mercoledì 20 dicembre 2023

Da Claretta a Fedez

 


Chiunque ricordi, ormai solo per immagini televisive, i corpi di Mussolini, della sua amante e di alcuni gerarchi appesi per i piedi, non dovrebbe comportarsi così male, fomentando il ludibrio.

Quelle morti furono il  frutto  velenoso di una guerra civile e di un clima di odio culturale, che il fascismo aveva sapientemente coltivato e innaffiato fin dalle sue origini. Suscitando di conseguenza nei suoi nemici, alcuni già particolarmente dotati in materia come i comunisti, sentimenti e comportamenti altrettanto inumani.

Eppure sembra che Piazzale Loreto sia passato invano. In Italia, da Tangentopoli in poi, il discorso pubblico si è trasformato in un campo di battaglia, mediatico e giudiziario, con la partecipazione di giudici e giornalisti politicamente schierati, prima a sinistra, poi da qualche anno anche a destra. I nuovi venuti, senza farsi troppi problemi, hanno così affiancato nipoti e bisnipoti di coloro che avrebbero dovuto capire la tragica lezione di Piazzale Loreto.

Invece l’Italia si trova tuttora immersa in una guerra culturale, caratterizzata da una violenza verbale che fa veramente paura. Non importa il colore delle vittime. Le si deve sbudellare moralmente. Ghigliottinare senza pietà, prima ancora che si arrivi a sentenza. Inoltre, a prescindere dal reato commesso o meno, congiunti, amici, collaboratori dell ’inquisito vengono regolarmente accusati di non poter non sapere, eccetera, eccetera.

Il garantismo è finito nel tritacarne del populismo mediatico-giudiziario. Nessuna tutela: colpevoli ancora prima di essere giudicati. Una infernale e trasversale macchina del fango usata, a torto o ragione, prima contro i vecchi partiti (democristiani e socialisti), poi contro Berlusconi, ora contro le icone politiche della sinistra.

Questa mattina è ripartita, con il sostegno, passivo o attivo che sia,  di coloro che tuttora recriminano l’uccisione e il ludibrio (del corpo) di Clara Petacci (conosciuta come Claretta),  una campagna di autentico linciaggio contro due famiglie, Sumahoro e Lucia (cioè Fedez-Ferragni, Lucia è il vero cognome di Fedez ), che coinvolge, per ora verbalmente, anche Aboubakar Soumahoro e Fedez, che non hanno commesso alcun reato (*). Se non quello di amare, con la stessa passione testimoniata da Claretta per il duce, due donne: Liliane Murekatete e Chiara Ferragni, già condannate e fucilate ancora prima di essere processate.

Cadiamo nel patetico? E sia. Tuttavia la storia sembra ripetersi, quantomeno nel metodo. Che è quello del linciaggio morale, dello ghigliottina giudiziario-mediatica, del plotone di esecuzione e del pubblico ludibrio. A chi tocca, tocca! Come nelle guerre civili.

E qui si avverte, anche rispetto a Tangentopoli e agli eccessi della sinistra, il tremendo e inestinguibile odio dei vinti del 1945. Gli esuli in patria – così si consideravamo i missini – ora tornati al potere con Fratelli d’Italia. I vinti vogliono vendicarsi. E ricominciano con i rastrellamenti morali e giudiziari delle brigate nere, o se si preferisce della meloniana compagnia dell’anello. Non si rida, non è una battuta. Si tratta di brutta gente. Ieri come oggi.

Una destra normale al governo, priva di radici fasciste, non avrebbe mai favorito una campagna mediatico-giudiziaria di tali dimensioni. Siamo davanti a una cultura politica, quella di Fratelli d’Italia, che disconosce il garantismo.

Una cultura dell’odio e di un totale disprezzo verso lo stato di diritto e il discorso pubblico liberale, che può portare solo a nuove Clarette, poi ai vendicatori delle nuove Clarette, e ai vendicatori dei vendicatori delle nuove Clarette… Che poi le vittime  siano uomini, e si chiamino, invece di  Claretta, Aboubakar e Fedez, è la stessa cosa…

Carlo Gambescia

(*) Qui per uno sguardo generale ai giornali di oggi: https://www.giornalone.it/.

martedì 19 dicembre 2023

L’Italia e la filosofia dell’inessenziale

 


Qual è il problema italiano fondamentale?  Secondo la  destra, la doppia morale della sinistra. Che predica la sobrietà e la solidarietà ma vive nello splendido isolamento del romano Monteverde Vecchio.  Oppure, come rilancia la sinistra, una destra più che mai affamata di quel potere che proclama di voler riconsegnare al popolo.

