venerdì 21 aprile 2023

Concessioni balneari: come prendere per il naso i cittadini

 


Altro esempio di discussione inutile, se non imbecille, ma rappresentativa del buco nero in cui il partito unico liberalsocialista sta trascinano l’Europa, facendo la gioia delle destre fasciste, pardon sovraniste. Un modo, come vedremo, per prendere per il naso i cittadini.

Tra l’altro, si brancola nel buio della stupidità, quando il principale problema europeo sarebbe quello, a voler essere seri, di come rifornire di munizioni l’Ucraina invasa dai russi. Dove una guerra lampo da quattro soldi, scatenata da Mosca, sulla falsariga purtroppo all’epoca riuscita dell’invasione nazista della Polonia nel 1939, si è tramutata in guerra di trincea 1914-1918. E chissà quando finirà… Quindi servono munizioni, tante munizioni, che nell’ ipocrita Italia, dei diritti liberalsocialisti, anche degli animali, sembra che si trovino a sufficienza solo per gli orsi. Ma questa è un’altra storia.

Dicevamo di una discussione inutile, anzi di una vera e propria presa in giro.

Quale? Ieri la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha sentenziato che le concessioni balneari non possono essere rinnovate automaticamente, come invece pretende il governo. Quindi – ecco le conclusioni sbagliate di questa mattina sui giornali – la Corte e la cultura liberalsocialista schierata con i giudici, difenderebbero il libero mercato, il governo di destra invece ne sarebbe il nemico principale. In realtà, sono tutti nemici della libera concorrenza: corte, destra e sinistra. La destra vuole favorire gli attuali concessionari, che portano voti, la sinistra i nuovi, che portano altrettanti voti.

Il problema è altrove. Si noti subito il modo procedere del liberalsocialismo, che non è liberalismo, né socialismo, ma un sistema di divieti e norme che intralcia la libertà di mercato e favorisce l’ intrusione dello stato nella vita economica, nel nome di un protezionismo sociale (che cos’è il costoso welfare se non questo?). Il liberalsocialismo obbliga gli individui ad essere liberi ma con paletti che in pratica rendono la stesso individuo che si vuole rendere libero, schiavo di sempre nuove regole e divieti, ovviamente per il suo bene. Deciso in alto però.

Ora, è l’idea stessa di concessione balneare, condivisa dalla destra e dalla sinistra, che è sbagliata, come del resto quella antiquatissima di demanio, che riporta all’epoca quando la terra, coltivabile e non coltivabile, era di proprietà reale: demanio viene dal latinodominium, cioè dominio. Che, se un tempo era del re, che ne faceva uso personale, oggi è delle amministrazioni pubbliche, di destra come di sinistra, che ne fanno – si dice, per indorare la pillola – uso pubblico. Quindi per il bene dei cittadini.

In realtà, in un paese come l’Italia con uno sviluppo costiero di quasi ottomila chilometri, per lo stato, poter estorcere denari, dominando lo Stivale dall’alto, a braccia conserte, lasciando sfilare le spiagge tra le gambe, come il gigantesco Gulliver swiftiano, è una specie di manna biblica. E sul punto destra e sinistra pari sono.

Sicché nulla è cambiato, se non l’illusione che oggi il demanio appartenga al popolo. Come si proclama con la mano sul cuore. In realtà, ripetiamo, la concessione di un tratto di spiaggia non è altro che uno strumento nelle mani delle pubblica amministrazione per estorcere denari e voti ai privati cittadini che vogliono intraprendere attività economica.

Pertanto asta o rinnovo automatico rinviano a due modalità di gestione pubblica – “pubblica”, si badi – di un bene, che, una volta abbattuto il dominium reale, doveva essere trasferito, come diritto di proprietà e non concessioni dello stato, a chiunque fosse in grado di acquistarlo, venderlo, riacquistarlo, rivenderlo, e così via. Questo è il libero mercato. Non le regolette dei liberalsocialisti e i pasticcetti corporativi delle destre con i concessionari. Parliamo del diritto di disposizione e godimento di un bene privato, non pubblico, che ha come unico limite le violazioni del codice penale.  E ovviamente, sul piano "tecnico", quello del fronte prezzi,  le capacità di gestione dei proprietari, premiate o punite dai consumatori.

