sabato 13 agosto 2022

I revenant del presidenzialismo

 


Invitiamo i lettori a visitare i siti che fiancheggiano Fratelli d’Italia per notare due cose.

La prima, che sono tornati a galla i revenant della cultura (parola grossa) missina, passati attraverso l’affondamento del Concordia comandato dal capitano Gianfranco Fini. È tutto un parlare di repubblica presidenziale, di perennità dei valori del conservatorismo, del tradizionalismo. Stranamente, non si nomina il fascismo, ma si attinge a piene mani alla cultura della tentazione fascista.

Cioè a quel magma del né destra né sinistra, rappresentato negli anni Venti e Trenta del Novecento – semplificando – dalle idee dei cosiddetti rivoluzionari conservatori, in Germania, Francia, Italia. Personaggi poi confluiti, più o meno criticamente (ma da posizioni ultrafasciste), nei fascismi istituzionali.

Evitiamo le liste di nomi. Rinviamo al canonico libro di Tarmo Kunnas, intitolato, per l’appunto, La tentazione fascista. Quel che è restato costante in questa cultura pseudo-conservatrice e pseudo-rivoluzionaria è il rifiuto del capitalismo e del liberalismo. Cioè di esperienze che costituiscono la spina dorsale della modernità.

La seconda cosa, rimanda all’acceso nazionalismo – oggi si chiama sovranismo – che caratterizza quasi tutti gli interventi. Nazionalismo che in realtà culmina in un patetico provincialismo italiano: dalla difesa del chilometro zero a quella della piccola impresa. Però, anche sotto questo profilo, apparentemente minimalista, resta evidente il peso del né destra né sinistra che animava la cultura della tentazione fascista: il succo è quello del blocco politico sociale, del siamo tutti italiani non abbiamo bisogno di nessuno, dalle istituzioni europee alla mano d’opera africana. E da certe affermazioni sull’ “italianità” alla mobilitazione di piazza contro i complotti anti-italiani il passo è breve.

Che influenza può avere la cultura della tentazione fascista su un ipotetico governo Meloni? Di regola, i dirigenti missini, poi aennini, hanno sempre considerato gli intellettuali inutili. O al massimo utili idioti per fornire pezze d’appoggio alla linea politica. Per fare solo due esempi: Almirante rispolverò il corporativismo, come risposta alla lotta di classe degli anni Settanta, illudendo non pochi intellettuali. Gianfranco Fini, o meglio alcuni suoi stretti collaboratori politici tirarono a lucido, sotto gli occhi del capo benedicente, la storiella del libertarismo fascista come ponte ideale verso il libertarismo tout court degli anni Duemila.

Sotto questo aspetto, la campagna per la repubblica presidenziale che – mai dimenticarlo – è un cavallo di battaglia della destra neofascista dai tempi di Almirante, scatenerà molte penne, disposte a suonare il piffero per Giorgia Meloni. Utili idioti insomma, incapaci di rinunciare al classico piatto di lenticchie.

Ovviamente, il tema del presidenzialismo rientra maestosamente nell’alveo della cultura della tentazione fascista che adorava e adora la figura del capo carismatico capace di mobilitare le folle senza alcuna mediazione parlamentare. Cambiano i nomi ma il principio è sempre quello: un capo, un destino, un popolo.

Come si può intuire, l’idea di repubblica presidenziale rappresenta il velenoso punto di congiunzione tra la storica cultura della tentazione fascista, la classe politica di Fratelli d’Italia, e gli intellettuali organici all’estrema destra, pronti a usare tutto l’armamentario ideologico del cesarismo fascista anni Trenta.

Il vero pericolo della prossima legislatura, se dovessero vincere le destre capeggiate da Fratelli d’Italia, con una corposa maggioranza (mettiamo dei due terzi), è incarnato dalla riforma in senso presidenziale della Costituzione senza dover ricorrere alle urne a causa di una schiacciante maggioranza parlamentare.

Il punto è che non si tratta di una riforma “normale” con alle spalle un pacifico retroterra liberale. Dietro non c’è il placido tran tran quotidiano del modello americano o francese, ma l’irrequieta evocazione della cultura della tentazione fascista, nemica del liberalismo e del parlamento. Parliamo di una cultura autoritaria incarnata da Fratelli d’Italia, apprezzata dalla Lega e addirittura non disdegnata da Forza Italia.

