sabato 22 ottobre 2022

Il carnevale può finire male…

 


Cominciamo con una nota di moda. Quel tailleur pantalone scuro indossato ieri da Giorgia Meloni è un’ autentica metafora politica. Dal momento che si tratta di un capo che può indossare solo una donna con altro fisico. Insomma, ingoffisce la Meloni. Fa sorridere. Forse addirittura ridere.

Chi l’ha consigliata? Probabilmente nessuno. Perché, così  dicono, non ascolta nessuno, decide solo lei: modello Cavaliere. Con il quale proprio per questo motivo – altro egocentrico politico – non va d’accordo.

Diciamo che “Giorgia”, credendosi ormai irresistibile, forse onnipotente, ha forzato il suo corpo dentro un abito, in sé anche sobrio, che però nel suo caso la fa apparire come una di quelle amiche quarantenni, che alla festa di matrimonio della collega stagionatella, nel solito ristorante alla falde dei Castelli romani, con il rituale assalto tra le rose di plastica alle scaglie di parmigiano, vuole competere con le stangone dell’ufficio commerciale. Alle quali il tailleur pantalone calza perfettamente.

Questa destra è presuntuosa e inadeguata, come quell’abito. Ecco la metafora politica. E non tanto per i nomi dei ministri, sui quali comunque si potrebbero dire alcune cosette, tipo nepotismo e conflitto di interessi: ad esempio, Lollobrigida, Ministro dell’Agricoltura è cognato della Meloni, Crosetto Ministro della Difesa, vende, come si legge su Wiki, “alta tecnologia alle navi militari”.

Ripetiamo, siamo davanti a un governo pretenzioso che cambia i nomi ai Ministeri, perché crede che basti cambiare le parole o aggiungerne per cambiare le cose. Il che può far sorridere o addirittura ridere . Però fino a un certo punto come poi vedremo.

Così il Ministero dell’ Agricoltura è diventato Ministero dell’Agricoltura e della… Sovranità alimentare. Non sia mai… Si dicevano sovrani, alimentarmente parlando, anche monarchie assolute e regimi fascisti. Quindi una vera “botta” di modernità e di liberal-democrazia.

Tra Ministero della Famiglia e delle Pari Opportunità si è inserito a forza, come quando si chiude una valigia troppo piena saltandovi sopra, il termine Natalità. Certo, perché il numero è potenza, come sosteneva un famoso inquilino in orbace di Palazzo Venezia.

Al Ministero dell’Istruzione invece si è aggiunta la parola Merito. Vedremo.

Il Ministero dello Sviluppo Economico si è trasformato in quello delle Imprese e del Made in Italy: un colpo al cerchio del mercato, uno alla botte del protezionismo. Chi si accontenta gode.

Azzerato, e giustamente, il nome di Ministero della Transizione Ecologica, sostituito con la seminuova dicitura di Ministero dell’ ambiente e della Sicurezza energetica. Anche qui però, vedremo.

Infine è nato il romantico Ministero del Mare e del Sud: perché invece non puntare direttamente su Ministero dei Mari del Sud? Dicitura più conradiana? Ovviamente si deve avere letto Conrad… Sembra invece che all’ultimo minuto sia stato cancellato dopo Mare il termine Nostrum...

Si dirà che il nostro è un quadro tra il serio e il faceto. Dov’è l’analisi sociologica? È, ripetiamo, nella metafora iniziale. Ci si mette il tailleur pantalone scuro della Sovranità alimentare, del Made in Italy, dei Mari del Sud, della Natalità, del Merito ma una volta indossato ingoffisce, si appare buffi.

Quindi si potrebbe sorridere.  Si potrebbe… Va usato il condizionale.  Perché si tratta di un governo pieno zeppo di politici che non hanno mai fatto i conti con il fascismo. Sicché, per parafrasare un vecchio motivo di Caterina Caselli, il carnevale rischia di finire male.

