mercoledì 21 dicembre 2022

Questo non è un governo ma un appuntamento al buio

 


Non era mai capitato. Neppure con i governi Berlusconi. A dieci giorni dall’esercizio provvisorio (che poi sarebbe l’ultimo dei problemi), Giorgia Meloni sembra annaspare: al di là delle etichette (semplificando: Ministero della sovranità alimentare, Ministero del Merito, eccetera), non si capisce ancora cosa farà il governo sulle misure annunciate: sul pos, sui contanti, sullo scudo fiscale, sulle le coperture finanziarie, non ancora trovate, per flat tax e pensioni. Perché?

Secondo i retroscenisti, i parlamentari della maggioranza, cosa mai capitata, sono privi di ordini. Insomma sembra non esistano uomini capaci di comandare. Si brancola.

Che dire? Probabilmente questo non è un governo ma appuntamento al buio. Sempre i retroscenisti scrivono che gli stessi ministri sono in attesa delle decisioni di Palazzo Chigi. Che viceministri e sottosegretari non sanno cosa fare, perché attendono indicazioni dai ministri. Tutti insieme non si conoscono, non si fidano gli uni degli altri, e nell’incertezza, come il fatale Otto di Settembre, temporeggiano e alzano le braccia.

I retroscenisti esagerano? Dall’esterno ciò che si può rilevare è che Giorgia Meloni sembra parlare poco ma pure decidere poco… Pare dominata dal timore di sbagliare. Un atteggiamento pericoloso, in fondo impolitico, che come sappiamo rinvia regolarmente alla madre di tutti i fallimenti: la disfatta politica.

Un fare titubante che sostituisce alla politicità proclamata, neppure due mesi fa, una impoliticità di fatto.

Detto altrimenti, il governo Meloni sembra incapace di scegliere una precisa linea politico-programmatica. Perché? Al di là della titubanza, resta l’assenza di una concezione liberale capace di illuminare il governo Meloni soprattutto sul piano delle riforme economiche.

Si rifletta: come si fa a seguire fino in fondo una linea politica che non esiste?

Si chiama anche dilettantismo.

Carlo Gambescia

martedì 20 dicembre 2022

Giocare a monopoli con il tetto al prezzo del gas

 


Al posto della comunità ebraica romana ( e italiana), che purtroppo ne ha viste tante, non ci fideremmo troppo di Giorgia Meloni.

Per carità, senza pretendere di fare la lezione a un popolo saggio e orgoglioso, diciamo pure nobile e difficile come tutte le cose grandiose, riteniamo esista sempre il pericolo, con certa gente, comunque biecamente fiera di provenire dal Movimento Sociale (partito dichiaratamente neofascista), di finire male. Come i 10.125 ebrei (su 22.161), sopra i 21 anni, iscritti al partito fascista nel 1938 (*).

Come dicevamo i nonni, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Quindi, occhi aperti, amici di fede ebraica… Giorgia Meloni, può anche nutrire le migliori intenzioni, ma il resto della banda?

Però non è di questo che oggi vogliamo parlare. Intanto, si legga qui:

« “Vengo (…) con una piccola, grande vittoria, più grande che piccola: siamo riusciti in Europa a spuntarla sul tetto del prezzo del gas. E’ una battaglia che molti davano per spacciata e l’abbiamo portata a casa. La volontà e la consapevolezza parte sempre da una cosa: essere consapevole di chi sei ed essere fiero di chi sei. Quando hai quella consapevolezza, hai la capacità di raccontare qualcosa di più e di insegnare e di imparare dagli altri”. L’ha detto la premier Giorgia Meloni alla cerimonia per la festa ebraica Hannukkah, in corso al museo ebraico di Roma» (**).

Ora, a parte il cattivo gusto di “usare” una celebrazione religiosa per fare propaganda al proprio governo, non si tratta assolutamente di una vittoria, se, ovviamente, per vincitori, dobbiamo intendere gli italiani, il popolo, entità comunque misteriosa (ma questa è un’altra storia…).

