sabato 21 ottobre 2023

Meloni-Giambruno: separazione via Instagram

 



Probabilmente, dal punto di vista della lotta politica,  senza Giambruno la Meloni sarà più forte. Dando il benservito al classico marito macho di destra ( si ricordi il precedente della Mussolini: del consorte coinvolto in un giro di escort minorenni), la Meloni sul fronte della moralità, che fu la Waterloo di Berlusconi, non sarà attaccabile. Il che potrebbe rafforzarla.

Inutile meravigliarsi del fatto che Giambruno sia stato “licenziato”, per così dire,  sui Social. Oggi la politica, soprattutto quella  gridata e qualunquista ,  si fa sui social. All’inizio ultima spiaggia dei “falliti”, ora testa di ponte della politica dei “riusciti”, in particolare i politici, di governo e non.

L’errore sui social fu di tipo strategico. Si doveva puntare, fin dall’inizio, su un filtro culturale a livello di pubblica opinione. Cioè doveva valere in contrario: non i giornali che inseguono i social ma i social ristretti a retroguardia non affidabile dell’informazione, ignorati dalla stampa (o dai media) a grande tiratura. Così non è stato. Il che spiega il licenziamento social di Giambruno. Una separazione via Instagram…

Ovviamente, ogni politico usa gli stilemi della sua cultura. Giorgia Meloni, parla di rocce e gocce in puro stile sezione missina di Colle Oppio. Oltre quello non può andare.

Quanto alla vicenda umana, il terapeuta della coppia e della famiglia parlerebbe subito di modello familiare (pattern): anche la madre della Meloni si divise dal marito, probabilmente per altre ragioni o per le stesse (non si sa). Il punto è che quello della separazione  rappresenta il modello socializzato di tipo relazionale-familiare delle Meloni. Crediamo quindi che anche la sorella sia rischio.

Quanto a Giambruno da quello che si è letto vanno evidenziate due cose.

La prima, il suo comportamento è da manuale. Pensiamo al modello culturale del macho di destra, predatore, che si autogratifica, spargendo il suo seme qui e là. Per inciso, un mio vecchio amico, scomparso molti anni fa, che conosceva bene i suoi polli, parlava al riguardo, ironicamente,  di due destre: una “destra pipparola”, e una “destra sc...trice”.   A quale destra appartiene Giambruno? Decida il lettore...

La seconda cosa, rimanda all’uso politico, o comunque con ricaduta politica, delle intercettazioni di questioni private del signor Giambruno.

Si dirà, e a ragione, che il caso di Giambruno, come sembra colpevole di molestie sessuali, anche pesanti, oltre all’ufficio del personale, che  infatti  lo ha  già sospeso, probabilmente rischia di finire anche in procura. E che quindi Striscia avrebbe comunque fatto bene a denunciare la cosa. Un atto di civiltà giuridica e civile e di grande libertà giornalistica del paladino Antonio Ricci.

Bah… Pensierino del mattino: dietro Striscia c’è Mediaset, e dietro Mediaset c’è la famiglia Berlusconi che sembra non amare molto Giorgia Meloni. E dal momento che in quell’ambito mediatico non si muove foglia, eccetera, eccetera… Ma anche qui decida il lettore, dal momento che non desideriamo infilarci nel tunnel  della dietrologia.

Concludendo, Giorgia Meloni, come ieri scriveva l’amico Carlo Pompei, acuto giornalista, ora non può che attaccarsi ancora di più a dio e patria, visto che la famiglia… Perciò, poveri noi.

Carlo Gambescia

venerdì 20 ottobre 2023

Pure l’esercito israeliano non è più quello di una volta…

 



Cari amici lettori sapete cosa mi ha detto l’altro ieri il portinaio, con tanto di scopa in mano? “Dotto', pure gli Israeliani, non sono più quelli di una volta”. Alla domanda di chiarire meglio il concetto, ha aggiunto: “Chi mena prima, mena due volte. Troppe preoccupazioni per i civili. La guerra è guerra e deve essere lampo”.

E io gli ho dato ragione e pure la mancia, la “propina” come si dice il castigliano.