Insomma, non c’è di che essere allegri. Camicie nere o meno, la cultura è la stessa.

Carlo Gambescia

venerdì 12 agosto 2022

Lasciatemi cantare, sono un liberale, un liberale vero…

 


Oggi diamo libero sfogo alle nostre opinioni. Non parlerà l’analista ma il liberale.

Forse è nata un’alternativa. Sembra raggiunto un accordo tra Italia Viva e Azione. Lasciamo la parola a Calenda.

“Nasce oggi per la prima volta un’alternativa seria e pragmatica al bipopulismo di destra e sinistra che ha devastato questo paese e sfiduciato Draghi. Ringrazio Matteo Renzi per la generosità. Adesso insieme. Italia viva e Azione per Italia sul serio”.

Ora a Renzi.

“Tutti parlano da giorni di ‘Terzo Polo’. Ma che cosa si nasconde davvero dietro questa sigla burocratica? Una casa nuova, bella, che riaccenda la passione per la politica e la speranza dell’Italia. Una proposta concreta, competente, seria sul lavoro, sull’ambiente, sulle tasse, sulla cultura, sul sociale. E sulla posizione internazionale dell’Italia, tema fondamentale in questo tempo di crisi. Costruire una casa simile non è facile, ma è possibile. E forse è persino doveroso in un momento nel quale sovranisti e populisti giocano a chi la spara più grande. E nel momento in cui tutte le altre forze politiche – tutte, di destra e di sinistra – imbarcano in coalizioni contraddittorie chi ha fatto cadere Draghi. Facendo male all’Italia. Abbiamo deciso di provarci” (*).

L’idea del cuneo liberal-democratico tra i due populismi di destra e di sinistra è eccellente. Ovviamente, sulla carta. Perché la stesura del programma resta importantissima. Rinviare all’Agenda Draghi, come abbiamo già scritto, non è sufficiente (**).

Va detto che il grado di confusione ideologica sotto il cielo  resta notevole. Come può il professor Cottarelli scegliere Letta? Resta incomprensibile anche la scelta dei radicali. Eppure, così stanno le cose.

Queste sono le vere domande. Che dovrebbero far comprendere la necessità di un polo liberal-democratico lontanissimo dai populismi. Capace di puntare sulla riduzione della spesa pubblica e sulle privatizzazioni, per poi diminuire la pressione fiscale. Come pure sulle delegificazioni, deregolamentazioni e, cosa importantissima, sulle depenalizzazioni come via indiretta all’estensione dei diritti civili negli ambiti più vari della vita individuale.

Una rivoluzione liberale, per costruire un’Italia diversa, fondata sul merito e sul coraggio e non sull’assistenzialismo. Sulle “insegne” del Terzo Polo andrà scritto: “Per un’Italia, dove sia permesso tutto ciò che non è vietato espressamente dalla legge”. Di qui, l’importanza, ripetiamo, di una preventiva battaglia antiproibizionistica, come della delegificazione, deregolamentazione e depenalizzazione. “Lasciar fare, lasciar passare”, ecco lo slogan per un Terzo Polo. Altro che i segugi del Pnrr…

Calenda e Renzi ne saranno all’altezza? Gli elettori capiranno, e voteranno di conseguenza? Come si può intuire  è una sfida tremenda.

Probabilmente voliamo troppo alto. Il rigore dell’analista, per oggi, ha lasciato il posto al sognatore liberale. Che dire? Prendendo spunto da Toto Cutugno, “Lasciatemi cantare/ Con la chitarra in mano/ Lasciatemi cantare/ Sono un liberale,/ Un liberale vero…”.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/politica/news/2022-08-11/renzi-calenda-accordo-fatto-terzo-polo-17726189/ .

(**) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/che-cose-lagenda-draghi/ .

giovedì 11 agosto 2022

Destra inaffidabile? Come sostiene (gridando) la sinistra?

 


Pur non essendo iniziata ufficialmente la campagna elettorale, non si può non notare una maggiore aggressività comunicativa della sinistra verso la destra. Usiamo questi termini aggregativi – destra e sinistra – per ragioni di fluidità espositiva.

Diciamo subito che la destra – in particolare quella rappresentata da Giorgia Meloni – resta sulla difensiva. Anche Salvini resta piuttosto defilato. Mentre Berlusconi glissa gli argomenti scabrosi come l’immigrazione. Insomma la destra spiega e corregge le proprie posizioni piuttosto che contrattaccare. Almeno per ora.

