sabato 23 luglio 2022

Le case economiche di tolleranza

 

 


 Il Ddl “Concorrenza” è roba da ridere. Soprattutto per chiunque ritenga l’economia di mercato una cosa seria.

Intanto, visto che grazie a Draghi e Mattarella, probabilmente, tra un paio di mesi “andranno a comandare”, si legga qui:

«Grazie a Fratelli d’Italia e a tutto il centrodestra sarà stralciato l’articolo 10 dal Ddl Concorrenza per tutelare i tassisti”, sottolinea il capogruppo FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida. Questo, prosegue, “è l’unico modo per difendere il comparto dalla sleale competizione che metterebbero in campo le multinazionali per soddisfare la loro voglia di speculazione su un servizio pubblico. Dobbiamo salvaguardare i posti di lavoro e garantire l’intero sistema che rischiava di essere smantellato da questa assurda proposta” » (*).

Si dirà, i “tassinari” sono un dettaglio. In realtà, siamo davanti a un caso classico di totale rovesciamento della logica di mercato, ad opera di un partito con radici fasciste, quindi statalista al cubo, Fratelli d’Italia. Affiancato, quando si dice il caso, dall’intero centrodestra, incluso il “liberale” Berlusconi.

Si rifletta. Di solito la concorrenza sleale rimanda direttamente a forme protettive di intervento statale come il protezionismo e i prezzi controllati o calmierati. Nella fattispecie, per dirla come gli avvocati, in realtà a fare concorrenza sleale ai privati sono i tassisti che godono di tariffe pubbliche, fissate d’autorità, non dal libero gioco della domanda e dell’offerta.

Probabilmente, come di regola capita, le tariffe sono troppo alte, sicché, come per altri monopoli, fiorisce ciò che gli statalisti e i fascisti chiamano “contrabbando”. Che invece non è altro che la fissazione di un prezzo “naturale” di mercato, più basso di quello “artificiale” fissato d’autorità.

Pertanto, se il Ddl “Concorrenza” fosse una cosa seria, per prima cosa andrebbero eliminati, non tanto i tassametri (che, semplificando, sono come puri registratori di cassa) quanto le tariffe pubbliche, lasciandone la fissazione alla legge della domanda e dell’offerta.

Si dirà che il taxi è un servizio pubblico.  Stupidaggini, siamo nel XXI secolo, viviamo il trionfo della motorizzazione individuale, il taxi è un servizio di mercato come un altro. Il che significa fine del corporativismo legato alle licenze, eccetera, eccetera. Tana libera per tutti: si chiama mercato.

E questo è ancora niente. Lo si scorra pure il Ddl, altro che libera concorrenza (*). Stato, Regioni e Comuni mettono becco su tutto introducendo il concetto di beni e concessioni pubbliche. Di conseguenza, controlli a tappeto in tutti i settori: turismo, sanità, rifiuti, trasporti, fino alla cosiddetta “anagrafe carburanti”, roba veterofascista.

A tale proposito, come mentalità, il testo assomiglia ai meccanismi che un tempo regolavamo le case di tolleranza: sì, ci si può prostituire però a certe condizioni. Inutile ricordare le umiliazioni che subivano le famose “signorine”.

Fuor di metafora: sì, si può produrre, comprare e vendere beni e servizi, ma a determinate condizioni, fissate dallo stato, perché in ultima istanza lo stato è il padrone di tutti i beni e di tutti i corpi.

Di qui l’introduzione, per il “bene di tutti”, di norme che però vanno a interferire, e pesantemente con l’economia mercato. Anzi la cancellano proprio. Al posto delle “signorine” viene umiliato, diciamo tollerato, per restare in tema, l’imprenditore.

Un tempo cosa si leggeva in certi avvisi bene in vista sulle pareti delle case di tolleranza? “Vietato molestare le signorine prima di avere pagato la marchetta”. Ora tocca agli imprenditori. C’è la marchetta da pagare prima.

A questo proposito, stando alle prime risultanze della magistratura, si veda cosa ha combinato il Comune di Terracina (Lazio), nelle mani di Fratelli d’Italia, con le concessione balneari. Cose turche.

Insomma, altro che Ddl "Concorrenza". Si parli pure di case economiche di tolleranza.

Carlo Gambescia

(*)Qui: https://www.ilsole24ore.com/art/ddl-concorrenza-lunedi-aula-stralciate-norme-taxi-AEqdq6nB .