Di conseguenza,  per la destra  Chiara Ferragni e Roberto Saviano, che vivrebbero alle spalle della carità fasulla e della camorra, ne sono un esempio. Come per la sinistra lo è Lollobrigida che fa fermare i treni per scendere.  Oppure lo sono  ministri, come Crosetto e Santanchè,  ancora in carica  nonostante i conflitti di interessi presenti e passati.

Non se ne può più. Siamo davanti alla filosofia dell’inessenziale.

 Il vero problema italiano è l’assenza di una classe politica e dirigente liberale, che faccia serie riforme economiche, tagli tasse e spesa pubblica, privatizzi e liberalizzi, delegifichi, depenalizzi, lasci che le persone nell’ambito dei diritti civili si organizzino da sole liberamente. C’erano una volta i notai… 

Occorre infine una classe dirigente liberale che la finisca sia con la welfarizzazione del migrante sia con i campi di concentramento. Per dirla brutalmente che apra a tutti, e che si arrangino… Esiste una cosa che si chiama filtro o selezione sociale.

“Lasciar fare, lasciare passare” questa deve essere la parola d’ordine di una classe dirigente liberale. Non i piagnistei socialisti sugli assistiti a vita o la ripugnante frusta fascista sull’ordine pubblico.

Altro esempio di guerre ridicole e inutili tra destra e sinistra: Patto di stabilità e Mes.

Si discute di che cosa? Di controllo della spesa pubblica (Patto di stabilità) e di regole per la concessione di prestiti comunitari (Mes). Cioè di strumenti economici per ottenere voti e consensi. Tutto qui.  Altro  che pro o contro l’Europa. La  "Nazione", la "Solidarietà".  La  vera “ciccia” della questione sono i soldi pubblici da arraffare per vincere le elezioni.

Destra e sinistra danno entrambe per scontato che il finanziamento pubblico faccia  miracolosamente ripartire l’economia. Economia sciamanica.  Sono socialisti non liberali. Si fanno invece la guerra sui controlli formali Ue e Bce. La destra aspira e prendere i soldi e scappare, la sinistra a prenderli stando alle regole (almeno così dice). 

Ma, ecco il vero punto: destra e sinistra condividono la stessa filosofia, come del resto l’Unione Europea. Quale filosofia? Quella di un’economia mista pubblico-privato che si nutre di finanziamenti pubblici: il vecchio Keynes è vivo e lotta insieme a “Loro”.

La ridicola guerra tra destra e sinistra rinvia perciò non al “come” ma al “quanto”. Una classe dirigente e politica liberale si occuperebbe del “come” (“Come far ripartire l’economia? Puntando sul mercato.”). Mentre una destra e una sinistra, per nulla liberali, si occupano del “quanto” ( “Quanto” denaro pubblico serve per far ripartire l’economia e non perdere voti?”).

Insomma, ripetiamo: il discorso pubblico economico è di tipo keynesiano non liberale. Destra e sinistra pari sono perché si occupano del “quanto” non del “come”.

Qui, come dicevano, il vero problema: l’assenza di una filosofia liberale.

Sicché risulta naturale discutere di Saviano, Ferragni, Lollobrigida, eccetera, come pure delle rate del prestito europeo, o dello “zero virgola” a proposito dello spesa pubblica. Insomma il trionfo della filosofia dell’inessenziale.

Un disastro.

Carlo Gambescia

lunedì 18 dicembre 2023

Una destra volgare

 


 Del discorso di Gorgia Meloni ai suoi sostenitori sotto il surriscaldato tendone di Atreju, quel che colpisce è la volgarità. La completa assenza di cultura, di educazione, elevatezza e nobiltà spirituale (*).

Esageriamo? Come si può accusare, chi vive sotto minaccia di morte, Roberto Saviano, di essersi arricchito grazie ai libri sulla camorra? Cioè di scrivere contro la criminalità mafiosa esclusivamente per fare soldi? Oppure attaccare, sempre senza fare il nome, Chiara Ferragni? Una grandissima influencer, venuta su dal nulla per puro merito, ignorando il fondamentale  concetto liberale della presunzione di innocenza? Per non parlare infine dell’appiccicoso complottismo-vittimismo, altro tema ricorrente: la vera arma totale della destra per aizzare le folle di elettori contro il nemico ovviamente nascosto nell’ombra.

