domenica 22 maggio 2022

 


Cannes è un festival cinematografico di sinistra. In realtà, per dirla tutta, il cinema, tutto il cinema, vive di capitalismo, ma resta anticapitalista. O quantomeno pauperista. Nel senso che il povero, sotto qualsiasi latitudine, da Hollywood a Cecchi Gori (semplificando), ha sempre ragione. Insomma, se si è poveri la colpa è sempre del capitalismo.

Il fatto che le statistiche dicano il contrario (*) non viene assolutamente preso in considerazione dal pensiero mitico-ugualitario. Si deve trovare un capo espiatorio che giustifichi i falliti. In qualche misura l’ugualitarismo è l’ideologia dei falliti. Ma anche di coloro, che pur non appartenendo a questa categoria, vogliono comandare,  senza  passare attraverso i  normali  canali  della mobilità sociale.

Se ci si passa la battuta, gli anticapitalisti sognano di vincere facile. Perché, per cogliere una mela, prendere la scala, salire sull’albero, eccetera? Basta tagliare l’albero con una sega elettrica e impadronirsi, in una volta sola, di tutte le mele…

Pertanto anche questa’anno l’anticapitalismo ha avuto i suoi beniamini da Croisette. Si legga qui:

«Non c’è la guerra ma certo i guasti del capitalismo raccontati come un film horror in Triangle of Sadness con cui il regista svedese di The Square, Ruben Ostlund, ha impressionato oggi in concorso, dando una prima scossa. In tre capitoli il film racconta di Carl (Harris Dickinson, l’attore inglese di The King’s Man), modello scartato al provino di una pubblicità perchè non si muove dinoccolato come va di moda ora e di Yaya (Charlbi Dean Kriek), modella e influencer. Con loro Ostlund, con uno stile crudo, asciutto, satirico che lo accomuna al coetaneo greco Yorgos Lanthimos, va negli inferi del capitalismo moderno tra divisioni di classi ferocissime, magnati russi con moglie ufficiale e amante al seguito, venditori di armi. Sarà una lotta di sopravvivenza, ma a governarla più che l’umanità è il dio denaro » (**).

Ostlund è un regista colto, apparentemente colto… Perché in realtà ragiona con il machete. Come in suo precedente film ("The Square"), sembra  imputare al capitalismo  le guerre tout court, le guerre economiche, le mafie, il razzismo e ovviamente l’ineguaglianza.

Per contro, questa monomania di voler cancellare ogni disuguaglianza, sta provocando, e non da oggi, una gigantesca crisi fiscale.

Gli stati liberalsocialisti, che hanno sposato la causa del welfarismo, in realtà per conservare il consenso, non possono non essere di manica larga: di qui le fortissime spese sociali, che provocano la crescita simmetrica della pressione fiscale, crescita che sta giungendo a livelli insostenibili.

Parliamo di una crescita esplosiva che sta preparando quella che è la reazione tipica delle moderne classi medie, che quando temono il declino, impaurite, dal declassamento sociale, chiedono aiuto ai fascisti.

Pertanto, in nome di una presunta idea di bene, la fine di ogni disuguaglianza, si rischia di aprire le porte al male, il fascismo.

In sintesi, La guardia rossa richiama sempre la guardia bianca. E, a prescindere da chi vinca, il tenore di vita si abbassa per tutti, e di molto.

Buona domenica.

Carlo Gambescia

(*) Cfr. https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/search?q=rosling .
(**) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/2022/05/21/a-cannes-trinca-regista-e-film-contro-il-capitalismo_999bd8d5-d2b6-4237-9dfc-c19a7430dac5.html .

sabato 21 maggio 2022

Mario Draghi e la melassa pacifista

 


Ieri Mario Draghi ha visitato una scuola in Veneto, regione leghista. In realtà, i veneti sono gente pacifica, perfino remissiva. Venezia – la Serenissima – le guerre le ha sempre fatte fare agli altri. Solo per dirne una, piegò la Quarta Crociata ai suoi interessi, contrattando, come in una partita di giroconto, la conquista di quel restava dell’Impero Bizantino, con quella di Gerusalemme. Prima Bisanzio, poi il Santo Sepolcro, questi i patti. La Crociata si concluse con un fallimento, salvo che per Venezia.

I veneti non amano le guerre. Però erano sulla “Linea del Piave”: “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!”. E nel 1848 la sfortunata difesa di Vicenza dagli Austriaci, che sparavano con i cannoni dai Colli Berici, intorno alla città, resta una pagina luminosa nel nostro Risorgimento. C’erano pure dei romani a combattere con i vicentini, gente di coltello: gli stessi che tornati a Roma, progettarono e portarono a termine l’assassinio di Pellegrino Rossi, eroico ministro liberale di Pio IX (un papa che però aveva già fatto marcia indietro, pronto a riparare a Napoli). Nessuno è perfetto.