(* *) Qui: http://documenti.camera.it/leg18/dossier/pdf/AP0265b.pdf .

venerdì 22 luglio 2022

Il fatalismo siciliano di Sergio Mattarella

 


Ma è normale votare il 25 settembre? Presentare le liste entro Ferragosto? E fare campagna elettorale con gli italiani al mare, sui monti, in viaggio all’estero? Perché tutta questa fretta?

Chi scrive, senza voler fare inutile dietrologia o cattiva psicologia, scorge nel repentino scioglimento delle Camere da parte di Mattarella il cupio dissolvi, per parlare difficile, dell’inabissamento democristiano tra il 1994 e il 1995.

Anche all’epoca, stando al diario politico di Gabriele De Rosa, Mattarella, esponente di spicco della sinistra democristiana insieme a Rosy Bindi, fece di tutto per rompere con il centro e con la destra democristiana, addirittura irridendo il “Colonnello Buttigliones”. Per consegnare alla sinistra, ciò che restava, dopo il disfacimento, della Dc. Certo, operazione uguale e contraria a quella dei democristiani conservatori e moderati che invece passarono con Berlusconi.

Crediamo vi sia in Mattarella, come nel 1994, dopo la vittoria del Cavaliere, il desiderio che l’Italia sconti il suo peccato di lesa maestà cattoliberalsocialista, finendo sotto gli artigli della peggiore destra. In una parola, fatalismo siciliano. Autodistruttivo.

Per inciso, Salvini ieri sera intervistato dal Tg1, nel suo studio, attorniato da effigi pseudo religiose alle pareti, sembrava il Mago Otelma. Questo fanatico religioso, tra due mesi potrebbe essere il nuovo Ministro dell’Interno.

Altrimenti quale altro disegno potrebbe esservi? Renzi, che ama la rissa, e forse ha capito tutto, e vuole trascinare al voto l’elettore di sinistra, parla delle prossime elezioni come di uno scontro epico tra l’Area Draghi e l’Area Putin. Inciso: il voto in costume alle politiche non ha precedenti nella storia della Repubblica, la Dc, inventò proprio il concetto di governo balneare come contraccettivo a un distratto voto settembrino. Si voleva all’epoca l’elettore bello concentrato. Si noti, su questo scoop, l’assordante silenzio dei media.

Il Renzi revivalista in parte ha ragione. In particolare per la politica estera. Infatti, in caso di vittoria della destra, il rischio di un grave rovesciamento delle alleanze è fortissimo. Berlusconi è amico personale di Putin, che, stando alla leggenda, conoscendone i gusti, regalò un lettone al Cavaliere. Salvini non ha mai nascosto le sue simpatie per Mosca e sui rapporti economici con il Cremlino tuttora indaga la magistratura. Giorgia Meloni, con un passato da giovanissima missina,  è anticapitalista e antioccidentalista fino alla cima dei capelli.

Ma, al di là della politica estera, l’Area Draghi, in termini di risultati che cosa può esibire? Certo, gli stessi media, che non hanno aperto bocca sul voto in costume, parlano del governo Draghi come del governo dei miracoli. Mitologie.

Alcuni dati significativi, a cominciare da quel cattivo funzionamento del Parlamento di cui parlavamo ieri (*).

In primo luogo, il governo Draghi, malgrado l’ampia maggioranza ha posto la questione di fiducia in 55 occasioni. Nelle ultime tre legislature, soltanto l’esecutivo a guida Renzi, durato però 33 mesi, ha fatto un uso maggiore del ricorso alla fiducia (66). Il che non è certamente un fatto di cui gloriarsi: in questo modo si aggirano le prerogative del parlamento, massimo organo rappresentativo del paese.

In secondo luogo, sempre a proposito del ruolo del Parlamento nel periodo compreso tra il 13 febbraio 2021 e il 15 luglio 2022 si può osservare che circa l’80 per cento delle leggi approvate sono di iniziativa governativa. Un dato più o meno in linea con il governo Conte II (85,3 per cento ), e il governo Letta (83,3%). Insomma, l’iniziativa parlamentare come valore puramente residuale. Anche per Draghi, come per Conte e Letta, vale il principio antiparlamentare delle otto leggi su dieci a titolo governativo (**).