Si dirà che la sinistra ai tempi di Berlusconi fu altrettanto volgare. Giustissimo. Però come si esce dalla volgarità? Abbassando le armi. Chi ha buon senso, eccetera, eccetera.

Sicché non è una giustificazione dire che la  sinistra ha iniziato prima della destra. E che quindi Giorgia Meloni sarebbe autorizzata – a proposito di “scarpe piene di fango”, per citarla – a voltolarsi invece nel fango di una retorica plebea.

In realtà  l’estrema destra da cui proviene è sempre stata volgare, grossolana, rozza, scurrile, sguaiata. Si badi non era ed è questione di abbigliamento o di modi. Michelini, vestiva sartoriale. Almirante era forbito ed elegante. Ma qualcosa che concerne il rivolgersi sistematicamente alla pancia della gente, facendo appello a piazze invelenite. Perciò oggi resta facilissimo per Giorgia Meloni entrare in parte.

Va detto, che all’interno del Movimento Sociale, tralasciando la cafonesca vena da Strapaese tipica del  fascismo e  che oggi ritroviamo in chiave caricaturale  nei  ministri come Lollobrigida, per gli intellettuali puri la vita è sempre stata sempre durissima.

Al di là delle idee reazionarie, si pensi, tra i tanti, al destino solitario di Julius Evola, troppo aristocratico per il partito del “Boia chi molla”. Come pure al cammino, non privo di spine, di un sottilissimo pensatore metapolitico come Silvano Panunzio. Oppure alle alterne sorti di un purissimo intellettuale-politico come Pino Rauti. Ma anche alla strada in salita di un Giano Accame, che ricordiamo a ottant’anni con il libro aperto davanti e la matita per sottolineare: un uomo che detestava, esistenzialmente, la destra con la bava alla bocca. E che dire di Marco Tarchi, espulso negli anni Ottanta, oggi professore universitario di scienza politica? E del raffinato ideologo di Alleanza Nazionale, il professor Domenico Fisichella, praticamente costretto alla fuga?

L’ unico tipo di intellettuale gradito al vertici populisti e volgari prima del Movimento Sociale, poi di Alleanza Nazionale, oggi di Fratelli d’Italia, era ed è l’intellettuale-cameriere, che serve a tavola, distogliendo lo sguardo da padroni in ciabatte e mutande che ruttano. Solo facendo così si poteva e si può “fare carriera”, come prova tuttora la cooptazione  all'interno del  governo e delle sue “partecipate” culturali (dalla Rai ai vari enti) di non pochi pseudo-intellettuali in livrea, un tempo evoliani, rautiani, neo-destri e “immensi e rossi”.

È lo stesso volgarissimo contesto, in cui Tolkien, scrittore dello stesso valore di un Salgari, viene considerato una specie di Omero, solo perché lo ha ordinato, “Sua Raffinatezza” Giorgia Meloni.

E per oggi è tutto.

Carlo Gambescia

(*) Qui il video: https://www.youtube.com/watch?v=T3rJ0Q4qmY8. Si leggano in particolare i deliranti commenti dei sostenitori.

 

domenica 17 dicembre 2023

Musk, Meloni, Atreju, un tranquillo weekend di paura

 


La prendiamo da lontano. Rileggere Carl Schmitt è sempre interessante. Cosa che stiamo facendo in questi giorni.

Perché? Se lo si studia a fondo si scopre che, pur nella genialità di alcune fervide intuizioni, la sua intera opera è priva di una teoria della società e dell’individuo. Il che spiega – secondo alcuni biografi – la sua momentanea adesione al nazionalsocialismo frutto di un comune (con i nazisti) culto monolatrico dello stato e della nazione. Due fattori (stato e nazione), condensati in quello di popolo, che unitamente alle idee di capo carismatico e movimento, da Schmitt allora teorizzate in un libretto, spiegano ex post la sua scelta luciferina.

Può sembrare un pensiero alto, forse troppo elaborato per il comune lettore, ma se un pensatore, un partito, un movimento, un gruppo di opinione, non dispongono o rifiutano una teoria della società e dell’individuo diventa inevitabile il rischio di declinare in chiave autoritaria le politiche pubbliche. Se non peggio.