A dire il vero, anche il comportamento riservato dalla sinistra nei riguardi di un “conterraneo”, Calenda, accusato subito di tradimento, è indicativo della linea comunicativa, rozza e urlata, scelta dalla sinistra.

Probabilmente, la sinistra, che i sondaggi danno perdente, tenta di recuperare voti alzando la voce. Per contro la destra, che sente la vittoria a portata di mano, si mostra più magnanima.

Qui però sorge un problema che va al di là delle differenti linee comunicative. C’è veramente ragione di temere, come grida la sinistra, che una vittoria della destra causerà inevitabilmente un’involuzione autoritaria?

Vediamo. Il Dna di fratelli d’Italia è missino. Quello della Lega è razzista. Mentre Forza Italia galleggia a rimorchio degli uni e degli altri. Quindi la domanda è: che tipo di garanzie liberal-democratiche possono offrire queste forze politiche? O detto altrimenti, la destra, nel suo complesso?

Va detto che i precedenti governi (allora) di centrodestra (perché An e Lega ruotavano intorno a Forza Italia) non hanno provocato slittamenti di tipo autoritario. Hanno però governato molto male, mostrando divisioni e pochezza di idee. È sempre mancata, fin dal 1994, la grande svolta liberale.

Il che ha una spiegazione nello statalismo – una specie di paternalismo sociale – che ha sempre animato An, Lega e Forza Italia. Lo si ammetta: il programma del centrodestra, a guida Berlusconi, si è sempre appoggiato a due idee contraddittorie e populiste: taglio delle tasse, e aumento delle pensioni. Tra l’altro, mai realizzate, perché di fatto in concorrenza ( o l’una o l’altra…). E oggi le cose, come provano le avvisaglie di campagna elettorale, non sembrano mutate.

In realtà, una svolta ideologica rispetto agli acquosi contenuti programmatici del centrodestra rinvia al governo rosso-verde, che effettivamente mise in luce il bieco volto razzista della Lega, non smentito da Fratelli d’Italia.

Per inciso, la Bossi-Fini, rispetto alle zanne di questa destra, che vuole i campi di internamento in Libia, sembra un capolavoro di umanitarismo.

Riassumendo: il centrodestra governava male, in Berlusconi di liberale c’era molto poco. La Lega, con il placet di Cinque Stelle, ha perseguitato immigrati e migranti (anche a livello locale, boicottandone l’inserimento). Quanto a Fratelli d’Italia sono note, fino a pochi mesi fa, le posizioni sovraniste, antiamericane, anticapitaliste, improvvisamente sparite dai radar a mano a mano che il rischio di elezioni anticipate si avvicinava.

Sì, diciamo che la sinistra, sebbene in modo urlato, non ha torto. Questa destra, sotto il profilo liberal-democratico, è inaffidabile. Il rischio di una involuzione autoritaria esiste. Al di là della grande questione della ripugnante persecuzione degli immigrati e dei migranti messa in atto dal Salvini rosso-verde, non si dimentichi mai che durante l’epidemia, pardon pandemia, Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia sposarono le posizioni governative.

Addirittura, nel fatale marzo 2020, queste tre forze politiche pretendevano che fossero prese misure ancora più dure di lockdown. Solo in seguito si sono ammorbidite, allineandosi però in alcuni casi persino alle posizioni Novax. Insomma Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia hanno mostrato di essere prive di qualsiasi equilibrio liberal-democratico: o chiusure o piazze. Tertium non datur.

La destra, a nostro avviso, non ha i numeri intellettuali e ideologici per governare. La riunificazione delle destre tentata da Berlusconi nel 1994 non ha prodotto buoni risultati. La destra vive ancora, e non per colpa altrui, in una condizione di semilegittimità: non ha accettato del tutto la liberal-democrazia, come pure non ha dimenticato l’eredità autoritaria e razzista del fascismo. Di qui il suo barcamenarsi tra lo stato di diritto e lo stato autoritario: vuole ma non può, può ma non vuole.

Perciò, concludendo, è vero che la sinistra alza troppo la voce, però la destra, al netto degli insulti, resta inaffidabile. Anche perché, di treni dal 1994, ne ha persi tanti, troppi. Figurarsi se può voltare pagina in meno di due mesi…

Carlo Gambescia

mercoledì 10 agosto 2022

Che cos’è l’Agenda Draghi?