Siamo invece davanti a un sconfitta. E spieghiamo perché.

Intanto a 275 a MWh, invece di 180, prezzo considerato come una vittoria dalla Meloni, il margine per intervenire, considerati i prezzi tra marzo e novembre (massimo 222,33, agosto, minimo 79.44, ottobre), ora sarebbe più ampio, garantendo così tempi più lunghi rispetto alle inevitabili conseguenze provocate da ogni forma di tetto o calmiere dei prezzi dal lato della domanda: razionamento e crescita dei prezzi.

Perciò, altro che vittoria, gli italiani rischiano o di morire di freddo (razionamento uguale riduzione della domanda dall’alto) o di impoverirsi ( pareggiamento della domanda uguale ad acquisto del gas su altri mercati a prezzi ancora più elevati). Come faceva la canzone del grande Lucio Battisti? “Come può un scoglio arginare il mare… anche se non voglio tornerò a volare”. Ecco i mercati funzionano così, i prezzi tornano sempre a volare, o comune seguono un loro ritmo, a volte tempestoso, a volte meno, ora accarezzando, ora sormontando barriere naturali e artificiali.

Si dirà che si tratta di una misura politica per battere Putin che non ha nulla a che vedere con la teoria economica. E sia.

Però la Russia si sconfigge sul campo militare. La storiella delle sanzioni economiche preferibili, come male minore, alla guerra atomica, male maggiore, sottovaluta il ruolo della guerra convenzionale, per respingere semplicemente i russi oltre i confini ucraini, senza usare armi atomiche. O comunque scaricando sulle spalle dei russi, la responsabilità epocale di scatenare una guerra atomica: il massimo dell’irrealismo politico, perché non vedrebbe vincitori né vinti. E un ex ufficiale del KGB, come Putin (entourage compreso), sa benissimo fin dove può  spingersi.

In realtà l’ Occidente euro-americano, Stati Uniti per primi, non vuole combattere una guerra convenzionale. Non accetta quel rischio che fa parte di ogni vera decisione politica, rischio che non esclude la guerra sul campo,  sangue, fatica, lacrime e sudore.

E allora che fa? Al rischio politico sostituisce quello economico. Insomma si reintroduce dalla finestra, ma in chiave dirigista, la teoria economica uscita dalla porta. Insomma, i governi europei giocano a monopoli con il tetto al prezzo del gas, confidando nello spirito di sopportazione del cittadino welfarizzato e impaurito: meglio al freddo che disintegrati, si dice.

E Giorgia Meloni che fa? Si accoda ed evoca improbabili vittorie sul price cap, eccetera, eccetera.

Che malinconia.

Carlo Gambescia

(*) Si veda Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi 1993, nuova edizione ampliata, pp. 73-77 e tabella (p. 75). Alla Marcia su Roma parteciparono 230 ebrei. “Alla stessa data”, come osserva De Felice, “ne erano iscritti circa settecentocinquanta” (pp. 73-74). Comunque pochi, da percentuali minime per mille, rispetto alla massa dei partecipanti e degli iscritti.

(**) Qui: https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2022/12/19/accordo-politico-in-ue-price-cap-a-180-euro.-meloni.-successo-dellitalia_73c8f0f0-39a4-4d0d-9f04-b530f4a4c65f.html .

lunedì 19 dicembre 2022

Nazionalismo, moralismo e società aperta

 


Come si può rovinare una bellissima finale mondiale di calcio, attaccando la Francia e Macron? Eppure, anche questa volta, “Libero”, quanto a imbecillità nazionalista, non sembra essere secondo a nessuno (*).

Come si può, invece di fare politica, autoflagellarsi sulla questione morale, evocando addirittura il polveroso fantasma di Berlinguer? Eppure il“Domani” sembra persistere in questo gioco al massacro che rischia di paralizzate la sinistra riformista in una oziosa ricerca della famosa isola che non esiste (**).