Facciamo subito un esempio. Schmitt identificava la democrazia con il popolo, con “un popolo”. Di conseguenza, la democrazia poteva essere applicata, ovviamente in chiave plebiscitaria, non parlamentare, solo tra eguali. Nel senso però non dell’individuo, con le sue pratiche private all’interno delle società, in chiave liberale. Ma del popolo tedesco, come blocco unico e unitario. Che in quanto tale escludeva tutti gli altri popoli.

Sotto questo aspetto lo stato era da lui visto come l’organizzazione politica del popolo. Sempre come blocco. Schmitt diffidava della libertà individuale, come pure delle garanzie a tutela di essa. Vi scorgeva degli ostacoli nei riguardi dei doveri di ogni cittadino verso lo stato e della grandezza del popolo tedesco. Siamo perciò davanti a una ferrea sociologia dello stato che trascura totalmente l’individuo e la società. Il pensatore tedesco, e da tedesco, non poteva perciò non aderire al nazismo. Poi Schmitt ci ripensò, ma questa è un’altra storia.

Ora le idee di popolo come blocco unico le ritroviamo, ad esempio nelle politiche antimigratorie delle destre di oggi, a cominciare da quella italiana. Politiche nelle quali la democrazia è declinata, più o meno apertamente, nel senso schmittiano del rapporto tra eguali. In questo caso di estensione dei diritti di welfare solo agli italiani.

Il migrante è giudicato e trattato come un non eguale, fino al punto di incarcerarlo. La stessa idea di “aiutarlo a casa sua” – il mitico piano Mattei per capirsi – si nutre dell’idea schmittiana del blocco unico e della democrazia tra eguali che, ripetiamo, lo stato, come organizzazione politica del popolo, deve garantire  esclusivamente agli italiani. Un pugno di euro e poi si arrangino tra di loro e a “casa loro”. Queste le conseguenze della filosofia del popolo blocco unico.

Altro esempio: il delirante intervento di Musk alla festa di Fratelli d’Italia, Atreju. Parole applauditissime. Apprezzate anche da Nicola Porro, liberale per caso forse da sempre, che lo intervistava.

L’invito di Musk a fare figli nasce dall’idea di blocco unico. Altrimenti – ecco l’ argomentazione implicita – si rischia di alterare la purezza del popolo italiano e dei bianchi in generale. Si può ricorrere al migrante solo se utile al “popolo” italiano, francese tedesco, eccetera. Il “blocco unico” di cui sopra.

Probabilmente Elon Musk e Giorgia Meloni, con la quale Musk, si dice, avrebbe un “rapporto speciale”, non hanno mai letto una pagina di Carl Schmitt, però sono imbevuti di idee nazionaliste e razziste. Le stesse idee che hanno impregnato il fascismo e il nazismo.

Musk, non sarà il primo né l’ultimo miliardario con idee razziste. Però le esterna, senza alcun riguardo, inframmezzandole di “viva l’umanità”, poco credibili. Tra l’altro è di origini sudafricane. Visse in quel paese almeno fino all’età di diciotto anni. Quanto a Giorgia Meloni, parliamo di una donna che si è formata all’interno di un partito di estrema destra. Una forza politica che non hai mai disdegnato la sua ammirazione per Mussolini, al quale nessuno impose di varare le legge razziali.

Oggi i politologi nel loro linguaggio forbito, che si nutre di terminologia anglo-sassone, parlano di “Welfare Chauvinism” (“nazionalismo welfarista”), nel senso di una politica pubblica che esclude dai diritti di welfare i migranti, riservandoli ai nativi.

Non è altro che l’idea di democrazia tra eguali, teorizzata da Carl Schmitt, che non scorgeva individui ma solo popolo, in particolare un popolo specifico. Poi sappiamo come è finita, anche a causa dell'accoppiamento poco giudizioso  tra popolo tedesco, come blocco unico, e concettualizzazione del politico, come  conflitto amico-nemico, anch'essa  presente nello Schmitt teorico della politica e  nel nazionalsocialismo che ne fece  una  pratica della politica, non mutuata direttamente da Schmitt, ma da  un fortissimo  pregresso sentire tedesco che alcuni storici  fanno risalire addiritutra a Lutero.

Ed è di questa idea di democrazia tra eguali, che  si è parlato ad Atreju, in un tranquillo weekend di paura.