Quanto ai dati su Pil e debito pubblico mancano ancora i definitivi. Tuttavia, l’ Italia affronta questa nuova fase in condizioni particolarmente critiche sul fronte del debito pubblico: a marzo 2022 il debito delle Amministrazioni pubbliche è salito a 2.755 miliardi di euro, pari al 152,6% del Pil (***). Per capirsi, come se in una famiglia media i debiti fossero superiori di una volta e mezzo le entrate.

Inoltre i dati congiunturali sulla produzione e sui consumi, stando alla Nota mensile Istat (maggio-giugno 2022), non registrano miglioramenti. Anzi, come vi si legge: “Le prospettive di crescita per i prossimi mesi appaiono condizionate negativamente dal proseguimento della fase inflattiva, dal deterioramento del saldo della bilancia commerciale e dalla caduta della fiducia delle famiglie” (****).

Insomma, l’Area Draghi, può presentare scarni risultati sia sul piano istituzionale (antiparlamentarismo), sia economico (flop generalizzato). Il Draghi, pompato dai media, anche di destra, ricorda, un pupazzo gadget della Galbani anni Sessanta: un certo “Ercolino sempre in piedi”. Ma non per meriti propri. Un pupazzo fortunato, diciamo. Magari un poco invecchiato. Siamo irriverenti? Ercolino era anche simpatico. Draghi meno. Quindi il nostro è quasi un complimento.

Invece, la destra, l’Area Putin, secondo la definizione di Renzi, può promettere mari e monti, in primis, la fine della guerra in Ucraina, però sulla base di un pacifismo filorusso e del pregiudizio antioccidentale.

Cosa volete che importi dell’Italia a un fatalista siciliano e al nostro “Ercolino sempre in piedi” di casa al Mit…

Che malinconia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/draghi-e-il-parlamento-esautorato/ .
(**) Per questi dati si veda qui: https://www.openpolis.it/lattivita-del-governo-draghi-in-numeri/ .
(***) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2022/05/16/debito-pubblico-sale-a-2.755-miliardi-a-marzo-19-mld_81a2bba5-b743-4fcb-aecc-c45e934ed075.html .
(****) Qui: https://www.istat.it/it/files//2022/07/notamensile-maggio-giugno-2022.pdf .

giovedì 21 luglio 2022

Draghi e il parlamento esautorato

 


Draghi è caduto. O almeno così pare. L’editoriale di Marcello Sorgi sulla “Stampa” si intitola, tristemente, “I partiti giocano il paese affonda”.

Diciamo subito che durante la Prima guerra mondiale, l’Italia cambiò tre governi. Nel corso della Seconda ci fu prima un colpo di stato, poi tra il 1946 e il 1948, all’epoca della Costituente, si ebbero tre governi. E la guerra russa in Ucraina era ancora di là da venire..

Cosa vogliamo dire? Che i parlamenti funzionano solo se i parlamentari rinunciano a essere una specie di terminale di decisioni prese altrove.

Un passo indietro: parlamentarismo, nella sua accezione migliore, significa centralità del parlamento. Istituzione che deve riflettere maggioranze e minoranze che si alternano, o da sole o in coalizioni, sulla base di libere votazioni. Di conseguenza gli esecutivi devono dipendere dal voto parlamentare, come del resto recitano non poche costituzioni liberali. Dal voto – si faccia attenzione – del singolo parlamentare come rappresentate non di un partito, di una parte o fazione, ma dell’intera nazione.

Sotto questo profilo in Italia, il parlamento non è più centrale da un pezzo. Esautorato dagli altri poteri. Il giudiziario, ad esempio provocò la caduta della Prima Repubblica.

D’altra parte, la diarchia informale tra Palazzo Chigi e  Quirinale – talvolta conflittuale, talaltra cooperativa – ha distinto la Seconda Repubblica ( per alcuni anche la "Terza", quella delle convergenze grilline prima a destra, poi a sinistra, infine al centro), come provano le lunghe presidenze Napolitano e Mattarella, quasi monarchie repubblicane con un “re-presidente” che regna e  vuole governare.

Inoltre, da anni – grosso modo, dagli anni Settanta – le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori, si sono trasformate da gruppi di  interesse in gruppi di pressione, esautorando i poteri del parlamento. Per non parlare del costante condizionamento esercitato dagli innumerevoli gruppi corporativi, nel senso di rappresentare interessi di parte, più o meno mascherati (dall’associazione vittime di questo o di quello, ai gruppi del fondamentalismo ecologista, ai consumatori e produttori di kiwi, eccetera, eccetera).