Insomma, il libero mercato è decisamente un’altra cosa. E di sicuro non la messinscena della corte, del partito unico liberalsocialista, del governo di destra. Un mediocre teatrino di provincia, sulle cui traballanti tavole si discute  di come spennare meglio il privato cittadino che desideri intraprendere un'attività economica.

Come uscirne? Rivoluzione liberale. Privatizzare pure i gamberi.

Carlo Gambescia

giovedì 20 aprile 2023

Giorgetti, i figli e il modernismo reazionario

 


Le destre di governo hanno un problema con la modernità. O meglio la accettano ma in chiave reazionaria. Ci spieghiamo subito.

Si prenda l’ultima di Giorgetti, ministro leghista dell’economia. Una specie di ragioniere di campagna: scarpe grosse e cervello fino. Dicono.

Giorgetti ha promesso addirittura zero tasse a chi farà figli (almeno due pare). Per Giorgetti il numero è potenza (classica idea fascista e nazionalista) e soprattutto – così crede – meno migranti, perché i nuovi nati andranno a rimpolpare il mercato del lavoro, senza dover assumere lavoratori stranieri (classica argomentazione razzista).

Si tratta di un programma a lunga scadenza, però con costi gravosi a breve per le casse dello stato (per almeno, si suppone, quattordici anni di età scolare).

Al momento non sono state fatte quantificazioni precise, ma sicuramente, il “Reddito di Gravidanza”, come titola con entusiasmo da lustrascarpe “il Giornale”, potrebbe ammontare almeno a 4 miliardi di euro l’anno (la metà del Reddito di Cittadinanza, ad essere cauti). Altro che un solo miliardo. Che non è altro che un investimento di partenza. Il lettore faccia da solo le moltiplicazioni del caso. Ovviamente, ammesso e non concesso che gli italiani rispondano all’appello.

Dicevamo modernismo reazionario.

Modernismo, perché scende in campo lo stato, un’istituzione che ha visto il moltiplicarsi delle sue funzioni, tra le quali quella di welfare, proprio grazie alle tempeste di acciaio delle guerre moderne e ai sogni ugualitari dei socialismi, altrettanto moderni. Quando si parla delle burocrazie pre-moderne, ad esempio Ming o dell’Impero romano sotto Diocleziano, si parla, al massimo di alcune migliaia di persone, forse decine in Cina. Comunque sia, numeri ridotti, anche in punti di percentuale rispetto all’intera popolazione. Niente a che vedere con le nostre pletoriche e voraci burocrazie welfariste.

Reazionario, perché non si tiene in alcun conto l’individualismo moderno. Per Giorgetti non è l’individuo a venire prima dello stato secondo una linea di pensiero moderno, ma lo stato, con i suoi crescenti bisogni economici oggi  moltiplicati dall’utopia welfarista, come accadeva in età pre-moderna: al tempo delle tribù, della città-stato, dell’impero, dello stato feudale e assoluto.

Con una differenza però: che lo stato tradizionale ( cioè pre-moderno) schiacciava l’individuo perché ignaro delle conquiste dell’individualismo moderno, mentre lo stato welfarista è perfettamente consapevole di ciò che fa.

Quindi modernismo (stato onnipotente) reazionario (anti-individualismo).

Si lasci invece che sia l’individuo a scegliere se avere figli o meno, come impone la modernità senza aggettivi. O se proprio se ne vuole uno: liberale. Anche perché non è una questione di denaro, ma di mentalità. Gli uomini e le donne della modernità dopo secoli di “prole a comando” rivendicano tra le libertà anche quella di non avere figli.

La cosa, in base ai singoli valori, può piacere o meno, ma si deve lasciare la scelta all’individuo. Dal momento che, per ridurre la questione all’osso e a rischio di essere patetici, avrà sempre più valore e affetto un figlio scelto per amore che per denaro.

O no?