Il discorso pubblico italiano sembra fermo alla fine dell’Ottocento: a Crispi e Cavallotti. Il primo gallofobo e imperialista, riscoperto e venerato dai fascisti, il nonno dello stato autoritario e di “faccetta nera”. Il secondo un censore implacabile da un duello al giorno. Semplificando, una specie di Travaglio ante litteram, ma spadaccino vero. L’idolo di ogni democrazia giacobina.

È triste vedere come si ripropongano, tra gli applausi degli imbecilli e smemorati di destra come di sinistra, gli stereotipi politici del nazionalismo e del moralismo. In una parola: della militarizzazione della politica

Che la gente comune cada nel trabocchetto è cosa scontata. Non c’è nulla di più facile che fare i moralisti e i nazionalisti senza valutare le conseguenze. Il superficiale “uomo della strada” ignora due cose.

La prima, che il moralismo, una volta diventato risorsa politica, nel senso di infangare l’avversario a prescindere dalla fondatezza delle accuse, si tramuta regolarmente nel sassolino che annuncia e anticipa la valanga capace di distruggere la democrazia liberale. Come è capitato già una volta con il fascismo che fece del moralismo antiparlamentare un cavallo di battaglia contro la classe politica liberale, definita a prescindere inetta e corrotta. E purtroppo riuscì vincitore grazie alla violenza e soprattutto alla credulità dell'”uomo della strada”.

La seconda, che lo spirito di nazionalità, se si vuole il patriottismo, qualcosa di fisiologico, si tramuta in nazionalismo, fenomeno di natura patologica, quando si approfitta di qualsiasi occasione, anche la più stupida o innocua come una partita di calcio, per insultare l’ avversario, per offenderlo, per degradarlo a nemico assoluto, fino a sfiorare un ridicolo pronto però a tramutarsi in tragico. Il che significa, ad esempio, che anche lo sport che dovrebbe unire finisce invece per dividere. Diventa un fattore di potenza, come qualsiasi altro fattore militare. Hitler trasformò le Olimpiadi del 1936 in una specie di fin troppo teatrale apoteosi della militarizzata Germania nazista contro le inette democrazie liberali, come allora si diceva. Una mascherata, per alcuni, che però poi finì, come tutti sappiamo, in una tremenda guerra mondiale, scatenata dal dittatore tedesco

Esageriamo? In realtà, il pericolo di ripetere gli stessi errori esiste. La superficialità della gente comune è rimasta quella di sempre. Moralismo e nazionalismo facilitano, ieri come oggi, l’opera dei nemici della democrazia liberale che giocano sull’ignoranza collettiva. Gli insulti a Macron e il culto di un comunista preistorico come Berlinguer sono i gravi sintomi di una malattia totalitaria che può di nuovo aggredire le nostre democrazie.

È perciò dovere morale di ogni intellettuale opporsi alla militarizzazione della politica. Nazionalismo e moralismo sono i due nemici principali della società aperta, pacifica e civile.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/prima-pagina-libero/  .
(**) Qui: https://www.giornalone.it/prima-pagina-domani/ .

domenica 18 dicembre 2022

Manganello e tailleur Armani

 


Si è ormai capito che Giorgia Meloni ha scelto il profilo basso. Si comporta come la segretaria del capo, gentile (ma con la fregatura) con i sottoposti, arrendevole o comunque accomodante con chiunque conti.

E chi sarebbe il capo? L Unione Europea. E i sottoposti? Salvini e Berlusconi. Al primo, in fondo, si è regalato ciò che un tempo si chiamava Ministero dei Lavori Pubblici, per fare la gioia dei giudici che verranno (qui il veleno nel regalo meloniano). Al secondo solo un poco di importanza, come si fa con i generali in pensione. Tanto prima o poi…

Quanto all’Europa, si è scelto, come capita quando il capo si incarta  nel fare un'unica fotocopia veloce,  di attendere nel proprio ufficio, dandosi lo smalto alle unghie, di essere chiamata in soccorso per la serie “più Italia in Europa”.

