martedì 22 novembre 2022

Il vicolo cieco iraniano

 


Non siamo riusciti a leggere un’analisi decente della crisi iraniana, persino su riviste specializzate. Per non parlare di certi servizi giornalistici, specialmente sulle reti Rai, di un’assoluta povertà di contenuti.

Il mantra mediatico più diffuso è quello del femminismo-hom-femminismo-hom, che pure ha una sua importante ragion d’essere. Al quale si affianca, fino alla stucchevolezza, il peana sull’eroico ruolo dei giovani nella protesta.

In realtà, manca totalmente un’ eziologia sociologica ed economica della società iraniana. Il conflitto è ridotto allo scontro tra le piazze giovanili, per così dire, e il potere religioso assecondato dal temibile braccio armato rappresentato dal corpo dei guardiani della rivoluzione.

Un imbecille, alcune sere fa, parlava in tv, tutto giulivo, ignorando la cattiva sorte toccata alle acefale “primavere arabe”, di una rivoluzione senza capi. Non compredendo  che, se fosse veramente così, “i ragazzi e le ragazze” di Teheran non avrebbero scampo. Insomma, stupidaggini buoniste.

La storia dell’ Iran novecentesco – e più in generale della Persia moderna – rivela un contrasto di fondo tra una modernizzazione modello Atatürk mai però del tutto completata dai due Pahlavi, come prova, da una parte, l’inevitabile ritorno del medioevo sciita nel 1979, e dall’altra ciò che resta di un paese impoverito, impaurito, perciò socialmente rassegnato, nelle sue varie espressioni sociali, a subire una visione teocratica del rapporti sociali e politici.

La riprova di questa amara rassegnazione è rappresentata nella fase attuale dal silenzio delle forze armate, dell’alta burocrazia, e di ciò che resta di una struttura economica, anche a livello imprenditoriale, quasi del tutto nelle mani dello stato. Lo stesso silenzio degli intellettuali, favorevoli all’Occidente o meno, oramai ridotti a subire ogni tipo di prepotenza, è un’altra prova del pesante clima di intimidazione e rassegnazione diffusa che alimenta in alto come in basso  l’ obbedienza passiva al regime teocratico.

Di questa grave stasi sociali non si fa cenno in alcun servizio o reportage dall’Iran. Si alimenta in Occidente l’idea che sia possibile una specie di rivoluzione femminista, che in realtà, dispiace dirlo, non ha solide radici sociali ed economiche nel paese. Il che spiega, tra l’altro, perché si parla, giulivamente o meno, una “rivoluzione” senza capi.

Purtroppo il problema è lo stesso delle “primavere arabe”: rinvia alla condizione di passività in cui vegetano le società islamiche, arabe o meno, come in quest’ultimo caso l’Iran, sul quale per quattro decenni, bloccando qualsiasi processo di modernizzazione sociale, si è abbattuta la spada della teocrazia religiosa khomeinista. Certo, ogni tanto, possono verificarsi delle eruzioni. Ma poi tutto torna come prima.

Non si dimentichi mai che in particolare la tradizione sciita, rispetto a quella sunnita (semplifichiamo), ricorda il contrasto tra il fascismo movimento e il fascismo regime. Il che non significa che i sunniti siano dei moderati, ma soltanto che l’impatto della tradizione sciita sulla società iraniana si è nutrito di una mobilitazione e controllo delle masse, anche indiretto, che ricorda, per fare un altro esempio, forse improprio, il peronismo argentino.

Ciò spiega il ruolo, tuttora determinante, dei descamisados iraniani, i cosiddetti pasdaran o corpo delle guardie della rivoluzione islamica. In realtà, una vera e propria forza armata con propaggini in mare, cielo e terra – qui la differenza con i descamisados argentini – al servizio del potere teocratico.

In un contesto del genere, che ricorda il classico vicolo cieco, è molto difficile fare previsioni. Il nostro cuore si augura la vittoria totale dei ragazzi e delle ragazze iraniane. L’analisi dei fatti, quindi la ragione, indica invece il contrario, almeno per il momento.

