sabato 23 aprile 2022

I giuristi di Putin

 


Qual è lo schema argomentativo dei giuristi di Putin? Parliamo degli opinionisti di formazione giuridica che svolgono il ruolo dei difensori d'ufficio. Va detto che ce ne sono molti in giro, sparsi nel mondo, anche in Italia,  pronti a profondersi in ragionamenti più o meno sottili, comunque da giuristi. Di Putin.

Lo schema difensivo, grosso modo, è il seguente.

A) Prima. concedendo all'interlocutore,  si riconosce che la Russia è lo stato aggressore.

B) Subito dopo si aggiunge però che se la Russia lo è dal punto di vista giuridico, del diritto internazionale, non lo è da quello politico, perché una guerra che sembra di aggressione, in realtà, per fondate ragioni politiche, può essere preventiva, quindi in qualche misura di autodifesa, ossia di attacco cautelativo per difendere la propria comunità, come dovere di ogni sovrano politico.

C) Perciò, in ultima istanza, ecco il succo del ragionamento, il principio per l’esercizio legittimo del diritto di muovere guerra è ricondotto alla percezione della natura e della gravità del pericolo di essere attaccati da parte dell’attore politico che attacca per primo. Che, per dirla, alla buona, in questo modo cade sempre in piedi.

E sia pure.

Allora quale sarebbe secondo i giuristi di Putin il pericolo percepito dalla Russia? Quello di essere attaccata, via Ucraina, dalla Nato.

Capito? A Ovest come a Est sono puntati, gli uni contro gli altri armati, i missili russi e americani per migliaia e migliaia di chilometri, però il pericolo sarebbe rappresentato, per un paese come la Russia con 11 fusi orari, dall’ Ucraina. Che una volta entrata nella Nato, magari ritrovandosi subito, come il primo giorno di scuola, in compagnia di polacchi e ungheresi, in meno di due settimane, potrebbe impossessarsi di Mosca. Au galop!

Riassumendo, per i giuristi di Putin, la Russia ha attaccato per difendere il suolo patrio dalla cavalleria polacca, ungherese e dalle fanterie ucraine. E per questo motivo da due mesi le città ucraine sono bombardate dai russi. Bombardamenti difensivi, of course.

Ammettiamo pure, che non sia una questione di polacchi, ungheresi, ucraini, insomma che abbiamo scherzato anche noi, ma dell’intera Nato a guida americana, perciò di confronto tra due potenze militari: Russia e Stati Uniti.

Ecco, in questo quadro, di quanto poteva e può  spostare gli equilibri politici la questione ucraina? Se tutta l’Europa orientale, è liberamente passata da tempo all’Occidente, in particolare europeo, cosa poteva e può cambiare sul piano militare la scelta dell’Ucraina?

Si dirà, l’ultima goccia, eccetera, eccetera. Ma questi sono ragionamenti di tipo condominiale…

In realtà, il vero punto fondamentale della questione è nella percezione del pericolo da parte della Russia, cioè proprio nella giustificazione che viene usata dai giuristi di Putin.

Percezione che è soggettiva e che non è quantificabile,  quindi poco prevedibile.

Per una qualche ragione che sfugge all’analisi razionale degli eventi a un certo punto, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, trent’anni fa, quindici anni fa, otto anni fa, quattro anni fa, un anno fa, due mesi fa, i russi hanno statuito, abbandonandosi in coma patriottico agli antichi ricordi di pseudogloria, che l’Ucraina era vitale dal punto di vista strategico. Di qui la decisione di invadere.