Carlo Gambescia

mercoledì 19 aprile 2023

Statalismo vs Statalismo ( a proposito di "sostituzione etnica")

 



Tutto il liquame ideologico del XX secolo, del peggiore razzismo fascista e nazista, sembra tornare a galla. Non parliamo, della gente comune, che neppure conosce la “teoria della sostituzione” (*), ma che, di suo, non vuole stranieri, istintivamente, perché teme irrazionalmente retrocessioni sociali. E quindi, pecca di criptofascismo, senza neppure intuirlo. I grandi numeri, storicamente e sociologicamente parlando, sono ad alto rischio demagogico. È così e sarà sempre così.

Servono perciò élite politiche capaci di mitigare, moderare lenire. Ma anche in grado di ragionare pacatamente, risalendo ai principi senza acuire lo scontro. Mai aizzare le folle.

E qui parliamo di un ministro, Lollobrigida, che invece crede nella teoria della sostituzione, nel progetto dei soliti “incappucciati” – questa la vulgata – di portare tutti i “negri”, peggio ancora se islamizzati, in Europa, per sostituirli alle popolazioni “bianche”. E lo dichiara pubblicamente: “No alla sostituzione etnica”. La ciliegina sulla torta per l’italiano medio che già si guardava intorno con sospetto. E la ricetta qual è? Fate più figli. Con i contributi statali. Più bianchi meno neri. Che raffinatezza di pensiero… Certo, come per Mussolini: il numero è potenza. Risposte semplici a problemi complessi.

A quasi novant’anni dalle infami legge razziali, Lollobrigida, un ministro, un punto di riferimento per Fratelli d’Italia – il che significa idee condivise – ripete le stesse cose. Ecco perché parliamo di fogne e liquami. Il demagogo di Subiaco, grida al crucifige. La cognata, Giorgia Meloni, più scaltra, ma non meno imbevuta di idee demagogiche, mette invece le donne contro i migranti…

Il punto debole di questa destra – e ne è riprova l’ imbarazzante partecipazione di Alessandro Campi, domenica scorsa, alla “Mezz’ora in più” – che non solo non è liberale ma che è antiliberale. Di conseguenza, l’intellettuale organico va in televisione, non su posizione liberali che per esempio, visto che si discuteva di questo, vedrebbero nel Pnrr un baraccone statalista che neppure funziona, ma per avanzare l’idea di “stato profondo”, come giustamente – una tantum – ha rilevato Lucia Annunziata. Insomma, complottismo più o meno ammantato di pseudoscienza politica

Né Fratelli d’Italia, né i suoi intellettuali organici – Campi è stato nominato dal Ministro Sangiuliano Commissario all’Istituto storico per il Risorgimento – hanno il senso delle coordinate liberali, né gli strumenti di analisi per ribattere alla tesi di quello che può essere definito il partito unico liberalsocialista, che sta pericolosamente sterzando verso il comunismo duro e puro del sindaco di Roma.

Esageriamo? Gualtieri, tra gli applausi dei suoi intellettuali organici, vuole innalzare le mura moderne, cioè i varchi elettronici, per non meno di settanta chilometri, intorno alla città, partendo dalla remota periferia, per combattere, dice, l’inquinamento provocato da trentamila autovetture su due milioni in circolazione.

Probabilmente sotto c’è dell’altro: imposizione di nuove tasse, estensione del controllo sociale, e soprattutto quell’odio inveterato del comunista per la libertà individuale, di idee come di movimento. Fermo restando che l’ecologismo liberalsocialista non è altro che la prosecuzione del comunismo con altri mezzi. Ma anche del fascismo, visto che su Roma. la destra, altrettanto ecologista, tace. Non per nulla si è parlato di “fascio-comunismo”. Che poi è antiliberalismo distillato.

Ci si chiederà il perché di questa tirata contro il partito unico liberalsocialista. Il nostro incipit non verte forse sulle idee fasciste e razziste di Lollobrigida?