Il tutto accade, ovviamente, sotto gli occhi di un Occidente che sembra avere paura persino della propria ombra.

Carlo Gambescia

lunedì 21 novembre 2022

Soumahoro, un “negro” che non vuole stare al suo posto…

 


“Libero” e “La Verità”, i cui direttori, rispettivamente la coppia Feltri-Sallusti e Belpietro, si sono sempre proclamati liberali, in realtà, ad avviso di chi scrive, sono piuttosto la vergogna vivente di un giornalismo liberale che ha in Cavour il suo nobile fondatore.

I vergognosi attacchi al deputato di sinistra Aboubakar Soumahoro sono fin troppo scopertamente rivolti a infangare la sua figura.

Si rifletta. Ammesso e non concesso che moglie e suocera abbiano commesso illeciti, stando tra l’altro a un’indagine della magistratura di Latina (dove si vota da sempre a destra) ancora senza concreti risvolti penali, Soumahoro risulta totalmente estraneo alla vicenda. Però lo si infanga lo stesso. Perché? Crediamo, come usano dire i razzisti dell’Alabama, che la sua colpa sia quella di essere un “negro” che non vuole stare al suo posto. Cosa che ovviamente non si dice, ma si pensa e si esterna attraverso una vergognosa campagna stampa.

Invece di essere orgogliosi che Soumahoro abbia scelto l’Italia e si sia perfettamente integrato, lavorando e studiando, fino a raggiungere da zero i massimi livelli. Parliamo di una storia esemplare che indica che in Italia un migrante può diventare deputato della Repubblica. Insomma, un messaggio pieno di speranza e orgoglio per tanti migranti. E invece che si fa? Si sbattono in prima pagina (*), come se fosse una colpa, le “foto alla Ferragni” della moglie. Certo, altra “negra” che non vuole stare al suo posto. Oppure lo si irride, sempre nei titoli di apertura, come un “frignone”. Un “negro” scemo…  

Gli  ascaridi, giornalisticamente parlando (per carità), Feltri, Sallusti e Belpietro, come liberali, perché così si dicono, dovrebbero sapere che nessun individuo è colpevole fino a sentenza definitiva. O no?

Allora perché insistere? Perché si vuole semplicemente infangare. E, considerata la linea politica di estrema destra e antimigranti di “Libero” e della “Verità”, ci vuole poco a fare due più due: perché Soumahoro è “negro” e di “sinistra”. Quindi colpevole a prescindere.

Vergogna, altro che liberalismo cavouriano.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/  .

domenica 20 novembre 2022

La religione ecologista, il nemico principale

 


La religione ecologista può essere accostata, dal punto di vista della forza espansiva sociale e politica, a religioni come il cristianesimo, l’islamismo e perfino l’ebraismo per il concetto di popolo eletto. Il che spiega perché parliamo di religione ecologista.

Quali sono i punti in comune?

Prima però di rispondere un piccolo passo indietro: il nostro approccio non è teologico né tanto meno da storico delle idee. Ci accostiamo alla questione in termini di sviluppi sociologici. Cioè dell’ inevitabile ricaduta politica, sociale, culturale di determinate concezioni, ricaduta tanto più dannosa quanto più le idee professate sono rigide e declinate come verità rivelate o comunque come dogmi sociali.

A questo proposto i sociologi della vecchia scuola parlavano giustamente di sociologia della conoscenza applicata alle idee sociali. Il punto che ci interessa esaminare non è tanto il valore scientifico delle idee ecologiste, tra l’altro discutibile secondo non pochi scienziati, quanto la rigidità della professione di fede ecologista. Un atteggiamento molto pericoloso per la nostra libertà, soprattutto quando istituzionalizzato, cioè trasformato e condensato in leggi, decreti e codici standardizzati di comportamenti vincolanti.

Dicevamo dei punti in comune.