Carlo Gambescia

Carlo Gambescia

venerdì 21 ottobre 2022

Il de profundis del conservatorismo liberale

 


La fulminea ascesa e caduta di Liz Truss in Gran Bretagna, leader di un partito conservatore classico, diciamo liberale, e i successi dei partiti neoconservatori, diciamo populisti, nella vecchia Europa di democrazia consolidata (Italia, Svezia, mancato per un pelo in Francia, in ascesa in Spagna e Germania), indicano che per il conservatorismo liberale si respira aria di de profundis.

Che un’ala dei conservatori britannici non sia mai rimasta insensibile ai richiami del populismo è un fatto. Si potrebbe risalire a Disraeli, importante leader conservatore della seconda metà del XIX secolo. Ma nel Novecento fascismo e nazismo, soprattutto nella seconda metà del secolo, dopo qualche iniziale tentennamento tra le due guerre, costituirono lo spartiacque ideologico e politico tra il conservatorismo liberale (poco stato e poche tasse), non solo britannico, e il conservatorismo populista (molto stato e tanta spesa pubblica).

Inutile precisare, che il conservatorismo populista, di cui in Europa, cosa che solitamente non si dice, il generale de Gaulle, fu un campione, ha sempre strizzato l’occhio, captandone alcune idee (autorità, nazione, antiparlamentatismo, protezionismo) alle destre in odore di neofascismo.

Il penultimo e glorioso assalto del conservatorismo liberale alla cittadella welfarista risale a Margaret Thatcher, durò dieci anni. L’ultimo, diremmo però quasi un sussulto, a un’altra donna, Liz Truss, durato quarantacinque giorni.

Inutile farsi illusioni i cittadini europei, a partire persino dai più ricchi (che in Gran Bretagna, hanno addirittura girato le spalle ai sostanziosi tagli fiscali promessi dalla Truss), accettano di buon grado l’elevata pressione tributaria. In questo modo però si consente, per giunta senza battere ciglio, all’ inevitabile riduzione degli investimenti privati, che, si badi, mai si potranno sostituire con quelli pubblici. Come pure molti accettano, sempre impassibili, la conseguente impossibilità di poter ascendere socialmente.

La gente comune sembra rifiutare la grande possibilità di crescere, insita nella società mobili, sia sul piano delle persone che dei capitali. Si crede e si punta all’ aurea mediocritas. Si vuole “stabilità” a ogni costo (“The Economist” di ieri,  docet).

Purtroppo la gestione statalistica dell’epidemia, pardon pandemia, ha accentuato la disaffezione verso il rischio e la mobilità sociale . La crisi economica che ne è scaturita, resa ancora più seria dall’aggressione russa all’Ucraina, ha spinto sempre più le persone, di tutti i ceti sociali, nelle braccia dello stato.

In questo quadro il conservatorismo populista ha avuto e ha gioco facile.

Per un verso accusa la sinistra di essere dalla parte di imprese, che invece non amano più il rischio e cercano solo la stabilità sociale, anche a costo di essere sussidiate. In nome dell’aurea mediocritas, di cui sopra, gli imprenditori accettano le politiche di sinistra, incentrate sul welfare, purché si percepiscano gli aiuti di stato in qualsiasi forma.

Sotto questo aspetto la cosiddetta “transizione ecologica” è un prolungamento del patto tra sinistra e imprese in nome di una specie di capitalismo protetto a basso regime.

Per altro verso, il conservatorismo populista, a differenza del conservatorismo liberale, critica la cosiddetta sinistra al caviale, non perché statalista, ma più semplicemente perché ne vuole prendere il posto a tavola. La prova provata di quanto si afferma è nella sua condivisione dell’idea di transizione ecologica. Che invece, il conservatorismo liberale rifugge da sempre come il diavolo, scorgendo nell’ecologismo il nemico principale dell’economia di mercato.

L’aspetto più grave dell’intera questione è che progressisti di sinistra e conservatori populisti, puntando insieme, e decisamente, sul capitalismo protetto, depotenziato, addomesticato, recidono le radici produttive del sistema di mercato e favoriscono la crisi fiscale dello stato.