In realtà, le idee del demagogo di Subiaco, per quando disgustose, sono solo una parte del problema, certo gravissima, marchiata dallo statalismo complottista e razzista della destra. L’altra però è rappresenta dall’ “approccio Pnrr”, per capirsi dallo statalismo economicista del partito unico liberalsocialista. Tra l’altro, se la sinistra giustamente apre ai migranti, poi però chiude dentro casa gli italiani. E qui, per carità di patria, non vogliamo riaprire il capitolo Covid…

Insomma, a destra come a sinistra, non c’è un intellettuale – per non parlare dei politici – che dica qualcosa di liberale. Di antistatalista.

Non se ne esce insomma. Il conflitto pubblico è tra il fascista e il liberalsocialista: statalismo vs statalismo.

Ecco la vera tragedia italiana.

Carlo Gambescia

(*) In argomento si veda il recente libro di Taguieff che fa giustizia di una scemenza complottista, indagandone le origini culturali e sociali: P.-A. Taguieff, Le grand remplacement ou la politique du mythe. Généalogie d’une représentation polémique,Ėditions de l’Observatoire 2022, https://www.editions-observatoire.com/content/Le_grand_remplacement_ou_la_politique_du_mythe .

 

martedì 18 aprile 2023

Egoismo europeo: altro che il Titanic

 


A Mosca si va in prigione per le idee, da ultimo il caso dell’Istituto Sakharov, in Europa si protesta ferocemente per andare in pensione due anni prima. A Mosca si decide di aggredire l’Ucraina, richiamando alle armi i soldati in congedo, in Europa ci si dedica alla violenza negli stadi.

L’Europa è come una nave alla deriva. L’immagine non è certamente originale, ma – crediamo – efficace. Non c’è equipaggio, non c’è comandante, ogni passeggero fa legge a sé, salvo pagare, ovviamente a rate, una crociera cominciata nel 1957, con i Trattati di Roma. Si dirà, ecco i soliti riferimenti: la stucchevole retorica sul Titanic, a coloro che danzano in abito da sera, eccetera, eccetera. No, questa volta le cose potrebbero andare peggio.

Se le destre vinceranno le prossime elezioni europee, la nave finirà non contro un banco di ghiaccio, ma contro tanti banchi di ghiaccio. Il sovranismo o nazionalismo, come diavolo lo si chiami, è un velenoso dissolvente  che ha già distrutto l’Europa due volte. E la terza, farà un solo boccone delle istituzioni dell’Unione Europea: Finis Europae, e forse per sempre. Dal momento che non esiste nessuna Europa delle nazioni. Si tratta di un ossimoro. Infatti, ammesso e non concesso il principio confederativo,  le confederazioni sono più litigiose delle federazioni. Mentre le federazioni, se ben gestite istituzionalmente (checks and balances, eccetera), riescono ad evitare gli ostacoli sia dell'anarchia nazionalista, amata dalle destre,  sia  del “superstato” sociale che invece piace tanto alle sinistre del regolamento di condominio.

 Se invece vinceranno le sinistre, la nave proseguirà verso la deriva, preoccupandosi che le quote-vacanza siano versate regolarmente. Una specie di federalismo condominiale. In realtà, la nave Europa, nonostante tutto, dispone ancora di una buona rete di mezzi di salvataggio: una rete che si chiama Euro. Però si spende e si spande, provocando inflazione, e l’Euro non potrà prima o poi non risentirne. La sinistra pretende, al tempo stesso, un Euro forte e una forte spesa pubblica. Il che è impossibile.

Dicevamo dell’egoismo europeo. Si potrebbe parlare di “egoismo da status quo”. Si vuole preservare un buon tenore di vita, quello attuale, puntando, più o meno ufficialmente, sul desviluppo. Che cos’è la cosiddetta transizione ecologica, se non la versione Ue, in giacca e cravatta, della decrescita felice?

Di fatto, si pongono le basi, per un deprezzamento dell’Euro, attraverso l’accrescimento della spesa pubblica, per costruire – ecco la catastrofica stupidità – una società economica di natura anticapitalistica che rifiuta l'idea di sviluppo, il sale di ogni benessere sociale. E in particolare dell'attuale buon  tenore di vita. 

In questo modo, pretendendo di conoscere il bene della gente, si minano le basi dello sviluppo che invece produce il bene della gente. Autoaffondamento, per restare in metafora.