Se ci si pensa bene, chiudendo per un attimo gli occhi sui morti, tutti i morti, russi e ucraini, questa guerra è veramente ridicola. Dinanzi a un Occidente euro-americano che vuole fare solo buoni affari e divertirsi e cosa non secondaria davanti alla possibilità storica per la Russia di aprirsi al mondo e di far crescere, finalmente, il tenore di vita della sua popolazione, Putin che fa? Invade l’Ucraina, come un Romanov dell’Ottocento. Putin I imperatore di tutte le Russie…

Insomma, ci si può fidare della percezione del pericolo di un revenant come Putin? Percezione, che invece secondo i suoi giuristi dovrebbe giustificare l’invasione dell’Ucraina come esercizio legittimo del diritto di muovere guerra?

E qui si torna all’importanza di un diritto internazionale condiviso, che non è soggettivo ma oggettivo perché fissa regole uguali per tutti. Che, tuttavia, viene deriso dai giuristi di Putin, che evocano come fonte di sicurezza, proprio la guerra, che la sapienza giuridica cerca di disinnescare. Attenzione, disinnescare, senza pretendere di cancellare niente dalla storia. Gli uomini sono quel che sono, però esiste il tempo della spada e il tempo del contratto.

Perché è vero che nel nome del sano realismo politico se si vuole la pace si deve preparare la guerra. Però prepararla non significa alzarsi una bella mattina di cattivo umore e bombardare alzo zero le popolazioni civili. Ed è proprio quello che i giuristi di Putin cercano invece di giustificare.

In evidente malafede. Perché, ci si chiederà? Misteri e abissi dell’animo umano.

Carlo Gambescia

venerdì 22 aprile 2022

Sul concetto di “ordine mondiale dell’Occidente”

 


Ieri, leggendo qui e là, sono rimasto colpito da un’ espressione: “ordine mondiale dell’Occidente”. Una terminologia che risale agli anni della dissoluzione del comunismo sovietico. Quando negli Stati Uniti, ai tempi della presidenza di George W. Bush (1989-1993), si usò tale termine per definire la costruzione di un nuovo ordine di rapporti di natura pacifica con la Russia. L’espressione rimbalzò nei più diversi ambienti politici assumendo, secondo la vulgata politica, significato positivo o negativo.

A dire il vero, la terminologia resta interessante, perché riassume, come altre forme ideologiche storiche, la volontà, tipicamente umana di dare un senso alle vicende politiche e al tempo stesso di forgiarle.

Quante sono le chances umane di realizzare progetti politici finalizzati su larga scala? Cioè di progetti, fin dall’inizio, costruiti a tavolino secondo finalità precise?

Un passo indietro, anzi una precisazione. In realtà, come prova lo sviluppo afinalistico di grandi e complessi aggregati politici e sociali come il diritto moderno, il capitalismo, la società liberale, oppure per andare più indietro ancora, il feudalesimo, l’ impero romano, il cristianesimo, gli unici due progetti espliciti di costruzione e attuazione – insomma finalistici – di un nuovo ordine, addirittura politico, per limitarsi al Novecento, rinviano all’esperienza totalitaria del nazifascismo e del comunismo.

Per inciso, nel 1945, solo in opposizione a queste tremende ideologie, si parlò in Occidente – ad esempio Churchill – di un nuovo ordine liberal-democratico da opporre alla sfida totalitaria del comunismo sovietico.

Dicevamo delle chances, ebbene sono poche, molto poche. Soprattutto in politica internazionale, dove in termini di antropologia politica regna il disordine più assoluto dalla notte dei tempi perché molto spesso parlano le armi.

Il che non significa che gli uomini non possano immaginare, soprattutto nell’era della scienza e della tecnica, la costruzione di “nuovi ordini” anche in modo “pacifico”. Si pensi a un fenomeno, tutto sommato solidaristico, come il welfare state, ma costruito dall’alto, i cui perversi effetti di ricaduta, dalla crisi fiscale dello stato, sono sotto gli occhi di tutti.

Sarebbe perciò cosa saggia, astenersi, dal momento che i processi sociali finalizzati, soprattutto quando e se militarizzati, o comunque giocoforza burocratizzati, sono marcati dall’ imprevedibilità sul piano degli effetti di ricaduta.