Comunque sia, i veneti non amano neppure i prepotenti. Tra questi anche uno stato centrale che continua a spennarli fiscalmente.

Dicevamo di Draghi. Ne abbiamo scoperta un’altra su di lui. Ama le parabole… Ecco cosa ha raccontato ai ragazzi della scuola media inferiore, Dante Alighieri, di Sommacapagna, Verona.

«”Quel che si deve fare è cercare la pace, far in modo che i due smettano di sparare e comincino a parlare. Questo è quello che noi dobbiamo cercar di fare”, ha poi spiegato Draghi. “A Putin ho detto – ha aggiunto – ‘la chiamo per parlare di pace’, e lui mi ha detto ‘non è il momento’. ‘La chiamo perché vorrei un cessate il fuoco’, ‘non è il momento’. ‘Forse i problemi li potete risolvere voi due, perché non vi parlate?’, ‘Non è il momento’. Ho avuto più fortuna a Washington parlando con il presidente Biden; solo da lui Putin vuol sentire una parola e gli ho detto che telefonasse. Il suggerimento ha avuto più fortuna perché i loro ministri si sono sentiti”, ha concluso. “Chi attacca ha sempre torto. C’è differenza tra chi è attaccato e chi attacca, bisogna tenerlo in mente. Come quando uno per strada è grosso grosso e dà uno schiaffone a uno piccolo”. “Quello che è successo – ha aggiunto Draghi – è che il piccolino adesso è più grande e si ‘ripara’ dagli schiaffi, prima di tutto perché è stato aiutato dagli amici, ma anche perché combatte e si difende per un motivo, la libertà”, ha concluso» (*).

Perfetto la libertà. La stessa libertà, per quale nel 1915 (si metta da parte la canea nazionalista, prefascista), per i Salvemini, i Bissolati, gli Omodeo e tanti altri liberal-democratici, l’Italia entrò in guerra: una guerra sentita come Quarta Guerra d’Indipendenza. Ma quale pace… Si doveva finire di fare l’ Italia, completare il Risorgimento. Attenzione, non si trattava della guerra “Igiene del mondo” dei nazionalisti e di Mussolini. Quella era robaccia che avrebbe portato al fascismo. A Bissolati, il reduce, fischiato dai fascisti, perché tendeva la mano a croati e sloveni.

Ecco, sarebbe stato bello che il Presidente Draghi, invece della solita melassa pacifista, avesse parlato ai ragazzi del Risorgimento italiano sul Piave e di quello ucraino, dinanzi a Kiev. Due paesi in lotta per la libertà. Ed eventualmente, a proposito di trattative e rispetto delle autonomie, Draghi avrebbe dovuto inviare a Putin, già da un pezzo, e per conoscenza a Zelensky, il testo dell’accordo Italia-Austria (1946) tra De Gasperi e Gruber, sulla tutela delle minoranze di lingua tedesca in Alto Adige, popolazioni oppresse dal fascismo: territori che i nazisti durante la guerra si ripresero insieme a tutto il Trentino. E sembra, che anche il Veneto, in caso di vittoria di Hitler sarebbe passato alla Germania nazista, complice, forse, Mussolini.

L’ accordo tra De Gasperi e Gruber è tuttora indicato come un modello di convivenza, laddove esistono in Europa e nel mondo, minoranze linguistiche e culturali.

Ecco di che cosa Draghi doveva parlare a quei ragazzi. E invece, come detto, solita melassa pacifista.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/05/20/draghi-anchio-sono-mezzo-veneto_d98404d8-fc13-4314-9c0d-1077044954c7.html  .

venerdì 20 maggio 2022

L' imperativo territoriale, la lezione di Robert Ardrey

 


L’intelligence britannica parla di stallo (*). La resa parziale dell’acciaieria, stando sempre agli analisti, sembra perciò essere un contentino ucraino per i russi. Che ancora una volta sembra abbiano provato dopo quasi tre mesi di guerra, nonostante la tecnologia, di non avere grandi capacità militari: il soldato russo, si lascia intuire, pare essere rimasto quello della Prima Guerra Mondiale, un marmittone.

Del resto anche i comandi, ai vari livelli, come allora, non prendono iniziative, temono le destituzioni e sembrano essere più umani rispetto agli ufficiali zaristi, perché si guardano bene dal mandare le truppe al macello, puntando su attacchi frontali. Sebbene, pare che i russi abbiano avuto in quasi tre mesi circa trentamila caduti. Tuttavia non sono cifre da battaglie dei Laghi Masuri, del 1914-1915, quando tra morti e feriti vennero messi fuori uso, per così dire, centinaia di migliaia di soldati russi.

Come si spiega allora la clamorosa vittoria di Mosca nella Seconda Guerra Mondiale? Quando i russi giunsero trionfalmente a Berlino?