Ammesso e non concesso, che siano in buona fede, siamo davanti a un classico effetto perverso. Semplificando: sinistra welfarista e destra populista aspirano al bene, come dicono, ma rischiano di fare e farsi male.

Sicché al de profundis del conservatorismo liberale, rischia di seguire il suicidio del conservatorismo populista. Che, presupponendo quello di una sinistra illiberale, può causare il crollo  catastrofico  dell’intero sistema economico.

Concludendo, Liz Truss è caduta ma non è proprio il caso di sorridere.

Carlo Gambescia

giovedì 20 ottobre 2022

Meloni, Berlusconi, il decostruzionismo politico e la tradizione atlantica

 


Che cos’ è il decostruzionismo? È un metodo di indagine, dalla filosofia alla letteratura, che impedisce di attribuire a un testo, a un autore, a una situazione storica, eccetera, un significato univoco. Per il decostruzionista esistono più interpretazioni dello stesso fenomeno, che vanno valorizzate rispetto a un’interpretazione unitaria. Per parlare difficile, all’essere si privilegia il divenire.

Spesso il decostruzionista, per fare un esempio, mette in discussione lo stesso concetto di fenomeno. Per comprendere bene il senso di quanto stiamo dicendo, si ricordi il detto di Nietzsche, spesso citato, anche a sproposito, non esistono fatti ma solo opinioni. Ecco, per il decostruzionismo, che è una forma di relativismo sociologico radicale, non esistono i fenomeni, ma soltanto l’interpretazione dei fenomeni.

Per trasporre il concetto dalla letteratura alla politica, quando Berlusconi, si dichiara al tempo stesso amico di Putin e atlantista, oppure quando Giorgia Meloni, nel giro di qualche mese, si tramuta da filorussa in filoamericana, si può obiettivamente parlare di decostruzionismo politico.

Però neppure la sinistra è indenne per così dire dalla “malattia”. Letta ad esempio è passato dalla condanna dell’unilateralismo americano, quando era al potere Trump, a un atlantismo spiccato con Biden. Solo per dirne una.

Cioè le categorie dell’amico e del nemico, fondamentali in politica, diventano labili, perché oggetto di inevitabili e intercambiabili interpretazioni.

Inoltre sotto questo profilo il decostruzionismo politico implica una confusione sistematica tra uomini e istituzioni.

Si noti, ad esempio, come la Meloni, Berlusconi, Letta, riconducano la gravissima aggressione russa all’Ucraina, nel bene o nel male, alla responsabilità di un uomo: Putin.

Non si fa alcun ragionamento sulle istituzioni, per intendersi sulle opposte tradizioni politiche. Mentre, cosa fondamentale, la comunità atlantica e  in senso più largo l’Occidente  sono istituzioni-tradizioni che apparentano culturalmente (la tradizione liberale) ed economicamente (l’economia di mercato) Stati Uniti, Europa, Italia. Per contro, culturalmente ed economicamente, nulla accomuna l’Occidente alla Russia. E questo è un fatto non un’opinione.

Quindi l’idea di comunità atlantica, come del resto quella panslava che impregna la politica russa da almeno due secoli, è un insieme, storicamente e sociologicamente strutturato, di istituzioni-tradizioni. In che senso? Nel senso che passano gli uomini politici ( Trump, Biden, Berlusconi, Meloni, Putin) ma le istituzioni e i valori storici restano.

Sotto questo aspetto per usare un eufemismo il decostruzionismo politico non aiuta. Perché distrugge le tradizioni e favorisce i repentini cambiamenti di casacca.

Paradossalmente Matteo Salvini, nella sua scelleratezza politica, resta un costruzionista politico – cioè il contrario del decostruzionista – come prova la sua fedeltà a Putin e alla tavola di valori razzisti in cui crede, che fa di Salvini un perfetto tradizionalista russo.