In primo luogo, il monoteismo. Che si fa forte dell’idea di un solo pianeta, come per dire, di un solo dio. Di qui l’atteggiamento intollerante.

In secondo luogo, l’ enorme forza diffusiva e la conseguenza capacità, come per gli altri monoteismi, di imbrigliare e condizionare il potere, determinando, nel nostro caso, come è sotto gli occhi di tutti, l’agenda politica mondiale.

In terzo luogo, come anticipato, l’ autoconsiderazione dell’ecologismo come dottrina religiosa, patrocinio di una specie di nuovo popolo eletto: i movimenti ecologisti come unici  e virtuosi  movimenti di salvezza.  Alcuni studiosi hanno parlato di componente gnostica. Preferiamo non addentrarci  nella questione più filosofica che sociologica.

Inoltre, l’ecologismo, come ogni altra religione, che aspira a istituzionalizzarsi (semplificando: da catacombe e martiri ai sacri palazzi), ha i suoi sacerdoti, i suoi riti e celebrazioni. Dispone della complicità di noti politici, intellettuali, giornalisti, attori, cantanti, professori, persino scienziati, nonché dell’attivismo di organizzazioni che agiscono sul territorio, e si basano su un immaginario millenarista che celebra ricorrenze mondiali attraverso grandi grandi adunate dal sapore religioso. Sotto questo aspetto, una istituzione, come l’Onu ha sposato la causa ecologista, dimenticando quella della libertà individuale, che pure era alle sue origini.

Come anticipato – ma è bene ripeterlo – ogni monoteismo, quindi anche l’ecologismo, è intollerante: non si avrà altro dio, eccetera, eccetera.

L’aspetto più grave, sociologicamente parlando, è rappresentato dal condizionamento dell’agenda politica. Siamo dinanzi a una specie di teocrazia, che va sviluppandosi e che vede non pochi uomini politici tramutarsi, opportunisticamente o meno, in sacerdoti della nuova religione monoteista.

Le radici storiche della religione ecologista sono nell’ ideologia romantica ottocentesca che vagheggiava il ritorno a un incantato e storicamente mai esistito mondo medievale, basato su ideologie, feudali, corporative e pauperiste, nemiche della libertà individuale.

Mentre ha ereditato dal socialismo, e in particolare dal comunismo, l’approccio verticistico e costruttivistico, che punta, almeno in teoria, in dottrina diciamo, alla pianificazione mondiale di una società ecologista ed egualitaria. E questo perché la religione ecologista vede nella diffusione della ricchezza attraverso il mercato e nella libertà tout court un ostacolo alla pianificazione e all’edificazione di una società degli “uguali” dinanzi alle ricchezze del pianeta: ricchezze, si proclama, che devono essere condivise in modo uguale da tutti. Il verbo ecologista crede fermamente – cosa veramente inquietante – nel principio del meno ma a tutti.

Sotto questo aspetto l’ecologismo può essere dipinto come il comunismo, un nuovo comunismo, però pauperista del XXI secolo. Un mix di romanticismo politico e di egualitarismo.

Purtroppo il successo della religione ecologista si fonda su un equivoco piuttosto grave. Alla gente comune – qui la grave responsabilità dell’abiura ai principi liberali della classe politica – si è fatto credere che l’ecologismo si possa conciliare con l’economia di mercato e che la trasformazione della società sarà indolore.

In realtà, il costruttivismo ecologista, come ogni potere teocratico, comporta la perdita della libertà in nome di un bene più alto rappresentato dalla “salvezza”, come spesso si legge, “del Pianeta Terra”. Il punto è che la logica salvifica, che è una logica dell’emergenza, millenarista se si vuole, impone inevitabili sacrifici che saranno sempre più dolorosi mano a mano che si consoliderà il potere teocratico della religione ecologista a danno del potere laico della libertà, dei mercati e del progresso.

Il concetto da comprendere è perciò il seguente: quanto più i politici cedono ai movimenti ecologisti tanto più la libertà e il benessere sono a rischio. Altro che transizione indolore… Il nemico principale dei nostri tempi è la religione ecologista.