E si potrebbe andare ancora indietro, fino all’invasione napoleonica, quando i russi, reagendo energicamente, nel giro di due anni, entrarono a Parigi, per occuparla insieme agli eserciti, in particolare prussiano e austriaco, dell’ultima grande coalizione contro la Francia, pilotata dai britannici.

Ovviamente, soprattutto per le comparazioni di lungo periodo,  il rischio dire cose erronee è sempre in agguato.

Si ricordi infatti che la Russia, come potenza nella bilancia politica europea, emerge dopo Pietro il Grande nel sesto decennio del Settecento, con la guerra dei Sette anni. Insomma, il rischio è quello di tracciare, dal picco più alto della storia, che poi sarebbe il nostro modesto presente, linee puramente immaginarie, che riflettono, lo stato attuale cose, cioè i desiderata del momento.

Perché, allora, ripetiamo la domanda, i russi nel 1945, eccetera, eccetera? Sul punto riteniamo giusto richiamare l’attenzione del lettore su un dilettante di genio, Robert Ardrey (1908-1979), di Chicago ma vissuto in Sud Africa.

Dilettante, perché malgrado gli studi etologici e antropologici, si mise a scrivere per il cinema e per il teatro, anche con un certo successo, per poi tornare negli anni della maturità (chissà pentito…) a occuparsi del rapporto tra aggressività e territorialità però in ambito non accademico.

Autore di vari libri molto interessanti, tra i quali due tradotti in italiano: L’ istinto di uccidere(Feltrinelli 1968) e L’imperativo territoriale (Giuffrè 1984), quest’ultimo testo uscì nella famosa collana curata da Gianfranco Miglio, “Arcana Imperii”.

Tra le tante cose notevoli che Ardrey annota, ne ravvisiamo una che potrebbe spiegare il perché dell’eccellente resistenza Ucraina e della fiacca offensiva russa. E quindi dello stallo.

Scrive Ardrey nell’ Imperativo territoriale:

“La causa principale delle guerra moderna nasce dalla mancanza di un potere invasore capace di valutare correttamente le risorse difensive dico lui che difende il suo territorio. Nel proprietario che si difende si rafforzano costantemente le energie: l’ unione dei compatrioti immancabilmente di rinsalda al primo sparo d’arma; la moralità biologica chiede un sacrificio individuale, perfino un prezzo alto come la vita: tutti i comandi innati nell’imperativo territoriale agiscono per moltiplicare le evidenti capacità della nazione che si difende”.

Detto questo, Ardrey giustifica l’asserzione, dell’enorme potere bio-psicologico della guerra difensiva – non preventiva quindi, ma come reazione, di chi subisca l’invasione – con esempi tratti dalla vita animale e dalla guerra moderna.

Insomma, l’aggressione russa avrebbe moltiplicato le forze degli ucraini, come quella nazista decuplicò le forze dei russi, e così via. Il concetto, come nel caso dei francesi sbaragliati nel 1940, non rimanda alla singola battaglia persa, ma alla vittoria finale. Sicché, anche con Napoleone, i russi aggrediti si presero la bella soddisfazione di giungere fino a Parigi.

Diciamo che l’aggressione russa è in stallo, e che le cose potrebbero anche precipitare, perché si tratta di un’ aggressione territoriale contraria alla “morale biologica”, per usare la terminologia di Ardrey.

Ovviamente, anche le tesi di Ardrey, vanno prese cum grano salis, e ricondotte nell’alveo di un’analisi geopolitica, storica e che tenga conto anche degli aiuti militari occidentali. Insomma nulla di assoluto e definitivo sotto il profilo dell’interpretazione degli eventi.

Tuttavia la spiegazione di Ardrey, se accettata dal punto di vista delle deterrenza, cioè di come evitare le moderne guerre di aggressione, distinte dall’effetto boomerang, risulta molto più interessante e vicina alla realtà della melassa pacifista che alla morale biologica vuole sostituire una morale che piuttosto che agli uomini si addice agli angeli.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/estero/news/2022-05-18/diretta-ucraina-guerra-russia-nato-16788422/#tr_16801537 . Avvisiamo il lettore che l’inteligence britannica pone l’accento su una teoria politologica tuttora alla moda: quella che riconduce tutte le dinamiche politiche e militari alle tecniche decisionali. Non al perché ma al come  e al chi.

giovedì 19 maggio 2022

La biblioteca di Franco Battiato

 


Non si poteva fare peggiore servizio a Battiato di quello reso dal “Coraggio di essere Franco”, un documentario, scritto e diretto da Angelo Bozzolini, andato in onda ieri sera su Rai 1.