Sintetizzando – forse troppo – il problema è che alla comunità atlantica manca per così dire uno “scellerato buono”, un anti Salvini, per capirsi. Un costruzionista liberale capace di opporsi con fedeltà e durezza, se necessario, non solo a Putin, ma a ciò che lo precede e supera sul piano delle istituzioni-tradizioni: il panslavismo, o se si preferisce il panrussismo.

Perciò, a causa del decostruzionismo politico, i cambi di casacca continueranno ad essere all’ordine del giorno. Come pure, purtroppo, la distruzione dell’eredità atlantica e occidentale. E non solo in Italia.

Carlo Gambescia

mercoledì 19 ottobre 2022

Il caso Berlusconi

 


La sinistra adesso difende Giorgia Meloni contro Silvio Berlusconi. Per quale ragione? Perché si augura che salti tutto e si possa giungere a una specie di Draghi bis, tris eccetera, eccetera.

Una scelta politicamente sbagliata - diciamo pure autolesionista -  che può solo favorire alle prossime elezioni la crescita di Fratelli d’Italia fino al 40 per cento. Elezioni più vicine di que che si crede se i calcoli della Meloni sull’alleanza con la Lega e soprattutto con Forza Italia dovessero rivelarsi sbagliati. Così – magnifico risultato –  l’Italia potrebbe ritrovarsi con l’estrema destra della “tentazione fascista” maggioritaria e solitaria al governo o in compagnia dei tamburi minori leghisti.  Vivissimi complimenti alla sinistra.

A nostro avviso invece queste destre per squalificarsi definitivamente devono governare almeno un poco. Si noti tra l’altro, il silenzio interessato della Lega all’insegna del “tra i due litiganti eccetera, eccetera”. E la sinistra dovrebbe fare lo stesso: sedersi sulla riva del fiume – ovviamente puntando sulla necessaria autoriforma politica – in attesa che la forza delle acque trascini i rottami del governo meloniano.

Esiste poi un caso Berlusconi. Non si tratta come traspare in alcuni commenti sui giornali delle pazze uscite di un vecchietto bisbetico. Il Cavaliere è sempre stato così: prima i suoi interessi, poi tutto il resto. E nel calcolo degli interessi va inclusa la difesa della sua vanità: quel desiderio di essere ammirato per le proprie qualità  nel seguente ordine "storico" (non sia mai): prima  di imprenditore ( cosa vera), poi  di salvatore della patria (cosa falsa).

Sotto questo aspetto ogni grande o piccola questione politica per Berlusconi ha sempre rappresentato merce di scambio. Il Cavaliere non è mai stato socialista o liberale, ma semplicemente se stesso, identificando sempre la sfera pubblica con sfera privata dei suoi interessi.

Sicché anche questa volta ha cercato di mettersi al sicuro, prima al Senato, con una presidentessa-infermiera di sua strettissima fiducia (la signora Ronzulli lo era, veramente, di professione, infermiera…), e ora alla Giustizia, teatro di tutti gli storici e mai evitati guai giudiziari, con un’altra grande amica, la dottoressa Casellati (costei, fortunatamente almeno è avvocato di professione).

Quanto a Tajani agli Esteri, si tratta della classica foglia di fico. Fermo restando che per la famiglia Berlusconi, che fa affari in tutto il mondo, un protetto agli Esteri è sempre una garanzia.

L’aspetto più ripugnante di questa nuova campagna “pro domo sua” è l’uso politico dell’ “amicizia” con Putin per mettere in imbarazzo Giorgia Meloni, tramutatasi in pochi mesi in atlantista tutta d’un pezzo (ma questa è un’altra storia).

Insomma Berlusconi, prima è stato socialista, poi liberale, ora addirittura è putiniano e filorusso. E tutto per curare i suoi interessi economici. Sotto questo profilo Berlusconi è una mina vagante. E per l’intero arco partitico. Ma anche per la scelta occidentale dell'Italia.  Per capirsi: “Franza o Spagna, eccetera, eccetera”. Vivissimi complimenti anche al Cavaliere.