Anche perché, una volta accettato il monoteismo ecologista, ogni forma di ragionamento e rappresentazione non può che muoversi all’interno della scolastica ecologista. Si finisce per discutere, non più di fini (ad esempio dell’esistenza o meno del Dio-Pianeta), ma solo di mezzi ( di come onorarlo meglio).

Al momento siamo nella fase iniziale, ma neppure tanto, della trasformazione teocratica: del consolidamento istituzionale della religione ecologista. Si pensi ai risultati del G27. Di cosa si è discusso, mescolando ecologismo e socialismo? Dell’importo degli aiuti ai paesi poveri e per questo, si dice, più vulnerabili sotto l’aspetto ecologico. Pure questioni scolastiche: di mezzi non di fini.

Oggi, chiunque si azzardi, perfino gli scienziati, a mettere in discussione i principi della religione ecologista, rischia la scomunica e di essere messo al bando come accadeva ai residui politeisti negli ultimi secoli dell’Impero romano d’Occidente.

Per restare nell’ambito della storia del cristianesimo, la religione ecologista sta andando oltre l’età costantiniana. Costantino lasciò questo mondo nel 337. Poco più di due secoli dopo, nel 529, Giustiniano, Imperatore d’Oriente, teocrate con ambizioni di riconquista, decretò la chiusura della Scuola d’Atene, ponendola sotto controllo dello stato, perché giudicata simbolo di una peccaminosa libertà di pensiero. Intanto nel 380, sotto Teodosio il cristianesimo era divenuto la religione ufficiale dello stato romano. Decisione che portò, alla progressiva chiusura, pur tra alti e bassi, dei templi “pagani” e al divieto della celebrazione dei riti non cristiani.

Qui ci fermiamo. Di materiale per riflettere oggi ne abbiamo fornito fin troppo.

Carlo Gambescia

sabato 19 novembre 2022

Giù le mani da Flaiano

 


Il Ministro della Cultura Sangiuliano si è recato a Pescara per ricordare Ennio Flaiano nel Cinquantesimo della morte. Ovviamente Pescara è amministrata da Fratelli d’Italia. Insomma, un riunione di famiglia. A fare gli onori di casa, per così dire, Mario Sechi, già “liberale” montiano, ma ora vicino alla destra estrema di Fratelli d’Italia. Del resto quando il Ministro chiama…

Sulle banalità, in chiave nazionalista e albertosordiana, che sono state dette da Sangiuliano su Flaiano stendiamo un velo pietoso (*). Mentre Sechi, per andare sul sicuro, probabilmente si è documentato su wikipedia.

Insomma dubitiamo che i due abbiano letto, e soprattutto digerito, qualche libro di Flaiano. Non basta farsi fotografare con un libro tra le mani, come l’ilare turista ai Fori con il sampietrino che fuoriesce dalla tasca.

Di sicuro non ne hanno letto uno in particolare, il suo capolavoro, Tempo di uccidere. Che vinse nel 1947 la prima edizione del Premio Strega.

Il romanzo è una denuncia onirica del fascismo e dell’imperialismo, da porre come capacità di scrittura, sullo stesso piano del Deserto dei tartari, di Dino Buzzati, uscito nel 1940.

Un realismo magico che va oltre il dramma individuale del suo “anonimo” protagonista: uno sconosciuto ufficiale italiano, che vaga nell’Etiopia invasa in cerca di un dentista e che invece trova la lebbra.

Qui la metafora, che sta al lettore scoprire, del fascismo come lebbra esistenziale, dello spirito: impasto velenoso di violenza e superiorità dell’ “uomo bianco”. Di qui – il titolo – il tempo (e lo pseudo diritto) di uccidere. Un lebbra spirituale che il protagonista, anonimo quindi collettivo, si porta a casa, nell’incertezza di ritrovarsi prima o poi malato e condannato.