A parte il fatto, come si può intuire dalla pagina Fb del regista, che è stato girato in fretta e furia, assemblando materiali di repertorio e qualche foto inedita. Per non parlare delle improvvisate interviste, come quella a Sgarbi, che di Battiato, praticamente sapeva e sa poco o nulla. Ignorata o quasi (a parte le amenità personali di Sonia Bergamasco) la filmografia di Battiato, che, sebbene non copiosa, rappresenta un capitolo interessante della sua storia creativa.

È vero che l’improvvisazione talvolta è fortunata, quindi è stata evitata la megalomane caratterizzazione, tipica degli interpreti di destra, del Battiato-Guénon, se non addirittura nelle vesti di un redivivo Julius Evola, in groppa alla tigre.

Bozzolini, che invece è di sinistra, quella di oggi, che vive e lotta dentro il guazzabuglio ideologico mainstream, liberalsocialista, ha dipinto un Battiato psichedelico, un sessantottino semipentito, di genio, tipo Silicon Valley, quindi tutto sommato attento ai soldi. Un casto e poliglotta Aldo Busi, che avrebbe riscritto il pop italiano in chiave pseudo buddista ed eterosessuale, piegando la sperimentazione al successo. Così dicono i produttori musicali… Ma si può, solo per fare esempio, far scrivere la vita di Paolo Sorrentino a Vittorio Cecchi Gori?

Per dirla con un mio vecchio direttore, Bozzolini non aveva e non ha le “coordinate culturali” per comprendere Battiato. E lo si capisce, da come si lascia sfuggire una citazione fondamentale che se sviluppata avrebbero favorito la comprensione di un uomo creativo, intelligente e colto, ovviamente non un filosofo o un pensatore.

Ciò che Battiato dice di sé: quel “ non essere mai nato e quindi mai morto”, indica l’affermazione dell’esistenza di un etereo corpo spirituale, che in qualche misura trascende l’uomo e la stessa dimensione del sacro. Che – attenzione – è vista da Battiato come un prolungamento del trascendente. Quindi non siamo davanti a un Hippy stagionato con il culto del Nirvana, peace and love. Ma siamo dinanzi a un erudito che conosce e apprezza le religioni, a partire dall’Islamismo, soprattutto nel versione Sufi, così ricca di misticismo, anche musicale a artistico. Ma cosa possono sapere personaggi intervistati come Scurati, Sgarbi, Morgan di un percorso del genere? Bah…

Un itinerario, quello di Battiato, che tra l’altro incontra figure, seppure diverse per qualità, ma non proprio intellettualmente comuni, come Guénon e Gurdjieff.

Anche gli altri intervistati, alcuni abbastanza acculturati in argomento, non hanno sciolto questo fondamentale nodo, che rinvia al sostanziale impulso antimoderno (come rifiuto del liberalismo e del capitalismo) che caratterizza tutta la produzione, inclusa quelle sperimentale, di Battiato: il suo tradizionalismo, non spicciolo conservatore borghese, ma guénoniano, scorge in una tradizione trascendente, che accomuna le diverse fedi, qualcosa che preesiste, persiste e sovra-esisterà a un uomo prigioniero del suo corpo materiale, addirittura animale, in cerca di quel del Re del Mondo che è dentro ognuno di noi.

Probabilmente, per ragioni di spazio, si è tagliato più di qualcosa. Così almeno ci auguriamo. Indugiando però, altro limite del documentario, sulla malattia, sul corpo terreno… Quanto di più lontano dalla concezione tradizionalista di Battiato. Roba da ridere per lui.

Battiato, come abbiamo scritto in altra occasione, ha tentato di spiegare Guénon al popolo (*). Quindi non “sperimentalismo di massa”, come osserva, anche acutamente, un intervistato, ma tradizionalismo di massa.

Attenzione, di masse, che non pensano di essere tradizionaliste ma neppure moderniste, esistono, vivendo alla giornata, come non possono non vivere le torpide masse welfarizzate.

Il modernismo, come pastiche creativo, invece è nei critici, nei Bozzolini e in quasi in tutti gli intervistati: si spennella di spiritualismo il sintetizzatore. L’idea di rivoluzione, tipica della sinistra sessantottina, si è trasformata nei figli in ribellismo mainstream, welfarizzato, in professioni di fede tipo “Dov’era lo stato?”.

È, ovvio quindi, che Battiato venga erroneamente visto come uno dei loro.

Ma ne ravvisiamo un’altra di citazione fondamentale, che non rende un buon servizio neppure alla causa post-sessantottina, quando si riporta il Battiato del “non voglio comandare e non voglio essere comandato”.

È quel che Manzoni attribuisce a Don Ferrante, personaggio semicomico, lunatico, l’ultimo degli Aristotelici, in un secolo scopertosi Cartesiano, che, in casa, non vuole comandare né obbedire alla consorte, Donna Prassede.