Infine i partiti, a prescindere dalle idee politiche professate, si sono tramutati in una specie di fabbrica della spesa sociale per accontentare un elettorato che a sua volta chiede sempre più una sola cosa: protezione sociale. Detto altrimenti welfare.

Il sistema si regge su una specie di malefico patto corporativo extraparlamentare  per dividersi la spesa pubblica.

Di conseguenza, in un contesto del genere, dove la politica non si decide più in parlamento ma altrove, le istituzioni rappresentative si sono trasformate nel terminale di ciò che accade all’esterno del parlamento.

Pertanto le cause della caduta di Draghi hanno almeno due ragioni.

In primo luogo, nel pasticcio iniziale di un governo di unità nazionale, che però, come triste prassi, non poteva non scorgere nei parlamentari gli organi esecutivi delle rispettive segreterie politiche, cosa che non poteva non provocare conflitti e scissioni.

In secondo luogo, nelle scarse capacità politiche del presidente Draghi, al quale si chiedeva uno sforzo di mediazione per resistere solo qualche altro mese per approvare misure ritenute importanti dal punto di vista della redistribuzione di risorse, secondo quel patto corporativo che però – attenzione – ha esautorato i poteri del parlamento.

Diciamo la verità, Draghi è stato scelto, non dal parlamento, che ha semplicemente ratificato decisioni prese altrove (Quirinale, segreterie dei partiti, gruppi corporativi), perché considerati i suoi importanti trascorsi europei, si pensava che Draghi, sfilando sulla passerella Italia, potesse fare bella figura. Un presidente del consiglio di rappresentanza, senza esagerare però: insomma prêt-à-porter…

Purtroppo, per dirla alla buona, le ciambelle non sempre riescono con il buco: Draghi ha mostrato per ragioni professionali e personali  di non essere all’altezza (*) ed è finito in una di quelle trappole tese dalle segreterie dei partiti.  Che dettano,  come noto,  ai parlamentari come votare. In questo senso, come osserva Sorgi, i partiti giocano, ma con malefica abilità.

Il punto è che i partiti si comportano come terminale di decisioni prese altrove, legate al conflitto redistributivo tra i vari gruppi di pressione e corporativi che si spartiscono la torta welfarista.

Ciò significa che il parlamento è il terminale di un altro terminale: si è tramutato in un simulacro, nell’immagine di una divinità politica, l’idea di governo parlamentare che però non esiste più: l’immagine di un’altra immagine. Un simulacro, per l’ appunto.

Per uscirne, ovviamente restando sempre all’interno della democrazia liberale, si dovrebbe azzerare il welfare, affidando la redistribuzione al mercato. E cosa non meno importante, andrebbero sganciati i parlamentari, una volta eletti, dalle segreterie dei partiti, lasciandoli liberi di  decidere secondo coscienza.

Il lettore sorriderà della nostra ingenuità liberale. Ma, per dirla francamente, se i parlamentari fossero stati liberi di votare secondo coscienza Draghi, pur con tutti i suoi limiti politici, non sarebbe caduto.

Carlo Gambescia

(*) Ne abbiamo parlato qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/governo-draghi-e-partito-della-spesa-pubblica-unanalisi-strutturale/ . E qui:https://cargambesciametapolitics.altervista.org/draghi-e-il-principio-del-minimo-sforzo/ .

mercoledì 20 luglio 2022

Mario Draghi e le vie della storia

 


L’ Ami du peuple, Mario Draghi, va o resta? Leggevamo questa mattina sulla “Stampa”, che se cade Draghi, sarà difficile tutelare i deboli… Per contro il “ Fatto”, parla di un Draghi al servizio dei padroni.

Ci si metta d’accordo, o di qua o di là? Amico del popolo o servo dei padroni?
In realtà, la trasversalità di Draghi, oltre a rinviare al partito trasversale della spesa pubblica, come scrivevamo ieri (*), rimanda a una sorta di superpartito europeo, molliccio, gelatinoso, spugnoso che di liberale non ha niente e che, ideologicamente parlando, rappresenta un mix di idee socialiste, pacifiste, femministe, multiculturaliste, ecologiste.

Un’ideologia della debolezza politica, che ha scelto di restare al fianco dell’Ucraina sfoderando i cantanti rock e i funzionari doganali. Per carità non si dia retta alla storiella delle armi europee a Kiev raccontata da Mosca, perché al momento non c’è alcuna certezza su quantità, tipologie, eccetera. Sono narrazioni. O propaganda, per capirsi.