Flaiano, come sottotenente, visse veramente in Etiopia del 1935-36. Ma visse sull’altopiano con il distacco dell’afascista. Non nel senso però della neutralità assoluta. In Tempo di uccidere, si parla, e male, del fascismo, senza per questo gonfiare il torace antifascista, ma in realtà facendo più male al fascismo dell’antifascismo conclamato di marca azionista e comunista.

Chiediamo scusa per il giro di parole. Per dirla brutalmente Tempo di uccidere è uno di quei romanzi dove si parla di una cosa senza parlare della cosa. Ripetiamo: un capolavoro. Non per niente fu un romanzo fortemente voluto da Leo Longanesi, altro inclassificabile.

Di questo si doveva parlare a Pescara. Non del Flaiano come un Alberto Sordi alla macchina da scrivere che maligna sugli italiani.

Del resto, cosa possono sapere di queste cose due pozzi di scienza come Sangiuliano e Sechi? Nulla. Soprattutto Sangiuliano che di scheletri missini ne ha più di uno nell’armadio. Quanto a Sechi, suona la tromba meglio del grande Louis Armstrong.

Riassumendo, giù le mani da Flaiano.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/cultura/news/2022-11-18/sangiuliano-flaiano-seppe-penetrare-carattere-italiani-18877850/ . Per la cronaca, Agi ha come direttore Lamberto Sechi. Altrimenti la celebrazione pescarese sarebbe passata inosservata…

venerdì 18 novembre 2022

Mattarella e la sicilianità

 

La sicilianità per il sociologo è qualcosa di misterioso. Che però si può tentare di spiegare. Ovviamente, quanto scriveremo riflette una nostra opinione. Nessuna pretesa di verità assoluta.

Veniamo al punto. Esiste un aspetto letterario, che potrebbe risalire a Verga, Pirandello, fino a Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Bufalino, per citare i nomi più noti. Siamo davanti a un miscuglio di conservatorismo sociale e sovversione radicale dell’esistente, una mistura a dir poco esplosiva. Ma esiste anche un aspetto politico. Si pensi, per gli anni della Repubblica, al milazzismo (da Giuseppe Milazzo): un impasto di reazione politica, che metteva insieme comunisti, democristiani e missini, in una specie di anti Risorgimento sociale siculo. Ma si potrebbe risalire a un personaggio come Crispi, autoritario e radicale al tempo stesso, repubblicano e monarchico, pompiere di giorno, piromane di notte.

Il concetto di sicilianità si può riassumere nella filosofia del Gattopardo. Ormai banalità neppure superiore, che pure sfugge a troppi. Di qui la misteriosità, resa perfetta anche al cinema dal calligrafo Visconti, che sgorga dalle labbra del bel Tancredi-Delon: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Del resto Goethe, che visitò la Sicilia molto  prima di Visconti,  nei suoi Diari , lui uomo del Nord, sembra non resistere al misterioso al fascino del Sud. Quello incarnato da un enigmatico alchimista palermitano, noto come il conte di Cagliostro, una specie di briccone divino che si mescolava agli aristocratici senza amarli, sovversivo e conservatore al tempo stesso.

Se ci si pensa bene, per parlare della sua peggiore e repellente espressione, la Mafia, si tratta, anche in quest’ultimo caso, di un fenomeno conservatore e sovversivo al tempo stesso.

A tutto questo pensavamo a proposito delle voci sul veto del presidente Mattarella al tetto sul contante portato a cinquemila euro dal governo delle destre, improvvisamente sparito, come scrive “La Stampa”, dal  decreto Aiuti Quater.

Un veto che, se confermato, non può che invitare alla riflessione sulla misteriosa sicilianità di Mattarella, come ultimo esempio di un fare, solo apparentemente incomprensibile.