Al di là dell’aneddoto. Non è degno, almeno fino a questo momento, delle tradizioni militari israeliane quel che sta accadendo. Troppe chiacchiere, troppe remore morali. In realtà l’alleato americano, che a parole dichiara di appoggiare Israele,  sta facendo una pressione fortissima perché si faccia un passo indietro. Nessuna invasione, con conseguente distruzione di Hamas, nessuna occupazione militare, niente di niente. Si rivolterà nella tomba Moshe Dayan, vincitore nel 1967 nella guerra dei sei giorni, e teorico della guerra preventiva, ma anche degli accordi di Campi di David con l’Egitto di Sadat nel 1978, strategia condivisa con il primo ministro Begin, altro leone delle guerra. Perché, regola numero uno, chi sa fare la guerra sa fare anche la pace.

Il problema è che in realtà Israele, come ogni democrazia liberale,  mostra inevitabili remore morali nei riguardi della guerra. La pubblica opinione, anche internazionale, gioca un ruolo importante nelle decisioni militari, spesso diluendole, eccetera, eccetera. La guerra preventiva non sembra essere più ben vista. Specialità che invece era il forte di Israele. Come nel 1956, quando condusse i suoi soldati fino alle rive del Nilo. E anche lì si misero di mezzo gli Stati Uniti, favorendo indirettamente Nasser, il dittatore egiziano, mezzo (o tutto) nazista, arcinemico di Israele.

Tra l’altro questa volta è Israele a subire un duro attacco preventivo di natura terroristica. Del resto dominano le divisioni interne. La sinistra israeliana ha sposato la tesi del non si può morire per Gaza, i tradizionalisti o fondamentalisti, che non sono poi così politicamente influenti come proclamano le sinistre europee, non hanno una chiara idea  politica sulla gestione politica dopoguerra, che non può essere solo filo spinato.

Sicché il conservatore Netanyahu temporeggia, perdendo così l’iniziativa militare, che si nebulizza, disperdendosi nelle minutissime goccioline delle polemiche mediatiche internazionali frutto velenoso della ruffianeria pro Hamas delle sinistra antisemita (altro che antisionista) e dei lamenti a comando del pacifismo mondiale che piange con un occhio solo prostrandosi dinanzi ai nemici dell’Occidente.

In realtà, non non si è ancora capito che i nemici dell’Occidente hanno dichiarato guerra da un pezzo a Stati Uniti ed Europa. Come prova l’invasione russa dell’Ucraina.

Chi scrive non è un militarista, né un difensore dei pronunciamenti militari, ma ritiene che dinanzi al nemico, che si propone solo la distruzione, non si possa porgere l’altra guancia. Il ragionamento è semplice: Hamas vuole distruggere Israele, di conseguenza Israele se vuole sopravvivere deve distruggere Hamas. Finché in tempo. E di tempo in questi giorni Israele ne ha perso tanto, troppo.

Si dirà che ragioniamo come  un portinaio… In realtà, perché pensare che sulle questioni di vita o di morte, un portinaio debba essere meno preparato di Gad Lerner?

Carlo Gambescia

giovedì 19 ottobre 2023

Fascismi o fascismo?

 


L’Italia patria di Leonardo da Vinci, il padre di tutti gli inventori, vanta anche un altro inventore, ma politico, Benito Mussolini, inventore del fascismo.

A dire il vero, il fascismo fu prima un movimento legato al combattentismo, poi ideologia. In qualche misura, fu costruito a tavolino da reduci traumatizzati, pescando spesso a caso, tra i valori dell’anti-modernità, dopo una guerra sconvolgente.

Non esiste perciò un fascismo eterno, esiste un fascismo, storicizzabile, come reazione alla modernità, o se si preferisce, come scelta di accedere a una modernità tecnologica come insieme di mezzi, e non di fini oppure di mezzi e fini insieme.

Gli stessi fascisti avevano idee differenti sulla natura dell’ ideologia. L’unico dato comune era nella profonda avversione, diciamo in termini di antropologia politica, verso l’individualismo moderno: un’eredità del gregarismo bellico da trincea. Di qui il culto per l’onnipotenza dello stato, monarchico o repubblicano che fosse.

Azzardiamo un’ipotesi storiografica: senza la Prima guerra mondiale il fascismo non sarebbe mai nato, sarebbe mancata la materia prima per i quadri politici: gli ex combattenti. Ma neppure, va riconosciuto, senza la modernità, al cui interno il fascismo si colloca seguendo lo schema azione-reazione. Quindi, per capirsi, definire fascista Giulio Cesare è una stupidaggine. Come d’altra  parte designare nel cavaliere medievale una specie squadrista ante litteram.