Si pensi all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Lo scopo latente era quello di sfidare la Nato e dividere l’’Ue, mentre quello manifesto di riprendersi l’Ucraina o parti di essa.

Che è accaduto invece? L’esatto contrario. Che, pur secondo il canone occidentale della diluizione politica a lento rilascio, l’Occidente si è stretto intorno all’Ucraina e l’offensiva russa sembra perdere colpi.

Cosa vogliamo dire? Che sarebbe stato meglio per la Russia accettare lo scivolamento dell’Ucraina verso l’Occidente, frutto di un processo spontaneo (quindi non finalistico) di evoluzione-selezione di valori ed istituzioni che attraggono gli ucraini più dei valori e delle istituzioni russe.

La saggezza dei grandi uomini politici è quella di assecondare gli sviluppi pacifici delle cose umane, in particolare quando il progetto nasce dal basso e spontaneamente attraverso l’interazione tra milioni di individui, che senza alcun accordo finalistico imposto dall’alto, scelgono liberamente ciò che è bene per se stessi. Un bene, che quando rinvia a processi selettivi pacifici, ricade a cascata su tutti. Si dice anche “lasciar fare, lasciar passare”.

Diciamo che, paradossalmente, il nuovo ordine occidentale è basato sul disordine. che poi è apparente (ma si viene a sapere solo “dopo”, dopo secoli), disordine determinato dagli effetti, spesso a breve, delle singole decisioni umane.

Sotto questo aspetto, se proprio di nuovo ordine Occidentale si deve parlare, il senso originario rimanda a quel fenomeno spontaneo legato allo sviluppo dei commerci e al crescente scambio di idee, conosciuto giornalisticamente come “globalizzazione”.

Processo che, a folate, viene da lontano, dagli inizi della Rivoluzione industriale, ripartito, alla grande, dopo la caduta della Cortina di ferro. Un processo che anche la Cina sembra apprezzare. Almeno finora.

Ovviamente, la politica nuda (senza orpelli istituzionali e morali) rinvia alla logica di potenza e alle categorie carnivore di amico e nemico. Delle quali, piaccia o meno, si deve tenere conto. Il che significa lasciare spazio cognitivo, nel senso di studiarle in chiave metapolitica per addomesticarle, al costruttivismo politico-militare delle logiche egemoniche, militarmente egemoniche.

Solo facendo così, ad esempio, si sarebbe compreso che ciò che la Russia prospettava con il dito adunco all’Ucraina, in termini di sovranità culturale ed economica limitata, avrebbe portato guai. Infatti, il riflesso carnivoro russo ha inevitabilmente provocato, per ora a metà, altre reazioni carnivore in Occidente, e così via. Le cose, piuttosto gravi, sono sotto gli occhi di tutti.

Dopo di che, per ragioni di pura e semplice propaganda politica, soprattutto da parte russa, e comunque dei nemici dei valori liberal-democratici, si è tornato a parlare di “ordine mondiale dell’Occidente”, mettendo, e ingiustamente, sullo stesso piano, l’integrazione pacifica sulla base di valori condivisi e l’allargamento egemonico, politico-militare, fondato sulla pura violenza.

Un disegno al quale l’Occidente, sebbene malvolentieri, quasi tirato per i capelli, dovrà comunque opporsi, come Churchill si oppose a Hitler. E non per la difesa di uno pseudo ordine mondiale dell’Occidente, come sostengono i suoi nemici, ma per la libertà di tutti i popoli.

Diciamo, in ultima istanza, se si vuole metterla sul piano conoscitivo, che l’Occidente deve contrastare questo disegno per questioni di metodo: spontaneismo vs costruttivismo.

Per essere ancora più precisi dovrà ricorrere a dosi di costruttivismo militare per difendere lo spontaneismo sociale. Il che, ovviamente, può avere i suoi risvolti negativi, sociologici, in termini di militarizzazione e burocratizzazione delle società occidentali. Ancora più pericolosi, soprattutto dopo un’ overdose di burocratizzazione da epidemia, pardon pandemia.