Indro Montanelli usava dire – e non a torto – che si doveva essere liberali e liberisti, tenendosi però alla larga dagli imprenditori. E che soprattutto, poiché esisteva (ed esiste) divisione dei ruoli, si doveva evitare che un imprenditore scendesse in politica. E infatti sconsigliò Berlusconi.

Non riuscì. Mancò i due obiettivi. Per ragioni economiche, Montanelli fu costretto ad aprire la proprietà del “Giornale” a Berlusconi, che poi fondò Forza Italia e gli sfilò la direzione. Commise un’ingenuità. Nessuno è perfetto.

Montanelli ora non c’è più, Berlusconi, invece è vivo e vegeto. Sono sempre i migliori che se ne vanno.

Carlo Gambescia

martedì 18 ottobre 2022

Ogni popolo ha i governanti che si merita

 



Ma si può restare appesi ai litigi (e alle paci) tra Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi? Si può definire governo di alto profilo, un governicchio di politici di seconda mano?

Si dirà che la sinistra ne ha dette e fatte di peggiori. E che i professori, di cui si fregia, sono capaci solo di alzare le tasse.

Diciamo che l’Italia ha la destra e la sinistra che si merita. Un’asserzione che può suonare qualunquista da “No vax della politica”. Tipo: "Piove, governo ladro!".  E invece no. Perché ha un preciso fondamento storico e sociologico.

L’Italia, dal raggiungimento dell’Unità, a parte tre grandi eccezioni (Cavour, Giolitti, De Gasperi), non ha mai avuto uomini di governo all’altezza di una leadership degna di questo nome. Soprattutto in politica estera.

Attenzione – un passo indietro – la disastrosa aggressività di Crispi e Mussolini in politica estera, non resta sicuramente indice di grandi capacità politiche. L’imperialismo di Crispi finì nel disastro di Adua, quello di Mussolini nella catastrofe della guerra hitleriana. Per contro l’intelligente mitezza di Cavour, Giolitti e De Gasperi rappresentò un plusvalore: Cavour unì l’Italia, Giolitti, senza tanto clamore, conquistò la Libia, De Gasperi firmando il trattato di pace e scegliendo la Nato, riportò l’Italia nel libero Occidente.

E chi sarà invece il prossimo ministro degli esteri? Antonio Tajani. Sembra infatti che sul suo nome ci sia accordo tra il Cavaliere e la Meloni. Proprio un uomo del calibro di Antonino di San Giuliano (Ministro degli esteri di Giolitti) e di Carlo Sforza (Ministro degli esteri di De Gasperi)… Due veri liberali. Anche Tajani si dice liberale… Ecco, si dice. Che malinconia.

Ma perché all’Italia è sempre mancata una leadership liberale? O comunque ne ha goduto solo in modo rapsodico?

Non è un problema che si può affrontare in poche righe. Però tentiamo.

In primo luogo, si tratta di caso, di puro caso: non abbiamo avuto la fortuna di avere capaci uomini politici, ne sono nati pochi insomma. In secondo luogo, la “penuria” va soprattutto ricondotta alla mediocre selezione delle élite politiche, fondata non sulla competenza ma sulla fedeltà politica. A differenza di Germania, Francia, Gran Bretagna, l’Italia si è sempre affermata come il paese dell’improvvisazione. Un fenomeno fronteggiato dai grandi leader (pochi), subito invece dai mediocri (troppi).

Non è soltanto un problema – come talvolta si legge – di distinzione tra politica e amministrazione, di grandi scuole formative, di rispetto dell’ uguaglianza formale dinanzi alla legge, ma di ethos, cioè di codici di comportamento interiorizzati in secoli di pulcinellesca servitù.

Facciamo un esempio stupido, per capire che si tratta di un problema diffuso, che riguarda la “collettività italiana”, quindi non solo la politica: nove italiani su dieci detestano mettersi in fila. Se ad esempio, occorre un documento o ci si deve sottoporre a un accertamento medico specialistico, si cerca subito la raccomandazione: il famigerato “ vedo se conosco qualcuno che mi può aiutare… ”. L’impulso primordiale è quello di passare avanti agli altri. E così via fino ai piani alti della politica.

