martedì 20 febbraio 2024

Il “Secolo” è servito…

 


Come i lettori sanno, un tempo scrivevo anch’io su questo giornale. Alla direzione c’era Flavia Perina, brillante giornalista, oggi editorialista de “La Stampa”.

Il “Secolo d’Italia”, nella seconda metà degli anni Duemila, era un bel giornale. Vi scrivevano colleghi di valore. Alleanza Nazionale, di cui il “ Secolo” era l’organo di stampa, parlava la lingua, o quanto meno si sforzava, dei liberali. Soprattutto sul piano dei diritti civili. Ma più in generale stava cambiando, e radicalmente, la sua visione del mondo. Fu una bella avventura.

Nulla a che vedere con i retrogradi di oggi. Tuttavia allora  ritenevo  che Gianfranco Fini non dovesse uscire dal Popolo della libertà: il partito unico lanciato da Berlusconi nel 2009. Credevo – nessuno è perfetto – che restando all’interno del partito berlusconiano si potesse addirittura favorire un’ ulteriore svolta liberale.

Utopie. Dietro non c’era alcun desiderio di fare un grande partito liberale, addirittura libertario secondo alcuni. Cioè di lottare “dentro” il Popolo della Libertà, fino al punto di mettere con le spalle al muro il Cavaliere. Vinsero gli opportunismi individuali e le ristrettezze mentali collettive. Di conseguenza Futuro e Libertà, fondato in fretta e furia da Fini, andò a fondo. Cose che evidenziai in A destra per caso, uscito nel 2010 per i tipi del Foglio,  scritto a quattro mani con Nicola Vacca.

Da allora iniziò quel passo del gambero che portò alla nascita di Fratelli d’Italia e al tacito recupero dell’identità missina e di tutto quel che c’era dietro: statalismo, nazionalismo (oggi si chiama sovranismo), populismo, passatismo e bigotteria. Una specifica forma mentis che, nonostante le professioni di occidentalismo, riporta “per li rami” al fascismo regime, quello dei “treni in orario”, del “Mare Nostrum, dell’Italia “temuta all’estero”. Luoghi comuni fascistoidi duri a morire. Per capirsi: un uomo cattivo di cento anni, è un uomo cattivo di cento anni. Il tempo nulla toglie nulla aggiunge agli uomini come alle ideologie sociali. Si potrebbe cambiare, e per tempo, quando ancora si è giovani o quasi, ma resta difficile… Come si dice,  il duro peso delle abitudini. Anche politiche.

E qui vengo alle osservazioni di questa mattina. Non so se “Il Secolo d’Italia” esca ancora in edicola, e neppure mi interessa, però la prima pagina di oggi mi rattrista. Ovviamente non è neppure una novità. Perché è indicativa della linea editoriale ormai prevalente nel giornale che un tempo fu di Flavia Perina.

In primo luogo, per l’infantile, politicamente infantile, culto della bella statuina Giorgia Meloni. Una liturgia giornalistica che riporta non tanto al berlusconismo (ultimo arrivato, in fondo), ma addirittura alla propaganda fascista e neofascista. Insomma, dentro Fratelli d’Italia si respira un’aria di famiglia, dal culto di Mussolini a quello di Giorgio Almirante (ma anche Fini ne approfittò: dipinto come il “genero” ideale d’Italia), per alcuni tragicomica, alla Catenacci-Bracardi, del “Quando c’era Lui, caro lei”… E che ora sia il turno celebrativo  di Giorgia Meloni, con di rimbalzo il collier di diamanti CNN, una specie di Bulgari dell’informazione,  non mi fa ridere.

In secondo luogo, per l’avvilente mezzuccio giornalistico di riprendere e rilanciare mezza o un quarto di dichiarazione altrui. E solo per magnificare e gratificare una specie di Super Frodo in tailleur pantalone. Che i riti cultuali “a trecentosessanta gradi” (per citare Super Frodo ) siano praticati qualche volta anche dai giornali, persino a grande tiratura, non è una giustificazione valida. Il vecchio proverbio, mal comune, mezzo gaudio, dipende dal mal comune: se mal comune significa chiamarsi Hannibal Lecter non si può assolutamente parlare di mezzo gaudio.

In realtà, il punto della questione non è la verità o meno di quel che si riporta, o la possibile autorevolezza della fonte, ma la cornice servile, a comando.  Però potrebbe anche non essere così. Dal momento che  la principale caratteristica di un buon servitore, quindi saremmo oltre il comando, è di anticipare i desideri del padrone di casa. "Battista, già  qui con un buon calice  di  Porto, Lei  è un angelo, precede i miei desideri".  E il Porto viene servito. 