Ma questa è un’altra storia. O per dire meglio, cari lettori, una pena al giorno.

Carlo Gambescia

giovedì 21 aprile 2022

Emmanuel Macron, Marine Le Pen e la guerra che non c’è

 


Ieri sera ho seguito il dibattito tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Che dire? Non si può non registrare una grande assenza. Quale? Quella della guerra in corso in Ucraina, scatenata dalla Russia.

Va detto che il discorso pubblico francese, nonostante le vantate tradizioni universaliste, legate ai Lumi, spesso rivendicate dagli intellettuali più in vista ( e anche da Macron ieri sera), è piuttosto provinciale. Quali sono stati gli argomenti dominanti? L’elevazione dell’età pensionabile e il potere d’acquisto.

Macron ha fatto un accenno ai finanziamenti di una banca russa per la campagna elettorale, negati però, secondo Marine Le Pen, dalle banche francesi, perché, come sembra, vietati dalla legge. Quindi la colpa sarebbe di Macron, che non ha varato una normativa bancaria che consenta, eccetera, eccetera,

Giri di parole, roba, dispiace dirlo, da pollaio politico. Certo, ricevere soldi russi, in caso di “decisioni particolari” (grosso modo traduciamo così le parole di Macron) potrebbe complicare le cose. Del resto anche Marine Le Pen non si è mai soffermata su quel che sta accadendo in Ucraina. I due candidati non sono mai andati a fondo, come temendo di spaventare gli elettori con l’uso della parola guerra.

Per capirsi: Emmanuel Macron si è comportato come da manuale del perfetto liberalsocialista, capitolo I, “Rimuovere l’idea di guerra”. Marine Le Pen invece non ha toccato l’argomento guerra, per non inimicarsi i russi. Risultato finale: si è discusso di transizione ecologica, mentre Putin, poche ore prima, si era vantato in diretta del riuscito lancio di un nuovo missile intercontinentale, che ovviamente può trasportare testate nucleari.

Capito? Si parla di clima e di ecologia come se tutto fosse normale, come se si respirasse aria di pace e pieni polmoni.

Un faccia a faccia di una pochezza politica unica, che non solo ignora la guerra in corso in Ucraina ma anche la guerra in quanto tale. Così va il mondo occidentale, dopo decenni di melassa pacifista. Non ci si illuda, non si cambia in pochi giorni. A parte i paesi confinanti con la Russia, che ne conoscono la brutalità, il resto dell’ Ue crede che le cose in Ucraina si risolveranno da sole. O che comunque la Russia prima o poi farà marcia indietro per stanchezza.

Di qui, l’ inevitabile irrilevanza della questione russa nei dibattiti politici, in particolare elettorali, concentrati, come solito, su welfare, tasse e sussidi.

Si rifletta: uno dei più grandi eserciti mondiali, il russo, vuole disintegrare l’Ucraina come aperitivo, e in Francia e in Europa occidentale si discute di tributi ecologici e di pensioni.

Questa classe politica, dalla destra alla sinistra, con al centro un pugno di sedicenti liberali (Churchill era liberale non Macron e Draghi), meriterebbe veramente di sprofondare. Purtroppo, inevitabilmente, insieme a costoro andrebbero a fondo anche i cittadini europei.

Allora, se le cose stanno così, il lettori si chiederanno per chi votare in Francia. Scelta antipatica, tra una candidata filorussa, che non capisce nulla di economia, e un liberalsocialista, affetto da monomania ecologista. Si dirà, come si evince dal dibattito di ieri sera, che Macron è un europeista convinto, quindi…

Sì, però la sua idea di Europa è quella delle burocrazie welfariste, dalle tasse facili, che caricano i fucili a pannolini.

Un disastro.

