martedì 21 giugno 2022

Morire per Danzica? Pardon Kaliningrad?

 


Per i russi l’invio di beni e merci “sanzionati” a Kaliningrad è da Russia a Russia, per la Lituania, passa invece sul territorio lituano, quindi Ue, di qui l’applicazione delle sanzioni economiche. I russi, parlano di violazione di un precedente trattato, i lituani invece asseriscono di attenersi ai deliberati Ue.

Come si può capire di materia per un scontro non solo politico, se ne può trovare a sufficienza. Anche perché la Russia, senza perdere tempo, con la sua tradizionale prepotenza, minaccia immediate contromisure militari. Del resto Kaliningrad, già Königsberg, ex Prussia, patria di Kant, autore di un trattato sulla pace perpetua, oggi è una ridente città russa armata fino ai denti con testate nucleari che possono raggiungere Berlino.

Non crediamo che l’Ue, in sede di Consiglio dei Ministri degli Esteri, si spingerà fino in fondo nell’appoggio alla Lituania. Si troverà qualche scappatoia per accontentare Mosca, anche a costo di umiliare Vilnius. Del resto, cosa comica e tragica al tempo stesso, come ha risposto di primo acchito l’Ue alla minacce militari russe sulla Lituania? Approfondiremo gli aspetti legali… Puro militarismo…

Al di là delle chiacchiere si ha grande timore della Russia, soprattutto, cosa che non si dice, del suo essere capace di tutto: di mentire, di uccidere, di affamare. Parliamo di un paese in cui gli oppositori e i nemici vengono sistematicamente avvelenati o assassinati, come accaduto a non pochi giornalisti.

Sui mass media occidentali si evita, per non irritare i russi, di parlarne: ma le popolazioni civili ucraine del Donbass se vogliono mangiare e seppellire i propri morti, devono chiedere la cittadinanza russa (*).

Non è prudenza, quella Europea, ma pura e semplice vigliaccheria. Quindi il comportamento di Vilnius rappresenta una nota stonata, come Zelensky in maglietta verde militare…

La Russia è perfettamente consapevole di essere temuta e ne approfitta umiliando quotidianamente gli europei, con minacce e insulti. Inoltre la Russia può contare su una quinta colonna in Occidente rappresentata da quelle forze politiche, a destra come a sinistra, che evocando i principi del pacifismo favoriscono la sfacciataggine russa.

A chi scrive Macron non piace, però Marine Le Pen è filorussa e Mélenchon pacifista. Non c’è di che essere allegri. Anche in Italia non si scherza: il pacifismo del Movimento Cinque Stelle, contrario all’invio di armi, rende più facile la vittoria russa. Per non parlare di Salvini, su posizioni apertamente filorusse. Come del resto non convince l’atteggiamento di Giorgia Meloni, che in tre mesi è passata dalle dure critiche agli Stati Uniti all’ Atlantismo più smaccato.

Sembra incredibile, basterebbe dare un’occhiata alla carta geografica, eppure, tesi abbastanza condivisa quanto meno presentata come degna di essere presa in considerazione, si parla, nei circoli pacifisti europei,  di un’ aggressione Nato alla Russia, che ne avrebbe provocato la giustificata reazione.

Insomma, da un lato c’è il paese dagli undici fusi orari, la Russia, un dinosauro ideologico armatissimo, dall’altra l’Ucraina, una specie di Topo Gigio, assetata di libertà e coccole di benessere, che fa quel che può sul campo, eppure si tende a mettere sullo stesso piano la piccola Ucraina e la grande Russia.

L’appoggio dell’ Occidente, minimo sul piano militare, però ovviamente amplificato per ragioni propagandistiche dai russi, finora ha consentito all’Ucraina di non crollare. Tutto qui.

Si noti anche il silenzio o quasi di Biden nelle ultime due settimane. Silenzio che ha lasciato campo libero alla disinformazione russa. Tra l’altro, le repliche euro-americane alle menzogne russe sono sempre tardive e in ordine sparso. Manca, una vera e propria macchina contro-propagandistica dell’Occidente. Si noti, come si sono abbassati i toni sugli eccidi russi durante la ritirata da Kiev. Non si sa mai. Meglio “non umiliare” la Russia… Per inciso, la nobile necessità di non umiliare il nemico, riguarda il nemico sconfitto, e in ginocchio, non il nemico in piedi e per giunta vittorioso o quasi.

Si spera che la Russia – ecco la pseudo strategia degli Stati Uniti condivisa anche dall’Europa – si accontenti del Donbass. E che di conseguenza, una volta raggiunto l’obiettivo, tutto torni come prima.

In realtà, più la Russia si rende consapevole dell’ enorme capacità di intimorire l’Occidente, più Mosca sposta verso l’alto l’asticella della sfida e della posta in gioco. Per lo spirito russo di conquista  e dominazione, il crescente timore dell’Occidente euro-americano di battersi, rappresenta una specie di assegno in bianco.

Da notare infine, come la propaganda pacifista europea presenti l’Ucraina alla stregua di una scheggia impazzita che vuole attentare alla pace. Capito? Per dirla alla buona, l’Ucraina si deve far derubare senza neppure aprire la bocca e gridare al ladro. Lo stesso metro ora viene esteso alla Lituania, che osa sfidare la Russia. Sulla stampa pacifista e filorussa europea si parla di ” falchi” lituani. Capito? I falchi di San Marino… Che vergogna.