Un passo indietro. Il Presidente ha firmato il decreto illiberale, sui rave, ma si è rifiutato di firmare, quello che conteneva misure liberali o quasi (molto quasi) sul tetto al contante. Cioè si è mostrato antirisorgimentale, come nemico della libertà di associazione e del libero scambio. Cavour docet…

Perché in sintesi, la sicilianità, presa alla radice, è questo: rifiuto del Risorgimento liberale in Sicilia, per parafrasare il titolo di un celebre lavoro di Rosario Romeo, il grande biografo di Cavour

Un indigesto impasto come dicevamo di conservatorismo e sovversione politica, un passo indietro rispetto alle libertà liberali di mercato.

Si dirà che la sicilianità del Presidente Mattarella non ha nulla  a che vedere con la sicilianità della mafia. Certo, ci mancherebbe altro: la sua famiglia è stata duramente colpita da questi immondi gruppi criminali. Il fratello del Presidente resta per chi scrive un purissimo eroe. Come Falcone e Borsellino e altri vittime innocenti.

Però, ci sia concesso dire, che la sacrosanta lotta contro la Mafia non può, anzi non deve comportare il sacrificio delle liberali libertà di mercato.

Certo, si può sostenere che con il tetto al contante si combatte la Mafia. Qui però, diciamo, siamo davanti alla “soglia” Sciascia, la cui sicilianità – parliamo dello scrittore – non ha mai avuto la meglio sul suo credo liberale. Che alla fin fine si può ridurre all’ accettazione del rischio della libertà, che implica che qualcuno ne approfitti, talvolta fin troppo. Quindi la corretta domanda da porsi, capace di tagliare il nodo gordiano della misteriosa sicilianità, è questa: si può sacrificare la libertà di tutti pur di punire il cattivo uso che ne  fanno pochi?

Sciascia risponderebbe di no. Come pure Francesco Ferrara, palermitano, grande teorico ottocentesco del libero scambio.

Due eccezioni alla regola della sicilianità. Solo due, purtroppo.

Carlo Gambescia

giovedì 17 novembre 2022

L’autunno dell’Occidente e la metafisica della forza

 


E così il missile che ha colpito la Polonia, sebbene risultato di fabbricazione russa (così questa mattina nella rassegna stampa internazionale di Radio 3), sarebbe partito dall’Ucraina. Però,  quando si dice il caso, agli ucraini non è stato ancora permesso visionarne i resti. Insomma,  gli Stati Uniti  minimizzano. Perché?

La regola “numero 1” di ogni alleanza è tristemente nota, almeno a far tempo dall’epoca dei Medi e dei Persiani: è l’alleato più forte a indicare il nemico all’alleato più debole.

Tutto normale allora? No, perché si deve tenere conto della metafisica della forza, concetto intuito da Guglielmo Ferrero, grande pensatore liberale, storico e sociologo, della prima metà del secolo XX.

Ci spieghiamo meglio. Spesso le decisioni politiche e militari sono prese in base ai rapporti di forza attuali, non futuri: si applica la fisica della forza. Sicché, quando si decide, non si privilegiano le possibili conseguenze impreviste, delle decisioni prese al momento, in termini di metafisica della forza.

Il concetto non è proprio facile da capire, però in parole povere significa che una data situazione, anche se contraria ai valori e interessi futuri di un’alleanza, viene accettata, nonostante esista il rischio che in futuro, proprio a causa di quelle decisioni, si sviluppino – ecco la metafisica della forza – effetti non controllabili e quindi largamente inclusivi del rischio di non essere favorevoli a coloro che hanno sottovalutato il ruolo della metafisica della forza, moltiplicato per due, tre quattro volte, proprio a causa della sua sottovalutazione. Insomma, si penalizzano gli alleati, si premiano i nemici, favorendone i futuri appetiti.

Napoleone, ad esempio scatenò guerre, indicando, di volta il volta, il nemico ad alleati, più o meno fedeli, fino al punto di provocare in termini di metafisica della forza, effetti contrari, che favorirono la sua sconfitta, il tradimento degli alleati, e l’esilio finale all' Isola di Sant’Elena. Si badi, Napoleone commise l’errore di invadere la Russia. E fu un errore tipico di metafisica della forza… Quindi, per inciso, oggi non è in gioco l’invasione della Russia, ma l’invasione dell’Ucraina.