Carlo Gambescia

sabato 16 dicembre 2023

Se l’Italia fosse un paese normale…

 


Se l’Italia fosse un paese normale, cioè moderno, Chiara Ferragni sarebbe considerata un fiore all’occhiello. Una donna, che dal nulla, ha costruito una fortuna. Un esempio di merito, immaginazione, economia di mercato. Di capitalismo.

E invece no. Guai elevarsi e fatturare. Alla prima occasione, gli sciacalli della destra hanno dipinto questa donna come una specie di boss del marchio anonimo organizzato. Va precisato che, pure la sinistra giacobina non scherza. Berlusconi, un uomo che dal nulla ha inventato la televisione privata, è tuttora dipinto, quindi anche da morto, come il capo della anonima televisiva organizzata. E ora la sinistra, nonostante i proclami femministi, si prepara a cassare anche la Ferragni.

Si rifletta. Non è solo semplice invidia. L’invidia può produrre emulazione positiva. In realtà è autentico odio per chiunque abbia raggiunto il successo.

Dietro questo atteggiamento da iene, titolo tra l’altro di un fortunato programma Mediaset (effetto imprevisto delle azioni sociali), c’è l’odio per l’iniziativa privata. Per chiunque voglia fare da solo e che “riesca”. Quest’ultima è la cosa peggiore per le iene di destra e sinistra.

Non è solo invidia verso la ricchezza, come alcuni dicono, ma qualcosa di antropologico (in senso culturale): vero e proprio odio verso la volontà di fare, verso l’impegno individuale, verso la voglia di migliorarsi o anche solo di nutrire  ambizioni.

Si prenda un altro esempio, Aboubakar Soumahoro. Probabilmente, non si è circondato delle persone giuste ( suocera e moglie, cognato). Però resta un modello di mobilità sociale: un migrante che ha saputo scalare la nostra società, laicizzarsi, studiare, scrivere libri, entrare in parlamento, tramutarsi in un moderno uomo occidentale. Un esempio per gli altri migranti. Nulla da fare. Il “negro”, non poteva non sapere, perciò deve essere distrutto.

La destraccia, che sui femminicidi, prima di condannare vuole capire l’esatta dinamica dei fatti, parla addirittura di “banda” Soumahoro. Va aggiunto  che anche la sinistra giacobina lo ha ormai abbandonato al suo destino, come Danton, che fu ghigliottinato.

La sinistra è moralista, la destra è qualunquista. Però tutte e due odiano il merito. E soprattutto rifiutano l’idea  stessa di mobilità sociale, legata all’economia di mercato. Detto altrimenti, all’economia capitalistica: la gigantesca molla economica della modernità. Una mano invisibile che fatto crescere un ceto medio, modellato i costumi, cambiato destini, elevato i capaci a prescindere dalla posizione sociale.

Quando la sinistra tira fuori dal cilindro l’accusa di “patriarcalismo” contro la destra, dovrebbe prima riflettere su se stessa, poi su questo problema. Perché non si può al tempo stesso avversare la destra e avversare il capitalismo, imponendo più welfare, più assistenza, più carità pubblica: quella carità statale che corrompe e  penalizza gli spiriti animali del capitalismo, nel bene come nel male. Il “pacchetto” capitalismo va accettato nella sua interezza.

Dietro l’arcaica avversione della destra, che ha radici anticapitalistiche, verso la mobilità professionale della donna, c’è l’avversione verso la mobilità in quanto tale, cioè di uomini e donne. Avversione che a sua volta è la stessa avversione nei riguardi del merito, e di un sistema che premia il merito come il capitalismo, che caratterizza la sinistra. Però ecco il punto: non si può essere al tempo stesso dalla parte della donna e contro la società capitalistica.

Perciò, come dicevamo, non si tratta solo di invidia, ma di un anticapitalismo che accomuna destra e sinistra. E che rimanda a  una società italiana tuttora  in larga parte tributaria di una mentalità arcaica che vede nel successo mondano, altro principio fondante del capitalismo, soltanto un segno di prepotenza, inganno, corruzione, criminosità.

Un atteggiamento “patriarcale” sul quale pesa il lascito di una obsoleta cultura sociale cattolica che tuttora condiziona mentalmente, quindi in modo irriflesso,  destra e  sinistra. E che spiega la rilevanza dell’assistenzialismo, forma di carità pubblica, come rassegnazione individuale verso la propria condizione sociale. Si chiama immobilismo.