La nave di cui sopra, non solo rischia di non vedere il fatale iceberg, come il Titanic, ma teorizza la costruzione di zattere. Invece di andare avanti, va indietro. Non si morirà per Iceberg ma di freddo, fame e miseria, rigorosamente redistribuita dal capo-zattera.

L’egoismo, se spinto troppo in fondo, non premia mai i singoli, figurarsi gli stati, perché è il padrino della vigliaccheria (si veda lo stentato appoggio all’Ucraina aggredita), della miope prepotenza (si vedano le proteste francesi), della stupidità economica (si pensi alla transizione ecologica).

A dire il vero il culmine dell’imbecillità egoistica è quello dell’atteggiamento verso i migranti. Con una natalità a tasso zero si sbatte la porta in faccia a famiglie, donne e bambini. Non considerando due cose che in passato hanno fatto grande l’Europa: 1) la nostra grande di capacità di acculturare ai nostri valori lo “straniero”; 2) la sfida verso l’ignoto, che, in età moderna, ha fatto la grandezza di portoghesi, spagnoli, olandesi, britannici, scopritori e conquistatori del mondo. Va giustamente  ricordato che negli equipaggi, e spesso al comando, si trovavano non pochi italiani. Comunque sia: tutti europei. Questo il punto.

Tra l’altro, i demografi ci dicono che una volta inserito nel tessuto sociale il migrante, diventato immigrato, adotta gli standard “riproduttivi” europei. Quindi nessuna “grande sostituzione” dall’alto come sostiene il complottismo razzista delle destre. Purtroppo, queste tesi , non le difende più neppure la sinistra. Come prova il discorso di Mattarella in Polonia. La redistribuzione, sulla quale  ora  insiste  anche  il Presidente,  è roba da condominio europeo. La sfida è culturale. Se si vuole di mentalità. Perciò  di fuoriuscita dall’egoismo.

Sta a noi accettare la sfida e tornare a credere nei valori europei, con coraggio, altruismo e gusto del rischio.
Come i primi navigatori degli Oceani. Seguiti dai corsari, dai mercanti, dai conquistatori, dai militari e anche dai preti, Valori che non sono quelli delle pensioni, degli stadi con i cori fascisti, delle divisioni dei migranti in millesimi condominiali.

Dobbiamo tornare ad essere coscienti della forza del nostro grande passato, segnato dalla modernità politica, economica e (perché no?) militare. E dal grande senso di libertà che ispirano tuttora due grandi istituzioni europee: la democrazia rappresentativa e il libero mercato.

Dimenticavano. Esistono pure non pochi imbecilli che fanno tifo per la Russia. Cioè per la dittatura e l’autarchia economica. Gli stessi cretini dei cori fascisti e razzisti negli stadi. Autolesionismo allo stato puro.

Ricapitolando: nave alla deriva, equipaggio litigioso, egoismo devastante, imbecillità diffusa.

Se continua così, l’esperienza del Titanic rischia di restare, rispetto a ciò che ci attenderà, quella di una tra le più belle crociere di tutti i tempi.

Carlo Gambescia

lunedì 17 aprile 2023

La balla della pacificazione

 


Nell’agosto del 1921, durante il governo Bonomi, fu firmato un patto di pacificazione tra fascisti e socialisti. Favorito a parole dagli stessi squadristi, per fermare, si diceva, in nome della “patria” la “guerra civile”: un guerra civile – attenzione – in cui le forze polizia erano sistematicamente dalla parte dei fascisti.

Un buco nell’acqua. Che, dopo un altro anno di gravi disordini, favorì la marcia su Roma. Un colpo di stato che portò Mussolini al potere. Seguirono vent’anni di illibertà, bellicismo, di persecuzioni razziali, alleanze con gangster politici come Hitler che sfociarono in una durissima e giustissima sconfitta militare e infine in una terribile guerra civile.

In questi giorni, a proposito degli Anni di Piombo, l’estrema destra, ora di governo, per la prima volta dal 1945, però con più o meno le stesse idee del 1921, torna a parlare di pacificazione.