La biblioteca di Don Ferrante, descritta con minuzia di particolari curiosi, semigrotteschi dal Manzoni, ricorda il “Magic Shop” sul quale Battiato dirigeva i suoi strali antimoderni. Però Battiato, a sua volta, non vuole né comandare né obbedire, proprio come Don Ferrante, che non aveva fatto il Sessantotto. E neppure Battiato, siciliano tipo (come avanza non sviluppando Sgalambro): mezzo Bufalino, mezzo Sciascia, ma con sottobraccio La crisi del mondo moderno di Guénon. Altro che “Risorgimento in Sicilia” di Rosario Romeo, grande esempio di liberale autentico, quindi non un liberalsocialista. Ma questa è un’altra storia.

Ecco, un studio da intraprendere, perché anche Don Ferrante era coltissimo a suo modo, rinvia alla biblioteca di Battiato. Che secondo alcuni, ricordava il catalogo Adelphi. Di qui gli equivoci con la destra. Che scorgeva e scorge in Battiato una specie di casto D’Annunzio.

Cosa ha letto veramente Battiato? E anche di questo nel documentario di Bozzolini non c’è traccia.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/franco-battiato-tra-caso-e-necessita/ .

mercoledì 18 maggio 2022

Quei vigliacchi dell'Eni

 


L’Eni, ente dietro il quale c’è lo stato o comunque il governo, ha aperto un conto in rubli per pagare gas il russo, pur mantenendo aperto il conto in euro. In questo modo però l’Italia ha violato le sanzioni economiche contro la Russia varate dall’Unione Europea e obbedito a Mosca. O comunque sia, siamo davanti al solito atteggiamento, storicamente italiano, segnato da una grave ambiguità e da una bella dose di vigliaccheria.

Si dirà, che bisogna essere realisti, che tutti fanno così, e che prima di ogni cosa vengono gli italiani.

È proprio così? Certo, l’influenza economica dell’Italia sulla Russia è pari a zero. Mentre quella della Russia sull’Italia è notevole, soprattutto in ambito energetico, quindi ci si doveva piegare: si chiama legge del più forte.

Del resto l’Unione Europea, sul piano geopolitico, non conta praticamente nulla, di qui, ecco il ragionamento italiano, meglio rischiare una elefantiaca procedura di infrazione sulle sanzioni violate, che dispiacere alla Russia e morire di freddo.

A dire il vero, però, il realismo dell’Eni e del governo (perché senza placet di Draghi…), ha un fondamento di viltà. Roba da vigliacchi. Un amaro calice che lascia un retrogusto sgradevole. Che probabilmente gli italiani, stando pure ai sondaggi, non avvertono. Oppure, che mandano giù turandosi il naso, aspettando che passi la nottata.

Diciamola tutta: in Italia la categoria dei “falchi” – così sono liquidati coloro che ritengono che la Russia vada ridimensionata, a partire da un’ energica risposta all’invasione dell’Ucraina – risulta di proporzioni a dir poco lillipuziane. Neppure i militari, da anni messi all’angolo, hanno sposato la tesi dell’appoggio militare incondizionato all’Ucraina.

Le polemiche delle colombe filorusse, che non sono poche rispetto ai “falchi”, godono di grande visibilità in tv e sui social. Si punta a demolire qualsiasi politica ostile verso la Russia (dagli aiuti militari a un intervento diretto). Attenzione, politica ostile che nessuno sembra aver formulato chiaramente.

La Russia è militarmente in difficoltà, si potrebbe dare il colpo di grazia. Però in Europa si fa finta di non capire. E in Italia pure. Anzi, come nel caso dell’Eni, addirittura la si aiuta.

Purtroppo, nonostante si sia costruita, con la complicità del governo italiano, questa storiella mediatica dei falchi, i falchi non esistono, o comunque se esistono, ripetiamo, non contano politicamente nulla.

Le decisioni vere, sotto le chiacchiere e nessun distintivo, come prova la scelta dell’Eni, sono pro Russia. Detto per inciso, non saranno i miserabili aiuti militari italiani per centocinquanta milioni di euro a cambiare gli equilibri militari in Ucraina.

Del resto l’establishment ucraino, con Zelenzky in testa che di massmedia se ne intende, ha perfettamente capito, che solo gli Stati Uniti, per quanto a spizzico, sono in grado di aiutare l’Ucraina. Kiev  sa perfettamente di che pasta corrotta sono fatti gli italiani. Quindi l’Ucraina si accontenta di qualche mitragliatrice pesante, un pugnetto di cannoni anticarro e forse alcuni missili. Questo passa il convento. Sicché per il momento a Kiev si  fa finta di nulla.

Del resto i filorussi possono contare sull’aiuto della palude pacifista: sulla condanna morale a priori della guerra, anzi di ogni guerra. Un atteggiamento che, di fatto, non risale oltre le responsabilità di Putin e che ignora la forza propria della macchina militare e ideologica russa  che ramifica  l’invasione dell’Ucraina.