Alcuni analisti imputano il comportamento al cattivo funzionamento dell’ amministrazione, alla distanza tra cittadini e stato, eccetera, eccetera. In realtà, se si studia ad esempio il funzionamento della democrazia indiana comparandolo con quello del sistema politico americano si scopre che l’ethos incide moltissimo sulla selezione delle élite. In India, nonostante la modernizzazione, tra l’altro di tipo britannico, prevale ancora un modello fiduciario (sulla raccomandazione, insomma) che negli Stati Uniti è sconosciuto, o che comunque prevale nelle aree meno moderne e relativamente povere del paese.

Ovviamente abbiamo semplificato, per far capire subito al lettore che l’Italia è più vicina all’India che agli Stati Uniti e che il cambiamento di ethos impone purtroppo tempi lunghi, plurisecolari.

Quindi rassegniamoci: agli Esteri avremo Tajani o altri politici simili.

Buona giornata a tutti.

Carlo Gambescia

lunedì 17 ottobre 2022

Giorgia Meloni e la Shoah


 

La Shoah è uno spartiacque etico. O di qua o di là: non esiste una terza possibilità. Già parlare di spartiacque ideologico è un errore. Perché le ideologie rinviano alle opinioni che possono essere ragionevolmente o irragionevolmente differenti. Di qui il rischio di sminuire la portata morale della Shoah. La sua oggettività. Il suo triste destino (per come ci si è giunti) di autentico a priori etico del nostro tempo.

Le destre, per varie ragioni (teologiche, culturali, politiche, sociali, perfino economiche), hanno invece sempre sposato, tranne rarissime eccezioni, la causa dell’antisemitismo, che risale al periodo prefascista.  Di conseguenza, per un verso hanno favorito il clima antisemita in cui si è sviluppata la piante velenosa del razzismo nazista e fascista, per l’altro, alleandosi con essi, si sono rese colpevoli e quindi sospette, dopo il 1945, di non aver mutato idea sull’ebraismo e sugli ebrei.

Di conseguenza, è scontato che dal punto di vista dello spartiacque etico un partito come Fratelli d’Italia, che ha radici fasciste e che oggi dichiara conservatore, sia sempre sotto esame.

Dal momento che il conservatorismo europeo, in particolare quello che ha sempre rifiutato il liberalismo, come forma mentis comune,  prepartitica, non può che essere guardato con sospetto. Non è insomma solo una questione di antifascismo, ma di accettazione o rifiuto del concetto di uguaglianza dinanzi alla legge, che permise nell’Ottocento, grazie agli effetti delle rivoluzioni liberali, la parificazione, fino allora proibita, degli ebrei con tutti gli altri cittadini.

Pertanto dichiararsi conservatore non dà diritto a un certificato di buona condotta verso gli ebrei. E neppure, altro luogo comune meloniano, l’ appellarsi continuamente, come un tempo si faceva con il diritto divino dei monarchi, al voto degli elettori.

Hitler nel 1933 andò al potere, “anche” con il voto degli elettori tedeschi. Che, tra l’altro, approvarono tutte le leggi antisemite varate negli anni successivi. La democrazia è una scatola vuota. Cosa che ogni liberale sa bene. E che Giorgia Meloni, non essendolo, non può sapere.

Quanto alla condanna meloniana del terribile rastrellamento romano del 16 ottobre 1943 invitiamo il lettore a spulciare tra le sue dichiarazioni. Soprattutto per gli anni precedenti. Troverà poco o nulla. Tipico di una reticenza in argomento che ha sempre avvolto in una coltre di ipocrisia l’estrema destra della “tentazione fascista”.

Pertanto la dichiarazione di ieri è frutto di puro opportunismo politico.

Altro che etica… Al massimo si cerca di instaurare buone relazioni con i gruppi di pressione. Insomma, la comunità ebraica è trattata alla stregua dei sindacati dei lavoratori e degli industriali. Il che potrebbe pure andare bene.