Un atteggiamento facilitato dalla manifesta incapacità della sinistra (tutta) di mettere da parte gli slogan populisti. Naturalmente anche gli scandali, abilmente sfruttati dalla stampa di destra, stanno agendo come dissolvente politico e ideologico di un mondo, quello della sinistra, che purtroppo non ha mai capito che chi di populismo ferisce di populismo perisce.

Quanto alla legge finanziaria, per dirla in parole povere, a parte mance a mancette, per più della metà va a coprire gli aiuti per la bolletta energetica, per il resto si punta, come copertura, sui finanziamenti europei. Aiuti e spesa pubblica, con i soldi dell’Unione Europea. Nessuna differenza, nei contenuti economici, con i precedenti governi Conte e Draghi. Salvo, magari, il noblesse oblige draghiano. Insomma i ghirirgori stilistici...

Una mascherata finanziaria venduta all’insegna del “ noi stiamo lavorando bene”, del “noi pensiamo al Pil e agli italiani”. Certo, un Pil gonfiato dalla spesa a pubblica a pioggia con i soldi europei. Ciò avviene grazie anche alla complicità di mass media, sempre più pericolosamente in bilico verso una destra presentata come normale.

Invece va segnato un pericolo. Che rinvia a una nota discordante, apparentemente discordante come vedremo. Forse voluta, per distillare veleno sociale  e dopo  fornire l’antidoto.

Quella dei migranti. Anzi delle Ong. L’ ultima uscita di Matteo Piantedosi, Ministro dell’Interno, sul complotto ordito dalle Ong e dai servizi segreti (deviati, esteri, non si capisce bene…), è pura fantasia politica da editori di estrema destra. Cosa vogliamo dire? Che la “teoria della sostituzione” ( l' assurda idea del piano cospirativo per sostituire in Europa, semplificando, i bianchi ai neri), ha avuto il suo battesimo ufficiale. E proprio al Viminale. Se ci si passa la semplificazione, è come se la Tv di stato, la Rai, trasmettesse una televendita di materassi al posto del telegiornale.

Il che, cosa sfuggita perfino alla sinistra, è di una gravità assoluta. Il complottismo, sposato da Piantedosi, rimanda al viscido sottobosco dell’estrema destra: gente che va in giro portandosi in tasca il Mein Kampf, I protocolli dei Savi di Sion e per l’appunto il libro razzista di Renaud Camus del 2011 intitolato Le grand remplacement: Introduction au remplacisme global (La grande sostituzione: introduzione alla sostituzione globale).

Ovviamente, Piantedosi, come nota un suo esegeta, Nicola Porro, non dice proprio questo, però il senso è lo stesso: quello di alcuni potenti incappucciati che usano le “armi delle migrazioni di massa” (*).

Di conseguenza, per un verso abbiamo la Segretaria del Consiglio, pardon Presidente, Giorgia Meloni, apparentemente gentile e accomodante, per l’altro il Ministro dell’Interno, che rilancia il complottismo da scantinato dei duri e puri. Ma, attenzione, qui il mix perfetto, che consente alla discordanza di tramutarsi in concordanza: le Ong turberebbero l’armonia europea, alla quale Giorgia e Meloni e Matteo Piantedosi tengono tantissimo. "Com’è umano lei"…  Se ci si passa la battuta.

In conclusione, un copione già visto: manganello e doppio petto, pardon tailleur Armani…

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.nicolaporro.it/ispirate-dai-servizi-segreti-piantedosi-sgancia-la-bomba-sulle-ong/ .

sabato 17 dicembre 2022

Ma che ci faceva Pupi Avati alla Festa di Fratelli d’Italia?

 


Pupi Avati, classe 1938, è un regista molto conosciuto, trasversale nei generi (horror, storico, sentimentale), molto attento dietro la macchina da presa, ma bravo anche nella scrittura. Insomma, un regista-autore con un ottimo curriculum, in buoni rapporti anche con il botteghino (*).

Ma con un punto debole, non è sicuramente di sinistra. Il che non gli ha facilitato, almeno agli inizi, la carriera.