Del resto – corsi e ricorsi – perché Europa e Stati Uniti dovrebbero morire per Danzica, pardon Kaliningrad?

Carlo Gambescia

(*) “Solo chi rinuncia al passaporto ucraino e prende quello russo ha diritto a qualche miglioramento della sua misera condizione”. Così a Mariuopol. Cfr. V. Sabadin, Colera e brodo di piccione così si vive a Mariupol dopo la caduta dell’Azovstal, “Il Messaggero” 19/6/2022, p. 5.

lunedì 20 giugno 2022

Porro e la zuppa di Hayek


Nicola Porro si dice liberale ma in realtà è qualcosa di totalmente altro. Si prenda l’editoriale uscito oggi (*). Roba da manuale del perfetto liberal-fascista. Anzi liberal-putiniano…

Si parte da Hayek e dalla sua teoria degli effetti imprevisti delle azioni sociali per proiettare una qualche luce positiva su Putin. Perché tagliandoci il gas avrebbe messo in crisi il modello ecologista e il modello immigrazionista.

La guerra – ecco la tesi di Porro – ci costringerà a usare tutte le forme di energia, anche quelle condannate dagli ecologisti alla Greta Thunberg. Oltre al fatto – si evidenzia – di aver già provato, che accogliendo le famiglie ucraine in fuga dalla guerra, noi accogliamo i profughi veri, non quelli patrocinati dalle Ong alla Carole Rackete. Insomma, che dire? Grazie Putin.

Porro ricollega il comportamento di Putin alla teoria degli effetti imprevisti delle decisioni politiche: Putin (decisione dall’alto, quindi pianificata) con l’invasione dell’Ucraina voleva sfidare e indebolire l’Europa, invece (effetto imprevisto) l’ha rafforzata sul fronte antiecologista e nobilitata su quello dell’immigrazione vera. Distinzione quest’ultima – quella tra immigrazione vera e falsa – che rimanda ai circoli di Fratelli d’Italia e delle Lega, infatti pieni zeppi di lettori di Hayek.

Porro è liberale come quei liberal-fascisti che nell’ottobre del 1922 appoggiarono Mussolini, convinti che la decisione del futuro “duce” del fascismo di marciare su Roma avrebbe ripristinato l’ordine costituzionale e la libertà politica. Porro oggi appoggia Putin, nascondendosi dietro una specie di zuppa di Hayek. Perché probabilmente più orecchiato che letto.

In realtà, la teoria hayekiana, che rinvia a padri nobili come Smith e Hume, si riferisce alla graduale evoluzione delle istituzioni, che hanno ritmi propri legati a milioni di decisioni individuali, che tutte insieme ma disorganicamente, attraverso processi selettivi, scelgono le istituzioni che funzionano meglio. Quindi nessuna macro-decisione in alto, ma solo micro-decisioni in basso.

Ad esempio, nessuno ha inventato a tavolino il capitalismo: le istituzioni di mercato hanno avuto la meglio perché più funzionali rispetto alle istituzioni autarchiche, nel senso di contrastare, per la prima volta nella storia, le economie accentrate intorno allo stato e nemiche del commercio.

L’autarchia ha governato per millenni gli uomini. Poi all’improvviso e quasi per caso si è sviluppato in Occidente il capitalismo. Che è stato chiamato così, solo dopo, non prima, e da un suo nemico tra l’altro (Marx). Insomma, per capirsi, piccoli capitalisti crescevamo ma nessuno capiva cosa stava accadendo.

Per contro, le istituzioni autarchiche, antimercato per capirsi, tendono a riaffacciarsi durante le guerre e le grandi crisi sociali (durate il Covid, ad esempio si è fatto il pieno di statalismo). Quindi se proprio, si deve individuare un effetto indotto, se si vuole imprevisto della decisione di Putin di invadere l’Ucraina, lo si può designare nel prossimo venturo accentramento statale delle attività economiche. Non si parla già di razionamento energetico? Grazie Putin, allora? Ma di che cosa?

Attenzione, chi scrive non vuole mettere voti né conferire patenti di liberalismo a nessuno.

Però Porro, francamente, del liberale non ha proprio nulla. Per dirla fuori dai denti tenta di piegare Hayek, agli interessi di bottega delle destre razziste e putiniane.

Effetto sociale voluto o imprevisto? Frutto di una scelta consapevole, prevista? Oppure effetto imprevisto di un’ ignoranza abissale ?

La decisione ai lettori.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.giornalone.it/prima-pagina-il-giornale/ .

 

domenica 19 giugno 2022

Contro lo stato educatore

 


La destra parla di campagne d’odio contro i suoi leader, Meloni e Salvini, ma, rovesciamo il quesito: cosa ha fatto la destra finora per farsi amare? Soprattutto dai liberali.

Si prenda ad esempio una questione come la cultura di genere. Siamo davanti a una filosofia, o se si preferisce un’antropologia culturale. O ancora meglio una visione del mondo, tra le tante, che dice certe cose, che possono essere condivise o meno.

Ora, che fa la destra? Dice altre cose, contrarie.

Però il vero punto qual è? Che sia la sinistra, che propugna la cultura di genere, sia la destra, che vi si oppone, difendono la comune e pericolosa idea, che l’uomo debba essere educato ad essere libero.

In che modo? Puntando sulla visione “etica” dello stato educatore capace di vedere e provvedere alla bisogna, attraverso, leggi, norme, regolamenti, burocrazie, eccetera. Si chiama anche statalismo .