Certo, Emmanuel Macron rispetto a Marine Le Pen non ha trascorsi di estrema destra e conosce l’economia. Però il suo atteggiamento nei riguardi della Russia, nonostante le critiche alla Le Pen, non è limpido.

Francamente, mi asterrei. Oppure, se proprio costretto, mi turerei ben bene il naso e voterei Macron.

Carlo Gambescia

mercoledì 20 aprile 2022

Ucraina, “Cherchez les armes”

 


Si noti una cosa: nonostante tutte le chiacchiere dell’Occidente sulle armi, sui finanziamenti, sulle sanzioni, qualcosa non torna. E cosa più interessante, nonostante la manifesta incapacità dei russi di avere la meglio sulla piccola ma coraggiosa Ucraina.

Cosa vogliamo dire: sembra quasi che sotto sotto, alla chetichella, si voglia far vincere i marmittoni russi a tutti i costi.

Si guardi ai fatti. Sono poi arrivati i famosi missili? No, sono arrivati gli addestratori. E i carri armati? Idem. Sono arrivati gli aerei. No. Aerei da combattimento polacchi, forse per evitare colpi di testa, sono stati addirittura trasferiti in Germania all’inizio dell’invasione russa. Infine, con i droni, per dirla brutalmente, non si vincono le guerre (*).

In realtà, le petroliere russe possono tuttora attraccare nei porti europei, le condotte funzionare a pieno regime e così via. Ovviamente, ai profughi ucraini sono state aperte le porte dell’Ue. Però, qui, a pensar male, come si dice…

Cosa intendiamo dire? Che se l’Ucraina si svuotasse, i russi, esperti, in russificazioni dai tempi dello zar, sarebbero ben contenti… Saprebbero subito come ripopolarla.

Ovviamente non si tratta di un piano concepito a tavolino da americani, europei e russi: non c’è complotto ragionato parapacifista contro l’Ucraina. Però, esiste un linea realista, diciamo di realismo esistenziale, carnale, che guarda alla sopravvivenza politica dei differenti attori governativi: quella dell’aiutino-non aiutino, magari diluito nel tempo, affinché la Russia arraffi i territori e consenta al tempo stesso all’Occidente di asserire di aver fatto tutto il possibile. E l’Ucraina? Cosa che non si dice pubblicamente, dovrà accettare, volente o nolente, i fatti compiuti. E per il futuro? Si vedrà. Intanto, l’Occidente potrà dire di aver evitato la guerra atomica, e la Russia cantare vittoria.

Attenzione, questa linea realista non esclude che – problema del famoso naso di Cleopatra – un improvviso incidente di percorso, per così dire, come l’ abbattimento di un caccia Nato o un massacro russo, possa far precipitare la situazione verso la guerra generale.

Diciamo che la deriva, macropolitica, della conservazione del potere, in Russia come in Occidente, porta verso l’accordo non ufficiale, tacito se si vuole, ai danni del popolo ucraino, i microeventi militari, possono invece interferire e invertire il corso delle cose.

Perciò, pronunciarsi sulla possibile evoluzione della guerra d’aggressione scatenata dai russi, resta molto complicato.

Ovviamente, quanto più dura il conflitto tanto più alto diviene il rischio di un allargamento.

Sotto questo profilo, reinventando l’espressione di Dumas padre, si può dire “Cherchez les armes”.

Pista non facile da seguire. Ma l’unica che al momento può dire qualcosa sulla reale volontà dell’Occidente di aiutare l’Ucraina a non cedere alla Russia.

Forse l’analisi dell’ intensità del flusso delle armi, unitamente, va riconosciuto, a quella del petrolio e del gas, può far capire, al di là di tante chiacchiere umanitarie, quale sarà la sorte della comunque sfortunata Ucraina.