Pardon  il "Secolo"...

Carlo Gambescia

lunedì 19 febbraio 2024

La morte di Navalny, il liberalismo e i “fatti strutturali”

 


Fanno sorridere certi garantisti, presunti liberali, candidati al suicidio sistemico (dell’Occidente), che asseriscono che fino a sentenza  passata in giudicato Putin debba essere considerato innocente.

Insomma, si ripete, che fintanto che un giudice non lo condannerà, e in modo definitivo, le sue mani non si potranno considerare sporche del sangue di Alexei Navalny.

Sicché gli occhi di Navalny continueranno a fissare il vuoto. E chissà per quanto tempo ancora…

Si noti anche un’altra cosa: l’accento che di regola viene posto sulla figura di Putin, come per dire “Lui” è il cattivo, mentre tutti gli altri “ i Russi”, a cominciare dalla élite dirigente, sono i buoni. Questa tesi è sostenuta dai presunti liberali all’acqua di rose, cioè superficiali, di cui sopra. Sempre pronti a enfatizzare qualsiasi timida protesta popolare. Pur di non combattere e di andare d'accordo con tutti si costruisce un mondo fantastico. Si evade dalla storia.  Ma questa è un'altra faccenda. Quella dei liberali Alice nel Paese delle Meraviglie. Una pena al giorno.

Per tornare a noi, sono gli stessi liberali all'acqua di rose che  difendono il diritto di Salvini, apologeta e avvocato politico di Putin, a partecipare alla fiaccolata in Campidoglio di oggi in memoria di Navalny. Ovviamente in quest’ ultimo caso parleremmo di civetteria liberale. Comunque non meno pericolosa, solo perché va a caccia di farfalle sulle pagine di “Libero”.

Il liberalismo, quello vero, deve invece fare i conti con le grandi questioni strutturali. Che cosa intendiamo dire con il termine strutturale?

La Russia, per storia, cultura e tradizioni è un paese illiberale (non lo applica)  e  antiliberale ( lo combatte). E in questo senso, se si fanno collimare, liberalismo, modernità e Occidente, la Russia, nelle sue successive incarnazioni, zarista, comunista, populista marziale (militarista), è rimasta sempre nemica dell’Occidente.

Cosa che, tra l’altro, non ha mai nascosto. Del resto finora tutti i tentativi interni di “cambiamento” in chiave liberale sono miseramente abortiti. L’unica cosa che la Russia ha privilegiato dell’Occidente è la scienza per scopi militari, a far tempo almeno da Pietro il Grande (nato nel 1672 morto nel 1725). Quando la Russia incominciò ad emergere come potenza politica capace di incidere anche sulla storia europea.

Sotto questo aspetto, nonostante la vernice comunista (che ha perso colore da un pezzo), si potrebbe parlare di modernismo solo militare e reazionario per tutto il  resto. O se si preferisce, per riferirsi all’Ottocento, di modernismo slavofilo, con acuminati spunzoni panslavisti e/o panrussi. Un minaccioso ossimoro politico riproposto ad esempio da Dugin, ideologo – dicono – putiniano. In realtà, ideologo russo, a tutto tondo, quindi antioccidentalista.

Siamo perciò davanti a un fatto strutturale, perché dura da almeno quattrocento anni. Sotto questo aspetto la storia delle prigioni russe, in particolare la velenosa ricetta del confinamento degli oppositori politici, ha accompagnato, con scarponi ferrati, le vicende dell’espansionismo russo a Oriente degli Urali verso la Siberia, fino allo stretto di Bering.

Su questo punto – “strutturale” – va letto il  capolavoro di Solženicyn, di una tragica inportanza,  anche sotto il profilo di una sconfinata tristezza esistenziale sulla vera natura del russo. Una grande opera  che risponde al titolo di Arcipelago Gulag.

Detto altrimenti: il moderno diritto penale occidentale, profondamente liberale, nonostante i proclami, è restato in Russia lettera morta. E Navalny, al di là dei tempi e modalità materiali della sua morte (che comunque vanno accertati), non è che l’ultima vittima di questo “fatto strutturale”, legato, tra l’altre, all’azione di forze centripete, inclusive-esclusive, basate sulla dinamica amico-nemico e sulla conservazione del potere politico a ogni costo.

Pertanto un liberale non può non tenere conto di queste regolarità: del peso di ciò che denominiamo metapolitica.