Pertanto  nel caso della "minimizzazione" del  missile russo  siamo davanti all’applicazione di due principi, uno politico e uno sociologico: 1) il cosiddetto diritto del più forte (nel caso Stati Uniti e di riflesso Russia), che consiste nel fatto che l’Occidente vuole far capire all’Ucraina, al momento con le buone, che è giunta finalmente l’ora di non considerare più la Russia come un nemico. E che perciò ci si deve sedere al tavolo della pace, nonostante la grave invasione subita, lesiva degli interessi e valori ucraini e occidentali; 2) gli effetti sociali perversi delle azioni politiche che consistono nel rischio di prendere una decisione che in termini di metafisica della forza, può tramutare il cedimento di oggi nella sconfitta di domani, perché si rischia di rinfrancare l’avversario, moltiplicando le sue forze e di svilire l’alleato, obbligandolo, perché più debole, a sottomettersi.

Ovviamente, in questo Occidente autunnale, nel senso del declino politico non stagionale, la decisione di fare pressione sull’Ucraina è giudicata come un segno di prudenza, di grande realismo politico, una vittoria del buon senso. Di conseguenza, si passa sopra, o si fa finta di non vedere, eludendo ogni ripugnanza morale, all’applicazione da parte degli Stati Uniti e dell’Europa al seguito, del diritto del più forte. Si celebra la fisica della forza.

In realtà, gli effetti perversi legati alla metafisica della forza, sconsiglierebbero, almeno al momento, con i russi in armi sul suolo ucraino, di fare la pace, perché, di qui a qualche anno, invece della pace, potremmo di nuovo trovarci tutti in guerra a causa della prepotenza ideologica di Mosca, rinfrancata dall’umiliazione subita dall’Ucraina. Perciò continuare a combattere, senza per questo commettere l’errore napoleonico di invadere la Russia, sarebbe un atto di realismo politico.

Come si può intuire, il realismo politico, se privato, concettualmente, della comprensione della metafisica della forza, può diventare erroneo e fonte in futuro, come per Napoleone, di gravi sconfitte.

In conclusione, diciamo che l’alleato debole non andrebbe mai umiliato. Perché si tratta di un atto contrario a ciò che, al di là della questione morale, Ferrero ha denominato metafisica della forza (*). Un concetto con il quale ogni autentico realismo politico non può non fare i conti.

Carlo Gambescia

(*) Per una buona introduzione al pensiero di Guglielmo Ferrero rinviamo a Bogdan Raditsa,Colloqui con Guglielmo Ferrero seguiti da Due Discorsi di Guglielmo Ferrero, a cura di Carlo Gambescia, Edizioni Il Foglio 2022: https://www.amazon.it/Colloqui-Guglielmo-Ferrero-Seguiti-Discorsi/dp/8876069216/ref=sr_1_4?qid=1668668766&refinements=p_27%3ACarlo+Gambescia&s=books&sr=1-4 .

mercoledì 16 novembre 2022

Guerre reali e guerre immaginarie

 


Missili sulla Polonia. La Nato, gli Stati Uniti e l’Unione Europea non hanno nessuna intenzione di andare fino in fondo e di passare dalle parole ai fatti, sebbene si sia verificato, come prevede il Patto atlantico, l’ attacco a un paese membro dell’alleanza.

Tutti, russi compresi (che però come vedremo hanno ogni interesse, per ora, a negare, per verificare il tasso di reattività Nato), si sono precipitati a parlare, di errore, di rottami, causati da un abbattimento ucraino, eccetera, eccetera. Buona la prima insomma.

Ciò significa che i russi continueranno a mantenere l’iniziativa della guerra reale, dettando dinamica e tempi dell’aggressione all’Ucraina. Fatto facilitato in prospettiva dalla prossima campagna per le presidenziali americane (l’argomento guerra è un pessimo argomento elettorale) e dall’ immaginaria guerra italiana, e tra europei, ai migranti.