Un’ ultima cosa, l’articolo che abbiamo appena finito di scrivere non è controcorrente. Ad essere controcorrente, rispetto alla modernità, è l’Italia. Ma in un paese che non è normale suonerà controcorrente. Già sembra di sentire i “patriarchi” di destra e sinistra: “Gambescia difende Chiara Ferragni e Aboubakar Soumahoro. È dalla parte dei corrotti e dei criminali”.

Idioti, Gambescia difende l’idea di moderna mobilità sociale capitalistica, che non è di destra né di sinistra. Si chiama progresso.

Carlo Gambescia

venerdì 15 dicembre 2023

Tecnica, cultura, liberalismo. Una replica a Nino Arrigo

 



Sulla rivista online “Strade”, diretta da Carmelo Palma, Nino Arrigo, che ringrazio per il sincero interesse verso i miei scritti, pone un problema fondamentale. Quello della relazione tra cultura e tecnica

Qualcosa che perciò va al di là della questione, pur importante, del declino del liberalismo per opera del liberalismo stesso (*). Come pure delle questioni economiche, cioè del rapporto tra forme di concorrenza imperfetta e comunicazione digitale, argomento che ho già affrontato altrove (**).

Vengo al punto. Da circa un secolo si dibatte sul primato della cultura sulla tecnica e viceversa. E qui, come cassetta degli attrezzi, pensiamo agli scritti di pionieri cognitivi come Weber, Max e Alfred, Simmel, Sombart, eccetera. Tuttavia non si è ancora giunti a una risposta precisa.

La cultura può imbavagliare la tecnica? Oppure può valere il contrario?

Per venire ai nostri giorni: l’Intelligenza Artificiale, ovviamente parliamo dei suoi effetti sociali e politici, può modificare le culture politiche? Le culture politiche possono modificare gli effetti dell’Intelligenza Artificiale? In particolare la cultura liberale che atteggiamento può assumere dinanzi alle tecniche digitali, basate ad esempio sugli algoritmi?

 Mancando riposte certe e assolute, intervenire politicamente si rivela molto difficile. Di qui la necessità dell’antica ricetta sociologica e liberale al tempo stesso: “lasciar fare, lasciar, passare”, nel senso di permettere che la tecnologia faccia il suo corso, come tutti gli altri fenomeni sociali.

Per fare un esempio: se all’inizio della Rivoluzione industriale, che tra l’altro nessuno sapeva che era in atto, si fosse applicata l’attuale legislazione sul lavoro, non avremmo avuto nessuna Rivoluzione industriale.

Pertanto ciò che va evitato è il ricorso a una legislazione in materia, quindi al primato della cultura (giuridico-legistativa) sulla tecnologia (digitale). Detto altrimenti: dell’ “esperienza” Rivoluzione industriale dobbiamo privilegiare una preziosa lezione cognitiva. Che poi – sia detto per inciso – è nozione sociologica base, anzi di natura metapolitica.

Quale lezione? Che le azioni umane hanno effetti non previsti, di qui la necessità – ecco la vera lezione – di non interferire in un’altra rivoluzione in atto, quella digitale, proprio per non soffocarla puntando su un’occhiuta legislazione (semplificando) welfarista.

Insomma, le buone intenzioni non bastano. Molto meglio “lasciar fare, lasciar passare”. Il bene può produrre il bene, ma anche tramutarsi in male, come il male può condurre al bene. Chi siamo noi, uomini e donne, con la nostra “vista corta” per giudicare? Perciò nell’incertezza meglio astenersi. Si chiama  umiltà cognitiva.

Certo, a differenza degli uomini del Settecento, sappiamo che la “nostra” di “rivoluzione” è in atto. Il che però non significa che si debba interferire “culturalmente”, turbando gli equilibri spontanei di una precisa dinamica metapolitica.

Arrigo si interroga infine, e giustamente, sul destino del liberalismo. Cosa dire? Che quanto più il liberalismo si allontanerà dalla norma (nel senso di ciò che è normale) dello spontaneo autogoverno di un sociale che si compone di miliardi individui, che perseguono i propri interessi e valori, tanto più correrà il rischio della deriva suicida.

Il tarlo interno, il “bug” di cui parla giustamente Arrigo, non è nell’ eccesso di tecnologia ma nell’eccesso di cultura. Cioè nel primato in particolare di una cultura welfarista, che vuole proteggere l’individuo a ogni costo. Insomma, anche quando non vuole essere protetto. E soprattutto quando proteggere significa interferire con la norma di cui sopra.