Certo si può sostenere che una “dottrina” politica “universalista”, come il liberalismo, debba parlare a tutti. Anche a Putin e ai russi. E che quindi certi principi debbano valere per tutti, anche per i nemici. E che il popolo è una cosa, la élite dirigente un’altra. Altrimenti che principi sarebbero? Sicché per Putin, si consiglia di aspettare la sentenza di un giudice. Queste le conclusioni, fatte proprie, come detto,  dai liberali all’acqua di rose.

Quando e come però ? Ecco il punto. Dopo una sconfitta militare? Come accadde per i nazionalsocialisti? Però gli stessi liberali profumati di cui sopra ritengono che i processi, come ad esempio Norimberga, siano processi politici, dei vinti sui vincitori. Quindi si dovrebbe parlare di vendetta e non di giustizia. Ciò però significa tirare la volata ai nemici del liberalismo.

Si rifletta. De facto dove porta questo ragionamento? Conduce al fatto, gravissimo, che un personaggio come Putin non potrà mai essere processato, né prima né dopo. A meno che lui stesso non decida liberalmente di sottoporsi a un processo. Cosa tragicomica e impossibile. Il che perciò non può non essere condiviso anche dai  nemici  veri e propri  del liberalismo. Che ovviamente  ringraziano.

Il valore dei principi, piaccia o meno, ha una valenza esistenziale. La valenza esistenziale rinvia ai “fatti strutturali”, studiati dalla metapolitica.

Ciò significa, per ricaduta, che sottovalutare la natura illiberale e antiliberale  della Russia può essere molto pericoloso per l’Occidente. Nel senso che sostenere che i principi del liberalismo debbano essere estesi a tutti anche a chiunque consideri l’Occidente come nemico principale, può condurre all’autodistruzione dei principi difesi. E dell’Occidente

Il liberalismo non è nato a Nazareth, perciò non può consegnarsi, legato mani e piedi, ai suoi nemici.  Non deve porgere l'altra guancia. 

Perciò se vuole vivere, per alcuni, ora come ora, addirittura sopravvivere, deve essere al tempo stesso realista, metapolitico e all’occorrenza armato. Fino ai denti.

Carlo Gambescia

domenica 18 febbraio 2024

Il criptofascismo di Marcello Veneziani

 


Un amico di sinistra (vota Fratoianni) ieri, ci ha  detto, arrivando però secondo: “Simpatica la battuta sul Veneziani-Dugin in ciabatte. Io però lo lascerei perdere, culturalmente è una nullità. Non ne vale la pena”.

In effetti Dugin qualche libro in più di Veneziani lo ha letto… E conosce le lingue. Poi il fascismo è un’invenzione tipicamente italiana come la pizza.

Al di là delle battute, è interessante seguire Veneziani perché è una specie di cartina tornasole che innanzitutto conferma il vittimismo della destra con radici fasciste: quel “piagnonismo” da nobiltà della sconfitta. Poveri innocenti! Hanno solo scatenato una guerra mondiale e una guerre civile. Veneziani però va seguito non solo per l’aspetto patetico e folcloristico, da moderno sbandieratore medievale, da sagra della salsiccia, però con l’orologio ultramoderno al polso.

Un errore, detto per inciso, che Dugin, sebbene russo, o forse proprio perché russo, non commetterebbe mai. Insomma, una cosa è essere consigliere d’amministrazione della Tradizione, come Dugin, un’altra consigliere di amministrazione della Rai. E Veneziani lo fu.

Insomma Veneziani va seguito perché è una specie di manuale vivente dell’intellettuale serra calda del fascismo. Come certe figure a colori di tossici pubblicate nei manuali della squadra narcotici.

Perché serra calda? Perché fascismo? Ci riferiamo alle analisi di Tarmo Kunnas, autore di uno studio (La tentazione fascista), quasi un’enciclopedia, sulle ambigue e pericolose interazioni tra antimodernità e cultura prefascista, negli anni tra Otto e Novecento, ma anche più in là, fino agli anni Trenta.

Uno studio in cui si evidenziano, voce per voce, quelle tematiche culturali che poi confluirono, recepite e riorganizzate, nel fascismo e nel nazionalsocialismo: disprezzo delle ideologie e culto dell’azione, visione negativa della natura umana, rifiuto del progresso, antiliberalismo antiegualitarismo, antimaterialismo morale, etnocentrismo. E ne elenchiamo solo alcune.

In Veneziani si ritrovano tutti i tic del criptofascista. Però, attenzione, non nel senso di un atteggiamento da fascista storico, nostalgico, che sogna di restaurare la dittatura così com’era. Si pensi invece a una serra calda, personale, individualizzata, riscaldata artificialmente, con combustibile antimoderno. Veneziani non ammetterà mai di essere fascista. E anche a ragione, perché è criptofascista. Però non crediamo non si renda conto della recita a soggetto. Insomma che improvvisi. Cioè che sia un fascista inconsapevole. Per caso.