Ora, per capirsi, che la sinistra, ad esempio, in nome della cultura di genere, difenda una certa idea di famiglia e la destra, che invece è contraria, si batta per un’altra, non significa assolutamente nulla. Perché destra e sinistra, difendono la stessa idea di stato etico, interventista ed educatore. Qui è il problema.

Ripetiamo cosa ha fatto la destra per farsi amare? Nulla, perché, resta allineata, come la sinistra, su posizioni illiberali e stataliste. Come può un vero liberale amare chiunque propugni una sola concezione del mondo e voglia imporla attraverso la macchina statale con la scusa di educare il cittadino ad essere libero…

Attenzione però, lo stesso discorso vale per la sinistra, che vuole imporre, un’altra concezione del mondo, opposta a quella della destra, sempre attraverso la macchina statale. Come li si può amare? Diciamo pure che si odiano a vicenda, e per una causa sbagliata.

Pertanto, ogni vero liberale, sulla cultura di genere (sinistra) come sulla non cultura di genere (destra) non deve schierarsi né con gli uni né con gli altri, perché il vero problema non è essere pro o contro, per poi usare lo stato, una volta al potere, come una mazza ferrata per difendere e praticare la propria concezione del mondo: promulgando leggi su leggi al solo scopo, si ripete, di educare i cittadini a un’idea di libertà che comunque rifletterà un’ idea di libertà secondo la visione di una parte politica.

In realtà, i cittadini si educano da soli. Magari, sbagliando, facendo confusione, eccetera. Ma da soli. Senza l’aiuto di nessuno. Perciò si deve essere, a priori, contro lo stato educatore.

Si tratta perciò di delegificare. Oppure, se e quando necessario, depenalizzare. Insomma, di lasciare i cittadini liberi di scegliere, individualmente, che tipo di famiglia farsi o non farsi.

Si deve insomma fuoriuscire dall’ idea dello stato etico, interventista, educatore, progressista o conservatrice che sia.

Ecco, la destra potrebbe farsi amare, non tanto dalla sinistra statalista, ma dai veri liberali, solo fuoriuscendo dal circolo vizioso dello stato educatore che viola la vita privata dei cittadini.

Già sembra di sentire le proteste della destra (“I bambini, i bambini…”) e della sinistra ( “Le comunità arcobaleno, le comunità arcobaleno…”).

Che noia questo mantra dei soliti babbei del “Dov’è lo Stato?”.

Lo stato (rigorosamente con la minuscola) non deve occuparsi di queste cose. Si lascino le famiglie libere di organizzarsi o meno come meglio credono. Che, finalmente, sia permesso tutto quello che non è vietato dalla legge. Ciò significa che meno leggi si fanno più si è liberi. Come pure si diventa più liberi depenalizzando, quando necessario, le leggi esistenti.

Ma per delegificare e depenalizzare, innanzitutto, si deve essere d’accordo, non tanto sul contenuto delle leggi, quanto sulla necessità di cancellare l’idea stessa di stato etico ed educatore.

Accordo che per ora non c’è. Di qui, le cosiddette campagne d’odio, la solita manfrina statalista, eccetera, eccetera. Che noia.

Carlo Gambescia

sabato 18 giugno 2022

L’umiltà cognitiva di Aldo La Fata


Una raccolta di recensioni  può essere  buona o cattiva opera. Dal momento che la resa finale dipende dalle capacità e dalla cultura del recensore.

Sotto questo aspetto da  Aldo La Fata, principale animatore e organizzatore del pensiero metapolitico italiano,  non ci si poteva aspettare di meglio. Per dirla alla buona, Aldo –   che chiamiamo una tantum  per nome  perché è un amico –  resta  una certezza. Un macinatore implacabile di  letture su letture.

Inoltre, cosa che lo distingue dalle mezze tacche del copia e incolla,  La Fata è uno studioso che non fa mai pesare la sua erudizione sull’interlocutore: un uomo colto e  tranquillo. Probabilmente perché sorretto da una grande fede in Dio. Sicché, si può permettere, e con ragione (almeno dal suo punto di vista), di contemplare i secoli dall’alto.  Ma non è neppure sprovvisto, come vedremo più avanti,  di una altrettanto grande umiltà cognitiva.

Nella luce dei libri. Percorsi di lettura di un “cavaliere errante” (Solfanelli *) quindi  non delude. Di più: siamo al cospetto di  un testo che dispiace chiudere, una volta  giunti, e in un soffio, all’ultima pagina.

Si tratta, come dicevamo, di  una raccolta di scritti, in particolare recensioni  a  volumi  che   ruotano  intorno a grandi questioni.  Ad esempio, solo per fare un breve elenco: il  rapporto tra  metafisica e  metapolitica; la  relazione  tra conoscenza e religione;  l’interazione tra  fede e filosofia della storia; i  legami tra  simbolismo e  realismo cognitivo.  Testi  usciti tra il 1999 e il 2021 sulla rivista “Metapolitica” e sul sito web, “Il Corriere metapolitico”, che ora dà  il nome anche  a una notevole  rivista quadrimestrale, diretta sempre da Aldo La Fata.

Quel che subito colpisce è la capacità di giudizio: quell’andare subito al nocciolo della questione, dopo un preliminare quanto sempre giustificato approfondimento bibliografico. Sotto questo aspetto informativo le recensioni di La Fata  sono una miniera d’oro.