Comunque sia, vanno registrati, ideologicamente parlando, un fascismo tradizionalista, monarchico, socialista, persino rivoluzionario, sindacalista e repubblicano, ma anche un fascismo borghese (legge e ordine ad ogni costo), nazional-cattolico (a guardia di valori, gerarchie e privilegi clericali).

Il fascismo storico, caduto  nel 1945, fu un contenitore di forze eversive dell’ordine liberale e del libero sistema di mercato tenute insieme, fino alla sua caduta, dalle capacità istrioniche di Mussolini.

Il fascismo dopo Mussolini, perciò senza l'istrionico padre fondatore, incarnato dal Movimento Sociale e dai successivi partiti proliferati dalle varie trasformazioni e diaspore interne (da Alleanza Nazionale a Fratelli d’Italia, inclusi i gruppi e gruppuscoli neofascisti dichiarati), ha perciò “pescato” in quel “contenitore” in base alle necessità storiche del momento dettate dalle possibilità di rialzare la testa e agguantare il potere.

Sotto questo aspetto, dire che i “fascisti” dopo quasi settant’anni sono tornati dal potere è esatto. Fratelli d’Italia, sotto l’aspetto dell’antropologia politica, cioè delle caratteristiche politico-culturali stabili dell’ “Uomo Fascista”, è un partito che non nasconde la sua profonda avversione per l’individualismo moderno, per le istituzioni liberali e per il sistema di mercato.

Da questo punto di vista è perciò corretto parlare di fascismo e non di fascismi. Un’antropologia, quella fascista, apparentemente condivisa con i movimenti di segno opposto, di derivazione marxista. I quali, cosa che va riconosciuta, pur respingendo le istituzioni liberali e di mercato non rifiutano in blocco l’individualismo moderno, ne respingono solo la versione liberale. Oltre ovviamente a opporsi al fascismo, però più che altro nei termini dei gemelli separati alla nascita. E qui rinviamo alle tesi di Nolte.

Tornando all’ “Uomo Fascista”, ovviamente oggi non si scorgono squadristi, camicie nere, l’opposizione dispone di giornali e di parlamentari, la comunità internazionale in qualche misura sorveglia l’Italia. Ciò significa che se è corretto dire che i “fascisti” sono tornati al potere, non è corretto definire il Governo Meloni una dittatura fascista.

Però, se venissero meno nel tempo i controlli interni (opposizione parlamentare) ed esterni (comunità internazionale), potrebbe concretarsi il rischio di una dittatura, o quantomeno in un primo momento di una repubblica fortemente autoritaria, che però  potrebbe sempre degenerare in dittatura.

Purtroppo il Dna di Fratelli d’Italia, cioè il gene responsabile della trasmissione dei caratteri ereditari, è fascista, nel senso antropologico accennato. Pertanto, sarebbe errato addensare le critiche al governo soltanto sui tagli economici o meno. Un piccolo inciso. Il fascismo è nato nel 1919. Pertanto ha poco più di cento anni. Dal punto di vista storico è un giovanotto.

Quel che invece conta criticare, sorvegliare e contrastare è l’ approccio alle questioni fondamentali di antropologia politica, perché investono, e frontalmente, il ruolo dell’opposizione democratica (come la riforma della Costituzione in chiave presidenziale), il valore della tolleranza (come l’atteggiamento verso i migranti), le libertà individuali (come la gestione quotidiana dell’ ordine pubblico).

Riassumendo: è perfettamente inutile discutere, politicamente (non storiograficamente) delle varie forme di fascismo racchiuse nel contenitore-fascismo. Va però tenuta d’occhio la sua antropologia politica. Che non è mai mutata.
 

Perciò gli storici studino pure i differenti fascismi, è cosa lodevole. Ma i politici, specie se liberal-democratici, non perdano mai di vista la pericolosità dell’antropologia politica del fascismo. Detto brutalmente : il Dna fascista di Fratelli d’Italia.

Carlo Gambescia

mercoledì 18 ottobre 2023

L’Occidente e le dimissioni dalla storia

 


Prima di parlare delle dimissioni dell’Occidente si deve dare una definizione di storia.

Che cos’è la storia? Lasciando perdere le definizioni dotte, in latinorum, Vico, Croce, eccetera (per non confondere i lettori), diciamo che la storia è ciò che è accaduto e accade, ma al tempo stesso è anche la ricostruzione, interpretazione, da parte di uno specialista, lo storico, di ciò che è accaduto e sta accadendo, proprio oggi sotto i nostri occhi.  La prima si chiama storia, la seconda storiografia.