Dicevamo di Draghi. Va o resta? Probabilmente rimarrà.

Dal momento che il superpartito della gelatina pacifista e sociale è dalla sua parte. Del resto quali sono le alternative? Elezioni anticipate, con il rischio che vinca la destra filorussa. O tirare a campare fino al normale scioglimento delle Camere, con un altro tecnico ma di fama inferiore. D’altra parte, si dice, i fondi europei possono essere gestiti dalla burocrazia statale. Tesi difesa da tutti i partiti. Quindi il superpartito trasversale della spesa pubblica può dormire sonni tranquilli.

Comunque sia, incombono, ovviamente, le emergenze epidemiche (pardon pandemiche) e belliche (guerra in Ucraina).

Soprattutto la situazione militare potrebbe precipitare da un momento all’altro. Sebbene i russi sembra non abbiano più gran fretta. Mentre il Covid e varianti si sono cronicizzati, tecnicamente si potrebbe parlare di situazione allo stato endemico. Il che però non significa fine dell’emergenza istituzionale. Infatti si continua a governare a colpi di Dpcm.

In realtà, alcuni retroscenisti sostengono addirittura che Draghi durerà per favorire una vittoria del centrosinistra (senza dire come), per poi trasferirsi al Quirinale come centro di gravità permanente, per citare Battiato.

Del resto, il superpartito della gelatina pacifista, sociale e della spesa pubblica, che in qualche modo, piaccia o meno, è in sintonia con il sentire europeo progressista, scorge in Draghi uno dei punti di forza europei. Si noti, come da alcuni giorni la Bce sia tornata a parlare del rischio spread… Quando si dice il caso…

Il punto è che le destre non danno alcun affidamento. Per un verso condividono con la sinistra la tesi della spesa pubblica a gogò, per l’altro restano ancorate, come mummie millenarie, al dio, patria e famiglia. Inoltre, come accennato, cosa non secondaria, sono filorusse.

Forse stiamo vivendo uno di quei momenti storici, di cui spesso i contemporanei non si accorgono, quando basta un singolo evento politico, la caduta di Draghi ad esempio, a innescare un processo rovesciamento delle alleanze: nel senso che un’ Italia e un’ Unione Europea a guida  centrodestra rischiano  di essere risucchiate  nel brutto giro  moscovita

Oppure no. Difficile fare previsioni.

Chi scrive detesta, semplificando, il superpartito alla gelatina, ma teme ancora di più le destre arcaiche, affamate di spesa pubblica e pronte a piegarsi alla Russia.

Perciò, sul piano personale, soggettivo, delle opinioni, chi scrive si augura che Draghi resti e che la sinistra si faccia liberale, abbandonando le idee gelatinose. Per contro sul piano analitico, delle analisi oggettive, quindi non delle opinioni, ritiene che non vi siano le basi strutturali per una “conversione” della sinistra, come pure della destra al liberalismo.

Probabilmente, ecco la cosa veramente spiacevole, ci stiamo avviando – e ne ignoriamo la velocità – verso quei momenti storici dettati da forze contrarie che per direzioni differenti convergono verso lo stesso punto di collisione.

Perciò, alla fin fine, e nonostante ciò che abbiamo fin qui scritto, che Draghi resti o vada via, nulla toglie nulla aggiunge a una situazione che sembra già compromessa. Sembra… Perché le vie della storia, come quelle di dio, sono infinite. Anzi, forse addirittura di più.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/governo-draghi-e-partito-della-spesa-pubblica-unanalisi-strutturale/ .

 

martedì 19 luglio 2022

Governo Draghi e partito della spesa pubblica, un’analisi strutturale

 


Esiste il partito trasversale della spesa pubblica che ha simpatizzanti a destra come a sinistra e tra le stesse imprese.