La Fata scava nelle profondità storiche,  senza però mai  trascurare le coordinate. Che nel suo  caso rimandano  alla  verticalizzazione del pensiero:  dio esiste.  E prima ancora all’ esame di coscienza del letterato (per dirla con un grande critico, morto  giovanissimo in guerra, la Prima,  oggi dimenticato): esiste  però anche l’uomo.

In sintesi,  trascendente e  immanente comunicano sempre, e in modo naturale.  Qualche esempio:

[Mircea Eliade:] “Un uomo di genio, e tale fu Mircea Eliade, è sempre qualcosa di più di quello ch’egli sa di se stesso o di quello che gli altri ne  pensano. È vero che Egli scelse l’avventura e il mare aperto piuttosto che gli approdi definitivi e che preferì la tensione spirituale  e la ricerca costante  piuttosto che la stabilità di una fede. Ma è anche vero  che si riconobbe naufrago e con un bisogno a volte lancinante di tornare a casa” (p.19).

[Benedetto Croce] “Quella Chiesa  che aveva coraggiosamente e per ispirazione saputo far suoi, adattandoli e rinnovandoli dal di dentro, tradizioni, culture e principi a lei lontanissimi, ora sembrava a Croce languire in una sorta di rigor mortis”.

Nonostante ciò, non  mancava a Croce, in particolare nei suoi ultimi anni,

“la coscienza finalmente acquisita che la civiltà per essere tale non può fare a meno, come scriveva nel 1942,  da Sorrento ‘ di un riferimento continuo a quello che ci supera e che è eterno’ ” (p.23).

Sono solo due esempi di un cristianesimo verticale e orizzontale al tempo stesso,  che secondo  La Fata, connota  ogni   anima  “naturaliter Christiana”.  Un cristianesimo che guarda verso l’alto,  senza trascurare le sue radici  in basso. Un cristianesimo  frutto  di   un’introspezione che  eleva e unisce, non dimentico delle limitatezze ironiche della natura umana. Una visione totale, non totalitaria  che si fa metafisica e metapolitica.

Il lettore non si spaventi per la natura ardua dei temi trattati: l’approccio di  Aldo  La Fata, non  è  mai esegetico nel senso specialistico e restrittivo  del termine.  Inoltre lo stile espositivo è sempre brillante (altro suo dono).

Però, ecco il punto, in ultima istanza, piaccia o meno,   tra un approccio storicistico, se si vuole materialistico-orizzontale,   e un approccio di tipo spirituale-verticale, egli privilegia quest’ultimo. Insomma tra alto e basso c’è comunicazione, però l’ultima parola rinvia  all’Assoluto, con l’iniziale maiuscola.  Si legga quanto egli  scrive, in chiave dirimente,  nella notevole  recensione a un  libro di G.G. Stroumsa. Vi si affronta la questione del rapporto tra esoterismo giudaico e cristianesimo delle origini.

“ Ci permettiamo di far osservare allo studioso israeliano che l’origine di certe idee e dottrine si trova nell’esperienza spirituale stessa. La vera matrice  è trascendente e non storica.  Inoltre, non possiamo accettare l’idea che l’esoterismo sia semplicemente il risultato di una giustapposizione di vari  elementi di diversa provenienza combinati insieme (pertanto né più né meno  che un sincretismo culturale).  È un’idea, quest’ultima,  che va sempre più imponendosi, ma che dovrebbe ripugnare a ogni autentico spirito religioso, giacché  si tratta di un modo come un altro per oltraggiare la Verità che quando è tale scaturisce sempre dalle profondità dell’anima e non da processi mentali  e culturali (pp. 51-52, corsivo nel testo).

Insomma, come La Fata scrive più avanti, a proposito del messianesimo politico,

“la storia non può generare metastoria e (…) la metastoria non può dissolversi nelle leggi della storia” (80).

Di qui il necessario  compito di destoricizzare  la realtà, imponendo l’importanza di un  Assoluto,  che però  non  va  mai  confuso con improbabili età dell’oro situate nel passato o prossime venture utopie,  articolate   in chiave secolare. Detto altrimenti:  materialismo storico e antropologico come vicolo cieco di un realismo però necessario, che può trovare la sua salvezza solo  rivolgendo  gli occhi al cielo. Attenzione, rivolgere nel senso di orientare, di guardare in una direzione. Senza però ignorare tutto il resto. Perché, sebbene nella certezza dell’impegno spirituale,  la corda cognitiva  di La Fata resta sospesa tra la storia e  metafisica, tra politica e metapolitica:  un equilibrio difficile ma coraggioso tra Terra e Cielo.

Fermo restando che il Cielo resta il Cielo… Insomma, che non è un travestimento, per quanto abile, dell’immanente. Convinzione di cui La Fata non fa mai mistero. Come si può leggere.

“La nostra metapolitica che ereditiamo da Silvano Panunzio è ‘all’insegna dell’oltre”, mentre la metapolitica di Carlo Gambescia è all’ insegna dell’ hic et nunc e cioè del  “qui ed ora’. I linguaggi, i valori disciplinari,  dottrinari e teorici dei due punti di vista sono assai diversi anche se entrambi motivati da una sincera ricerca della verità e del bene comune. Per noi la politica non si risana con un’analisi sociologica orizzontale, ma offrendo ad essa unsupplemento di senso verticale. E questo supplemento di senso non richiede una nuova disciplina o un nuovo approccio epistemologico, ma una conversione del suo significato in senso metafisico e spirituale” (p.118, corsivi nel testo).