Veneziani la sa lunga. Sa evitare le buche più dure. Sa benissimo di maneggiare nitroglicerina ideologica. E si regola di conseguenza. Da sessantanove anni.

Oggi per esempio scrive della cappa di conformismo che regnerebbe sulle nostre società (tra l’altro, ne ha fatto anche un libro). E su quale giornale? “La Verità”. Che ieri, sulla sua prima pagina, ha ignorato la morte di Navalny. Conformismo filorusso.

Eppure Veneziani, attacca la "cappa":  il conformismo "imposto"  dalla  sinistra, come se nulla fosse. Sale in cattedra, giocando sull’ignoranza storica dei più. Di quale ignoranza storica parliamo? Quella social ad esempio, ma anche mediatica, televisiva. Per capirsi, quella delle domande da talk show, tipo: “La politica economica del fascismo? Può essere un modello per l’Italia? Parliamone”. Così vanno oggi le cose. E Veneziani ci sguazza dentro.

In realtà, il vero problema, soprattutto italiano, è quello di non aver mai metabolizzato storicamente il fascismo in relazione al liberalismo: tradizione politica moderna, e per eccellenza. Non basta dire, come fa la sinistra, che il fascismo rappresenta il male assoluto. Si deve invece chiarire la sua natura antiliberale. Cosa che la sinistra non riesce a capire, perché profondamente antiliberale. Quasi come il fascismo.

Qual è allora il punto? Nella prima metà del Novecento, Ortega y Gasset, grande pensatore, criticò la modernità, ma rimase liberale. Lo stesso discorso può essere esteso a Croce, Ferrero, Mosca, Röpke e altri intellettuali liberali.

Cosa vogliano dire? Il punto di discrimine tra la critica della modernità e la tentazione fascista è rappresentato dall’opzione liberale. O di qua o di là. E Veneziani non è sicuramente liberale altrimenti si guarderebbe bene dall’enfatizzare, ciò che è accidentale, il conformismo di sinistra, non distinguendolo da ciò che invece è essenziale: il sistema liberal-democratico. Una grande “invenzione storica”, per dirla con Samuel Finer, che invece il fascismo voleva e vuole azzerare.

Concludendo, e per usare un’espressione scontata, Veneziani, dopo il bagnetto, getta acqua sporca e bambino. Lui resta di là. Qui il suo criptofascismo, qui la tentazione fascista, qui, il suo voler fare di tutta l’erba un fascio… E non si tratta di un nostro gioco di parole… Purtroppo.

Carlo Gambescia

sabato 17 febbraio 2024

Belpietro e la morte di Navalny

 


Se il lettore questa  mattina avrà un attimo di tempo, dia un’occhiata alla rassegna stampa (*). Merita. Per quale ragione? Perché scoprirà che l’unico giornale italiano che non ha in prima pagina la morte di Navalny è “La Verità”. Come mai?

I motivi possono essere due: o Belpietro, distratto da altre cose, ha bucato la notizia, o si tratta di una scelta intenzionale. Cosa che confermerebbe la linea editoriale filorussa.

Noi, attenti suoi lettori, scegliamo il pacco numero due: il silenzio non è casuale.

Si dirà che in nome della libertà di pensiero certe scelte, anche se  antipatiche, intellettualmente antipatiche, vanno comunque  ammesse.  Bah... Come può un giornalista, che comunque è un intellettuale, quindi amante della libertà, stare dalla parte di un governo che rifiuta  la libertà di stampa e che imprigiona e uccide i giornalisti?

Si badi, “La Verità” non ha proprio pubblicato la notizia della morte. Per capirsi: la stampa di sinistra, l’ ha pubblicata, accusando della morte Putin. Quella di destra, più timida, idem, con minore evidenza, sempre però in prima pagina. Invece "La Verità" tace su tutto: morte e accuse. Roba da giornale moscovita. Anzi, forse siamo ben oltre: cose da ufficio stampa del Cremlino.

Ripetiamo, non si tratta di un casuale “buco informativo”.  "La Verità" vede complotti ovunque, però si guarda bene dal fare le pulci ai  russi.  Quando si dice il caso.   Del resto la linea editoriale de “La Verità” è reazionaria,  con ad esempio  un  Marcello Veneziani, tra gli altri, che si atteggia a Dugin italiano, magari in ciabatte, però…

Un forbito  storico, Roberto Valle,  scomparso di recente, a proposito della Russia di Putin, parlò di "populismo marziale".  Esatto.  Colpito e affondato.  Oggi su "La  Verità", in prima,  a centro pagina, campeggia la foto del generale Vannacci. Si annuncia il suo nuovo libro, in cui si celebra il valore delle frontiere. Per fare una  battuta, paracalcistica: Vannacci 2 Navalny 0. Anche qui, roba da vergognarsi. E tanto "populismo marziale" alla russa.