Il punto, però, è che in questo modo viene meno lo spartiacque etico,  sostituito, a sua volta,  da quello  simpatetico. Ci spieghiamo meglio.

Chiunque abbia partecipato a un tavolo, sa benissimo quel che succede nei preamboli e che non esce sui giornali, perché ritenuto non degno di interesse. Cosa che invece al sociologo non sfugge. I discorsi sono questi: “ Anche mio padre era un operaio”; “Anche mio zio aveva una fabbrichetta”, e così via. Le stesse parole, ad esempio che escono dalle aguzze labbra di Ignazio la Russa: “ Anche la mia prima fidanzata era ebrea”, eccetera, eccetera. Insomma, quando si va scavare, tutti hanno avuto almeno un conoscente ebreo, come tutti hanno avuto uno zio operaio.

La si mette insomma sul personale, sul simpatico: si riduce l’idea di spartiacque etico a un fattore empatico. A qualcosa di soggettivo, non di oggettivo. In questo modo l’irrevocabile può sempre trasformarsi all’improvviso in revocabile.

Per intendersi: lo spartiacque etico, una volta “soggettivizzato” o “personalizzato”, può sempre tramutarsi in “politicamente corretto”. E tutti sanno come l’idea del politicamente corretto sia usata dalla destra per svilire le critiche della sinistra, alcune giuste, altre ingiuste. Ma che non hanno nulla a che vedere, giuste o ingiuste che siano, con l’a priori dello spartiacque etico.   Il politicamente corretto, giusto o sbagliato che sia, è una cosa, più precisamente ideologia,  lo spartiacque etico, un'altra, e ben più alta.

E qui sbaglia anche la sinistra che mescola sacro e profano,  con amenità  tipo “ora togliere anche la Fiamma”.  Come se Fratelli d'Italia fosse una miniserie televisiva nella quale  in tre puntate, la protagonista, Giorgia Meloni, si redime.  Mai mescolare tempi geologici e storici. 

Per accettare lo spartiacque etico delle Shoah si deve essere liberali. E Giorgia Meloni, come una roccia del cenozoico, non lo è.

Carlo Gambescia

 

domenica 16 ottobre 2022

Letta, questa volta, ha ragione

 

Si rifletta sul botta e risposta tra Letta e la Meloni. Cosa ha detto Letta? Non ha criticato la prassi della Seconda Repubblica “dell’asso pigliatutto” sulle presidenze di Camera e Senato, quindi non ha infierito sul fatto di avere due nuovi presidenti, diciamo, dello stesso colore politico, quello della maggioranza.

E qui va ricordato che nella precedente legislatura il centrosinistra, soprattutto il centro della sinistra, lanciò un utile segnale, permettendo l’elezione della Casellati al Senato. Mostrando così di voler tornare alla vecchia prassi, più equilibrata, della Prima Repubblica, sul doveroso rispetto delle minoranze. Segnale però non raccolto dalle destre. E neppure da alcuni senatori del centrosinistra (pochi) che hanno votato per la Russa, forse perché vittime dell’ “effetto carrozzone”.

Letta ha criticato la scelta dei nomi: quello di un politico, La Russa, che con modi da simpatica canaglia non ha mai nascosto la sua nostalgia per Mussolini; quello di Lorenzo Fontana, un cattolico integralista “per tutta la vita”, un signore che è "tanta roba" reazionaria, come si usa dire oggi.

In sintesi, Letta, che non è un pozzo di scienza politica, non ha criticato il metodo dell’ “asso pigliatutto”, ma i contenuti fascio-integralisti delle scelte. Il passo indietro delle destre verso una guerra culturale, che può ricondurre alla guerra civile. E di sicuro non alla pacificazione, alla normalità, alla condivisione di valori, che dovrebbero essere comuni e condivisi, come i diritti civili.

Insomma, Letta, questa volta, ha ragione.