Ne prendiamo atto.   Anche se, come in seguito ammette lo stesso La Fata, quasi  ammonendoci, la strada della metapolitica  è irta di ostacoli,    soprattutto quando si rinuncia  a ogni tipo di  teodicea: di spiegazione del rapporto tra la giustizia divina e l’ingiustizia del mondo. Scrive La Fata:

“ Su questo punto la metapolitica di Silvano Panunzio che crede, per così dire  in un ‘Dio interventista” si discosta  notevolmente  dalla metapolitica di Carlo Gambescia che occupandosi delle sole ‘regolarità sociali’ lascia  Dio alla teologia o alla metafisica, riducendolo  sostanzialmente ad un ‘inoperante’ almeno sul piano storico” (pp. 154-155).

Giusto. Però, forse,   un canale di trasmissione, comunicazione, collegamento, tra le due linee (verticale  e orizzontale)  della metapolitica,  può  essere rappresentato  da quella  “Metafisica del paradosso”, sviluppata in due volumi  da Bruno Bérard, alla quale La Fata dedica pagine interessantissime.  Ascoltiamolo.

“ Il secondo volume mette a tema  la metafisica  del paradosso’ precisando cosa si debba intendere  per ragione, intelligenza e conoscenza e quali rapporti intercorrano tra credere, sapere, conoscere. In seguito si entra nel  merito  di quella che l’autore definisce ‘conoscenza paradossale’ che sconfina nell’intuizione sovrarazionale  e nell’esperienza mistica. Bérard dimostra che in tutti i campi del sapere nessuno escluso, non abbiamo altro  che una lunga serie di conoscenze e conclusioni paradossali, sofismi, paralogismi, idiosincrasie, contraddizioni, petizioni di principio, ragionamenti imperfetti, dimostrano da una parte, l’impossibilità umana di pervenire a una conoscenza certa, e dall’altra, l’inanità del pensiero sistematico autoreferenziale” (pp. 159-160).

Non si può non concordare.  Siamo nell’ambito dell’eterogenesi  dei fini sociali.  Detto altrimenti, che cosa c’è di più  paradossale, di ironico se si vuole,  del perseguire il bene sul piano delle intenzioni, per conseguire il male su quello dei fatti?   La  buona  metapolitica non può fare a meno di ammettere il ruolo degli effetti imprevisti di ricaduta sociale delle scelte degli uomini. Insomma nell’agire sociale, le buone intenzioni non sono sufficienti. Verità sgradevole, ma verità.

Dietro tale accettazione  non può che esservi  una grande  umiltà cognitiva, come necessario punto  di raccordo, per chi vi creda,   tra le linee  verticali e orizzontali della metapolitica.  Un’ umiltà capace di nascere  dalla coscienza, naturaliter della cose. Si chiama, ripetiamo,  umiltà cognitiva. E crediamo che Aldo La Fata, anima Christiana, non ne sia privo. Anzi.

Certo,  un’umiltà che   per il credente rinvia all’opera di  Dio,  mentre per il non credente, si possono usare i versi di Montale:

La storia non è poi/ la devastante ruspa che si dice./ Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli./ C’è chi sopravvive.” (“La storia”, Satura I).

Si dirà che sopravvivere non è vivere. Certamente.  Però l’umiltà cognitiva, semplicemente naturaliter, per scoprire i  pertugi della storia e della sociologia così ben versificati da Montale,  è già qualcosa.

Il  fatto che il punto di intersezione tra le due linee della metafisica e della fisica (verticale e orizzontale)  sia opera o meno  di Dio  resta un mistero. Sul punto La Fata, probabilmente concorderà.

Insomma, siamo dinanzi  a un misterioso agire che  almeno a nostro avviso rinvia, come credenza sociale,  alla sfera  della fede,  del trascendente e,  un  gradino sotto, del sacro.

Fede  che vi può essere come non  vi può  essere.  Resta invece importante l’umiltà cognitiva, come consapevolezza, sul piano profano (due o tre gradini sotto il sacro…), del paradosso storico e sociologico.

Del resto  nel  Vangelo di   Matteo, non si legge forse, tra gli insegnamenti del Cristo, quel “Beati gli umili, perché a loro appartiene il Regno dei Cieli”?

Carlo Gambescia

(*) Aldo La Fata, Nella luce dei libri. Percorsi di lettura di un “Cavaliere errante”, Solfanelli, Chieti 2022, pp. 192, euro 14,00 (https://www.edizionisolfanelli.it/nellalucedeilibri.htm ).

 

venerdì 17 giugno 2022

Statalismo ugualitarista e odio sociale


 

Giorgia Meloni si lamenta. Parla di campagne di odio  da parte della sinistra.  In particolare  del  Partito democratico. Che, quando si dice il caso,  è il suo primo avversario politico.  Però l’  “auto-vittimizzazione”, come è noto,  paga  elettoralmente.  Quindi ci si permetta di avanzare qualche sospetto sulla buona fede di Giorgia Meloni.

Del resto storicamente, non sarebbe neppure   la prima volta: più odio, più voti.  Come ad esempio insegna –  si parva licet –  l’ascesa di Hitler. Ma si potrebbe risalire addirittura  a Napoleone III, idolo dei contadini francesi antiaristocratici. Ma anche all’ “epopea”  di  Berlusconi, per fare altro esempio più vicino a noi.