Per dirla banalmente, per fare la pace bisogna essere in due. E quando mai l’estrema destra, oggi confluita in Fratelli d’Italia, ha recitato un sincero atto di dolore? E soprattutto compreso e condannato la natura illiberale del fascismo?

I patti di pacificazione, non possono essere ristretti agli anni di Piombo, facendo finta di ignorare il primo patto di pacificazione, quello sotto Bonomi, che portò al colpo di stato e alla dittatura fascista. All’epoca nelle strade ci si sparava. Solo che i fascisti non finivano in prigione. Il patto di pacificazione, almeno come fu inteso dai fascisti, fu una scusa – una balla se si vuole – per poter provocare e poi accusare gli avversari di non rispettare gli accordi e così dipingere il fascismo come forza legalitaria: classica risorsa politica largamente impiegata nei colpi di stato di destra.

Perciò che oggi la destra di ascendenza neofascista ricorra nuovamente a questa balla è significativo. Di cosa? Che la destra è rimasta la stessa del 1921. Ovviamente con il surplus del rancore contro una giustissima esclusione morale. Mai accettata, perché mai sinceramente pentita.

Si vuole la pacificazione solo per mettere con le spalle al muro l’avversario e proclamarne, con soddisfazione, la cattiva fede. E magari così, nel tempo, favorire la cancellazione della celebrazione del 25 Aprile, perché, si dice, divide. Certo, che problema c'è?  Magari per definirsi di nuovo, come nel 1921-1922, forza legalitaria: unica depositaria dell’ “unità della patria italiana”...

Esageriamo? In quanti, anche tra i giornalisti professionisti (gli stessi, affetti da miopia storica, che definiscono Fratelli d’Italia, “partito conservatore”), ricordano o conoscono il patto di pacificazione del 1921? Probabilmente, meno della dita di una mano. Per non parlare delle gente comune che neppure ricorda il profondo significato del 25 Aprile: festa di liberazione dal fascismo.

Perché – qui l’amarezza più grande  – gli italiani hanno dimenticato che cosa fu il fascismo. 

E giocano scioccamente con il fuoco. E con il fuoco, prima o poi, ci si brucia.

Carlo Gambescia

domenica 16 aprile 2023

Prolegomeni ad ogni futura metafisica sul 25 Aprile

 


Prima di tutto un’apparente divagazione. Il viaggio della Meloni in Etiopia è veramente inquietante. C’è una pagina di Guglielmo Ferrero (*), che risale alla seconda metà degli anni Trenta, dopo l’invasione fascista dell’Etiopia, in cui si dice, che nei momenti di crisi, l’Italia, e non si capiva perché, univa il suo destino a quello del Corno d’Africa: con Crispi e Mussolini, per ben due volte. E finì male: la penosa sconfitta di  Adua (1896) e l’innesco di una disastrosa guerra mondiale (1940).

Se si guarda ai dati economici (**), in Etiopia l’Italia ha solo da perdere risorse che potrebbe investire in altri paesi, dove c’è una reale domanda per il made in Italy. Non fumose speranze verso un paese privo di ceto medio, con un’economia frammentata (anche politicamente), dai livelli preindustriali. Il mirabolante piano Mattei praticamente non esiste. E se esistesse non potrebbe cambiare di una virgola la deriva etiopica.

Probabilmente si tratta di pura nostalgia, per quanto nascosta, della grande politica estera fascista, che oggi come allora l’Italia non può permettersi. Non disgiunta da un propagandistico e ipocrita attivismo economico per “aiutare i migranti” in patria. Sì, svuotare il mare con il cucchiaino… Per poi lasciar affogare donne e bambini nel mare vero…

E qui veniamo al 25 Aprile e all’antifascismo.

Chiunque conosca la storia d’Italia, non può non sapere, che dopo un decennio di celebrazioni in sordina, o interne al partito comunista con partecipazione rapsodica dei socialisti, le grandi manifestazioni del 25 Aprile decollarono con lo spostamento a destra dell’Italia: sia nel quadro di approcci governativi con la destra missina, sia con la nascita dei governi di centrosinistra, invisi ai comunisti, perché riformisti e perciò di destra. Con il Sessantotto e gli Anni di Piombo il 25 Aprile divenne un’ occasione di scontro politico in chiave antifascista, che languì negli anni Ottanta, fino a trasformarsi in una specie di esame del sangue obbligatorio per i governi dopo l’ascesa politica di Berlusconi, Fini e Meloni.