E così, in un mare di melassa umanitaria, che consente ai filorussi di presentarsi come difensori della pace, di ridicolizzare Zelensky come marionetta degli americani (ma a chi dovrebbe chiedere aiuto, in alternativa, agli europei? Tipo quelli dell’Eni?), si va avanti giorno dopo giorno, sperando che i russi si stanchino o che gli ucraini cedano.

I falchi si contano sulla punta delle dita e non contano nulla. Non si dia retta alle storielle messe in giro dai filorussi, non sgradite  a un governo ipocrita che si nasconde dietro il pacifismo pur di restare in sella.

I popoli purtroppo, come capita alle persone, si misurano nei momenti di grave crisi, quando si deve stare di qua o di là. L’Italia, al di là della manfrina umanitaria e di un pugno di armi, sta dalla parte dei russi, come mostra il cedimento dell’Eni.

Certo, ufficialmente, non lo si ammette. Ma i fatti ci dicono che è così. Altro che falchi. Al momento vincono i vigliacchi.

Carlo Gambescia

martedì 17 maggio 2022

Toni Capuozzo e i pozzi televisivi avvelenati


 

In realtà, mi accadeva, regolarmente anche prima, però da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, a maggior ragione, non ho visto un solo talk show. Li ho vissuti di rimbalzo, sulle cronache.

A dire il vero, non ho mai amato le risse televisive, e nonostante alcuni inviti mi sono sempre tenuto alla larga. Non condividevo e non condivido il metodo di autori e conduttori.

Quale metodo? Estrapolare una frase racchiusa in un post, in un articolo, in un libro, e invitare chi l’abbia scritta a commentare in base, ovviamente, ai desiderata del momento di conduttori e autori. In pratica ci si trasforma in marionette. Più si fa il gioco del programma, ossia più si è aggressivi, più si ha successo. Si tratta di una vera e propria degenerazione del concetto di pubblica opinione.

Ovviamente, alcuni giornalisti si sono specializzati nella tecnica del Bastian contrario in nome – non sia mai – della libertà di pensiero. In genere si tratta di comunisti pentiti (si fa per dire), come Toni Capuozzo. C’è chi li definisce come gli ultimi romantici, chi invece ritiene che siano al soldo dei nemici dell’Occidente.

Comunque sia, Capuozzo in particolare non ha mai fatto mistero di odiare l’Occidente, il liberalismo, il mercato. Un giornalista abilissimo nel disinformare, il buon sangue della scuola comunista non tradisce mai. Purtroppo, molti come lui, godono del famigerato due pesi due misure: nel senso che possono dire cose, negate a chi sia di destra, magari con trascorsi neofascisti. Si chiama anche doppio registro.

Si noti, come esempio, il sottile veleno sparso nei pozzi televisivi da Capuozzo, appena giunta la notizia di un accordo per far evacuare i feriti dalle acciaierie Azovstal.

Dove? Nell’ospitata a casa, televisivamente parlando, di uno strano liberale, almeno come si autodefinisce: Nicola Porro. Che per inciso, a parte la ricorrente polemica, da tabaccaio del XXI secolo sul vampirismo fiscale, dice cose da fasciocomunista. Ma questa è un’altra storia.

Dicevo Capuozzo e il veleno… Si legga qui (*):

«Il battaglione Azov non aveva cibo né armi ma avevano sempre i telefoni carichi per mandare messaggi a tutti – ha detto il giornalista – L’evacuazione mette fine alla retorica a cui abbiamo assistito in questi mesi, che ci porta a essere tifosi quando dovremmo scuotere la testa di fronte a quanto sta accadendo».

Capito? Un assedio in piena regola, liquidato come il televoto di un grumo fascisti… Ma non è ancora finita:

«Secondo Capuozzo, i militari del battaglione Azov “sono scomodi” perché “non amano Zelensky e non sono amati da lui”.»

Capito? Zelenski non li ama, ma ricarica i telefonini.

Conclusioni:

«Capuozzo ha infine fatto notare come l’assenza di personale Onu o Croce Rossa significhi che l’accordo per l’evacuazione è stato raggiunto tra Russia e Ucraina. “Un accordo che ha elementi di generosità – ha detto Capuozzo – perché non c’è stata la sfilata dei vinti. Quanto accaduto è in controtendenza con i desiderata della Nato e di Washington. In queste settimane siamo passati dalla volontà di aiutare Kiev a resistere a sostenere l’Ucraina nella riconquista dei territori persi otto anni fa”.»

Capito? Vanno ringraziati gli invasori russi.

In poche battute, oltre a disinformare, Capuozzo si inventa, o comunque enfatizza, un conflitto tra Zelensky e i fascisti del battaglione Azov. Ma non era “fascista” pure Zelensky? E dipinge i russi, gli aggressori, come santi laici. E, naturalmente, liquida il giusto desiderio ucraino di difendere la propria integrità territoriale, come un diabolico progetto Nato e di Washington.