 


Molti si interrogano intorno all’ “Agenda Draghi”, dal momento che il Partito Democratico e più spiccatamente Azione e Italia Viva la evocano come le tavole mosaiche.

Ma che cos’è l’ “Agenda Draghi? Lasciamo la parola al Presidente del Consiglio:

«Sostanzialmente è una serie di risposte, interventi e riforme. Si pensi alla pandemia di Coronavirus, ai fondi che sono arrivati grazie al Pnrr e agli obiettivi raggiunti, alla crescita straordinaria di questi due anni. È difficile dire che esiste un’agenda. Se devo proprio pensare a un’agenda, allora quest’agenda è fatta di cosa? Prima di tutto questa è fatta di risposte pronte ai problemi che si presentano, quindi la risposta pronta all’emergenza del Covid, la risposta pronta nel consegnare il Pnrr e nel conseguire tutti gli obiettivi finora. E vorrei veramente riuscire ad arrivare a dare al governo successivo anche il conseguimento di tutti gli obiettivi per quest’anno».

Non contento, Draghi ha aggiunto che è “questione di credibilità”,

«sia sul fronte interno, ma anche internazionale, perché avere il credito internazionale alto come lo ha l’Italia oggi è importantissimo per la crescita interna, per il benessere, per la prosperità, per l’equità sociale, per poter fare tutte le riforme che sono necessarie senza avere il vincolo esterno che è ostile» (*).

Non concordiamo. Un economista come Draghi, presuntivamente persona seria, non dovrebbe parlare come un politico qualunque a proposito della “crescita straordinaria degli ultimi due anni”. Cosa che non esiste. Basta dare un’occhiata ai dati Istat sul Pil di giugno scorso (**): 2,8, per il 2022, rispetto al 6,6 del 2021. Partendo comunque dal – 9 del 2020. Per inciso, le previsioni per il 2023 sono dell’1,9.

Diciamo che l’Italia galleggia. E se galleggia è perché l’ “Agenda Draghi” non è altro che Draghi stesso, come egli fa notare, quando parla della “credibilità internazionale” che permette di fare (semplificando) tante cose buone.

In realtà, dietro l’ “Agenda Draghi”, non c’è alcuna miracolosa politica economica, ma un sistema di pubbliche relazioni, con al centro Draghi stesso: figura accreditatissima, anche giustamente, nei salotti buoni della finanza. Una specie di Luca Cordero di Montezemolo, dai natali modesti, con studi severi, meno farfallone, anzi un precisino, che facilita il reperimento dei fondi, a partire da quelli del Pnrr.

Ma c’è dell’altro. Si pensi alla sua tesi sull’importanza di conseguire gli obiettivi: maleodora di commercialista, nel senso del rigoroso assolvimento di tutti gli adempimenti necessari per non aprire contenziosi con il fisco. Nel caso di Draghi, con le istituzioni economiche europee e internazionali.

Tradotto: forma invece di sostanza. E cosa sarebbe la sostanza? Una politica di privatizzazioni, di riduzione della spesa pubblica e di conseguenti tagli fiscali. Draghi sembra invece bravo nella forma: per dirla alla buona, nella compilazione delle domandine in carta semplice… O più modernamente, nell’uso mirato della Pec con la Pubblica Amministrazione…

Ciò significa che senza crisi di governo, il fenomeno Draghi, come prova l’andamento del Pil, rischiava comunque di sgonfiarsi da solo. Non potendo non rivelarsi per quel che era: uno studio commercialistico, di alto livello per carità, ma intento a presentare dichiarazioni dei redditi e autotassazioni nei tempi previsti dalla legge.

Quindi a Draghi è andata bene. Ha salvato la faccia.

Però perché farsi del male, insistendo sulla sua “Agenda”?

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.open.online/2022/08/04/decreto-aiuti-bis-conferenza-stampa-draghi/.

(**) Qui:https://www.istat.it/it/files//2022/06/Previsioni_giu_2022_fin2-1.pdf   (Prospetto 1, p. 1) .

martedì 9 agosto 2022

Italiani siate seri…

 

È incredibile come i mass media si concentrino sui particolari pittoreschi della rottura tra Letta e Calenda. No, contrordine, invece è credibile, perché, oggi come oggi, l’opinione pubblica, un tempo pilastro della società liberale, si divide tra insulti, menzogne e pettegolezzi.