Sorvolando su quel che pensi ognuno di noi in argomento (e chi scrive è antifascista, preoccupatissimo per la nostalgica e inquietante riscoperta del Corno d’Africa da parte di Fratelli d’Italia), ciò che vogliamo dire è che la celebrazione del 25 Aprile, invece di essere la festa di tutti – ovviamente neofascisti dichiarati esclusi – è sempre stata strumentalizzata, puntando su una metafisica astratta, né capita, né sentita dalla gente comune, ma politicamente in linea con idee e progetti della sinistra comunista, di sicuro non di sapore liberal-democratico. E si continua su questa linea, anche quest’anno.

Purtroppo, sul piano dei contenuti, e a prescindere dalla strumentalizzazione della sinistra, è verissimo che un personaggio politico come Giorgia Meloni trattiene con difficoltà le sue simpatie fasciste. Ovviamente non tesse pubblici elogi del duce (per ora). Ma ad esempio va in Etiopia con fare inquietante, va in India a vendere armi, tratta i migranti come tutti sappiamo, appoggia governi politici di estrema destra in Ungheria e Polonia. Inoltre, la si osservi bene: quando incontra leader democratici, come da ultimo quello spagnolo, non fa mai alcun riferimento ai valori della liberal-democrazia. Si dice pragmatica. Parliamo di una visione della politica che piace a coloro che hanno qualcosa da nascondere: dai cinesi ai cubani. E per fare un passo indietro, ai loro inizi governativi anche Mussolini e Hitler amavano definirsi pragmatici.

Qui, purtroppo, si apre un’altra questione: quella della gente comune, del ceto medio italiano, sempre più ampio, che ha sempre accettato l’ordine costituito: prima quello fascista, poi quello repubblicano. E che avrebbe accettato  anche quello comunista.

Un ceto medio, privo di grazia civica e civile, sul quale la metafisica resistenziale, man mano che si è sviluppata, è stata subita come la dichiarazione annuale delle tasse, unitamente a quella “quasi” simpatia che si ha per i vinti: i neofascisti e gli stessi comunisti, usciti sconfitti dal battaglia politica nel 1948. E per fortuna…

Di conseguenza, l’Italia non si è mai veramente liberal-democratizzata. Però, ecco il punto, con la Meloni il vecchio fantasma si è materializzato, quantomeno in termini di svolta autoritaria, anche tra la gente: si provi a spendere in giro una parola difesa dei migranti o dell’idea europea. Si viene subito zittiti.

Gli italiani vogliono Giorgia Meloni al governo. E restano freddi dinanzi al 25 Aprile perché giudicano la ricorrenza una celebrazione della sinistra. Di parte. Ma non può neppure essere una celebrazione condivisa dall’ estrema destra, uscita sconfitta da due guerre, ardentemente cercate, quella mondiale e quella civile. E mai lo sarà. Almeno sinceramente.

C’era nel 1945 e negli anni seguenti una terza via per riunire vincitori e vinti? Evitando le strumentalizzazioni della sinistra e il vittimismo della destra? Queste sono domande storiche che lasciano il tempo che trovano. Soprattutto in un paese che è stato sempre diviso in fazioni e che è giunto tardissimo all’unificazione nazionale. In cui, come ben vide Guicciardini, il culto del “particulare” ha sempre spinto all’ accettazione di qualsiasi regime e governo, pur di continuare a fare i propri affari. Il Risorgimento fu una specie di miracolo, opera della fortuna e di pochi coraggiosi liberali.

L’indifferentismo italiano è il vero nemico. Impermeabile alle metafisiche della sinistra, ma che può favorire i segreti sogni di revanche di Giorgia Meloni.

Nonostante ciò prepariamoci a festeggiare il 25 aprile. Che resta, a prescindere dalle opposte strumentalizzazioni, la sacrosanta celebrazione della riacquistata libertà. Ci mancherebbe altro.