Il che rimanda alla vulgata filorussa. Che Capuozzo veicola in un programma presunto liberale.

Capuozzo il suo mestiere, creda o meno in quel che dice, lo sa fare molto bene. Scuola comunista, come dicevamo. Porro, il suo, prova di non saperlo fare. Perché o si fa mettere nel sacco, come un cretino, o sa quello che fa, quindi è un disinformatore provetto pure lui. Delle due l’una.

Già mi sembra di sentire la critica… Che razza di liberale è, questo Gambescia, che vuole tappare la bocca a un fior di giornalista, pluripremiato, come Capuozzo? Un giornalista, “fuori dal  coro”, come si legge, che, come recita il credo liberale, ha il sacrosanto diritto di dissentire?

In realtà le vere domande sono le seguenti: 1) Siamo o non siamo in guerra? Se sì, il “dissenso” vada pure dissentire, ma sulla Piazza Rossa, usando i mezzi di comunicazione sociale del Cremlino; 2) L’Ucraina deve o non deve respingere i russi oltre i suoi confini? Se deve “vincere”, perché “vincere” significa respingere i russi oltre i confini, e nulla più , allora il dissenziente, faccia come sopra. 3) L’Occidente deve dare una mano, oppure no? Se deve darla, come sopra.

Purtroppo, il punto è che in Occidente, e soprattutto in Europa e in Italia, le idee su cosa deve essere fatto non sono chiare. Di qui, il blaterare di pace, la pseudovolontà di trattative a ogni costo, gli aiuti sottobanco. In questo modo però la gente comune, non si considera in guerra. Di qui, la rivendicazione, apparentemente giustificata, di un diritto alle voci di dissenso, che invece quando parlano le armi, cioè quando c’è un’emergenza vera, non il film catastrofista sull’epidemia, pardon pandemia, è totalmente fuori luogo.  Anche perché nella confusione totale fiorisce rigogliosamente la mala pianta della disinformazione, le cui foglie, nel caso particolare adornano il loggione dei russi, che in realtà sarebbero i nemici.

“Sarebbero” poiché il famoso “italiano-anguilla, ironicamente teorizzato dal grande Walter Chiari, non si sentiva in guerra nel 1943, figurarsi oggi… Quindi si continua a discutere come se l’invasione russa dell’Ucraina fosse una bega condominiale. Con leggerezza biforcuta da talk show. Altro che la Camera bassa, la forbita Chambre guizotiana…

Ora, non credo che Capuozzo sia al soldo dei russi, l’uomo sembra integro. Però da vecchio e inguaribile comunista romantico, rimpiange l’ ordine di Jalta, odia il liberalismo e il capitalismo. L’Ucraina invece si batte contro Jalta e vuole continuare a modernizzarsi politicamente ed economicamente. Si chiama rotta di collisione. Chiunque voglia salire sulla nave di Capuozzo si accomodi pure. Destinazione Odessa, tra le mine, piazzate dai russi.

Non si confondano però le idee ai non pochi  telespettatori già confusi.  I buoni stanno a Kiev. Punto.

Carlo Gambescia

(*) https://notizie.virgilio.it/evacuazione-battaglione-azov-toni-capuozzo-finisce-la-retorica-sono-reduci-scomodi-1530109

 

lunedì 16 maggio 2022

Forti e deboli. Una riflessione metapolitica

 


Intanto una curiosità. Gli antropologi spiegano che l’atteggiamento, pressoché universale, di simpatia e affetto verso i bimbi, soprattutto se in tenerissima età, è causato dalla conformazione fisica (ad esempio le dimensioni della testa leggermente più grandi del resto corpo). Però, oltre all’aspetto, ciò che colpisce e ispira tenerezza è quell’ essere indifesi e bisognosi di aiuto.

Non si dimentichi mai che svezzamento e cura nell’uomo fino alla piena autonomia, impongono, all’interno del regno animale, tempi in media più lunghi. Il che influisce sul recepimento e la trasformazione culturale di ciò che si potrebbe definire una specie di innata tenerezza verso i deboli.

Tuttavia, il rispetto verso chi sia indifeso, non è nell’uomo una risorsa naturale di specie, per capirsi – semplificando – un riflesso. Il che spiega le origini culturali di un imperativo di tipo etico accolto da non poche religioni e morali, che vieta di infierire sui deboli, o addirittura su chiunque si trovi in difficoltà o in condizioni di inferiorità.

Purtroppo, la storia mostra, senza tanti riguardi per gli imperativi etici, la cancellazione e deportazione di interi popoli come pure il massacro di donne e bambini. Sul rispetto del debole non c’è accordo culturale.