Dal primo punto di vista,  parliamo della  storia fatta dagli uomini, volenti o nolenti, giorno per giorno,  si può ritenere che l’intero Occidente abbia scelto la strada delle dimissioni. Detto altrimenti   di rinunciare a fare la storia giorno per  giorno:  il che però  è impossibile, perché la storia non prevede dimissioni, dal momento che a un evento ne segue un altro, poi un altro ancora, e così via.

Il flusso degli eventi sembra perciò essere più forte della volontà dell’uomo. Certo, gli eventi si possono subire passivamente o attivamente, cercando di interferire con essi. Sotto questo aspetto, dare le dimissioni dalla storia, significa subire passivamente gli eventi. Si potrebbe perciò a ragione parlare di “sottomissione” alla storia.

Attenzione: non è un problema di afferrare il  senso della storia, al quale collegarsi, per assecondare o opporsi, ma di rapporto con l’idea stessa di flusso: cioè di ritenere, erroneamente, che non esista alcun flusso, e che si viva in un eterno presente (né passato né futuro) circondati da uomini e istituzioni che non sono a rischio di mutamento.

Ciò significa che vi è perfetta coincidenza tra le idee di dimissioni dalla storia e di fine della storia.

Ma veniamo al punto. In quale modo si manifesta questo duplice atteggiamento?

Si pensi a quel che sta accadendo in Medio Oriente, qual è la reazione dell’Occidente? Per un verso di mostrare la propria solidarietà verso Israele, per l’altro, però, di non esporsi troppo, per non causare pericolose reazioni terroristiche da parte di Hamas e dei suo alleati.

Si dirà che si tratta di saggio realismo politico: nel senso di barcamenarsi astutamente tra i due contendenti, cercando di non offendere nessuno. E così tirare avanti, chissà per quanto ancora… Anche perché, del resto come in Ucraina, in prima linea muoiono i soldati degli altri…

Ecco questo è il classico atteggiamento dei popoli dimissionari dalla storia. Che fingono, regolarmente, di non capire che la storia, proprio perché è continuo flusso di eventi e conseguente necessità di scelta in mezzo al turbinio delle cose, impone sempre di scontentare qualcuno, perché non tutti adorano gli stessi dei, per dirla con Max Weber. Sul punto la storia è piena di esempi.

Insomma, non si può farla franca. Soprattutto per sempre. Quindi prima o poi l’Occidente si dovrà schierare. O di qua o di là.

Ovviamente, il lettore conosce bene le nostre posizioni al riguardo, ma il punto non è neppure questo.

Il vero problema è quello delle dimissioni dalla storia: di credere che si possa andare avanti decidendo  di non decidere da quale parte stare,  perché la storia è finita e prima o poi gli uomini lo capiranno… Sicché meglio ridere e scherzare… e cucinare. Guai "a pensare la storia".

Certo. Ma ridendo e scherzando, solo per dirne una, in Italia,  i fascisti sono tornati al potere.

Carlo Gambescia

martedì 17 ottobre 2023

“Il medioevo fascista” di Giorgia Meloni

 


In realtà il medioevo non fu un’età così buia come la dipingono alcuni storici. Fu quello che fu. Ovviamente, nulla a che vedere con la libertà dei moderni.

Tuttavia  se si studia la sua realtà sociale si scopre che il cristianesimo medievale ( e con questo termine ci si riferisce a un periodo storico lunghissimo, poco sotto i mille anni) non ebbe una politica ufficiale verso la famiglia. Concubinaggio e promiscuità erano la regola o quasi dei grandi blocchi sociali patriarcali, in alto come in basso: principi, preti e contadini  non badavano più di tanto al sesto comandamento. Il residuo sessuale, per usare la terminologia di Pareto,  ha una sua storia profonda, che  attraversa le varie epoche e  che andrebbe riscritta.

Furono del tutto inutili gli sforzi della Chiesa, tesa a predicare la continenza sessuale. Del resto scelta necessaria, lo si sapesse o meno, per ridurre la mortalità infantile, all’epoca elevatissima e così pareggiare i conti con una bassa produttività di beni alimentari. Le società si autoregolano senza neppure capire perché.