In tutta la storia della Repubblica non c’è stato un solo governo che abbia ridotto drasticamente la spesa pubblica, cioè le cosiddette erogazioni per produrre beni e servizi necessari al soddisfacimento di bisogni definiti pubblici. Per capirsi (scusandoci per la noiosa elencazione) parliamo delle seguenti voci di spesa:

a) spesa per servizi pubblici come le infrastrutture pubbliche e i trasporti;
b) spesa per i servizi pubblici forniti al cittadino direttamente dalla pubblica amministrazione ( governo, parlamento,ministeri, tribunali, comuni, regioni, aziende sanitarie, eccetera );
c) spesa per pubblica per l’ istruzione, la spesa assistenziale (sanità pubblica) e previdenziale ( spesa per il sistema pensionistico e relativi enti previdenziali quali INAIL, INPS, Casse di previdenza);
d) spesa per armamenti, difesa militare e sicurezza interna;
e)spesa per la ricerca e lo sviluppo scientifico-tecnologico (università, CNR, ENEA, INFN, INAF, INGV eccetera);
f) spesa per il finanziamento, gestione e manutenzione di beni artistici e culturali di proprietà statale;
g) spese per sempre possibili disastri, calamità naturali e ambientali;
h) spesa per gli interessi sul debito pubblico;
i) spesa per il servizio pubblico radiotelevisivo;
l) spesa nell’ambito della politica industriale ed economica.

In Italia la spesa pubblica ha raggiunto (2020) il 57.1 del Pil. Lasciamo stare le cifre (*). Cerchiamo invece di capire il meccanismo. Cioè il fatto concettuale.

Il Pil è dettato da un processo di scambio, dal momento che rinvia il valore dei prodotti e servizi realizzati all’interno di uno Stato per un determinato arco di tempo, di regola un anno.

Ora, asserire che la spesa pubblica è il 57 per cento del Pil significa, che sei scambi su dieci sono di natura pubblica e non privata. Ciò significa, che se lo stato facesse un passo indietro, lo “scambista privato” dovrebbe sostituirsi allo “scambista pubblico”.

Cosa vogliamo dire? Che per lo scambista privato italiano è molto più facile attingere indirettamente a quel 57 per cento, che produrlo direttamente con scambi privati. Il che significa che il partito della spesa pubblica unisce governi, imprese e i partiti. In sintesi, è molto più semplice spartire la torta pubblica che produrne una privata.

Di conseguenza, i governi della Repubblica, inclusi i famigerati governi tecnici (Ciampi, Dini, Monti, Draghi) “del rigore”, hanno sempre scorto nella spesa pubblica uno strumento di controllo sociale, quindi di potere. Sicché si sono sempre ben guardati dal fare un passo indietro: perché rimetterci? Più scambi pubblici più potere pubblico.

Al massimo si è cercato, attraverso strette fiscali, di pareggiare, ma in chiave sisifica, un bilancio dello stato, in realtà in continua espansione. Come pure, inevitabilmente, il prelievo tributario…

Insomma, ogni volta si è preferito alzare l’asticella della spesa pubblica, quindi del presunto pareggio, facendo pagare il conto ai contribuenti.

Si può dire che l’intera politica economica dell’Italia repubblicana è consistita nella redistribuzione della spesa pubblica, in termini di predominio dello scambio pubblico su quello privato, che, come detto, ha raggiunto, dal punto di vista del monte scambi,  il rapporto dei sei scambi su dieci.

Il governo Draghi non si è assolutamente sottratto a questo meccanismo. Anzi.

Il che spiega perché imprese, sindacati, partiti, non solo di sinistra, temono la sua caduta. Perché si incepperebbe, non tanto l’erogazione dei fondi europei, ma il meccanismo del sei su dieci. Insomma, sarebbe colpito a morte, seppure temporaneamente, il megapartito della spesa pubblica.

In questi giorni, si parla di elezioni e di possibile vittoria delle destre. Potrebbe cambiare qualcosa? In realtà, come provano per il passato le esperienze negative degli impotenti governi Berlusconi, siamo davanti a un meccanismo strutturale: il fatto concettuale di cui sopra.

Del resto portare il rapporto del sei su dieci a (mettiamo) due su dieci ridurrebbe inevitabilmente il Pil. Le imprese dovrebbero tornare a far da sole, partiti e governi perderebbe potere. Avremmo un rimescolamento delle carte economiche di natura epocale.

Certo, dopo una prima fase regressiva, una volta a regime, l’economia tornerebbe a produrre un Pil reale non drogato dalla spesa pubblica. Sarebbe come uscire da una specie di protezionismo di stato. Assisteremmo a una rinascita di un’economia vera, non parassitaria.

Però il punto è che la fase regressiva potrebbe imporre problemi di ordine pubblico. Il rischio resta quello della sindrome weimariana. L’inevitabile malcontento potrebbe produrre, si ritiene, colpi di stato e dittature.

In realtà, non è detto. Si tratterebbe di una sfida. Ma, come noto, le sfide, richiedono classi politiche e dirigenti all’altezza della situazione. Semplificando, in senso lato, parliamo di un partito nemico della spesa pubblica. Un partito che in Italia non esiste.