Però non è neppure di destra. Nei suoi film, in particolare quelli storici, tra l’altro di solito ambientati nel Medioevo o a cavallo della prima metà del Novecento, non si respira il garibaldinismo in camicia nera di Blasetti, né la superficialità – anche se qualche critico ha tentato di “bollarlo” – dei cinepanettoni.

Diciamo che politicamente parlando ha sempre tenuto la barra al centro, senza però essere democristiano. Insomma, cattolico-liberale, senza pretese di riforma religiosa, attento alla lezione dell’ esoterismo, ma anche alle profondità dell’anima umana, senza mai sottovalutare il peso specifico della storia, nella veste però di abitudini, usi, superstizioni. “Tanta roba”, come si dice oggi.

Pupi Avati, tra l’altro, è laureato in scienze politiche e accanito lettore e bibliofilo: quindi conosce sia gli orrori e gli errori della politica, sia il piacere di chiudersi in casa per leggere libri su libri, sforzandosi di capire il perché di certe scemenze umane. Come pure non ignora l’immensa gioia di sfogliare libri, o solo di tenerli tra le mani, perché antichi, belli e preziosi. La patina del tempo non ha prezzo.

Ora, la domanda è: che ci faceva uno come lui alla Festa di Fratelli Italia? Gente, come ha dichiarato la stessa Meloni, orgogliosa di aver raccolto l’eredità del Movimento Sociale. Un partito neofascista, fondato dai reduci di Salò: lo stato fantoccio, imposto a Mussolini da Hitler, un gangster politico che mandava al rogo i libri. E non solo…

Bah! Non ci si capisce più niente.

Carlo Gambescia

 

(*) Su Avati si legga l'ottimo libro di Gordiano Lupi, qui: https://www.amazon.it/Tutto-Avati-Gordiano-Lupi/dp/8876067329  .

venerdì 16 dicembre 2022

Qatargate, la lezione dell’Inghilterra dei “Nababbi”

 


Alla destra non sembra vero di poter cavalcare il Qatargate. Una vera ciliegina sulla torta per poter infangare le istituzioni europee e parlamentari. Bingo! Le nemiche di sempre.

Ma la destra ha mai sentito parlare di “lobbismo”? Le società più sono aperte, più gli interessi sono diversificati, più cresce la variegata attività dei gruppi di influenza (ad esempio una “catena” massmediatica) e dei gruppi di pressione (di tipo economico).

Un deputato, anche in un parlamento nazionale, è sottoposto a un notevole carico di richieste rivolte a favorire gli interessi più vari. Negli Stati Uniti questi interessi sono regolati per legge. I membri del Congresso, possono spendersi per questo o quel gruppo economico, ma alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. Si pensi, per il presente, alla grande questione della lobby dei venditori di armi: gli elettori sanno sempre chi sta con chi.

È vero che nel caso del Qatargate i corruttori sembrano venire dal deserto. Ma parlare di confini nazionali in un mondo globalizzato economicamente è semplicemente ridicolo. In realtà, l’autentico problema è quello di portare alla luce del sole relazioni, anche economiche, che invece la pretesa di una specie di superomismo etico, imposto ai parlamentari, tramuta in una caccia alla streghe che di fatto facilita il ritorno dell’antiparlamentarismo, del nazionalismo, dello statalismo. Insomma di quel maleodorante minestrone culturale, alla base del totalitarismo novecentesco.

Il sistema parlamentare non è perfetto. Nella patria delle istituzioni parlamentari, la Gran Bretagna, nella seconda metà del Settecento, quando la Camera dei Comuni e il Governo di Gabinetto si andavano consolidando, la Compagnia delle Indie Orientali, fortissimo gruppo di pressione privato, poteva contare su un buon numero di parlamentari pronti a combatterne lo scioglimento. Tutti sapevano chi fossero. In genere funzionari della Compagnia, chiamati “nababbi” (Nabobs, sulla falsariga dei ricchissimi principi indiani), di ritorno in patria, che, enormemente ricchi, compravano i seggi, di quelli che in seguito saranno chiamati “borghi putridi”, perché nelle mani di pochi elettori, manovrabili. Sicché si combatteva ad armi pari. Perché si sapeva da quale parte stavano i nababbi: della Compagnia.