Dal punto di vista politico e militare, a meno che non scelgano un alleato forte, i deboli soccombono sempre. Fermo restando, il fatto, che anche i deboli, quando si trasformano in forti, non sono da meno. Per inciso, la nostra definizione di forte e debole rinvia alla comparazione delle oggettive risorse possedute dagli attori politici in ambito economico, militare, demografico, territoriale.

Sul piano delle ideologie di legittimazione dell’ eliminazione dei deboli, la storia è ricca di argomentazioni giustificative, come a proposito delle triste fine di numerose minoranze religiose e politiche. Va però ricordata anche la soppressione da parte di minoranze, una volta divenute maggioranze, delle precedenti maggioranze, a loro volta trasformatesi in minoranze.

Sembra un gioco di parole, ma i decreti teodosiani (391-392 d.C.) di chiusura dei templi pagani al culto offrono un ottimo esempio storico e sociologico della parabola minoritaria-maggioritaria del conflitto tra due ideologie religiose.

Tuttavia, il ciclo politico della violenza dei forti sui deboli, che rinvia alle cose come sono, non significa che esso sia giustificato dal punto di vista morale, cioè di come devono essere le cose. Infatti, studiare dal punto di vista metapolitico, le cose come sono, non significa giustificare le cose come sono dal punto di vista etico. Traducendo un giudizio di fatto in giudizio di valore.

Ciò è reso tanto più vero dal continuo sforzo umano di accrescere ed estendere la validità universale di un principio etico teso a condannare chiunque approfitti e infierisca sui deboli. Come pure, al contrario, è dimostrato dall’esistenza di ideologie rivolte a legittimare l’uso della violenza contro i deboli.

Il lato tragico di tutta la questione è nel fatto che il conflitto culturale sulle giustificazioni, diventa “il” conflitto. Dal momento che per inevitabili ragioni di natura utilitaria e organizzativa, prodotte dalla logica immediata del successo, ci si concentra sulle ragioni che giustificano la violenza del forte  sul debole, e non più sul perché il forte debba approfittare del debole. Addirittura il ciclo politico della violenza del forte sul debole, viene giustificato, fatalisticamente, all’insegna di un prosaico “oggi a te domani a me”.

Si ricordi, come narra lo storico Polibio, il pianto di Scipione Emiliano, vincitore nella Terza guerra punica, davanti alle rovine Cartagine. Il condottiero romano si commosse pensando a come “la sorte di città, popoli, domini, muti al pari del destino degli uomini: così era accaduto a Ilio, città una volta potente, così era accaduto ai regni degli Assiri, dei Medi e dei Persiani, che erano stati grandissimi ai loro tempi” (Frammenti del Libro XXXIX, 5,6). Polibio, come Scipione, ne dedusse, in termini di organica teoria politica, che un giorno tale cattiva sorte sarebbe toccata Roma, come pure a tutte le organizzazioni politiche di largo respiro.

Con tutto il rispetto per Polibio, “graeculo” di genio, ma restare a guardia dei fatti, dal punto di vista dell’analisi metapolitica, non significa giustificare la violenza del forte contro il debole, dal momento che,  come si sente tuttora ripetere,  i forti di oggi saranno i deboli di domani e viceversa, quindi, temporalmente parlando, pari sono.

Come detto, sotto il profilo dell’antropologia culturale esistono due grande correnti: la prima che giustifica il primato del forte sul debole, la seconda che invece non lo giustifica.

Chiunque voglia analizzare i fatti obiettivamente non può non prendere atto che, di fatto, i forti si approfittano sempre dei deboli, e i deboli, a loro volta, se si vogliono salvare devono rivolgersi ad altri forti. Dal momento che, piaccia o meno, risulta difficilissimo se non impossibile persuadere il forte a rinunciare alle proprie prerogative sul debole. Quantomeno, il forte andrebbe minacciato da un altro forte alleato però del debole.

Qui si rivela tutta la vacuità del pacifismo che punta esclusivamente sulla forza di persuasione, che come detto da sola non basta. Scipione Emiliano, pianse, ma solo dopo aver distrutto Cartagine.

Perciò per l’analista metapolitico restare a guardia dei fatti significa, trovare un punto di equilibrio tra gli editti teodosiani e le lacrime di Scipione di Emiliano.

Impresa difficile. Resa ancora più complicata dalle simpatie ideologiche, che lo studioso di metapolitica, come ogni essere umano, non può non nutrire. Come conciliare le proprie simpatie politiche con lo studio obiettivo dei fatti?

Possiamo solo dire che secondo le note tesi di Max Weber, l’ articolo che oggi abbiamo scritto, potrebbe anche bastare, perché descrive i fatti per quello che sono, nelle varie sfumature, pro o contro. Lo studioso descrive e spiega, il politico decide e agisce.

Tertium non datur.

Carlo Gambescia