Ovviamente, la nostra tesi può essere rovesciata: “La Verità”, unico giornale italiano, intellettualmente libero, perché non schierato con gli Stati Uniti, la Nato e l’Unione Europea.

Qui però si apre l’abisso. Come si può essere così stupidi? Non diciamo per la serie, un poco volgare, del furbetto che sputa nel piatto dove mangia. Si pensi invece a un’ espressione tipica della vita comune: “Ma che cosa hai combinato, sei proprio uno stupido!”.

Purtroppo giornalisti come Belpietro e sodali sono talmente ottusi, politicamente ciechi, stupidi, da non capire, che,  pur con alcuni limiti, i sistemi liberal-democratici occidentali, Covid o non Covid (anche chi scrive ha criticato il governo),  sono nettamente superiori, sotto tutti i profili, alle dittature come quella russa. Si tratta di una verità elementare. Non capirla porta guai. Di qui la stupidità di Belpietro, stupidità, per così dire, di risultati. Come dicevamo sopra:  “Ma che cosa hai combinato, sei proprio uno stupido!”. Insomma, farsi del male da soli:  preferire la dittatura la  liberal-democrazia. Più stupidi di così.

Si dirà che in fondo “La Verità”, non ha poi così tanti lettori, quindi non può fare grandi danni. Vero. Però come diceva Leo Longanesi, storico giornalista di destra, assai acuto, quindi a differenza di Belpietro un vero asso: "Uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, diecimila stupidi sono una forza storica".

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/

venerdì 16 febbraio 2024

Il migrante delocalizzato in Albania

 


Premessa. Nel linguaggio economico si definisce con il termine “esternalizzazione” quella procedura attraverso la quale un’ azienda, per tagliare i costi, in particolare del  personale, trasferisce a un’ azienda esterna, in tutto o in parte, la lavorazione di un suo prodotto o la fornitura di un servizio. In inglese si definisce outsourcing.

Dall’ esternalizzazione discende, un altro concetto, quello di delocalizzazione (in inglese offshoring), che rinvia all’organizzazione internazionale della produzione. In particolare rimanda alla riallocazione (trasferimento) di un’impresa, o parte di essa, oltre i confini nazionali, per profittare dei costi più bassi, in termini manodopera e normative locali.

La destra italiana,  per ragioni di tipo nazionalista-populista, che riconducono alle sue radici fasciste, si è sempre detta contraria sia all’esternalizzazione che alla delocalizzazione all’estero di imprese italiane.

In particolare Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia si sono sempre mostrati contrari, anche sul piano legislativo, a questi  spontanei e benefici processi economici di internazionalizzazione. A tale proposito si vedano le ultime normative governative che introducono penalizzazioni fiscali e finanziarie ( si veda ad esempio il decreto Asset dell'ottobre 2023 )  per le aziende che esternalizzano in entrata e in uscita, quindi imprese italiane ma anche straniere.

In argomento resta singolare (poi il lettore capirà perché) la battaglia di Fratelli d’Italia per impedire la delocalizzazione in Albania di uno stabilimento siciliano di imbottigliamento (*). Del resto è noto l’odio viscerale, venato di complottismo anticapitalista, manifestato più volte da Giorgia Meloni contro le delocalizzazioni praticate dalle multinazionali. Ad esempio si legga qui:

“Migliaia di lavoratori hanno perso il lavoro. Non è accettabile che le multinazionali che beneficiano dei contributi pubblici possano decidere – da un momento all’altro – di delocalizzare e di mandare sul lastrico centinaia di famiglie, aggravando così la situazione occupazionale ed economica italiana. Il tutto nell’assordante silenzio di una sinistra ormai distante anni luce dai problemi reali della Nazione” (**).

Il lettore ora si chiederà il perché di questa lunga noiosa premessa. Il motivo è semplicissimo: l’accordo Italia-Albania sui migranti divenuto ieri legge (***). Che, ecco il punto, “delocalizza” il migrante.

"Rafforzamento della collaborazione in materia migratoria": classica terminologia neutrale per nascondere che cosa? Benché nel testo si parli asetticamente di “aree” (in particolare cfr. allegato 1), si tratta della costruzione di due campi di concentramento per migranti in Albania con il consenso del governo di Tirana. Quindi, per dirla fuori dai denti, delocalizzazione carceraria.