E questo è un altro problema. Il più grosso.

Carlo Gambescia

(*) Qui qualche cifra aggiornata sulla spesa pubblica: https://www.cgiamestre.com/vola-la-spesa-pubblica-questanno-sfonda-quota-mille-miliardi-di-euro/ . Sul debito pubblico si veda qui: https://italiaindati.com/il-debito-pubblico-italiano/ .

lunedì 18 luglio 2022

Petros Markarīs , il giallista pacifista

 


Lascia a dir poco perplessi il fatto che un giallista armeno, naturalizzato greco, debba fare la lezioncina all’Occidente a proposito dell’invasione russa dell’Ucraina.

Parliamo di Petros Markarīs, il padre letterario del commissario Charitos, il Maigret ateniese, tradotto in Italia da Bompiani (I labirinti di Atene). Insomma abbastanza noto anche da noi. Qui il suo articolo (*).

Chiunque abbia radici armene non può non saperla lunga sulla terribile natura del militarismo e sui perversi legami tra nazionalismo e dittatura. E invece…

La buona disposizione degli armeni, diciamo a trattare – parliamo di brava gente, colta, laboriosa, abile negli affari – non impedì il genocidio. Ai militari turchi nulla importava della benevolenza armena. Di porgere l’altra guancia… Quei poveretti chiedevano solo di essere lasciati in pace. I turchi li massacrarono – donne, vecchi e bambini – come armenti da sacrificare al dio del nazionalismo. Gli armeni erano il nemico da cancellare, punto e basta. Minavano la purezza del sangue turco.

Eppure Markarīs addossa all’Europa e agli Stati Uniti la colpa dell’invasione dell’Ucraina. Si doveva trattare. Si doveva obbligare Zelenski a piegarsi. Certo, con i russi a pochi chilometri da Kiev. Che, come spiega la giustizia internazionale, fucilavano e stupravano.

Markarīs accusa l’Occidente di aver fomentato la guerra negli ultimi settat’anni. Di aver ucciso un sogno: la pace.

Non cita la guerra di Corea, ma da quella del Vietnam in poi, non ne perde una. Accusa Europa e Stati Uniti di voler esportare la democrazia sulle baionette. Di qui, le guerre giuste, difensive, dei popoli da “democratizzare”. O comunque un’opera di destabilizzazione della pace mondiale. Le sue tesi ricordano quelle dei sovietici negli anni Cinquanta del Novecento. “Loro” i buoni, tutti gli altri i cattivi: i nemici della pace.

Non si potrebbe essere più faziosi di così. Come se Unione Sovietica, Cina, Islam fondamentalista non fossero mai esistiti.

In pratica Markarīs, ammesso e non concesso che sia in buona fede, crede che basti la benevolenza per non essere massacrati. In realtà, a trattare – qui la ricetta di Kissinger, citato a sproposito dal giallista – si deve essere in due. La volontà deve essere reciproca. E i russi, ripetiamo a pochi chilometri da Kiev, non avrebbero mai accettato di trattare. Se non imponendo la capitolazione ucraina. Macron a questo puntava. Un astuto bouquiniste, altro che l’amico della pace con la mano sul cuore…

Quel che più ripugna dei pacifisti alla Markarīs è il nascondersi dietro la glicemica democrazia dei popoli: una specie di zuccherosa parola magica. Saranno i russi i liberarsi di Putin, gli afghani dei talebani, eccetera, eccetera.

Sciocchezzuole.  Che ci vuole... Certo, come gli armeni si liberarono dei turchi.

Carlo Gambescia

(*) “Il sogno della pace è finito”: https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/crisi-ucraina-pace-guerra-cittadini-politici-potere-rincari-sanzioni-diplomazia-sre7525n

domenica 17 luglio 2022

Draghi e il principio del minimo sforzo

 


Si critica giustamente – per primi noi – la mancanza di senso di responsabilità di Conte, che pensa alle elezioni puntando su una linea politica non più di governo ma di lotta.

Senso di responsabilità significa sostenere il governo in carica approvando le misure già discusse eccetera, senza andare a guardare troppo il pelo nell’uovo nel nome di una faziosa logica di partito. Si chiama difesa bene comune. Quel bene comune di cui  il M5s sì proclama da anni l'unico portabandiera.