Sia detto per inciso: il mondo medievale non aveva ancora scoperto un metodo per alimentare tutti. Intorno al 1000 e ancora intorno al 1300, la popolazione crebbe, ma fame e malattie, decimando la popolazione, pareggiarono il rapporto tra morti e vivi, scendendo però in quelle due occasioni al di sotto del necessario. Poi alcuni secoli dopo con la rivoluzione industriale e la nascita di un mercato mondiale, i problemi dell’alimentazione di una popolazione in crescita, prima in Occidente, poi gradualmente altrove, furono superati. Nonostante ciò, si tende tuttora a ingigantire, sul piano ideologico, alcune situazioni locali di stasi o di crisi occasionale. Ma questa è un’altra storia.

Perciò definire medievale la politica meloniana di aiuto alle famiglie che mettono al mondo più figli, i famigerati “incentivi alla natalità”, rinvia a un medioevo fantastico. Mai esistito.

Mentre siamo davanti a un’ idea, che sembra risalga a Napoleone, ammirato da Mussolini, sul numero come potenza. Quindi “baionette”. Si tratta del lato oscuro della modernità, quello antimoderno in abiti moderni: del militarismo e del totalitarismo. Che si affianca all’altro quello del “mercantilismo”, dell’autarchia economica, che risale ai ministri di Luigi XIV, altro guerrafondaio.

Le “baionette” di Giorgia Meloni sono i voti, probabilmente. Non crediamo  pensi, almeno per il momento e al di là della pulcinellata a proposito del piano Mattei, a riamarsi e riarmare gli italiani. Sebbene fidarsi di chiunque provenga dalle file del fascismo dopo Mussolini non è semplice. Il militarismo è un’inclinazione dura a morire.

La riprova della scelta fascista di Giorgia Meloni è nella connotazione razzista del suo provvedimento perché dà per scontato, come idea, che gli italiani debbano fare figli come conigli per fermare “l’invasione degli stranieri”.

Infatti – quando si dice il caso... – per il migrante la strada per ottenere gli incentivi è molto complicata, proprio per le condizioni di precarietà civile e sociale in cui vive, anzi sopravvive, proprio a causa delle vessatorie politiche della destra.

Per dirla tutta, alla base degli incentivi alle “famiglie-coniglie” c’è la credenza in uno dei miti preferiti dalla destra meloniana, quello ancorato alla “teoria della sostituzione” dei “bianchi” europei con i “neri” extraeuropei: puro razzismo cospirativo privo di qualsiasi fondamento. 

Una “teoria”, per citare Popper, infalsificabile, perché non può vantare prove di alcun tipo, né pro né contro. Se vi si crede: Zeus esiste; se non vi si crede: Zeus non esiste. Però parlare di un’esistenza oggettiva di Zeus, come dell’esistenza della teoria della sostituzione, è cosa non argomentabile sul piano storico-scientifico. Certo, questa pseudo-teoria può essere pericolosa sotto il profilo dell’uso ideologico. E infatti la destra, fedele alla lezione mussoliniana, del grande curandero politico, non cerca altro.

Infine, una  cosa che sfugge a molti osservatori: privilegiare il gruppo, se si vuole il tutto, la famiglia, rispetto alla parte, l’individuo, è contrario alla libertà di scelta, perché penalizza i celibi  o "single" come si chiamano oggi.  E qui torniamo non al medioevo, ma alla tassa fascista sul celibato. Che Giorgia Meloni introduce per via indiretta, premiando le “famiglie-coniglie” e discriminando chiunque faccia scelte di vita differenti.

Concludendo, se proprio si deve parlare di medioevo inutile andare indietro nel tempo per fare un buco storiografico nell’acqua. Si parli magari di medioevo fascista. Durato solo vent’anni. Ma più pesanti di quei mille…

 Carlo Gambescia

lunedì 16 ottobre 2023

Carlo Pompei e l’amico ritrovato

 


Sono quasi cinquant’anni che scrivo e studio, tentando di trasmettere ai miei lettori un approccio realistico alle grandi questioni politologiche e sociologiche. 

Mi sono addirittura impegnato, ormai da almeno due decenni, nella reinvenzione scientifica della metapolitica come strumento analitico non per rispondere ai titoli dei giornali e alla soluzione rapida di problemi immediati, ma per stabilire alcune coordinate realistiche per confrontarsi con la realtà. Nel senso, da vocabolario, di mettere di fronte persone o cose, per conoscerne la somiglianza, le affinità, le differenze. La metapolitica è una specie di cassetta degli attrezzi cognitivi.