Piaccia o meno ma  le democrazia ugualitarie,  funzionano così: a colpi di maggioranze, da perseguire a ogni costo, molto spesso  attraverso campagne di odio sociale.

Non siamo i primi a scoprire la cosa:  l’odio politico nasce dal risentimento,  il risentimento sorge a sua volta dal sentimento  di uguaglianza,  addirittura sostanziale, perciò   irrealizzabile, proprio perché tale.  Come è possibile per tutti, conseguire, non tanto l’uguaglianza di partenza,  quanto quella di  arrivo?

Di qui però, la ricerca del capro espiatorio antiugualitario, verso  chiunque  sia sopra, anche di  poco. L’odio ovviamente cresce man mano che aumenta la distanza sociale.

In sintesi,  nelle società, ugualitarie –  dove viene predicata l’uguaglianza –   il rischio dell’odio sociale e della disintegrazione è altissimo: cosa del resto dimostrata, al  contrario,  per durata storica dalla società antiugualitarie.

Con questo non vogliamo dire che l’antiugualitarismo, che ovviamente ha le sue controindicazioni,  sia  segno di esemplarità sociale.  Ma più semplicemente asserire  che dove si celebra l’uguaglianza, dal momento che la gente comune non è grado di  fare tante distinzioni tra uguaglianza dei punti di  partenza e di arrivo,  cresce il risentimento e si moltiplica l’odio sociale.

Ovviamente, in questo clima i politici non osano parlare di meritocrazia, perché  perderebbero voti.  Di qui, l’uso politico dell’odio sociale  che ha le sue radici  nel diffuso risentimento antiugualitario, come si evince dal linguaggio violento  usato dalla Meloni come dai suoi avversari.  Di qui i dubbi che avanzavamo all’inizio.

Sotto questo aspetto, lo stato, anzi la macchina giuridica dello stato, è giudicata  al servizio dell’ugualitarismo. Ad esempio, per Giorgia Meloni gli italiani sono più uguali dei migranti. Mentre per i suoi avversari, i migranti  sono più uguali degli italiani.

Si dirà  che esageriamo,  perché  la sinistra vuole la parificazione dei diritti, mentre la destra discrimina, per così dire, tra bianchi e neri.  In realtà, il concetto sovrastante è sempre lo stesso: non si ragiona di meriti  e di capacità (di chi meriti e perché), ma  di  bisogni ( di chi abbia bisogno e di che cosa).

La logica dell’ugualitarismo, come per il comunismo,  rinvia al  famigerato metro  del “da ciascuno secondo le sue capacità  a ciascuno secondo i sui bisogni”.

Di conseguenza, l’apparato giuridico dello stato diventa una macchina normativa  e  livellatrice al servizio dell’odio sociale di stampo ugualitarista degli uni come degli altri

Si dirà, ma allora la parità dei diritti, eccetera?  In realtà, come detto,  non si parla di diritti ma di bisogni, qualcosa di necessario, a prescindere.  Bisogni che,  in quando tali,  devono essere convertiti in diritti.  Ed è proprio la conversione ad opera dello stato che crea ulteriori discriminazioni:  perché i bisogni, una volta divenuti normativi, implicano, proprio perché bisogni tradotti in norme,  classificazioni  in base al reddito, alla condizione sociale, ai livelli di istruzione,  eccetera. Di qui lo scontento degli inevitabili esclusi,  il risentimento, l’odio sociale, eccetera.

Purtroppo non c’è via d’uscita.  Quanto più ci si allontana dal liberalismo meritocratico, tanto più ci si avvicina allo statalismo ugualitarista. Piaccia o meno,  non si può essere ugualitaristi e meritocratici al tempo stesso.

Esageriamo? Esistono vie di mezzo?  Non ci pronunciamo. Una cosa però è sicura. Che la macchina statale, una volta in messa, non può essere arrestata facilmente. Questa è la lezione, piaccia o meno, del XX secolo.

Una posizione, quella ugualitarista-statalista  che accomuna concettualmente la destra di  Giorgia Meloni  e i suoi avversari liberalsocialisti. Di qui, quel risentimento generale, diffuso,    che sfocia, per ragioni elettorali, in campagne d’odio che abbracciano quasi tutti i partiti dalla destra alla sinistra.

Si rifletta su un punto. Giorgia Meloni,  combatte l’ideologia di genere in quanto tale.  Se andasse al potere, userebbe la macchina statale contro di essa. I suoi avversari,  che  invece la condividono,   una volta al potere, userebbero la macchina statale per imporla.

Ci si muove comunque  – ecco il punto  importante – nell’alveo dell’ugualitarismo statalista.  Non si lascia ai singoli libertà di scelta,  diciamo tra due filosofie,  ma si vuole imporre dall’alto, una  filosofia  di stato  pro o contro l’ideologia di genere.

Si prenda  anche la questione – semplificando –  del suicidio assistito. Per la destra è omicidio, per la sinistra un diritto-bisogno.  In realtà  non è nell’uno né l’altro. E allora che cosa si dovrebbe fare?  Invece  di promulgare leggi  si depenalizzi e si lasci ai singoli individui  la libertà di   decidere cosa fare della propria vita,  e   non  al  magistrato,  alla  commissione  Asl, eccetera, eccetera.

