi la sua fiducia a Putin può essere illustrato  formulando due spiegazioni.

La prima, che i russi non amano la democrazia liberale e gradiscono il governo autocratico, attenzione non più per potere divino, ma per potere del popolo.

La seconda, che in Russia il voto non è libero e che di conseguenza, piaccia o meno, nessuno può mettere in discussione il potere.

Nel primo caso per i russi non c’è scampo. Del resto sembra  che la stragranda maggioranza del popolo  russo, da almeno quattro secoli sotto il tallone di un potere assoluto,  non  si renda neppure  conto di vivere nella schiavitù politica.

Nel secondo caso, per avere una riprova, si dovrà aspettare la morte o l’indebolimento fisico di Putin. Solo allora si scoprirà cosa volevano e vorranno i russi.

Probabilmente, come già accaduto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il potere continuerà ad essere gestito in chiave autocratica, quindi potere assoluto.

La liberal-democrazia, storicamente parlando, in Russia non è mai stata di casa. E non si può inventare in quattro o cinque anni. Non ha mai avuto né basi sociali (una borghesia) né basi culturali (il liberalismo), né istituzionali (il pluralismo sociale). Quindi, almeno per il prossimo secolo (forse anche di più), la Russia sembra condannata a subire un potere assoluto.

Perché Salvini ignora tutto questo? Sul piano conoscitivo, basterebbe sentire qualsiasi specialista di storia dell’Europa orientale, serio ovviamente. Purtroppo, la conoscenza non è mai virtù soprattutto in politica.

Ammesso e non concesso, che Salvini si acculturi in materia, non cambierebbe idea. Perché? Per la semplice ragione che la sua struttura di pensiero – ecco la “mente” di Salvini – è totalitaria. Per il leader della Lega, non esistono avversari ma solo nemici. Pertanto, se proprio democrazia deve essere, deve essere totalitaria, nel senso di identificarsi “totalmente” con il popolo che vota in modo “totalitario” il suo leader o Cesare, scelto per l'appunto  dal popolo. Quindi intoccabile.

Insomma un circolo vizioso. Proprio quel che accade in Russia. Si dirà che si tratta di una mascherata. Dio o popolo, il potere dei “nuovi zar” è comunque assoluto. Una mascherata che però grazie a politici come Salvini, permette alla Russia di impartire lezioni, sulla sovranità popolare  all’Occidente.

E se il popolo dovesse stancarsi? Salvini, dal momento che si muove all’interno di un sistema liberal-democratico, sostiene che il quel caso il leader dovrà farsi da parte. In Russia, Dugin, forse il principale teorico del tradizionalismo russo, ha invece proposto a Putin, ovviamente tra le righe, in caso di fallimento, il suicidio. Invitiamo al lettore a riflettere sulla distanza “di civiltà” che corre tra un voto di sfiducia parlamentare e un colpo di pistola alla tempia.

Pertanto, per tornare a Salvini,  il suo potrebbe essere definito un totalitarismo parziale. Però, ecco il punto (che spiega quanto sia vischiosa e pericolosa la scelta totalitaria), una volta che ci si installa al potere, si può fare in modo, anche contro il volere del popolo, di rimanere a tutti costi, truccando le elezioni e penalizzando ogni forma di dissenso e contestazione. Ed è quello che è  accaduto nella Russia postcomunista.

Chi ci assicura che Salvini dica la verità? E si ritiri in buon ordine in caso di sconfitta elettorale?

Fortunatamente le basi sociali e culturali delle liberal-democrazia occidentali sono differenti da quelle che favoriscono la nuova autocrazia russa. Perciò per Salvini non sarebbe facile esportare il modello in Italia.

Però che un italiano, per giunta un importante leader politico e di governo, ragioni come un autocrate russo è qualcosa che deve far riflettere. Ma fino a un certo punto. Infatti l’Italia non ha forse inventato il fascismo? Oggi al governo non c’è forse un partito dalle radici fasciste?

Giorgia Meloni, dopo le dichiarazioni di Salvini, si è limitata a dichiarare che il governo è coeso e che ha una sola politica estera. Quale? Non lo ha detto. Quindi parole sibilline. Perché in futuro si potrà essere coesi anche intorno a Putin, soprattutto se negli Stati Uniti dovesse vincere l’isolazionista Trump, che tra l’altro ha già promesso – è di ieri – un “bagno di sangue” in caso di sconfitta. 