Invece di parlare di programmi, per sezionarli, si discute del nulla. Invece di parlare delle prospettive politiche per una sinistra riformista, si citano i messaggini di Letta a Calenda e di Calenda a Letta.

Il male è generalizzato. Si pensi alla proposta di “tagliare le tasse” della destra: si gioca alla flat tax più bassa. Non si dice nulla su dove si prenderanno i soldi per abbassare le tasse. Se proverranno dai tagli alla spesa pubblica o da un ulteriore emissione di debito pubblico.

Stesso discorso per la sinistra: si parla di giganteschi investimenti nella sanità pubblica, ma non si dice dove si prenderanno i soldi. Nuove tasse? Nuovo indebitamento? Silenzio.

Probabilmente destra e sinistra puntano, attraverso qualche gioco di prestigio contabile, a stornare fondi dal Pnrr, sperando di eludere il controllo dell’ Unione europea.

Cioè, siamo davanti a una politica economica da “magliari”, da italiani che vendono biancheria tarlata ai tedeschi. Insomma, cose da buffoni, che non favoriscono il rispetto dei cittadini verso le istituzioni rappresentative e i partiti. Il primo nemico della democrazia liberale è un’ opinione pubblica che scruta la politica dal buco della chiave,  priva di senso della misura.

Ci si lamenta che gli italiani non sono presi sul serio. Però, a parte le critiche politiche, Draghi, uno dei tre o quattro italiani presi sul serio all’estero, è stato fatto fuori in quattro e quattr’otto.

C’è un aneddoto su Garibaldi, rieletto alla Camera, che, giunto nella Capitale, per partecipare ai lavori parlamentari, ai romani che lo celebravamo in modo carnevalesco disse seccato: “Romani siate seri, seri, seri” (*).

Si potrebbe estendere il concetto anche agli italiani. O no?

Carlo Gambescia

(* ) Si veda Pietro Vigo, Annali d’Italia. Storia degli ultimi trent’anni, Fratelli Treves, Milano 1908, vol. II, p. 4.

lunedì 8 agosto 2022

La mission impossible del Terzo polo

 


Come uomo devo dire subito una cosa: se Calenda si presenterà da solo, come Terzo polo, magari con Renzi e altri, ad esempio i radicali liberi (battuta, ma fino a un certo punto), lo voterò.

Ieri scrivevo della costruzione di una sinistra riformista (*). Ebbene sì, Calenda, ma lo stesso Renzi, checché se ne dica, sono contro il massimalismo ugualitarista della sinistra di Letta, che tassa e perseguita. Insieme, possono essere l’anima ragionante di una sinistra riformista: Calenda la ragione, Renzi la passione. Una sinistra riformista di cui l’Italia, purtroppo attratta dalle sirene del populismo, avrebbe  bisogno. Qui parlo da uomo e da analista insieme.

È vero – ora torna a parlare l’analista – che correndo da solo, Calenda facilita la vittoria della destra. Letta ha ragione. Però, Letta, che neppure sa da che parte sia il riformismo, di cui scrivevo ieri, non capisce che in questo modo consegna il Pd, mani e piedi legati, al massimalismo, sociale ed ecologista, di Fratoianni e Bonelli. E questo, lo diciamo sempre da analisti, è un errore sistemico che ci allontana dall’Occidente.

Attenzione: al peggio potrebbe non esservi fine. Letta nei prossimi giorni, per parare il colpo di Calenda, potrebbe tentare di recuperare i rottami giacobini del Movimento Cinque Stelle, capitanati da Conte e Grillo. E gli sventurati potrebbero rispondere.

Sicché avremmo da un lato una sinistra indecente imbevuta di populismo e dall’altro una destra demagogica, altrettanto impresentabile. Pertanto, per uscire da questo circolo vizioso, come adombravamo ieri, si deve puntare sulla costruzione di una sinistra riformista. Per tentativi ed errori, ma si deve provare.

In questo modo vinceranno le destre? Molto probabile. Cambieranno la Costituzione? Anche questo è probabile. Ma qual è l’alternativa? L’ “ammucchiata” da Letta a Cinque Stelle? Sì, il populismo di sinistra. Purtroppo.

Inoltre, l’esattezza della nostra tesi – del dilagante populismo trans-partitico – è nelle critiche, alcune ignobili, che oggi piovono su Calenda da destra e sinistra. La destra, lo liquida come un pagliaccio,la sinistra come un traditore.