Il nostro governo di estrema destra, che per bocca della Meloni (servirebbe qui un’analisi lessicografica), non cita mai la Russia unitamente al termine aggressore, vuole invece inviare addirittura soldati come poliziotti sulla sponda libica, per fare la guerra immaginaria ai migranti. Per un verso, gli anormali, i gangster di Mosca sono lasciati in pace, per l’altro ci si accanisce su chi invece cerca solo speranza, lavoro e normalità.

Nei tremebondi ambienti Nato ed europei circolano addirittura voci, che se dovesse cadere Putin, il suo posto sarebbe preso, da un esponente dell’ala dura. E a quel punto – “oddio, come faremo…” – diverrebbe sempre più difficile evitare la guerra con la Russia. Perciò, coltiviamoci Putin…

Il problema di fondo, non è geopolitico, neppure economico o militare, è psicologico-culturale: i russi fanno la guerra all’Ucraina, pensando la guerra, cioè conducono la guerra come una guerra. L’Occidente invece, non pensa la guerra, ossia, conduce, per ora indirettamente, una guerra combattuta dagli ucraini, pensando la pace.

Detto in altri termini, i continui richiami alla catastrofe nucleare, servono da paravento, soprattutto alla Nato, per non entrare in una guerra convenzionale. Per dirla altrimenti: siamo davanti una specie di sceneggiata pacifista.

Per capirsi: l’Occidente euro-americano vuole evitare una guerra convenzionale, che sarebbe moralmente, militarmente e geopoliticamente sacrosanta, agitando il fantasma della guerra atomica, ossia della guerra non convenzionale. Una paura che i russi hanno intercettato e sulla quale giocano, riuscendo a mantenere l’iniziativa, proprio perché pensano la guerra come la guerra e non come una pace da conservare a ogni costo, anche cedendo al nemico.

Insomma i russi non hanno paura, noi sì.

E qui torniamo alla positura psico-culturale dell’Occidente. Disposto a mandare giù di tutto.

Sicché i missili sulla Polonia di ieri, o comunque fin troppo vicini al confine, lanciati da russi, non sono altro che una esercitazione teorica di stato maggiore per comprovare, ancora una volta, l’incapacità della Nato di pensare la guerra. Incapacità, come visto, dettata dalla paura. Un tempo si parlava di vigliaccheria.

Il ragionamento russo è stato questo: se colpiamo il suolo polacco, diciamo che non siamo stati noi, così saggiamo anche le reazioni Nato. Scopriamo fino a che punto Stati Uniti ed Europa hanno paura della guerra. Quanto sono vigliacchi insomma. Tra l’altro i russi sanno che gli americani stanno facendo pressione sugli ucraini per spingerli a sedersi al tavolo delle trattative. Quindi i russi sono sadici e spudorati. Mentre noi giochiamo a fare le mammolette…

E infatti, ad accreditare, per ora informalmente, la versione dei missili per caso, offrendo una sponda politica a quello che dovrebbe essere il nemico, sono stati per primi proprio gli ambienti semiufficiali Nato: un’alleanza militare, guidata politicamente da pacifisti, perciò, volente o nolente incapace mentalmente di pensare la guerra. Sicché, almeno per ora, non accadrà nulla. I lettori cancellino i titoli ansiogeni dei giornali di oggi.

Un’ ultima cosa, non ci si aspetti da Willy Wonka-Giorgia Meloni, che continua indefessamente a parlare non di aggressione russa ma  di "guerra in Ucraina", come una specie di fabbrica del cioccolato, impersonale, avviatasi da sola, che prenda una qualche iniziativa.

La Meloni, che rifugge dalle guerre reali, perché forte con i deboli e debole con i forti, i soldati vuole invece inviarli in Libia a fare la guerra immaginaria ai migranti. 

Che coraggio…

Carlo Gambescia