Inciso. Dispiace dirlo, ma la Corte Suprema, ha commesso lo stesso errore  valutativo  di Giolitti con le squadre fasciste di Mussolini. Le conseguenze politiche, al di là della forma o sostanza della decisione dei supremi giudici, potrebbero essere gravissime per le libertà americane. Mai dimenticare che dietro Trump ci sono i trumpiani che sono addirittura più a destra del magnate. Si rischia, e non scherziamo, una seconda guerra civile.  E con l'autorizzazione del popolo americano. Ironie della storia...

Purtroppo va delineandosi, internazionalmente parlando, un quadro politico molto pericoloso, che vede il ritorno e la diffusione in Occidente dell’idea totalitaria, che punta sul plebiscito e sull’annientamento di qualsiasi tipo di opposizione.

Un’idea che ha il suo cavallo di Troia in una visione cesarista della politica, che si nutre di un’idea suicida per la liberal-democrazia: quella di un regime politico autoritario basato sul potere di un uomo “forte”, che può permettersi tutto, perché dotato di consenso popolare. Come un tempo di quello divino.

Proprio quel che si agita nella "mente" di Salvini ogni volta che afferma, e capita spesso, che “ quando un popolo vota, ha sempre ragione”…

Carlo Gambescia

lunedì 18 marzo 2024

Macron e il nodo alla cravatta

 


Invecchiando si peggiora o si migliora? In che senso? Diciamo della lucidità intellettuale. Dipende. Un professore se continua a studiare, evitando di sproloquiare su tutto e di accumulare potere accademico ed extra accademico, pseudo potere diciamo (perché come cambia il vento politico o si fa un errore deferenziale si torna a casa), può ancora dare molto alla sua disciplina. Anche al dibattito pubblico.

Se invece continua a comportarsi da arrivista come quando aveva trent’anni, rischia di perdere la bussola, perché il fisico non regge più come una volta. Si devono tenere troppe cose insieme. Ad esempio la maschera da vero professore e la deferenza verso i protettori politici.

Quindi ci si affatica e si scrivono stupidaggini. O ancora peggio banalità. Magari si perde perfino il filo dell’editoriale. Il che può essere anche sintomo di qualche grave malattia degenerativa che può affacciarsi quando le tempie ingrigiscono.

Ad esempio, dopo la lettura di un articolo di fondo su Macron, la prima cosa che abbiamo pensato è che il suo autore non riesce più a farsi il nodo alla cravatta… giornalistica. Evidentemente invecchiando è stato colto da aprassia da editoriale. Con ricadute, non sappiamo però se sintomatiche dell’Alzheimer, nella schizofrenia.

Infatti nella prima parte Macron viene denigrato ricorrendo ai soliti stereotipi della destra gallofoba. Nella seconda, o meglio nell’ultima parte, all’improvviso lo si giustifica: la Russia è pericolosa, quindi è più che accetto ragionare in termini di un possibile allargamento dell’intervento.

Che dire? È triste vedere un uomo davanti allo specchio che non riesce più a farsi il nodo alla cravatta.

Tornando a Macron, va detto che in realtà fa politica, e molto meglio di Giorgia Meloni, che invece, a corto di idee, persevera nella tradizionale duplicità della politica estera italiana, con l’aggravante di non avere alle spalle la cultura democratica e antifascista di democristiani e socialisti.

Pertanto le telefonatine segrete a Trump non sono dettate dalla prudenza morotea del realista politico (sebbene a breve termine, a quo), ma dall’avventatezza populista verso una specie di Pietro Pacciani newyorkese con i soldi, gradito compagno di future merende sovraniste con la Fiamma. Anche contro la stessa Unione Europea. E magari strizzando l’occhio a Putin.

Insomma un realismo dai possibili risvolti criminogeni, a breve termine, ma più pericoloso. Per capirsi: quelle cose che finiscono tipo Norimberga. Portando giustamente alla sbarra i gangster. Dopo guerre vittoriose costate “sangue, fatica, lacrime e sudore”, per dirla con Churchill.

In realtà Macron ci prende eccome. Da dieci anni, e non è poco, riesce a tenere a bada la destra eversiva e una sinistra più arruffona che radicale. Si muove abilmente, pur tra grandi difficoltà, intorno all’idea di un centro repubblicano, in stile Terza Repubblica, come costituzione materiale della Francia.

Quanto alla politica estera, a differenza della tradizione gollista, Macron, da realista a lungo termine, ad quem, ha perfettamente capito, che la Francia da sola non può farcela, neppure in coppia con la Germania. Di qui l’appello Nato. Si chiama politica.

Carlo Gambescia