In realtà, Calenda, Renzi e qualche “radicale libero” sono gli unici in Italia a ragionare correttamente sul futuro di una sinistra riformista capace di credere nel mercato e nella società aperta. E soprattutto nella forza del merito e non dell’ugualitarismo: il vero motore della modernità economica. Si leggano i libri di Calenda e Renzi, sono testi di politici ovviamente, non manuali di alta filosofia politica, però vi si respira un’altra aria.

Non si pretende – ecco in essenza ciò che distingue il massimalismo dal riformismo – di cambiare gli esseri umani, se ci si passa l’espressione, a calci nel sedere. Non li si vuole obbligare ad essere liberi, alzando però ogni volta l’asticella della maggiore età, secondo un’ idea paternalista della società e dell’economia.

Chi scrive – qui parla di nuovo l’uomo non l’analista – ovviamente non condivide tutto di Calenda e Renzi: non esiste un’agenda Draghi. Per capirsi, il pronto soccorso è una cosa la neurochirurgia un’altra.

Come pure va riaperto il discorso sulle privatizzazioni e sui tagli alla spesa pubblica e al personale statale: parliamo delle basi reali per una reale riduzione della pressione fiscale. Insomma niente colpi di bacchetta magica alla Salvini-Berlusconi-Meloni, o trade off ingannevole e vessatorio alla Letta-Fratoianni-Bonelli.

In realtà, l ’odio che nutrono sinistra e destra verso Calenda e Renzi è la più chiara testimonianza della diversità delle idee di questi due uomini politici rispetto allo statal-populismo che accomuna la sinistra come la destra. Un motivo in più, per votarli, insieme (meglio) o separati (peggio).

Ciò non significa – qui torna a parlare l’analista – che, come dicevamo, gli elettori premieranno la scelta solitaria di Calenda e Renzi e (ci si augura) di qualche radicale libero. Il Terzo polo nell’Italia repubblicana, schiacciato dai grandi partiti, e confinato ai margini dalla retorica statal-populista che piace tanto agli italiani, non ha mai avuto fortuna.

Il che accresce la mia ammirazione, di uomo, non di analista, verso una mission impossible. Tanto più stretta e irta di ostacoli la risalita, quanto più nobile sarà la sfida.

Carlo Gambescia

(*) Qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2022/08/battere-le-destre-o-costruire-una.html .

domenica 7 agosto 2022

Battere le destre o costruire una sinistra riformista?

 


Si dirà che se non si punta a vincere è inutile partecipare alle elezioni. In politica, come alcuni sostengono, a differenza dello sport, l’importante è vincere non partecipare. Sebbene, la libera possibilità di partecipare sia il presupposto della democrazia liberale.

Cosa vogliamo dire? Che l’accordo, sui collegi uninominali, siglato da Letta, con tutte le forze della sinistra, da quella radicale a quella più spostata verso il centro, alimenta qualche timidissima speranza di vittoria, o comunque di contenimento del successo, preannunciato dai sondaggi, delle destre. Che – qui Letta ha ragione – con una vittoria travolgente, potrebbero, da sole, mutare in senso presidenzialista la Costituzione. Cosa molto pericolosa, soprattutto nel paese che ha inventato il fascismo, e che ne ha comunque nostalgia: parliamo di frange non proprio minoritarie di elettori, tra il 10 e il 20 per cento (**). Altro che salvare le “poltrone”, come osserva biecamente il demagogo Salvini. Qui è in gioco la libertà…

Detto questo però, non possiamo non chiederci, in termini di una possibile alleanza di governo, cosa c’entrino con il riformismo, Bonelli e Fratoianni, come pure con la tradizione socialista riformista personaggi come Luigi Di Maio. Per non parlare dei rottami politici di Cinque Stelle e del postcomunismo, fortunatamente tenuti fuori dagli accordi.

Letta, purtroppo soffre della sindrome Prodi, personaggio politico, che imbevuto intellettualmente di statalismo catto-socialista (o catto-comunista, secondo le preferenze dei lettori), non ha mai favorito la nascita di una sinistra riformista. O se si preferisce di  una sinistra nemica dell’assistenzialismo e amica del mercato, capace di anteporre il merito all’ugualitarismo. E che quindi “fa riforme” per uscire dal circolo vizioso dello statalismo.

Si dirà che una sinistra così, non è più sinistra. Può darsi. Però ci si lasci fare alcuni esempi.