Intanto però la Rivoluzione industriale faceva passi da gigante, il commercio volava, la cultura illuminata e liberale si diffondeva nel ceto medio. Nel secolo dopo, il XIX, si ebbe così il trionfo delle istituzioni rappresentative e della libertà economica. Oggi ancora godiamo dei  frutti preziosi di quella rivoluzione, in fondo pacifica.

A chi dobbiamo essere grati? A quei politici britannici, come Edmund Burke ad esempio, che furono sì acerrimi nemici dei “nababbi”, ma al tempo stesso strenui difensori delle istituzioni rappresentative. Burke si battè come un leone contro Warren Hastings (governatore generale della Compagnia), ma si guardò bene dal rimpiangere gli Stuart e in particolare Carlo I.

Pertanto, attenzione, grande attenzione, proprio di questi tempi così graditi agli amici dei dittatori e a coloro che in italia rimpiangono Mussolini, a non gettare, come si dice, il bambino con l’acqua sporca. Che poi non è neppure così sporca. Per capirlo basta scendere da questo cazzo (pardon) di piedistallo morale, che in nome di una specie di superomismo etico, tra l’altro a corrente alternata (ora tocca alla destra salire in cattedra), rischia di favorire la vittoria dei nemici della libertà e della società aperta.

Bisogna studiare la storia. Altra cosa che oggi nessuno ama più fare.

Carlo Gambescia

(*) Sul punto si veda l’ottima ricostruzione di Giorgio Borsa, La nascita del mondo moderno in Asia, Rizzoli 1977, pp. 76-81 (in particolare p. 78).

giovedì 15 dicembre 2022

Forza Marocco, ma con i popcorn…

 


La stampa sportiva italiana è in lutto per la sconfitta ai mondiali del Marocco. Perché meravigliarsi? Media o non media, in Italia si è fatto tifo per la squadra nordafricana.

La questione, culturalmente parlando, viene da lontano. E rimanda al sogno del mussoliniano “lago mediterraneo”, che a sua volta rinvia all’antico mito del Mare Nostrum attribuito agli antichi Romani, che galoppa attraverso i secoli fino alla barzelletta della “Nuova Roma Fascista”: dell’agricoltore-soldato in camicia nera. Roba da tragicomiche finali (come purtroppo fu).

Un mito così persistente al punto di animare, restaurato in 3D anticolonialista,  le politiche terzomondiste dei democristiani di sinistra, dei socialisti e dei comunisti non di obbedienza moscovita. E che ritroveremo anche in Berlusconi, D’Alema, Craxi. Per non parlare della destra post missina e neo missina, oggi incarnata da Giorgia Meloni. Inutile esaminare il fenomeno Cinque Stelle.

Una nube culturale tossica, fortemente impregnata di antioccidentalismo, antiliberalismo, anticapitalismo, che da anni avvolge l’Italia, in termini di umori e reazioni pavloviane, avvelenando perfino il giornalismo sportivo.

Di qui il tifo redazionale per il Marocco. Del resto avversario della Francia di Macron che (giustamente) ci bacchetta. Sempre loro: quei “maledetti” cugini che, per andare ancora più indietro, durante la Terza Repubblica ci soffiarono la Tunisia.

Ovviamente, l’inviato Rai di queste cose non sa nulla, però le ha assimilate con il latte della mamma. Risultato: ieri sera, sembrava che avesse perso la nazionale di calcio italiana. Tutti a piangere.

Questa solidarietà terzomondista resta però calcistica. Diciamo da divano, copertina e popcorn. Perché il “migrante”, ad esempio, continua a non essere ben visto. Insomma, siamo davanti all’ennesima tragicommedia di un popolo ridicolo, quello italiano. Che è tutto e niente al tempo stesso.

Fa tifo per il Marocco, però i marocchini devono stare a casa loro. Insomma, in parole povere, la nostra è una solidarietà ai popcorn…

Carlo Gambescia