Attenzione infine, non si cada nel trabocchetto degli interessi economici condivisi in particolare da europei e russi. Sì, gli interessi economici sono importanti, non solo però in quanto tali, ma perché garantiscono, soprattutto in Europa, attraverso il welfare consenso politico ai governi liberalsocialisti.

Quel che stiamo per dire, può apparire retorico e di cattivo gusto, ma non possiamo tacere o fare sconti: lo stato sociale italiano è bagnato di sangue ucraino. Gli ucraini, giustamente accolti in Italia, ricordano i pazienti autotrasfusi.

Amara verità, ma verità.

Carlo Gambescia

(*) Qui un interessante articolo in argomento, diremmo rivelatore, soprattutto sulle tempistiche diluite: https://www.corriere.it/esteri/22_aprile_02/armi-biden-ucraina-aggiornamento-militare-guerra-4985c7f2-b28f-11ec-8273-0ad59adb9bd4.shtml

martedì 19 aprile 2022

“Chi ama la zia, chi va a Porta Pia”. Sulla trasmissione sociale del dolore

 


Ieri mi trovavo al ristorante. Ascoltavo discorsi incentrati su cibo e automobili elettriche. Il cibo, come lo sa trattare, diciamo a parole, la gente viziata di oggi, divisa tra diete, ampi margini di scelta in supermercati sempre pieni di merci, con qualche elogio del chilometro zero, senza capire che l’autarchia alimentare, indotta da una guerra mondiale estesa anche all’Ovest, svuoterebbe i supermercati e le tasche.

Non meno istruttive le varie tesi sul lancio delle automobili elettriche, “ecologiche”, come se l’approvvigionamento dell’ energia fosse solo una questione di colonnine e non di una  possibile  chiusura dei rubinetti russi e conseguenti razionamenti di energia, eccetera.

Il miniquadro sociologico che ho colto, tra una portata e l’altra, è quello di un’ Italia ( ma altrove il sentire sarà identico) che sembra non rendersi conto dei catastrofici rischi legati alla tremenda guerra di conquista russa in Ucraina.

Forse la gente rimuove. Forse non si vuole pensare al peggio. Possono essere date varie spiegazioni.

Ciò che però credo sia alla radice della questione è la difficile trasmissibilità sociale del dolore. Quindi in senso sociologico. Non è solo un problema di comunicazione sociale errata, di possibili aggiustamenti del tiro massmediatico. C’è altro sotto. Provo a spiegarlo.

Le attività che ognuno di noi svolge giorno dopo giorno, sono una specie di maschera delle abitudini: comportamenti ripetitivi ritenuti imprescindibili, solo perché esistono. Si acquista consistenza esistenziale (di esistere socialmente) lavorando, dedicandosi alla famiglia o all’amante, andando allo stadio, al cinema, in vacanza, eccetera, eccetera.

Quanto tempo, nell’ambito della pratica quotidiana, la gente comune può dedicare all’informazione? Sicuramente poco, rispetto a quelle che sono le altre necessità normali della vita quotidiana: più una società è complessa, quindi ricca di strutture e funzioni sociali, più la quotidianità – come cose da fare abitualmente – avvolge gli individui. Le abitudini consentono di vivere in una specie di eterno presente. L’uomo è un animale reiterativo e, piaccia o meno, mediamente ignorante.

Inoltre, il dolore dei mezzi di comunicazione sociale, è un dolore rappresentato: foto, video, testi . La riflessione è sempre sul dopo, mai sul prima o sul durante, cose del resto impossibili. Ovviamente, rappresentazione e commento del dolore, si mescolano insieme sulla linea ideologica delle diverse opinioni sulle cause del dolore, spesso antitetiche.

Riassumendo: alla maschera della quotidianità, che si risolve in un’attenzione distratta verso il dolore (certo, esclusi i professionisti del dolore, ad esempio i preti, e magari certi giornalisti…), si mescola un’iconografia ex post sul dolore che rimanda a una varietà di interpretazioni sulle ragioni del dolore.