Una sinistra riformista, nemica dell’assistenzialismo, privatizzerebbe senza pensarci due volte un baraccone inutile come Alitalia. Una sinistra assistenzialista, continuerebbe invece a iniettarvi denaro pubblico. Una sinistra riformista, ridurrebbe il numero dei dipendenti statali, per contro una sinistra assistenzialista, oltre a non tagliare, assumerebbe. Una sinistra riformista giudicherebbe inutile, oltre un certo limite fisiologico, far crescere la pressione fiscale come pure tormentare i contribuenti.Una sinistra assistenzialista continuerebbe invece a spennare e colpevolizzare.

E così anche in altri ambiti: una sinistra riformista non è giustizialista, come pure non è pacifista, senza per questo essere contro la pace e per la guerra ad ogni costo. Inoltre, cosa tra l’altro fondamentale, una sinistra riformista si riconosce nel valori dell’Occidente euro-americano, una patrimonio culturale, imperniato sull’idea di società aperta, che può essere facilmente recepito a Bruxelles come a Washington, perché va al di là delle sempre provvisorie convergenze di interessi.

Ciò significa che una sinistra riformista non è anticapitalista né alleata di un ecologismo che non è altro che la continuazione del fascismo o del comunismo con altri mezzi. Una sinistra riformista, come anticipato, è per la società aperta, per i diritti civili, senza però imporre un’etica di stato. Una sinistra riformista lascia che le persone organizzino la propria vita privata in base principio che tutto quello che è non vietato dalla legge è permesso. Il che vuol dire che una sinistra riformista deve legiferare il meno possibile e depenalizzare il più possibile.

Quanto infine al mitico Pnrr,  una sinistra riformista deve essere consapevole del fatto che quasi i due terzi dei fondi ricevuti andranno restituiti (***).

Il che implica una oculatissima amministrazione, per dirla all’antica, “di denari che non sono frutto del nostro sudore”: sempre che, ma non è comportamento da sinistra riformista, non si creda ancora nella favolosa leggenda metropolitiana del “moltiplicatore keynesiano” della spesa pubblica in termini di  crescita dell'occupazione.

Alla quale però, sembra tuttora credere Draghi. Perciò anche il continuo riferirsi di Letta e dello stesso Calenda a Draghi, non è di buon auspicio per la nascita di una sinistra riformista. Ciò vale anche Renzi, autonominatosi riformista di sinistra, che vuole correre da solo. Come però? Evocando a sua volta Draghi. Per capirsi Renzi commette lo stesso errore, se ci si passa la battuta, di coloro che eleggono Dracula il Vampiro alla Presidenza dell’Avis.

Come si può capire, se all’accordo sui collegi, seguirà, in caso di vittoria, un’alleanza di governo, sulla base di un’ ammucchiata che va dalla Bonino e Calenda a Fratoianni e Bonelli, sarà difficile parlare di sinistra riformista. Si ripeteranno gli errori delle precedenti “gestioni Prodi”.

Comunque sia, il problema non dovrebbe porsi dal momento che le destre nei sondaggi sono in testa. Pertanto, al posto di Letta, ci concentreremmo, anche se la cosa non è facile per la pressione degli eventi, non tanto sulla vittoria quanto sulla costruzione di una sinistra riformista.

Altrimenti, per parafrasare Marx (una tantum), tutta la vecchia merda, massimalista rischia di tornare a galla. E tra dieci anni, saremo ancora qui a parlare, eccetera, eccetera.

Carlo Gambescia

(*) Questi i termini degli accordi: “Alla fine il Pd dovrebbe presentarsi nel 58% circa dei collegi uninominali, il 24% dovrebbe essere destinato a esponenti di Azione-+Europa, il 14 a Verdi e Sinistra italiana, il 4% a Impegno civico” ( https://www.agi.it/politica/news/2022-08-06/letta-sigla-accordo-con-ev-si-e-di-maio-uniti-contro-destre-17684178/ ) –

(**) Qui un nostro articolo al riguardo: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/sul-fascismo-immaginario/ .

(***) Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) rimanda al programma dell’Unione europea noto come Next Generation EU, un fondo da 750 miliardi di euro per la ripresa europea ( recovery fund). All’ Italia sono stati assegnati 191,5 miliardi (70 in sovvenzioni a fondo perduto e 121 in prestiti ( cfr. https://italiadomani.gov.it/it/home.html ).