Nel porto di Shengjin nascerà un centro eufemisticamente denominato di prima accoglienza, utilizzato dalle autorità italiane per le operazioni di sbarco e identificazione. A Gjader, sorgerà invece, altro eufemismo, un centro di identificazione ed espulsione. Il tutto ad opera e spese dell’Italia.

Ripetiamo due campi concentramento. Dove saranno “concentrati”, complessivamente,  al modico prezzo di 16,5 milioni di euro all’anno (per partire, pp. 10 e 13 del testo), non più di tremila migranti per volta, sorvegliati all’interno dagli italiani, all’esterno dagli albanesi. Con i cani.

Detto in altri termini: se, a proposito dello stabilimento siciliano, la delocalizzazione è vista come una specie di peste dei moderni, per il migrante si fa un ragionamento contrario. Lo si può delocalizzare tranquillamente. Che importa se ha una famiglia?  Del resto  non  lo si può neppure  mettere sul lastrico, visto che già si tratta di un "poveraccio"...

Quel che vorremmo sottolineare è il cinismo di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. Si vuole   scaricare all’estero, come rifiuti tossici, i migranti, rimangiandosi quanto detto in precedenza sulle delocalizzazioni.

Cinismo e razzismo. Dal momento che il migrante, per Giorgia Meloni, non essendo italiano, non merita di essere difeso dalle delocalizzazioni.

Attenzione, non siamo contrari in linea di principio alla libera circolazione di uomini beni, quindi alle delocalizzazioni.

Il vero problema è l’uso del doppio registro: italiani e migranti. Che, ovviamente, oltre ad essere ripugnante sotto l’aspetto umanitario, rinvia a una pericolosa mentalità statalista.

Pensiamo alla mentalità tipica di chi detiene il potere, troppo potere. Che, può permettersi di cambiare idea sugli uomini e sulle le cose in qualsiasi momento. In base a che cosa? Alle esigenze di conservazione del potere stesso. Ci spieghiamo meglio.

Il ragionamento dello statalista, che è tale perché profitta largamente dei poteri dello stato (una specie di "premio" di legalità,  frutto però  di una messinscena di legalità),  è il seguente: si può essere a favore o contro la delocalizzazione solo se può portare voti. Insomma la contraddizione non esiste. Esiste solo un potere da conservare. E tutto ciò che è finalizzato alla conservazione del potere è esente da qualsiasi contraddizione.

Questa velenosa miscela di razzismo e statalismo ha condotto alla creazione dei campi di concentramento in Albania per migranti. Che potrebbero essere i primi di una lunga serie.

Attenzione però, perché potrebbe anche toccare agli italiani… A Giorgia Meloni basterà vincere di nuovo le elezioni. E non importa come.

Carlo Gambescia

In copertina antico elmo illirico.

(*) Qui: https://www.fratelli-italia.it/2020/01/28/sugar-tax-bucalo-scongiurare-delocalizzazione-sibeg-in-albania/ .

(**) Qui: https://www.fratelli-italia.it/2021/07/21/lavoro-meloni-inaccettabile-che-multinazionali-che-hanno-contributi-pubblici-decidano-di-delocalizzare-e-mandare-sul-lastrico-famiglie/.

(***) Qui il testo: https://www.adnkronos.com/resources/0287-1977965eb861-255f2aac1112-1000/albania.pdf .

giovedì 15 febbraio 2024

Gaza e la “regola del peggio incluso”

 


Esiste un’espressione che talvolta si usa nella vita normale di tutti i giorni: “Tizio, riesce sempre fare qualcosa di  male  per tirare fuori il peggio da me”. Nel senso che una certa azione, esecrabile, provoca reazioni ancora più esecrabili.  Quindi il "peggio",  moralmente parlando s’intende.

In chiave metapolitica, si potrebbe invece chiamare la “regola del peggio incluso”. Ovviamente, ripetiamo, assume un altro significato, non di tipo morale o addirittura moralistico. Nel senso che chi comincia per primo, a offrire il lato peggiore, sa benissimo quale sarà la reazione dell’altro. E se e quando si comporta così è perché vuole che l’altro dia del suo peggio. Insomma "include" nel suo ragionamento  il lato peggiore dell'altro.  Perché così  vanno le cose sulla base dell'esperienza storia e sociologica. Quindi metapolitica.  Poi, ognuno di noi, può fare i suoi ragionamenti morali, eccetera, eccetera. Però questo è. 