Fin qui Conte. Ma a dire il vero anche l’atteggiamento di chiusura di Draghi non aiuta. Questo voler lasciare nonostante ci siano i voti per continuare anche senza i pentastellati: a braccio, 204 al Senato, maggioranza 158; 456 alla Camera maggioranza 316. Il che sembra comprovare una mancanza di senso di responsabilità pari a quella di Conte.

Del resto, se a destra gli estremisti di Fratelli d’Italia sono fuori del governo fin dall’inizio, a sinistra l’uscita degli estremisti del Movimento Cinque Stelle, farebbe, diciamo, pari e patta.

In realtà, Draghi, come ogni tecnico “prestato alla politica”, è totalmente incapace di mediare le esigenze di partiti differenti. O meglio non ha alcun interesse, perché considera la mediazione politica una perdita di tempo. Un cosa è mediare sulle cifre tra banchieri, quindi tra tecnici, un’altra sulle parole tra politici appesi ai sondaggi.

Di qui, la sua decisione, a prescindere dai numeri in Parlamento, di fare un passo indietro: non ne può più di sprecare il proprio tempo.

Evidentemente, una volta trascorso il momento eroico della guerra all’epidemia, pardon alla pandemia, e complicatosi il quadro politico internazionale, con il rischio di una cronicizzazione della guerra russa in Ucraina, Draghi, da buon tecnico si rifiuta di sprecare energie per scopi che reputa sperequati rispetto all’impegno che la consecuzione imporrebbe .

Perché? Qui avanziamo una spiegazione tipologica. Che rinvia non al Draghi uomo ma al Draghi tipo sociologico.

Il tecnico, come tipo sociale, soprattutto se in posizioni di potere, quindi un “tecnocrate”, non può che applicare il principio del minimo sforzo. Detto altrimenti, inutile moltiplicare gli sforzi se lo scopo non ripaga la fatica. Pareto, che probabilmente Draghi ha letto (il che però non significa automatico imprinting intellettuale, il tipo sociale rinvia alla natura imitativa dell’ambiente professionale), teorizzò questo principio nel suo Corso di economia politica, estendendolo ai tentativi (inutili) di modificazione della curva ripartizione dei redditi (*).

Di conseguenza la maggior parte dei risultati che ci proponiamo di conseguire dipende sempre da numero ristretto di fattori. Sulla scia dell’analisi paretiana, estesa però al comportamento sociale, si parla di un rapporto standard 80/ 20 per cento. Cioè che l’80 per cento di ciò che perseguiamo nelle nostre attività deriva soltanto dal 20 per cento dei fattori impiegati. Quindi inutile affannarsi in tentativi di modificare ciò che non si può modificare.

Si tratta di un aspetto sociologicamente molto interessante. Crediamo di riflessione, soprattutto per  coloro che sostengono la tesi della superiorità della tecnici sui politici.

In realtà, se i politici, spesso sprecano le proprie forze per conseguire scopi parziali, se si vuole di parte, come nel caso di Conte, i tecnici, come Draghi, tendono a ridurre gli sforzi commisurandoli ai risultati, scelte che però finiscono per essere altrettanto parziali.

Per quale ragione? Perché rispecchiano valutazioni di parte, certo “tecniche”, ma di parte. Nel senso che il principio del minimo sforzo privilegia la via più breve, tecnicamente, la migliore dal punto di vista del calcolo costi-benefici. Che però in politica non sempre è la migliore. Ad esempio se Churchill avesse accettato nel 1940, dopo la caduta la Francia, in termini di calcolo costi-benefici, quindi in tempi brevi, se non immediati, le offerte di pace di Hitler avrebbe di certo risparmiato le vite di molti civili britannici, ma a che prezzo rispetto ai tempi lunghi ?

Diciamo perciò che il principio del minimo sforzo può avere un suo valore a breve ma non a lungo termine. Qui risiede la differenza tra la visione del politico e del tecnico. Ovviamente, pensiamo a politici, se si vuole a tipologie di politici, come Churchill e Cavour, capaci pensare a lungo termine. Nulla a che vedere con figure, anche qui, se si vuole, tipologie sociali, ma demagogiche, come Giuseppe Conte, che non vanno oltre le prossime elezioni.

Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

(*) Vilfredo Pareto, Corso di economia politica (1896-1897), a cura di G. Palomba, nota bio-bibliografica di G. Busino, Utet, Torino 1971, pp. 967-1098 (Libro III, “La ripartizione e il consumo”).