Quotidianità, rappresentazione, relativismo sono un potente filtro che depotenzia la cognizione del dolore, per usare la terminologia letteraria gaddiana.

Il che spiega i discorsi sul cibo e sulle automobili elettriche mentre piovono bombe su Leopoli ai confini con la Polonia. Probabilmente, dal punto di vista sociologico, il dolore potrebbe essere perfettamente compreso dai superstiti soltanto nel momento stesso in cui quelle bombe piovessero sul ristorante.

Il che riporta alla trasmissione del dolore, che può essere tale solo in assenza di filtri sociali (quotidianità, rappresentazione, relativismo), o per meglio dire quando i filtri sociali sono spezzati dall’irruzione improvvisa del male che causa per l’appunto sofferenza: le bombe sul ristorante.

Insomma quando il dolore è diretto e immediato. Purtroppo l’empatia, che pure esiste, viene sempre dopo l’evento, e rimanda all’effetto strutturante di ricaduta dei filtri sociali. Siamo davanti a qualcosa di mediato non di immediato, di coevo all’evento. Come dire? Soffro con te, quando ti vedo a terra dolorante: quindi dopo l’evento traumatico.

Perciò è inutile condannare moralisticamente chi banchetti e discuta di cibo e di auto elettriche mentre incombe una guerra mondiale che sta causando, per ora non Italia, dolore. Gli uomini sono fatti cosi.

Semplificando, forse troppo: gli esseri umani devono provare per credere. Il punto è che la dinamica dei tempi sociali del dolore è discontinua. Di qui, per dirla con uno dei massimi sociologi del Novecento:

«Chi vive in baracca, chi suda il salario/ Chi ama l’amore e i sogni di gloria/ Chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria/ Chi mangia una volta, chi tira al bersaglio/ Chi vuole l’aumento, chi gioca a Sanremo/ Chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno/ Chi ama la zia, chi va a Porta Pia…».

Carlo Gambescia

lunedì 18 aprile 2022

La guerra delle parole e la Civiltà del Contratto

 

“Operazione militare speciale”, ecco la terminologia, con la quale i russi rivendicano l’ “invasione dell’Ucraina”. Quest’ultima invece, sempre virgolettata, è la definizione usata in Europa e negli Stati Uniti.

Sembra uno scherzo: la Russia, una nazione che si estende per milioni di chilometri quadrati dall’Europa al Mar Glaciale Artico, stando a Peskov (*), portavoce di Putin, non si sente sicura al confine ucraino, teme l’installazione di missili Nato. E i missili ipersonici russi a portata lunghissima? In grado di colpire da lontano le principali città europee? Ai quali la Nato ancora non può rispondere adeguatamente? (**).

Cosa chiede Peskov all’ Ucraina? Di interrompere le azioni militari – in pratica di arrendersi -, di incorporare la neutralità nella propria Costituzione, di riconoscere la Crimea come territorio russo e le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk come Stati indipendenti.

Diciamo subito che, al di là della brutale richiesta di resa, la neutralizzazione dell’Ucraina, in termini difensivi, nulla toglierebbe o aggiungerebbe alla sicurezza della Russia, che si fonda, a prescindere, sui missili ipersonici.

Quanto alle rivendicazioni territoriali, come ogni storico dell’Europa orientale sa bene, sono double-face: dove i russi vedono minoranze oppresse gli ucraini scorgono gli artigli della russificazione, ( a colpi di deportazione) dell’Unione Sovietica, con radici nella politica zarista.

Come si può intuire le richieste della Russia per fermare “in un attimo” l’ “operazione militare speciale” sono un portato della politica di potenza russa che guarda ancora al passato. Non si accettano i nuovi sviluppi della politica internazionale intervenuti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. E soprattutto la Civiltà del Contratto.