Dove cerca oggi  di  andare a parare  Gambescia? Se interpretiamo correttamente il pensiero del lettore, probabilmente incuriosito dall’incipit.

Dove cerca oggi di andare a parare Gambescia? Se interpretiamo correttamente il pensiero del lettore, probabilmente incuriosito dall’incipit.

A quel che accade a Gaza e alla dichiarazione, riportata dai giornali, del cardinale Pietro Parolin, semplificando un Primo ministro, “anche” Ministro degli esteri del Vaticano. Quindi non l’ultimo sconosciuto. Ecco le sue parole:

«Da una parte – dice – una condanna netta e senza riserve di quanto avvenuto il 7 ottobre, e qui lo ribadisco, una condanna netta e senza riserve di ogni tipo di antisemitismo, ma nello stesso tempo anche una richiesta perché il diritto alla difesa di Israele che è stato invocato per giustificare questa operazione sia proporzionato e certamente con 30 mila morti non lo è» (*).

Ovviamente, Israele, tramite l’ambasciata, ha protestato e snocciolato alcune cifre, cercando di provare a sua volta, che le cose non  stanno come asserisce il cardinale Parolin.

Ma il punto non è questo. Dicevamo della capacità di tirare fuori il peggio dall’altro. Ecco, Hamas è perfettamente riuscito nello scopo. Dal momento che la durissima reazione militare di Israele conferma, mettendo per ora da parte la guerra delle cifre (poi diremo perché), la “regola del peggio incluso” .

Naturalmente i filopalestinesi sosterranno che, storicamente parlando,  ha cominciato per primo Israele a tirare fuori il peggio dai palestinesi. E per contro il filoisraeliani asseriranno il contrario. E così via, indietro nel tempo, fino ai mitici giorni di Adamo ed Eva.

Per capire le cose è invece necessario andare oltre le catene argomentative di questo tipo: “Ho cominciato io, no hai cominciato tu…”. Abbastanza infantili ma di regola usate in politica (si tratta di una regolarità metapolitica), per giustificare o razionalizzare le proprie scelte polemiche (da polemos, gr. antico, guerra).

Allora? La “regola del peggio incluso” insegna che in queste particolari circostanze (quindi dal 7 ottobre senza risalire fino  ai tempi di Adamo ed Eva: 1) Hamas ha cominciato per primo, perfettamente consapevole di cosa sarebbe successo dopo, del peggio, eccetera; 2) lo stato di Israele, una volta provocato in modo così grave, non poteva non reagire, tirando fuori il peggio.

Ora, contare le vittime, per tirarsi le cifre in faccia, come si può evincere dal comportamento del cardinale Parolin e dalla dura risposta dell’ambasciata israeliana, non ha alcun senso, se non quello della giustificazione retorica di una questione militare. Puri esercizi di stile, per alcune anime belle, in chiave pacifista.  Purtroppo, come fu detto,  gli stati non si governano con i paternostri. O comunque non solo.

Di conseguenza,  per entrare nel concreto, la scelta politica di applicare la “regola del peggio incluso” si ritorce contro l’attore politico meno preparato militarmente. In questo caso Hamas. Pertanto, ogni buon politico, prima di scatenare una guerra dovrebbe fare bene i suoi conti con questa regola.

Perciò il consiglio che possiamo dare allo Stato di Israele è di approfittare della sua superiorità militare per rendere inoffensivo Hamas. Insomma di tirare dritto.

Solo dopo si potrà parlare di piani per il futuro. In questo preciso momento pensare al “dopo” o contare i morti di qua e di là significa perdere un’ occasione offerta dalla “regola del peggio incluso”.

Carlo Gambescia

(*) Ad esempio qui: https://www.repubblica.it/cronaca/2024/02/14/news/ambasciatore_israeliano_vaticano_cardinale_parolin_israele_gaza-422133433/ .

mercoledì 14 febbraio 2024

Israele. Giorgia Meloni e il passato che non passa…

 


“Corsi e ricorsi”, robetta da liceo. Luoghi comuni. Però, a dire il vero,  spesso la realtà storica sorprende. Perché mostra, sotto la superficie della retorica politica, inaspettati elementi di continuità. Detto altrimenti, di un passato che vuole  passare.  Si legga qui:

«Si sono sentite una prima volta attorno alle due Giorgia Meloni e Elly Schlein. Un primo scambio veloce. Poi un’altra telefonata a stretto giro, più articolata. Poco dopo il Parlamento ha dato via libera alla mozione Pd, a prima firma della segretaria, che impegna il governo a chiedere “un immediato cessate il fuoco umanitario a Gaza”. Una cosa non da poco. Mai il Parlamento si era pronunciato in questo senso. Anzi, la mozione del centrodestra al ‘cessate il fuoco’ non faceva proprio cenno. Solo un generico impegno dell’esecutivo a “promuovere” insieme all’Ue “ogni sforzo diplomatico” per una soluzione politica del conflitto» (*).