Del resto Giorgia Meloni come ha risposto? Evocando la più nazional-fascista delle accuse: quella, non sia mai, di parlare male all’estero dell’Italia. Roba veramente da Ventennio, che – c’è poco da sorridere – allora culminò nell’eliminazione fisica dei fratelli Rosselli.

Secondo il copione fascista della Meloni, Letta, parlando di “logica perversa” e “incendiaria” a proposito dell’elezione di La Russa e Fontana, avrebbe offeso, per giunta dall’estero (Letta era a un congresso di socialisti europei) – accusa della accuse… – le istituzioni italiane e di riflesso l’Italia. Letta sarebbe quindi un cattivo patriota. Di qui la richiesta di scuse, eccetera, eccetera.

Ora, a parte che Fratelli d’Italia non è il rappresentante unico autorizzato del patriottismo degli italiani all’estero, le critiche di Letta, ripetiamo, rinviano non alle istituzioni ma agli uomini. Tradotto: “Ok prendetevi pure le presidenze di Camera e Senato, ma che i nomi siano politicamente decorosi”.

Dicendo queste cose Letta ha offeso l’Italia?

In primo luogo, ha perfettamente ragione: i nomi di La Russa e Fontana sono politicamente indecorosi e pericolosi, come ad esempio, per capirsi, la decisione di affidare ai tifosi estremi il servizio d’ordine allo stadio.

In secondo luogo, dietro la distinzione tra ciò che si può dire e non si può dire all’estero si nasconde la grave opzione, da vera e propria tentazione fascista, verso l’autarchia culturale e politica. Atteggiamento che non è altro che il prolungamento dell’antiliberalismo classico dell’estrema destra. Che, quando si dice il caso, collima con quello dell’estrema sinistra dei manifesti, altrettanto minacciosi, comparsi contro La Russa.

Letta, che ripetiamo non è un pozzo di scienza politica, questa volta ha ragione. Perché personaggi come i due neopresidenti di Camera e Senato possono provocare reazioni uguali e contrarie solo tra gli ultrà della politica. Perciò - ecco il punto fondamentale - quando un partito, come Fratelli d’Italia, riceve di milioni di voti e vince le elezioni, non può comportarsi all’insegna del “boia chi molla”.

Di qui, ciò che invece serviva: la maturità politica, totalmente assente in Giorgia Meloni (ma anche in Salvini e Berlusconi, quest’ultimo incapace di proporre nomi di qualità), di puntare su figure dotate di maggiore equilibrio politico. Non spetta a noi fare i nomi.

Si dirà, che così ragionando cediamo alla sinistra, al politicamente corretto, eccetera, eccetera.

Il politicamente corretto non lo si batte con il politicamente scorretto del colpo su colpo. Per intendersi, Boldrini vs Fontana, Grasso vs La Russa. Ma con il politicamente normale, volto a evitare il sempre minaccioso prolungamento culturale e politico della guerra civile del 1943-1945. Si imponeva perciò, da parte della destra, una volta tornata al potere, diciamolo pure dal lontano 1922 (Fiamma docet), il superamento di ogni logica, giustamente, “incendiaria” e “perversa”, per usare le parole di Letta. E invece no.

Purtroppo, il neofascismo missino, corpo estraneo alla Prima Repubblica e integratosi passivamente nella Seconda (si vedano al riguardo gli eccellenti libri di Roberto Chiarini), continua in modo indecente a fare il gioco di un antifascismo settario. Da sempre monopolio della sinistra, contraria, come è noto, all’uso della categoria totalitarismo, analiticamente e politicamente profilattica, perché capace di spiegare in modo non settario, parificandoli per pericolosità, due fenomeni uguali e contrari come il fascismo e il comunismo. Ma questa è un’altra storia.

Sicché, concludendo, ancora una volta, lo scorpione ha punto la rana. Perché, come racconta la favola attribuita a Esopo, “è la sua natura”. Non ne può fare a meno.

Così però è l’Italia che rischia di andare a fondo. La stessa Italia che Giorgia Meloni, grande patriota, dice di amare…

Carlo Gambescia