Fino a quando non si uscirà dal circolo vizioso dello statalismo ugualitarista, le campagne di odio continueranno, perché funzionali a una politica del risentimento, che, ripetiamo, non si fonda sulla libertà individuale  e la meritocrazia ma  sull’ugualitarismo e  sullo statalismo.

Carlo Gambescia

 

giovedì 16 giugno 2022

Una parola economica nuova: deframmentazione

 


Nella riunione di emergenza della Bce si è  inventato un nuovo temine: “deframmentazione”.

In realtà  il termine  proprio nuovo non è perché rinvia, oltre che al linguaggio informatico,  a quello bancario, nel senso di un mercato unico dei capitali europei, quindi non frammentato. Qui la metafora,  di raggruppare i capitali, come files  informatici, su un hard disk rappresentato in ultima istanza dalla Bce, per accrescere, come quando si usa il pc, la  produttività  in questo caso de mercato unico dei  capitali.  Come dire? Tutto su un unico hard disk europeo.  L’idea in sé non è male.

Però il  vero punto è che  nella  riunione Bce   il riferimento assegnato  alla frammentazione rinvia a tutt’altra  cosa: alla questione dello spread. Insomma, il diavolo è nel dettaglio.   Ciò che  si  vuole evitare   è la frammentazione   tra lo spread di un paese  rispetto allo spread di un altro paese. O quanto meno ci si propone di congelare  la frammentazione tra i diversi paesi.  

Per inciso,  ricordiamo che lo spread  indica l’aumento o la contrazione dello scarto, tra due titoli, di cui uno di riferimento.  Ad esempio,  tra i Btp italiani e i Bund tedeschi (titolo di riferimento).   Se lo spread - lo scarto -  sale significa  che stanno crescendo anche gli interessi che lo stato italiano dovrà  pagare ai suoi creditori, quindi più debito pubblico, minore affidabilità, eccetera, eccetera.

Come “deframmentare”?  Ricomprando i titoli del  debito pubblico  in scadenza dei paesi con  spread alto  o emettendone di  nuovi.  Quindi altro che crescita della  produttività di un mercato unico dei capitali… Si tratta invece  di aiutini  all'economia pubblica (per alcuni aiutoni).

Inoltre, cosa fondamentale, deframmentare  in questo caso  significa  l’esatto contrario di una politica restrittiva, deflattiva, che invece imporrebbe aumento dei tassi e tagli  al debito e alla spesa pubblica.

Si rifletta su un punto, tra l’altro già evidenziato:  emettere o ricomprare titoli significa perpetuare la già pesante catena degli interessi che vanno  a dilatare  un debito pubblico, come nel caso italiano, già oltre i livelli di guardia.

Per dirla alla buona,  si vuole  pompare  altro  denaro nell’economia.  Che andrà a influire sulla crescita dell’inflazione, che schizzerà, probabilmente già in estate,  verso le due cifre.

Solo alcuni giorni fa  la Bce aveva  dichiarato di aver messo fino all’acquisto di titoli.  E invece?  Si  parla di nuovi strumenti per combattere  “la deframmentazione”.  Qui il ruolo della parola magica per depistare i predicatori delle politiche deflattive.

Una politica deflattiva  implica ovviamente  il rialzo dei tassi.  Ma impone  anche, cosa che non secondaria, l’immissione, via  titoli di stato, di altro denaro nell’economia.   In questo modo si cerca di  impedire  che   l’inflazione  finisca fuori controllo,   minando l' affidabilità di un determinato paese.

Per contro, una politica inflattiva, impone l’esatto contrario, fondato sulla speranza, fin troppo rosea,  che il peggio passi, è che poi le cose, torneranno a posto da sole.

Infine, una politica né inflattiva né deflattiva,  lascia che il mercato fissi da solo, attraverso le leggi della domanda e dell’offerta,  la quantità necessaria di moneta alla sua fluidificazione.

Sono tre risposte all’inflazione.  Non è che poi ne esistano altre.  Diciamo che sono le canoniche.   Ognuna di esse ha le sue controindicazioni.  Alta inflazione la prima, stagflazione la seconda,  stagnazione la terza.

Con una differenza di fondo.

Nel caso delle politiche inflattive e deflattive  i tempi di recupero sono lunghi. Per contro, la politica né inflattiva né deflattiva, dopo lo scossone iniziale che elimina il marciume, consente all’economia di ripartire.  Lo sviluppo del capitalismo, soprattutto nel Novecento,   prova infatti  che  quanto più le autorità monetarie e politiche hanno interferito nell’economia, tanto più la durata della crisi si è allungata, a volte sfociando addirittura in guerre, si fa per dire, “riequilibratorie”:  dopo la guerra c’è il dopoguerra, la ricostruzione, eccetera,

Comunque sia, l’interventismo monetario e politico-economico sui titoli  viene difeso  dalla politica.

Oggi si distinguono in quest’opera  i regimi welfaristi, di taglio liberalsocialista.  Perché –  come  si ripete – l’inflazione,  anzi l’inflazionismo,  consente di  conservare il consenso politico: si alza una specie di asticella che permette a tutti i ceti sociali di vivere come prima, o quasi… In realtà,   si gioca sulla  distinzione tra potere d’acquisto nominale  e reale, ovviamente  in chiave di illusione monetaria.  Sembra che nulla cambi e invece…  Si fa così perché  si considera  la stagnazione più pericolosa dell’inflazione perché, altro mantra politico,   si ritiene  che la stagnazione porti acqua al mulino sociale delle forze antisistemiche e populiste.