Parliamo di una una cultura welfarista che è tutto, eccetto che liberale. O che comunque ha ridotto il liberalismo a una sbiadita variante del socialismo.

Carlo Gambescia

(*) Qui l’interessante l’articolo di Arrigo: https://www.stradeonline.it/diritto-e-liberta/4832-censura-e-autocensura-liberale-il-nemico-interno-della-societa-aperta# .

(**)  Qui:  https://cargambesciametapolitics.altervista.org/facebook-risposte-a-saccone-arrigo-pompei/ .

***

Qui la risposta del professor Nino Arrigo: https://www.facebook.com/nino.arrigo.

Che riporto di seguito unitamente alla mia replica:

NINO ARRIGO: 

Sono poco ottimista sulle potenzialità della tecnologia a servizio dell'umanità e del capitalismo. E non certo per via di tentazioni stataliste, lungi da me.
Penso che le azioni umane sfuggano alle intenzioni dei soggetti che le compiono, secondo la lezione di Vico e della sua eterogenesi dei fini. Conosco le miserie dello storicismo e rifuggo le concezioni teleologiche della storia e i miti del progresso.
Sulle dinamiche positove della prima rivoluzione industriale sono d'accordo con l'analisi di Carlo Gambescia (e rimando al suo blog). Un po' meno sulla quarta in corso.
Stiamo attraversando un brusco cambiamento di paradigma che erode lo statuto ontologico della modernità capitalistica, imponendoci nuove sfide cognitive. Persino il teorico della società aperta, Popper, ammoniva sui pericoli dei nuovi media per la democrazia.
Cosa penserebbe e direbbe, oggi, di fronte alle sfide del post-umanesimo, dell'intelligenza artificiale e della robotizzazione?
Temo che il modello di capitalismo che si profila all'ombra delle nuove istanze tecnologiche sia quello cinese. E poco ha da spartire con la società aperta.
La storia è fatta di corsi e ricorsi, di traversate nel deserto e oasi. E non vedo oasi all'orizzonte.
Temo, piuttosto, un nuovo medioevo e immagino le risposte di Popper sul futuro della democrazia nell'era digitale. Spero tanto di sbagliarmi.
 
CARLO GAMBESCIA:
 
Grazie Nino  Arrigo  dell'interessante replica e del fruttuoso confronto di idee. I suoi timori sono giustificati. Del resto ci accomuna la visione vichiana dell'agire umano. In ragione di ciò, mi permetta di lasciarle l'ultima parola.

giovedì 14 dicembre 2023

“Vamos por la gloria”, Presidente Milei

 


Il “paquetazo” del Ministro all’economia Luis Andrés Caputo, concordato ovviamente con il Presidente Milei, come al solito viene interpretato, in particolare dalla stampa italiana ed europea, in chiave socialdemocratica e antifascista (*).

Per capirsi:  viene giudicato come roba da nemici del popolo, secondo la consueta equazione politica, facile facile, liberalismo-fascismo. Del resto la vulgata politica, non solo europea, colloca Milei all’estrema destra. Ecco  la triste e dura sorte di chiunque oggi ami la libertà: finire automaticamente in compagnia dei nipotini di Hitler e Mussolini. Ma questa è un’altra storia.

Del “paquetazo” sfugge un aspetto che si può definire epocale, di natura-storico culturale. Un aspetto che in Europa, forse, è possibile ritrovare nelle politiche della Lady di Ferro, Margaret Thatcher, che addebitava giustamente la crisi britannica al welfarismo dei governi laburisti, succedutisi dopo la caduta di Churchill, all’indomani della vittoria. Una mentalità politica, basata su spesa pubblica a pioggia e nazionalizzazioni a gogò,  che aveva contagiato anche i conservatori. Un approccio, alla realtà politica ed economica durato, pià o meno,  trent’anni:  i  “Trenta Gloriosi” (1945-1975),  tuttora celebrati dai socialisti europei.

Era insomma una autentica analisi storica: un discrimine epocale. La Thatcher metteva un paletto: fissava la data d’inizio del declino britannico. Coraggiosamente andò avanti, ignorando le critiche interne allo stesso partito conservatore, mezzo “laburistizzato”. Non temeva l’impopolarità. Fu una ventata di aria pura liberale. Un momento magico.

Ora  Caputo –  ma è un concetto che risale a Milei –  fissa, sulla falsariga della Thatcher, la data di inizio della crisi argentina almeno a cento anni fa e al conseguente seguito di governi statalisti, peronisti e di sinistra. 