Un paese normale, diciamo dell’Unione Europea, democratico e liberale, non avrebbe iniziato alcuna “operazione militare speciale” in Ucraina. Se davvero, come tuttora si ripete in Russia, c’è un vero interesse a sviluppare i rapporti economici con l’Europa e gli Stati Uniti, la scelta pro Occidente dell’Ucraina potrebbe solo favorire le relazioni e accrescere la fiducia dell’Occidente euro-americano verso la Russia finalmente partner attendibile come un qualsiasi altro stato europeo, che, semplificando, alla Guerra preferisce il Contratto senza ripensamenti.

La Russia, invece, continua a preferire la Guerra, continua a considerarsi una superpotenza, che, se ci si passa l’espressione, come il macho di una vecchia pubblicità non deve chiedere mai.

Il che spiega l’invasione in atto dell’Ucraina, rigurgito di un imperialismo che non può portare nulla di buono alla Russia, perché il rapporto tra spese militari e tenore di vita della popolazione è inverso. Se aumentano le prime diminuisce il secondo.

Si dirà che in quel che stiamo scrivendo c’è molta ipocrisia, perché anche gli Stati Uniti non sembrano disdegnare la logica da superpotenza proprio come la Russia. Quindi ogni passo indietro della Russia, favorirebbe un passo avanti degli Stati Uniti e viceversa.

Qui il vero punto della questione è che la tesi dell’ imperialismo delle superpotenze avrebbe valore se il modello culturale e sociale americano fosse imposto in Europa, da Ovest a Est, con la forza, come un tempo quello sovietico.

L’Europa dell’Est, appena sfuggita dalla morsa sovietica, ha subito guardato a Ovest con fiducia, proprio come l’Ucraina. Oggi a volersi imporre con la Guerra sono i russi, che invece avrebbero tutto da guadagnare dal Contratto.

L’ipotesi, ventilata da alcuni bizzarri osservatori, di possibili missili russi installati in Messico, e della conseguente invasione degli Stati Uniti dell’Ucraina-Messico, è pura fantasia. Perché ai messicani l’arretrato modello culturale russo non piace. Preferiscono quello americano votando quasi tutti i giorni con i piedi. Per contro l’immigrazione messicana in Russia ha il sapore di una barzelletta.

Discorso che si può estendere ad altri paesi dell’America centrale e meridionale. Al di là della dottrina di Monroe e del corollario Roosevelt (Theodore), il modello culturale americano piace, o comunque fa discutere. Cuba, diciamo la verità, oggi è una specie di reperto archeologico geopolitico.

Ovviamente, gli statunitensi non sono santi, ai tempi della Guerra fredda si doveva essere energici, e probabilmente in Sudamerica il modello sovietico era visto come un’alternativa al capitalismo. Oggi non è più così. Eventualmente, il modello autocratico russo può piacere alle dittature di destra e di sinistra, soprattutto militari, ma non alle popolazioni dell’America centrale e meridionale che votano con i piedi per gli Stati Uniti.

Purtroppo il problema di fondo è che la Russia non accetta la Civiltà del Contratto, anzi disprezza l’Occidente,

Sotto questo profilo la Cina, per ora, sembra più matura e consapevole, comunque pragmatica. Anche se non è ancora chiaro fino a che punto.

Perciò come si può intuire dietro la guerra delle parole si nasconde la guerra di civiltà. E qui si apre un’altra questione. Come conquistare la Russia alla Civiltà del Contratto? Cedendo su tutta la linea in Ucraina come chiedono Peskov e Putin?

La parola ai lettori.

Carlo Gambescia

(*)Per le dichiarazioni di Peskov qui: https://www.agi.it/estero/news/2022-03-07/ucraina-peskov-kiev-accetta-condizioni-mosca-ci-fermiamo-15903263/

(**) Qualche informazione basica qui: https://europa.today.it/fake-fact/missili-russia-scudo-nucleare.html ; https://www.agi.it/estero/news/2022-03-29/nato-disarmata-fronte-missili-ipersonici-russi-16168676/