Quanto alla soluzione “tecnica” dei problemi – problemi che poi non conoscono soluzioni definitive, perché sono ricorrenti – va detto chiaramente che spetta esclusivamente alla classe politica.

Uno studioso di metapolitica può dire soltanto – semplificando – che se ci si comporta così, può accadere questo e questo, eccetera; se invece si sceglie un altro comportamento, allora può accadere questo e questo, eccetera. E così via. Si badi "può". Gli "assiomi", per così dire, della metapolitica non hanno  nulla di assoluto, dal momento che  rispondono al criterio scientifico della falsificabilità. 

Nel Trattato di metapolitica , opera in due volumi (una parte teorica e una parte storica), di prossima pubblicazione, il lettore ritroverà descritte e storicamente verificate (per quanto umanamente possibile e sotto lo sguardo benevolo di Popper) quelle regolarità metapolitiche che possono consentire quel confronto con la realtà al quale ho appena accennato: scopo principale della metapolitica. Scienza che dalla realtà politica parte e alla realtà politica torna.

Ma non è di questo che oggi voglio scrivere. Mi ha colpito molto la foto di due ragazzi che si abbracciano, uno palestinese, uno israeliano, che l’amico Carlo Pompei  ha pubblicato nel suo profilo Fb.

Carlo è un carissimo amico, tra l’altro ha impaginato, e con che classe, il  Trattato. Ora sta dando gli ultimi ritocchi all’Indice dei nomi. E detto  tra “noi” (siamo quasi cinquemila amici), Carlo è persona di genio (tra le poche che ho conosciuto nella mia vita). Un creativo che passa da un campo all’altro della cultura con una disinvoltura che lascia veramente senza parole. Purtroppo, come tutte le persone geniali, ha dovuto subire il peso dell’invidia, dell’ingratitudine, della prepotenza. Le armi dei miserabili della vita. Ma questa è un’altra storia.

Ma non voglio tessere l’elogio di Carlo Pompei. Per capire subito chi sia, basta un breve scambio di opinioni.

Dicevamo della  foto sul profilo. Appena l’ho vista ho pensato a L’amico ritrovato, film del 1989, basato sul bellissimo libro di Fred Uhlman, dal titolo omonimo (1971). Il  romanzo, basato su un storia vera che risale alla Germania hitleriana, rinvia alla  triste vicenda di due amici, un ebreo e un tedesco, separati dal nazismo. Il tedesco, una volta capita, ma solo verso la fine della guerra (quindi troppo tardi), l’efferatezza del regime nazionalsocialista, parteciperà alla famosa congiura del luglio 1944, verrà scoperto e giustiziato. L’amico ebreo, di ritorno in Germania, dopo molti anni, apprenderà della sua morte da una targa commemorativa.

Il succo del libro, che ovviamente racchiude un invito alla comprensione e alla pace, mostra però, forse suo malgrado, come non sia possibile porgere l’altra guancia quando il nemico ti indica come tale. Esiste al riguardo la famosa testimonianza di Julien Freund, grandissimo studioso di politica, che tra l’altro aveva partecipato alla Resistenza francese, finendo in carcere e rischiando di essere fucilato. Il quale in piena discussione della sua tesi di dottorato alla Sorbona, dinanzi a Raymond Aron e altri prestigiosi esaminatori, ricordò questa verità a un professore francese, famoso studioso di Hegel e pacifista a oltranza: Jean Hyppolite . Davanti all’incalzante argomentazione di Freund che il nemico non gli avrebbe permesso neppure di curare  il suo giardino,  Hyppolite rispose che allora si sarebbe suicidato.

In realtà, ecco la lezione di Freund, che invece è un inno alla vita non al suicidio: vita che però va difesa, non porgendo l’altra guancia al nemico quando punta alla tua distruzione. Questa fu la sorte degli ebrei, che, loro malgrado, porsero l’altra guancia ai nazisti. Questa, cioè  l'implacabile  dinamica amico nemico,  è una regolarità metapolitica.

Perciò perché meravigliarsi se hanno imparato la lezione metapolitica?  Quei due ragazzi, l’ebreo e il palestinese   è auspicabile che diventino amici, ma come i protagonisti de L’ amico ritrovato sono dentro qualcosa che è più grande e forte della loro possibile amicizia. Una bestia che si chiama antisemitismo. E che ha rialzato la testa, non solo in Medio Oriente. E che va subito schiacciata. Le targhe commemorative, come riconoscimento postumo, sono nobilissime. Ma sono postume, mentre il nemico va abbattuto quando è ancora in vita.