Insomma, con l’inflazione si contrasterebbe – semplificando – il fasciocomunismo.   Teoria   più politologica che economica, nota pure  come sindrome di Weimar.   Smentita però dalle teorie inflazioniste sposate dal nazismo, come pure  da molti regimi populisti in America latina.

E per oggi è tutto. Buona giornata.

Carlo Gambescia

mercoledì 15 giugno 2022

La tela di Draghi

 


Draghi si muove molto. Ora è in Israele. Incontri ad alto livello. Evoca  megaprogetti  per sottrarsi  al condizionamento energetico (in realtà ricatto) russo. Che però  impongono tempi lunghi… Ripete per ogni dove che bisogna portare Russia e Ucraina al tavolo della pace e includere nella famiglia europea l’Ucraina.  Cose, in verità,  molto generiche.

Sul punto dell’inclusione  sembrano essere  d'accordo  anche Macron e  Scholz.  L’ingresso in Europa – i cui termini non sono però  ancora definiti –   potrebbe essere merce di scambio per convincere Kiev a cedere le province invase  dalla Russia. Infatti, si parla di una prossima  visita a Kiev  dei tre uomini politici, dal comune sentire liberalsocialista e contrattualista.   Non c’è ancora data sicura però.

Inoltre Draghi, in luglio,  sembra voglia  recarsi ad Ankara:  tenterà, si dice,  con l’appoggio turco e israeliano di sbloccare  la cosiddetta guerra del grano.  In che modo? Ancora non è noto.

Lo studio della metapolitica  insegna che l’attivismo diplomatico può essere di due tipi: propagandistico e reale. In realtà,  spesso, gli stessi attori politici  non si rendono conto del piano sul quale si stanno muovendo: la linea divisoria tra realtà e  sogni,  diciamo pure tra mezzi e fini,  è sempre molto sottile.   Va però notato che la diplomazia, quella che produce risultati,  è sempre segreta.  Difficilmente finisce sulle prime pagine dei giornali e dei telegiornali.

La svolta  cinese di Nixon e Kissinger  – il famoso viaggio in Cina –  venne preparata attraverso abboccamenti tenuti accuratamente nascosti.  L’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale  fu il portato di protocolli  segreti.   La spartizione di Jalta dell’Europa orientale e centrale fu frutto di accordi segreti, decisi addirittura al momento.  Per non parlare della Quarta spartizione della Polonia approvata  in segreto da Molotov e Ribbentrop.  E potremmo continuare.

Piaccia o meno,  il segreto  in diplomazia è essenziale.

Sotto questo profilo Draghi sembra lavorare alla luce del sole. “Sembra”, perché è impossibile  che non siano in corso anche trattative segrete.

Comunque sia, in che cosa consiste la tela  di Draghi? Nel convincere, come dicevamo, l’Ucraina a cedere alle rivendicazione russe. In cambio,  sarebbe ammessa in Europa, magari con uno statuto speciale, per non scontentare i russi. Quanto all’ingresso nella Nato, sarebbe rinviato a tempo indeterminato.

Tuttavia  per tessere  la sua tela – opera  certosina probabilmente  condivisa da Macron  e  Scholz –  Draghi  avrebbe   bisogno del consenso degli Stati Uniti. Che potrebbe giungere come non giungere.

La diplomazia americana, non solo  sotto Biden, sembra procedere a tentoni. Però il silenzio di questi giorni  del Presidente   potrebbe essere un silenzio assenso.  Oppure potrebbe  coprire l’opera della  diplomazia segreta americana che in concorrenza con la diplomazia italiana, francese e tedesca Italia  si muove  nella stessa direzione europea. Quale?   Di una ricomposizione fondata –  per dire le cose come sono – sulla spartizione dell’Ucraina tra Occidente euro-americano e  Russia.

Il vero punto della questione  è come convincere russi e ucraini. I russi fin dall’inizio dell’invasione hanno conservato l’iniziativa  e   non vogliono assolutamente  perderla.  Gli ucraini, a loro volta,  sebbene provati, per ora non sembrano decisi a cedere.

La riprova  che la pace sia  lontana, o comunque non dietro l’angolo,  è rappresentata dal perdurante atteggiamento di   neutralità di Papa Francesco. Che,  se avesse fiutato la svolta, avrebbe subito cercato, di farla propria. La volontà di riconoscimento di Papa Francesco non è inferiore a quella di Draghi.

Draghi, allora, avrebbe più fiuto di Papa Francesco?  Difficile dire. Perché qui ritorniamo a quel discrimine tra realtà e sogno: tra la voglia di riconoscimento di Draghi (l’uomo  è ambiziosissimo)  e i pochi  mezzi deferenziali  a disposizione (la Russia non riconosce   a Germania e Francia il titolo di pari interlocutore, figurarsi all’Italia…).

Concludendo,  miracoli a parte,  la tela di Draghi, non sembra molto consistente. Perciò, il suo attivismo potrebbe essere solo propagandistico, magari  a uso e consumo  della politica interna . Nel senso di guadagnare meriti come perfetto statista e  uomo di pace, da investire sul mercato politico italiano.

Malo hic esse primus quam Romae secundus ? In realtà, non sembra un comportamento da Draghi. Come detto, uomo assetato riconoscimenti. L’ambizione fatta persona.

Vedremo

Carlo Gambescia