Per contro, altro aspetto importante di queste tesi è  che  intorno agli Novanta dell’Ottocento,  grazie a una serie di misure liberali,  più o meno  le stesse del “paquetazo” (di sicuro nello spirito),  l’Argentina aveva conosciuto un periodo di grande prosperità fino al termine (o quasi) della Prima guerra mondiale.

Non è questa la sede appropriata per ripercorrere la storia dell’Argentina negli ultimi centocinquant’anni, quel che è importante sottolineare è l’importanza che Milei e i suoi, a differenza della fugace esperienza Macri (come Caputo sa bene), attribuiscono alla prospettiva storica: le misure economiche, di contenimento della spesa pubblica e di liberalizzazione-privatizzazione (sintetizzando), non sono campate in aria, ma rinviano a un’analisi storica accurata.

Insomma, mai dimenticare che se un paese ricchissimo come l’Argentina (45 milioni di abitanti, nove volte l’Italia) negli ultimi cento anni ha perso la sua bussola economica, la colpa va imputata a quel ciclo politico-economico (almeno a far tempo dagli anni Trenta del Novecento), imperniato su spesa pubblica, nazionalizzazioni e protezionismo. Una pozione alla lunga venefica, usata   come fattore di consenso elettorale a breve, di facile popolarità, giocando sullo scaricabarile governativo: la colpa era sempre dell’altro governo o de “el yanqui”.

Milei e Caputo sembra vogliano mettere fine a questa giravolta, andando alle radici. E soprattutto di  non temere l’impopolarità. Anche perché sono misure sbandierate in una campagna elettorale, vittoriosa, all’insegna di un elettrizzante “Vamos por la gloria”, pezzo famoso di un gruppo rock argentino, La Beriso, prediletto da Milei e usato durante la campagna (*). Ecco qual è la chiave per un “nuovo” liberalismo: non avere paura dell’impopolarità.  Puntare alla gloria, però nel senso contrario dei cosiddetti "Trenta Gloriosi" dei socialisti.

Sappiamo benissimo che il riferimento al rock è puro “colore” politico. Però, a chiunque voglia oggi scoprire la grandezza, la “gloria”, anche di prospettive, dell’Argentina liberale all’inizio del Novecento, consigliamo di leggere Fra i due mondi (1913), il capolavoro letterario e filosofico di Guglielmo Ferrero. Una sorta di Montagna incantata (1924), ma in mezzo all’Oceano: il romanzo, trapuntato di dialoghi e conversazioni tra personaggi emblematici si svolge su un transatlantico e non tra le mura di un sanatorio come nel romanzo di Thomas Mann. Ferrero che aveva viaggiato in lungo e  in largo per l’America di lingua ispanica, parlava di cose conosceva molto bene. A suo avviso l’Argentina, poteva rappresentare rispetto agli Stati Uniti, civiltà della quantità, una civiltà della qualità: liberale e moderna nelle pratiche, ma antica nel cuore latino (***).

Purtroppo, in Italia, Ferrero viene considerato un autore minore e non lo si legge quasi più. Però si continua a credere nell’equazione politica liberalismo-fascismo. E di conseguenza a capire poco o nulla di quella che potrebbe essere la “rivoluzione” Milei.

Certo, se non arretrerà. Però al momento si può parlare di una lezione di cultura storica e di amore per la libertà che potrebbe essere utile anche per l’Italia, dove la mentalità welfarista, risale almeno dalla dittatura fascista. Strano paese l’Italia. Sembra andare al passo del gambero. Oggi vede addirittura i nipoti e bisnipoti del duce al governo.

Concludiamo con un appello: “Vamos por la gloria, Presidente Milei. Avanti tutta!”.Se l’esperimento liberale riuscisse potrebbe essere un esempio per l’Italia.

Qui però sorge spontanea la domanda: dove sono finiti i liberali italiani?

Carlo Gambescia

(*) Qui la sintesi delle misure: https://www.pagina12.com.ar/694570-el-paquetazo-del-ministro-caputo-en-15-frases . Qui la versione integrale dell’ intervento di Caputo : https://www.youtube.com/watch?v=eJQvxvEVA8k .
(**) Qui:  https://www.youtube.com/watch?v=newqmCxSyns .
(***) Di Ferrero si veda Bogdan Raditsa, Colloqui con Gugliemo Ferrero, Edizioni Il Foglio 2022.