Però ben consapevoli (almeno chiunque sappia usare la propria testa) dei prolegomeni, per dirla con Kant, ad ogni futura metafisica sul 25 aprile. Ma anche di un fatto sgradevole: che per molti italiani, mentre ci si azzuffa, la ricorrenza continuerà a essere solo il “ponte” di aprile.

In attesa di quello del Primo Maggio…

Carlo Gambescia

(*) Bogdan Raditsa, Colloqui con Guglielmo Ferrero, a cura di Carlo Gambescia, Edizioni Il Foglio 2022, p. 71,  https://www.ibs.it/colloqui-con-guglielmo-ferrero-seguiti-libro-bogdan-raditsa-guglielmo-ferrero/e/9788876069215 .

(**) Qui: https://www.infomercatiesteri.it/section3_exp.php?id_paesi=11 . Tra l’altro la pagina, gestita dalla Farnesina, non è neppure aggiornata…  Segno di grande interesse...

sabato 15 aprile 2023

Coriolano e Macron

 


Invitiamo alla rilettura del Coriolano di William Shakespeare. Al dì là del dramma dei sentimenti e della vicenda storica o meno che ruota intorno a Caio Marzio, aristocratico generale romano, detto il Coriolano per aver espugnato Corioli la capitale dei Volsci, vi si può ritrovare un passo importantissimo per capire a cosa si riduca la politica nei tempi di decadenza, quando Coriolano – ecco il punto – riferendosi alla plebe, parla “di corvi che osano beccare le aquile”.

Coriolano non ha paura della plebe, è fiero del suo rango e del suo valore e non dubita del suo status. E la sfida. Il patrizio perde. E infine trova la morte per mano dei Volsci, ai quali si era avvicinato per andare contro Roma. Il Coriolano shakesperiano è anche una storia di tradimento politico. Però per nobili ragione di status. Coriolano, nonostante tutto, muore in piedi. È il vero eroe del dramma.

Ecco, sociologicamente parlando, una classe politica  si trova in stato di crisi quando si vergogna pubblicamente del  proprio status.

E qui pensiamo al gesto di Macron, che durante una diretta televisiva sulle pensioni, si è sfilato sotto il tavolo, nascondendolo, un costoso orologio.

Macron, non ha il coraggio di difendere suo status. Qualcosa che gli spetterebbe per formazione e valore. Quel surplus di capacità che segna la distanza tra “patrizi” e “plebei”.

Ai tempi di Coriolano la distanza era rappresentata dalla nascita, e quando c’era, anche dal valore militare. Si poteva nascere nobili, ma poi si doveva saper usare la spada. Ogni classe dirigente è e sarà sempre un mix di qualità e di fortuna.

Oggi il valore militare è ridotto a zero, e ci si guadagna il comando puntando sul popolo, promettendo che i corvi beccheranno le aquile. Il che spiega il comportamento di Macron, che vuole evitare colpi di becco.

Ovviamente, tra Coriolano e Macron, si frappone la rivoluzione ugualitaria, ben preconizzata da Tocqueville (altro francese ma di quelli buoni). Una rivoluzione che nella formazione delle classi dirigenti ha sostituito il merito alla nascita.Dal momento che pur nell’uguaglianza ogni società non può fare a meno di élite dirigenti.

Però non tutti sono in grado di farsi largo, anche con l’aiutino dell’uguaglianza dinanzi alla legge: le capacità umane sono piramidali, come ai tempi di Coriolano, e i posti in alto, pochi come sempre. Di qui le pretese di una plebe di falliti, senza in realtà aver mai  tentato, come sempre accade per la stragrande maggioranza degli uomini.  Gli stessi uomini che oggi vogliono  mettere la Francia a ferro e fuoco per non andare in pensione due anni dopo.

La plebe avversata da Coriolano, tra l’altra pavida in combattimento, voleva il grano gratis, la plebe francese vuole più pâté di foie gras,

Se tanto ci dà tanto Macron non morirà in piedi come Coriolano.

Carlo Gambescia