Se Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni non provenissero da un partito fondato dai fascisti dopo Mussolini, si potrebbe parlare di generico umanitarismo-pacifismo approdato finalmente (per alcuni) anche a destra. Quasi una normalizzazione “buonista”, per usare un termine giornalistico. Come nel caso di Elly Schlein e in particolare del Partito democratico. Sebbene, anche da quelle parti,   non tutto sia rose e fiori.

Comunque sia,  evitiamo, anche per ragioni di spazio, l’analisi dell’antisemitismo di sinistra, che anima alcune frange politiche. Spesso presentato sotto la falsa veste, apparentemente più rispettabile, dell’ antisionismo: una velenosa ideologia, di stampo pacifista-internazionalista, ereditata dalla defunta Unione Sovietica.

Tornando a Fratelli d’Italia, se però si va a indagare, o comunque si conosce un “pochino” la storia, si può scoprire che sotto la vernice fresca della retorica umanitaria c’è dell’altro.

Il fascismo, seppure in modo contraddittorio (dal momento che sognava un Impero, non secondo a quello di Roma, capace di estendersi dal Mediterraneo all’Africa), puntò, soprattutto dopo la conquista dell’Etiopia (qui la contraddizione: come liberare e opprimere i popoli al tempo stesso?), sui paesi coloniali  in funzione antibritannica e antifrancese.

Pertanto all’avvicinamento all’Islam corrispose l’allontanamento dal mondo ebraico, in particolare dopo le leggi razziali del 1938. Con la guerra i campi si divisero del tutto e gli ebrei vennero trattati alla stregua di nemici. Mentre si continuò a vedere nel mondo musulmano una lama nel fianco di britannici e francesi.

Risparmiamo al lettore il folclore sulla Spada dell’Islam impugnata da Mussolini a cavallo, il “pappa e ciccia” tra l’Italia fascista il Gran Mufti di Gerusalemme, Amīn al-Husaynī, lettore accanito del Mein Kampf , nonché altre cosette minori (**).

Tutto questo per dire, che sebbene nel dopoguerra  alcuni intellettuali missini e post-missini, non animati da qualsiasi retorica dell’intransigenza, vedessero nel sionismo e nel laburismo (dei Kibbutz) una specie di continuazione del socialismo tricolore italiano di origine risorgimentale, i fascisti dopo Mussolini  non smisero comunque di  ironizzare, persino ai tempi di Alleanza Nazionale. 

Su che cosa?  Ad esempio  sulla Kippah indossata da Gianfranco Fini e sul concetto del fascismo come “male assoluto”, perché giustamente ritenuto corresponsabile della Shoah.   Alcuni onorevoli  sorridevano e si davano di gomito. Si dirà sempre meglio che deportare.  Diciamo che la natura umana, come prova la storia,  insegna che certe cose spesso  cominciano o ricominciano  ridendo e scherzando... 

Con questi precedenti, non è possibile vedere nella scelta di Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia la sospirata normalizzazione “buonista”. Siamo invece dinanzi a una scelta in continuità con il passato fascista o neofascista (se si preferisce). Una specie di febbre politica che sembra aver contagiato anche Antonio Tajani, che sempre ieri ha dichiarato che “a questo punto la reazione di Israele è sproporzionata, ci sono troppe vittime che non hanno nulla a che fare con Hamas”.

Certo, potrebbe anche trattarsi di una specie di riflesso pavloviano. Quindi qualcosa di non ragionato. Addirittura di inconsapevole. Come certi tic che si trasmettono di padre in figlio. Il che però sarebbe ancora più grave.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.adnkronos.com/politica/israele-cessate-il-fuoco-accordo-meloni-schlein_5ddWhxi0d2bGU4byG1IKaE .

(**) Per una puntuale ricostruzione in argomento rinviamo a Renzo De Felice, Il fascismo e l’Oriente. Arabi, Ebrei e Indiani nella politica di Mussolini, Bologna, Il Mulino, 1988 (2° ed. Luni Editrice 2018); Romain Rainero, La politica araba di Mussolini nella seconda guerra mondiale, Cedam, Padova 2004. Ricostruzioni, si badi,  non sempre combacianti. Sul dopoguerra, si veda invece  l’onesta analisi  di Gianni Scipione Rossi, La destra e gli ebrei. Una storia italiana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2003.