Ciò, purtroppo, può comportare vittime tra civili innocenti. Verissimo. Allora si porga l’altra guancia. Come si fece con Hitler negli anni Trenta.

Carlo Gambescia

domenica 15 ottobre 2023

Che cos’è Occidente

 


Intanto che cosa non è Occidente: non può essere definito Occidente, quello da incubo, nazifascista, di Hitler e Mussolini. Come non è Occidente – del resto neppure vuole esserlo – quello, reazionario, agognato da Mosca. Né può essere Occidente, quello ricondotto all’interno di un clericalismo vecchio e nuovo.

Che cos’è allora Occidente? Libertà di pensiero e di azione. Che sul piano esistenziale significa libertà di poter progettare (pensiero)  la propria vita (azione) , senza chiedere il permesso allo stato e alla chiesa. O se si preferisce a chicchessia.

Ovviamente, gli storici delle idee forniscono raffinatissime ricostruzioni sulle radici cristiane o laiche dell’Occidente. Puntando su questo o quel pensatore. Tutto molto interessante. Si tratta però di ricostruzioni, come tutte le ricostruzioni, ex post, a scopo giustificativo. Ricostruzioni che danno per scontato che i “moderni” sapessero quel che stavano facendo.

Sotto quest’ultimo aspetto va ricordato un altro fattore che connota l’Occidente: quello della  possibile  riflessione  sulla rivoluzione dei moderni  come effetto non desiderato. Nel senso che, come accade  per ogni altro fenomeno sociale,  mentre  la "rivoluzione" avveniva nessuno sapeva quel che stava accadendo. Qui la fondamentale distinzione - semplificando - tra chi va in cerca di radici, per imporre un'idea negativa o positiva di Occidente, e chi, come noi, si limita a registrare i fatti.   La ricerca delle radici implica la ricerca dei padri. Ma, ad esempio, Cartesio, Locke, Montesquieu, Hume, erano liberali, se si vuole moderni, senza saperlo. Le etichette sono venute dopo.  Occidente è anche sinonimo di questa possibilità di riflessione.

Parliamo perciò di una rivoluzione silenziosa avvenuta in Occidente non altrove. Qui l’origine del termine geo-filosofico. Cosa di cui dovremmo essere fieri.

E in che cosa consiste questa rivoluzione? Nel porre l’individuo, per secoli in ginocchio, al centro della scena storica.

Non di dimentichi mai: dove l’individuo è umiliato non c’è né modernità né libertà di pensiero e di azione. Quindi non c’è Occidente. Perciò è tutto molto semplice.

Ovviamente, sul piano culturale, esiste anche il funambolismo politico di chi, facendosi ridere dietro, tenta di conciliare, per capirsi, liberalismo e fascismo. Non vale la pena, neppure di parlarne. Come pure esiste l’onesto tentativo di altri di recuperare la parte sana del pensiero premoderno che consiste in un individualismo a sfondo spirituale. Tentativo interessante che merita il confronto.

Non va però dimenticata una cosa, diciamo per il futuro: che sul piano sociologico, come detto,  l’individualismo dei moderni si scontra inevitabilmente con la realtà, che assegna alle azioni individuali uno statuto di imprevedibilità.  Non si possono infatti conoscere, se non “dopo”, gli effetti compositivi di miliardi di azioni individuali, incluse quelle dei leader politici e degli uomini di pensiero. Effetti “compositivi” perché scaturiscono, dalla “composizione”, imprevedibile, circa l’esito collettivo, finale se si vuole, delle azioni individuali.

Ecco Occidente, come atteggiamento verso la vita, se proprio si vuole definirne l’essenza cognitiva, diciamo “ricostruttiva”, per il futuro, implica, come successiva lezione dei fatti, l’accettazione da un lato della figura dell’individuo, dall’altro del rischio connesso all’imprevedibilità delle conseguenza delle azioni individuali.

Perciò l’individualismo non può non essere realista.

Sintetizzando, filosoficamente, quanto abbiamo fin qui detto: Occidente significa accettare – realisticamente – il rischio della libertà. Detto altrimenti: lasciare che gli individui trovino da soli il proprio cammino. Senza padri o tutori.

Ovviamente la libertà di rischiare va difesa dai suoi nemici. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia