lunedì 21 febbraio 2022

Caserma Italia



Cari lettori, inutile illudersi di poter tornare a una vita normale, post-epidemica, anzi post-pandemica. 

Il Ministro Speranza, raffinato prodotto “statalista” della Luiss (ma non era un’università liberale?), il rieletto presidente Mattarella, cattolico di sinistra, welfarista di ferro, papa Francesco, in pratica un peronista, Nicola Magrini, responsabile dell’Agenzia farmaco, braccio armato della farmacologia di stato, sono stati chiari: nessuno ritorno alla normalità. 

«Anzi, “con 60 mila casi al giorno, è un errore” e quindi sì, ancora per un po’, alle mascherine al chiuso, al Green pass e forse anche alla quarta dose in autunno. Nel giorno in cui in Italia si celebra la Giornata nazionale del personale sanitario, il ministro della Salute Roberto Speranza si conferma capofila dell’ala più prudente del governo. Un messaggio, probabilmente, anche per alcuni pezzi di maggioranza che da settimane scalpitano per una de-escalation delle misure. In un colloquio con Repubblica, il ministro invita tutti a “tenere i piedi per terra: il Covid non prende l’aereo e va via il 31 marzo”, dice, il Green pass “è stato ed è un pezzo fondamentale della nostra strategia” e “le mascherine al chiuso sono ancora importanti”. Non solo: Speranza apre la porta a un possibile, ulteriore richiamo del vaccino: a marzo partirà la quarta dose per gli immunocompromessi (a 120 giorni dalla precedente), “ma dovremo valutare il richiamo per tutti dopo l’estate. È da considerare probabile, perché il virus – ribadisce ancora – non stringe la mano e se ne va per sempre”. Lo sanno bene soprattutto gli operatori in camice, che oggi – secondo anniversario della scoperta del paziente-1 di Codogno – hanno celebrato la loro Giornata, dedicata al fondatore di Emergency Gino Strada. A loro è arrivato un messaggio di omaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “E’ grazie alla loro preparazione professionale e al loro spirito di sacrificio – afferma il Capo dello Stato – che è stato possibile arginare il rischio di perdite ancor più ingenti”. Per il settore sono in programma investimenti e riforme, ma la loro efficacia “è legata alla qualità e all’impegno di chi concretamente la fa vivere con il proprio lavoro e con la propria passione”. Anche Papa Francesco, all’Angelus, ha rivolto un pensiero di gratitudine all'”eroico personale sanitario”.”Sarebbe coerente mantenere l’obbligo di vaccinazione per gli over 50″, ha detto in serata il Direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini a e-VENTI su SkyTG24 » (*).

Questa convergenza di vedute tra poteri dello stato e potere della chiesa, oltre a ricordare infauste alleanze tra trono altare, nemiche della libertà individuale, indica, come più volte abbiamo osservato (**), che, per parlare difficile, il fenomeno sociologico epidemia, pardon pandemia, è strutturale.

Si pensi solo alla celebrazione di ieri della “Giornata Nazionale del Personale sanitario”, istituita l’anno scorso.

Siamo davanti alla traduzione in chiave welfarista della “Giornata delle Forze armate”, con la variante che il nemico è rappresentato dal virus. Ma per il resto non cambia nulla: stessa retorica, addirittura fascista, (“Credere obbedire e combattere” nella guerra al virus), stesse sopraffazioni (al posto del vilipeso pacifista c’è il disprezzato no vax), stesso clima emergenziale e intimidatorio verso il cosiddetto fronte interno (“Silenzio il nemico ti ascolta”), e così via.

E quel che è più grave è che sarà difficile far rientrare i “militari” nelle “caserme”. Quando parliamo di fenomeno strutturale il riferimento è alla mentalità da “caserma” incarnata da istituzioni come il Ministero della Salute, l’ Istituto Superiore di Sanità (baraccone ereditato dal fascismo), l’Agenzia del Farmaco, la rete delle Asl, gli ospedali pubblici. Mentalità militaresca che permea la vita civile, ora contraddistinta da regolamenti, obblighi e altri vincoli alla libertà personale. La “Caserma Italia” insomma.

Esiste poi la cosiddetta questione del precedente sociologico. Al prossimo accenno “pandemico” (Corona o altri virus), sulla base del “quanto siamo stati bravi la volta scorsa”, l’Italia verrà di nuovo chiusa a quattro mandate. Nell’ attesa, ci si gioca, la carta endemica, per tenere tutti i cittadini sotto controllo.

Nessuno sembra rendersi conto che l’epidemia, o meglio l’approccio nevrastenico-populista alla “pandemia” (come per altri fenomeni negli ultimi trent’anni dalla politica alla giustizia e all’economia) ha rilanciato il paradigma statalista: dello stato onnipresente, a partire dalla sanità pubblica, ora celebrata come le forze armate, stato che pretende di conoscere ciò che sia bene o meno per ogni cittadino, meglio del cittadino stesso, del singolo individuo per farla breve.

Si dirà che la nostra è la solita retorica del novaxismo, dell’incoscienza sanitaria, del non rispetto degli altri, della mancanza di senso civico, eccetera, eccetera.

Chi scrive non ha mai frequentato i cosiddetti No Vax. Se una colpa abbiamo è quella di amare la verità effettuale, per dirla con Machiavelli, e di pretendere di studiare le questioni sociali per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere secondo questa o quella ideologia, statalista o novaxista che sia.

Nella nostra società, piaccia o meno, la libertà è a rischio. A causa di un meccanismo sociologico, fattosi strutturale (che quindi non dipende più dalle scelte individuali): una dinamica istituzionale, come insieme di mentalità e comportamenti, oppressiva, messa in moto dall’approccio nevrastenico-populista al Coronavirus. Di cui i primi responsabili sono i politici tutti, assecondati dalla scienza istituzionalizzata dello stato e del parastato sanitario.

Quelli descritti, sono i cosiddetti “fatti” che dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti. E invece non è così.

Secondo molti osservatori, forse troppi, non esisterebbe invece alcun rischio, le misure prese sono per il nostro bene. Altri, dubitosi ma ottimisti, pochi per la verità, sono invece convinti che i  "provvedimenti emergenziali" prima o poi saranno revocati.

Le dichiarazioni che abbiamo ricordato dicono il contrario. In realtà esiste un più che fondato rischio “Caserma Italia”.

Ovviamente, non abbiamo la sfera di vetro. Però le condizioni sociologiche ci sono tutte.

Carlo Gambescia

(*) Qui:https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2022/02/20/mascherine-al-chiuso-e-pass-restano-ipotesi-quarta-dose_b3826e9e-ba3d-4521-9c9c-651ac003aa98.html

(**) Rinviamo al nostro Metapolitica del Coronavirus. Un diario pubblico, postfazioni di Alessandro Litta Modignani e Carlo Pompei,  Edizioni Il Foglio 2021 (https://www.ibs.it/metapolitica-del-coronavirus-diario-pubblico-libro-carlo-gambescia/e/9788876068287 )

domenica 20 febbraio 2022

Putin e la grassa e grossa tentazione Ucraina

 


Kamala Harris, vice di Biden, ha dichiarato che in caso di invasione dell’Ucraina la risposta dell’Occidente a Mosca sarà “precisa, dura e unitaria” e dai costi economici “significativi e senza precedenti”.

Putin invece conta proprio sulle divisioni dell’armata brancaleone euro-americana che timidamente affianca l’Ucraina sul piano economico.

Putin ha davanti a sé due modelli di intervento militare: quello ceceno e quello georgiano.

Il primo prevede occupazione totale e (probabile) successiva guerriglia; il secondo, occupazione parziale, ma sempre a seguito di una sconfitta sul campo dell’avversario, costretto, come il presidente georgiano, a fare le valige.

Putin, non teme le sanzioni economiche: 1) perché, la Russia, in termini di risorse, non è Cuba, e quindi può resistere benissimo fino a quando il mondo si sarà dimenticato dell’Ucraina; 2) perché le sanzioni possono essere usate, per rafforzare la coesione interna, e il suo potere sui russi, puntando sul nazionalismo e la sacra difesa dei beni e delle vite delle minoranze russofone.

Pertanto, come si può intuire, le minacce di Kamala Harris, con gli alleati europei che in ordine sciolto vanno e vengono da Mosca, non possono che provocare il sorriso di uomini di stato navigati come Putin, fedeli a una visione del realismo politico che non disdegna l’uso delle armi.

Perciò azzardiamo una previsione: Putin, anche questa la volta potrebbe farla franca. L’unica cosa difficile da prevedere resta la configurazione dell’Ucraina dopo l’invasione, che dipenderà dal modello scelto tra i due ricordati.

Esageriamo? Mai dimenticare il ruolo esclusivo, giocato nei conflitti, dalla forza militare, sul piano del portare a effetto la minaccia. E, nel caso dell’Ucraina, come in precedenti guerre tra la Russia e le ex repubbliche sovietiche (per semplificare), l’uso della forza militare, da minaccia, si è regolarmente tradotto in fatto: il che significa che la Russia non teme l’uso le armi. Per contro, l’Occidente euro-americano, ogni volta si è regolarmente tirato indietro.

Ricapitolando: Putin 1) non teme le sanzioni; 2) sa che l’Occidente, imbevuto di pacifismo e diviso, non reagirà militarmente. Di conseguenza, esistono fondate probabilità, sulla base dei precedenti, che Putin decida di attaccare. Dopo di che, secondo il modello scelto, eccetera,eccetera.

Ovviamente, l’ augurio è che le nostre previsioni siano sbagliate. Perché i conflitti, anche se localizzati, una volta iniziati, possono sempre riservare sorprese.

Va però anche rilevata la differenza tra il realismo politico di Henry Kissinger e quello (se così si può chiamare) di Kamala Harris e del presidente Biden. Realismi che, divergono, anche da quello di Putin.

Kissinger, non escludeva, il conflitto militare, ma lo ancorava alla teoria dell’equilibrio politico: mai avrebbe illuso l’Ucraina, sapendo di non poter prestare aiuto militare, proprio per non turbare l’equilibrio tra Stati Uniti e Russia nella sfera europea.

Invece Kamala Harris e il presidente Biden escludono a priori sia il concetto di equilibrio sia l’idea di conflitto militare: credono di poter difendere l’Ucraina, che continuano a illudere, esibendo la pistola d’ acqua delle sanzioni economiche e degli ideali democratici.

Putin, infine, sembra ignorare un fatto importante: che l’equilibrio tra Russia e Stati Uniti, quello delle due sfere in Europa, non è più quello dei tempi di Kissinger. Dal 1991, molta acqua è passata sotto i ponti: i confini si sono fatti più mobili.

Putin, sembra invece agire come se l’ equilibrio fosse stabile come un tempo. Del resto, i precedenti, legati all’inazione dell’Occidente euro-americano, incoraggiano Putin a puntare su soluzioni militari per difendere la propria sfera, un tempo definitiva oggi presuntiva.

Comunque sia, si può facilmente intuire che siamo davanti a un evidente squilibrio di forze, che crea un vuoto di potere, rappresentato dallo spazio ucraino. Una tentazione troppo grassa e grossa per Putin.

Carlo Gambescia

 

sabato 19 febbraio 2022

Andrea Crisanti, chi di vanità ferisce, di vanità perisce...

 


Il professor Andrea Crisanti umanamente mi è indifferente. Sul piano professionale non posso giudicarlo, non ho gli strumenti. Sul piano comunicativo, in questi due anni, ho dovuto invece sopportare con grande fatica il suo presenzialismo all’insegna del terrorismo psicologico.

Però, da sociologo, dopo essermi interrogato sul perché del suo atteggiamento, ho deciso di assolverlo.

Crisanti è un tecnico, e ragiona da tecnico: cioè al di là della sue competenze non vede altro. Quindi non poteva non sostenere l’idea della “messa in sicurezza” dell’Italia, senza badare alle conseguenze economiche, sociali e psicologiche.Compito che spettava ai politici (che invece si sono nascosti dietro i tecnici…).

Inoltre, va sottolineato che, a parte la nomina nella primavera del 2020 a consulente tecnico della Regione Veneto (a conduzione leghista), non ha ricoperto altri incarichi istituzionali. Quindi un tecnico ma non un burocrate.

Nonostante ciò si è schierato tra i sostenitori più accaniti della linea dura, apparendo spesso in televisione, rilasciando numerose interviste, polemizzando con i colleghi, eccetera, eccetera. In questo modo si è tramutato in una figura pubblica. Il che significa riflettori accesi h24 su di lui, sulla sua famiglia, sulla sua vita.

Pertanto, appena si è diffusa la notizia dell’ acquisto di una villa in stile palladiano, per una cifra che si aggira intorno ai due milioni di euro, i social si sono scatenati evocando l’illecito arricchimento.

Un passo indietro. Come si legge sulla voce wiki dedicata al professore, “durante la pandemia di COVID-19 in Italia, Crisanti ha condotto uno studio sui cittadini di Vo’, comune in provincia di Padova in cui ha avuto luogo uno dei primi due grandi focolai dell’infezione, ed ha scoperto che la maggior parte delle persone infette dal SARS-CoV-2 era in grado di trasmetterlo pur essendone portatrice asintomatica; a seguito di ciò ha fortemente sostenuto la necessità di eseguire tamponi anche su chi non aveva sintomi, in contrasto con le linee guida dell’OMS “. (*)

Pertanto, ecco la tesi che circola sui social, dietro i soldi per acquistare la villa si celerebbero gratifiche milionarie da parte dell’industria farmaceutica dei tamponi.

Una tesi a dir poco avventurosa, priva di qualsiasi prova autentica, degna di querela. Un professionista del calibro di Crisanti che ha lavorato per anni all’estero, dove è tutttora apprezzato, poteva e può permettersi ben altro.

Quel che è invece interessante dal punto di vista sociologico è il rapporto tra esposizione mediatica e conseguenze sociali. La macchina della spettacolarizzazione non fa sconti a nessuno: in pochi giorni si finisce, per dirla con Manzoni, dall’ “altar” alla “polvere”. E quanto più ci si espone tanto più si rischia la trasformazione da benefattore in mostro e viceversa.

Va detto che in Italia la ricchezza non è ben vista. Come Balzac, larga parte degli italiani ritiene che dietro ogni grande fortuna si nasconda sempre un delitto. Quindi, nove intervistati su dieci risponderanno che sul villone palladiano gatta ci cova.

Che poi il professore, come sostiene (e gli crediamo), abbia investito nell’acquisto i sudati risparmi suoi e della moglie, dal punto di vista della caccia grossa al ricco nulla toglie nulla aggiunge.

Come dicevo, per l’uomo della strada il professore non la racconta giusta. E quindi si deve giustificare. L’onere della prova spetta a lui… Gli italiani esigono una specie di assurdo risarcimento morale, senza però esibire alcuna prova, perché deve essere il professore a esibirla… Il mondo al contrario. Roba da matti.

Così purtroppo ragiona quell’Italia che non sdegna, per sé , solo se potesse, i piccoli o grandi piaceri della vita. Si chiama ipocrisia. E gli italiani, dominati per secoli dalla chiesa, da principi tiranni, spesso stranieri, non hanno ancora perso il vizio. Appena possono tirano fuori le unghie. Come i bravi con Don Rodrigo morente. Per citare di nuovo il grande Manzoni.

Forse il professore doveva esporsi meno. Mantenere un profilo basso.

Qui però la questione si fa caratteriale, umana, non sociologica. E ognuno di noi ha il suo carattere, la sua umanità.  

Insomma, a ciascuno il suo. Chi di vanità ferisce, di vanità perisce.

Carlo Gambescia

(*) Qui (ovviamente wiki non è il vangelo): https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Crisanti_(medico)

venerdì 18 febbraio 2022

Dall’amica geniale all’onorevole Tritoni. Riflessioni sul politicamente corretto

 


Ai nemici destrorsi del politicamente corretto consiglierei di meditare sull’editoriale uscito sul “Domani”, intorno a una polemica social sulla discrepanza tra l’età reale (intorno ai venti) e quella scenica (intorno ai trenta) delle due protagoniste dell’ “Amica geniale”, fiction televisiva di successo, tratta dal romanzo, di pari successo, di Elena Ferrante (*).

Perché? Per la semplice ragione che il suo estensore, nel difendere la scelta asincronica del regista, degli sceneggiatori, della produzione, tira in ballo come “principale merito dell’Amica geniale serie televisiva [di] aver mantenuto quella dimensione fortemente simbolica, della ‘saga letteraria’ ”.

E quale sarebbe la dimensione simbolica? La stessa, crediamo, della “Meglio gioventù”, altra fiction, invece esclusivamente televisiva, anno di grazia 2003, che rilesse, la storia d’Italia “da sinistra”. Diciamo, dal punto di vista, di ciò che la destra chiama il politicamente corretto di sinistra: fascisti brutali, padroni carogne, donne sfruttate o “serve  fidate”, padri padroni, eccetera, eccetera.

Il punto è che per l’editorialista del “Domani” la storia d’Italia è quella, solo quella: non per nulla parla di “archetipi”, ossia di modelli e matrici di comportamento che non si possono non condividere, perché “più vero del vero”.

Detto altrimenti: “Signori, in piedi, sfila la storia d’Italia”.

Certa supponenza politica può anche infastidire. Però la cosa merita una riflessione. Diciamola tutta: la destra culturale, in tanti anni di sdoganamento non è riuscita a produrre nulla del genere, a parte una patetica fiction sui “vinti”, tra l’altro scritta da un autore di sinistra.

Ciò significa: 1) che a destra mancano buoni scrittori e bravi autori; 2) che di conseguenza non si producono buoni libri e buone fiction capaci di vendere; 3) che non vendendo, i produttori cine-televisivi, per paura di perdere soldi, si tirano indietro; 4) che, cosa fondamentale, il pubblico, in fin dei conti, non vuol sentir parlare, di bravi fascisti, di bravi padroni, di bravi padri padroni, di conseguenza apprezza e segue l’appassionante vulgata femminista e operaista dell’ Amica geniale”.

Insomma, nessuno obbliga gli spettatori, come dicevamo prima, ad alzarsi in piedi “perché sfila la storia d’Italia”. Ora è vero che la sinistra, per dirla alla buona, “ci marcia”, scomodando addirittura gli archetipi (in principio fu Eco), però è altrettanto vero che la gente segue con piacere: riconosce nonni, nonne, padri e madri, si identica, eccetera, eccetera.

Inoltre, cosa fondamentale che la destra non ha capito, il politicamente corretto di sinistra, non si contrasta con il politicamente scorretto di destra che a sua volta ricorre alle mitologie di un cattolicesimo estetizzate alla Langone o peggio ancora al dio, patria e  famiglia di Veneziani, o alle celebrazione della Wehrmacht di Buttafuoco, o ancora alle esercitazioni scolastiche di scrittorelli falliti assunti dalla Rai in quota politica.

Non occorre un contro-archetipo, serve una riflessione – per dire una cosa alta ma giusta – sulla storia d’Italia e sul perché l’immaginario di sinistra sia nelle corde della gente più di quello di destra.

Crediamo che alla base del fallimento della cultura di destra ci sia un giudizio sbagliato sulla storia d’Italia e sul fascismo. Che consiste nella condanna senza appello dell’Italia liberale prefascista e nella celebrazione del fascismo come grande occasione mancata. Da ciò discende un giudizio negativo sull’Italia repubblicana, come rifiuto dei veri valori, eccetera, eccetera. Un giudizio che evidentemente, visto il successo delle due fiction, non è lo stesso della gente comune.

Si rifletta su un punto: l’unico film, con lievissimi caratteri di destra, di un certo successo, resta quello tratto dal romanzo di Pennacchi, Il fasciocomunista, indulgente verso le cretinerie neofasciste di un giovane sbandato. Film (e romanzo) in cui il neofascismo, come ambiente politico, è però messo alla berlina, in linea con i contenuti, per così dire “archetipici”, della “Meglio gioventù” e dell’ “Amica geniale”.

E cosa incredibile – per la serie farsi del male da soli – a destra Pennacchi, comunista vecchio stile, piacque, per l’indulgenza verso il giovane protagonista ( ma in fondo verso se stesso perché il libro era autobiografico) e perché non parlava male del fascismo della bonifica pontina.

Ecco questo tipo di cultura nostalgico-rivendicativa, che spiega il vuoto culturale di un partito come Fratelli d’Italia, per giunta snobbato dagli intellettuali di destra, perché troppo tenero verso il “sistema”, non potrà mai produrre opere di largo respiro, capaci di catturare la giusta identificazione dei lettori e degli spettatori.

Al massimo la cultura di destra potrà continuare a piangersi addosso e inveire contro il politicamente corretto, asserendo, nonostante siano passati cinquant’anni dal gustoso film di Monicelli “Vogliamo i colonnelli”, che gli italiani, quando messi di fronte ad “un pugno di uomini decisi”, obbediscono sempre “chi per fede, chi per interesse chi per paura”.

Il successo della “Meglio Gioventù” e dell’ “Amica geniale”, indica invece che l’onorevole Tritoni (un grande Tognazzi) si sbagliava.

Il politicamente corretto di sinistra, pur con tutti i suoi limiti, rinvia a un rifiuto reale del fascismo, nulla di archetipico per carità, solo buon senso. Un rigetto che la cultura di destra continua invece a ignorare, cullandosi nei sogni di un ridicolo politicamente scorretto di destra, privo però di qualsiasi fondamento sociale.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/polemica-social-attrici-amica-geniale-t5oqme7q

giovedì 17 febbraio 2022

Referendum e disturbo bipolare della politica

 


La Corte Costituzionale ha ammesso cinque referendum e bocciato gli  altri (*).

Pur avendo le nostre idee sui contenuti dei quesiti, preferiamo affrontare la questione di fondo, formale diciamo: il ruolo contraddittorio del referendum, strumento principe della democrazia diretta, nella democrazia liberale, sede prediletta della democrazia rappresentativa.

A dire il vero abbiamo sempre ritenuto l’ “arma” referendaria come la foglia di fico dietro cui si nasconde, come polvere sotto il tappeto, il cattivo funzionamento del sistema rappresentativo. Sistema, si badi, che costituisce l’esatto contrario di quello referendario. Perciò non è vero che la democrazia a colpi di referendum integri e completi la democrazia rappresentativa.

Per quale ragione? Perché il referendum è la quintessenza della democrazia emotiva, se si vuole nevrotica: degli slogan, delle idee forza, e talvolta del passaggio alle vie di fatto. Per contro, il sistema rappresentativo riassume, o dovrebbe riassumere, la democrazia della ragione: della pacata discussione tra i pro e i contro, confronto che deve sempre precedere la decisione politica. Il referendum rimanda alle piazze, il dibattito al parlamento. Non c’è ponte.

In Italia, per ricordare un referendum, record mondiale di imbecillità emotiva, si votò pro o contro l’uso civile del nucleare, dopo il disastro di Černobyl dovuto, semplicemente, all’obsolescenza edilizia del socialismo reale.

Ovviamente, vinsero i contrari, in preda all’autodistruttiva nevrosi collettiva da pericolo nucleare tout court.

Da ultimo, altro esempio di  idiozia politica: il referendum abrogativo sulla diminuzione del numero dei parlamentari: frutto velenoso del populismo, e di quello psichiatrico allo stato puro…

In Italia, per evitare, la “nevrotizzazione” politica da referendum si è introdotto per legge, il filtro della Consulta sull’ammissibilità o meno (legge costituzionale dell'11 marzo 1953, n.1, art. 2).

Per dirla alla buona, altra benzina sul fuoco. Perché non esiste cosa peggiore, in politica, del nascondersi dietro qualcuno, nel caso i giudici: evocando, quando si dice il caso, la natura indipendente del potere giudiziario.

Agendo in questo modo si è sorvolato sul fatto che leggi le fanno i politici: il parlamento. E che quindi è il parlamento che deve intervenire, senza demandare ad altra istituzione decisioni che in realtà sono politiche.

Pertanto cosa succede? Che il parlamento, diciamo il paese legale, viene esautorato dai giudici costituzionali, i quali, a loro volta esautorano, comunque decidano sull’ammissione o meno dei quesiti referendari, una parte, quella soccombente del paese reale, che invece pretende una risposta politica. Come del resto la pretende, la parte che non soccombe.

Decisione presa, da parte dei giudici, scovando i consueti cavilli giuridici, che i non ammessi, per cosi dire, interpretano politicamente come un trucco ai loro danni, e gli ammessi, altrettanto politicamente, come il trionfo – il “loro” – del diritto sul pianeta terra.

In questo modo, si ottengono tre risultati, tutti negativi: 1) si umilia il parlamento, perché giudicato inutile; 2) si sminuiscono i giudici, e in più in generale la democrazia liberale, perché la parte di popolo che vede respinto il quesito si sente tradita, dal parlamento come dai giudici; 3) si accentua il processo di delegittimazione della democrazia rappresentativa e della giustizia costituzionale perché i “vincenti” dinanzi alla corte costituzionale si sentono autorizzati a proporne altri, lungo una spirale referendaria che al ragionamento sostituisce l’emotività.

Un disastro. L’idea di sovranità del popolo sulla quale poggia l’intero sistema politico e costituzionale, non solo italiano, rischia (come del resto sta accadendo) di portare all’autodistruzione del sistema stesso. Come d’altra parte capita a tutte le forme politiche basate sulle buone intenzioni, soprattutto se portate alle estreme conseguenze (si pensi al socialismo reale).

Se l’idea della sovranità popolare, in teoria è affascinante e porta consensi, non significa che la sua applicazione sia indenne dal creare problemi irresolubili come quello dell’integrazione impossibile tra democrazia rappresentativa e referendaria o diretta.

Non si dimentichi mai che l’istituto del referendum resta l’arma prediletta, in chiave plebiscitaria, da tutti i nemici della liberal-democrazia, da Napoleone (I e III) a Mussolini e Hitler.

Abbiamo accennato al cattivo funzionamento delle istituzioni parlamentari. Negli ultimi cinquant’anni la causa del populismo referendario è stata sposata da tutti partiti. Un autentico cupio dissolvi.

Si guarda al facile successo politico, trascurando gli negativi effetti di lunga durata. È vero che il parlamentarismo non ha mai avuto vita facile, soprattutto nell’epoca della democrazia e dei partiti di massa. Tuttavia accettare la logica referendaria significa favorire e affrettare, come detto, l’autodistruzione del sistema liberal-democratico.

E non ci si consoli puntando pigramente sulla natura correttiva della bassa o nulla affluenza una volta indetto il referendum. L’ apatia e la nevrotizzazione della politica sono le due facce della stessa medaglia. Uno psicologo parlerebbe di disturbo bipolare. Un politologo, o meglio un metapolitco, di sindrome di Weimar.

Carlo Gambescia                         

(*) Qui: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2022/02/16/referendum-consulta-cannabis-giustizia_e99c2de2-cf85-4311-b59a-471476a8fca1.html 

mercoledì 16 febbraio 2022

Caterina Caselli e le nuvole (socialiste) lassù

 



Caterina Caselli per i ragazzi di oggi è un oggetto misterioso. Da cantante beat, con tonalità melodiche all’italiana su un robusta voce che avrebbe potuto tentare il blues, si tramutò in imprenditrice musicale.

Galeotto, per dire una banalità, fu il matrimonio (felice) con Piero Sugar, figlio del suo datore di lavoro, Ladislao Sugar, padrone della CGE (Compagnia Generale del Disco).

Se si volesse comporre una dicitura per sua lapide anzitempo (però, lunga vita alla regina…), si potrebbe incidere sul marmo di Carrara che Caterina Caselli “ne fu la degna erede”. CGE, oggi, è un marchio Warner, ma l’opera dei Sugar prosegue con la Sugar Music, da lei fondata nel 1989, gruppo ora guidato dal figlio Filippo.

Ma non è di questo che vogliamo parlare. Che la Caselli abbia mostrato di avere il Dna giusto dell’ imprenditrice non è in discussione. Né vogliamo tentare l’ennesima operazione nostalgia alla Conti, sulle canzoni e i cantanti italiani degli anni Sessanta, travolti dalla swinging London, tradottasi nel casereccio luglio col bene che ti voglio l’amore tornerà…

Forse molti, per ragioni generazionali, non hanno visto il film a lei dedicato, “Caterina Caselli – Una vita 100 vite”, trasmesso su Rai Tre la settimana scorsa. Però è giusto parlarne. Magari sommessamente, perché è la tipica storia italiana della memoria a singhiozzo.

Il film traccia il  ritratto sanz'altro  avvincente di una  donna, di una  cantante, di una imprenditrice di valore,  però mai sfiorata dalla politica.  Caterina Caselli, cittadina di Marte.    

La parola socialismo viene pronunciata una sola volta (a proposito del padre della Caselli, vecchio militante). Non si fa alcun cenno alla casa editrice SugarCo, fondata negli anni Cinquanta, dal marito Piero e da Massimo Pini, giovani simpatizzanti socialisti. Pini poi diventò strettissimo collaboratore di Bettino Craxi. E soprattutto non si fa il nome del “diavolo”. Quando, in realtà, di Craxi, Piero Sugar e Caterina Caselli condivisero sul piano privato e pubblico amicizia e idee modernizzatrici (*).

Poi, come noto, finì male per Craxi e per il partito socialista, oggi in pratica scomparso dalla scena politica. Va dato atto che la Caselli nel 2000,  in occasione della morte di Craxi, non si risparmiò. Ecco la sua dichiarazione :

« “Bettino Craxi è stato nel nostro cuore e rimarrà nel nostro cuore. È un momento di grande dolore per me e per la mia famiglia. Si tratta della perdita di un amico carissimo che per tanti anni è stato compagno di molte ore felici’”. Caterina Caselli, amica da molti anni di Bettino Craxi, ricorda commossa l’ex leader socialista. La Caselli, che è in partenza per la Tunisia per partecipare al funerale di Craxi, aggiunge: ‘”Politicamente, penso che Bettino abbia avuto grandi meriti nella storia del nostro Paese e mi sembra che molti lo stiano riconoscendo. Mi spiace, però, che questo avvenga soltanto in un momento così doloroso”» (**).

Invece ventidue anni dopo, silenzio totale. Anche su una casa editrice, ripetiamo fondata da Piero Sugar, che ha pubblicato libri importanti (a parte le scemenze di Veneziani). Anche grazie anche a un editore come Massimo Pini. Cofondatore, che ricordo persona di grande cultura, forbito conversatore, uomo alla mano, ma tuttora “anatemizzato” dalla sinistra giustizialista, “come il socialista della mutazione tra politica e finanza” (***).

Sì, povero Bettino, povero Massimo, insieme a voi non ci sta più, Caterina guarda le nuvole lassù…

Carlo Gambescia

 

Per la foto di copertina ( Milano, campagna elettorale per le europee, Craxi, Ugo Finetti, Caterina Caselli -18 marzo 1979) si veda qui:   https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/raccolta-fotografica-sull-attivita-bettino-craxi/IT-AFS-060-000657/a-milano-campagna-elettorale-europee-craxi-ugo-finetti-caterina-caselli#lg=1&slide=0

 (*) Qui un suo ricordo sui “ruggenti” anni Ottanta: https://www.rockol.it/news-21206/caterina-caselli-and-8216-craxi-cantava-io-facevo-il-coroand-8217 

(**) Qui: http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/2000/01/20/Politica/CRAXI-CATERINA-CASELLI-IN-PARTENZA-PER-HAMMAMET_180900.php 

(***) Per tutti, si veda “Il Fatto Quotidiano" : https://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/07/addio-massimo-pini/319850/

 

martedì 15 febbraio 2022

Trattare è sempre meglio che sparare?

 


Principio nobilissimo che rinvia al discorso pubblico liberale, il quale, se filosoficamente risale al moderno sviluppo della teoria del contratto politico, storicamente rimanda alle due guerre mondiali, ferocemente combattute da tutte le parti in campo.

“Mai più guerra” e “Trattare è sempre meglio che sparare”, sono i principi che, in teoria, ma non in  pratica, hanno caratterizzato la politica internazionale dopo il 1945. Però le cose non sono così semplici.

Perché? Per la semplice ragione che sull'impervio terreno della pratica  non basta credere culturalmente nella forza contrattuale delle trattative diplomatiche. Le buone intenzioni non bastano, come hanno ben mostrato i  conflitti  avvenuti dopo l’ultima guerra  mondiale:  Corea, Indocina, arabo-israeliano,  Iran-Irak, Golfo 1° e 2°, Serbia e Balcani, ai  confini della Russia, solo per indicarne alcuni tra i principali.

In genere, da alcune migliaia di anni, si contratta – nel senso di attivare le diplomazie – dopo aver vinto sul campo oppure dopo aver perseguito, sempre sul campo, la posizione strategica migliore.

La distinzione fondamentale è tra guerre di conquista e guerre limitate. Per non andare troppo indietro, le guerre settecentesche, rimandano alle guerre limitate, spurie, un misto tra guerra e diplomazia, mezze vittorie, insomma. Quelle napoleoniche rinviano invece alle guerre pure: della ricerca della vittoria completa sul campo, alla quale seguono i trattati, magnanimi o meno.

La Prima guerra mondiale che poteva essere una guerra limitata, per una serie di ragioni, si trasformò in guerra pura, come del resto fu per la Seconda guerra mondiale.

Perciò in teoria, si può anche essere sinceri pacifisti e contrattualisti convinti, però la metapolitica insegna, che è vero che il conflitto e la cooperazione si alternano nella storia, ma che è altrettanto vero che spesso la cooperazione viene dopo il conflitto.

Ovviamente, non si può escludere, che la cooperazione preceda il conflitto, magari evitandolo. Il che però non vale per sempre. Di regola, gli accordi rinviano soltanto la data del suo inizio: le crisi succedutesi nei primi quattordici anni del Novecento, prima dell’esplosione del conflitto mondiale, restano indicative della forza e dei limiti della cooperazione, più o meno pacifica, tra gli stati.

Pertanto la risoluzione pacifica di una crisi dipende dal rapporto, tra volontà di guerra spuria e pura che separa o unisce i contendenti.

Sotto questo aspetto la crisi tra Russia e Ucraina a quale tipo di conflitto si può ascrivere?

Diciamo che sullo sfondo si staglia la questione dell’estensione dei confini della Nato, che confligge con l’altra questione, quella dell’ estensione dei confini sovietici. Sotto la cenere delle dichiarazioni, più o meno retoriche, cova una questione egemonica, tra Oriente e Occidente, allora europeo che risale almeno all’epoca zarista, e tra Russia e Stati Uniti che rinvia alla Guerra fredda.

Siamo davanti a un conflitto sostanziale che non si può risolvere con le sole trattative formali. Sullo sfondo, ripetiamo, si agitano questioni che rimandano alla guerra pura. Quindi, si danno le condizioni per un conflitto vero e proprio.

Ovviamente, la retorica post-Seconda guerra mondiale, evoca le trattative ed eventualmente, ma molto in subordine (e soprattutto non lo si dice), alla guerra spuria, limitata.

Pertanto, le trattative si muovono tra questi due poli: guerra pura e guerra limitata. Sui quali viene riversata, da tutte le parti in campo, la melassa pacifista: “Non saremo noi a cominciare, eccetera, eccetera”.

Se guerra non sarà (pura o spuria), il merito non andrà ascritto all’amore per la pace dei vari contendenti, ma al fatto che le forze in campo (tutte) non si sentono pronte – per varie ragioni – alla guerra pura e limitata.

Ciò quindi significa che il pericolo di una guerra ai confini della Russia o dell’Europa (dipende dal punto di vista), resterà in piedi fino a quando la questione egemonica non sarà risolta in favore di uno dei contendenti.
Attenzione, non parliamo solo della specifica questione ucraina, ma della sfida globale tra russi e americani. L’Europa purtroppo, allo stato delle cose, è una semplice pedina del gioco di qua da campo, come l’Ucraina dall’altro.

Dicevamo all’inizio del discorso pubblico liberale, nobilissimo, che però confligge, purtroppo, con la logica egemonica degli stati. Si rifletta sul punto: da una parte c’è il principio culturale, di per sé giustissimo, di contrattualizzare la volontà di potenza, dall’altra l’inestinguibile necessità sociologica dell’egemonia politica.

Una necessità che se non può essere soppressa può però essere limitata e ricondotta nell’alveo di un politica dell’ equilibrio tra egemonie diverse capaci di equivalersi perché contrattualizzate.

Il problema è che per arrivare al contratto, diciamo al libro, il più delle volte serve la spada.

Qui già si intuisce la domanda: non si potrebbe rinunciare tutti, e per sempre, alla spada, per sedersi intorno a un tavolo, eccetera, eccetera? In teoria sì, in pratica no. Perché la volontà egemonica, e le sue manifestazioni, spurie o pure, come provano storia e sociologia, risulta più forte di ogni desiderio culturale di pace.

Al massimo, si può puntare sull’equilibrio delle forze. La pace armata. Però, sempre instabile.

Anche nel caso di uno stato o impero mondiale, la guerra, ridotta ad azione contro la “criminalità locale”, imporrebbe comunque l’uso  della spada da parte di una specie di “polizia mondiale” dinanzi a una “criminalità” sempre risorgente, come accade oggi all’interno di ogni stato. Quindi sempre di pace armata si tratterebbe.

Infine, se qualcuno attaccasse da un’ altra costellazione, costringendo i popoli della terra a unirsi, per difendersi con la spada, anche in questo ipotetico caso, alcuni stati, per ragioni di egemonia subordinata, si schiererebbero con gli invasori…

Per costruire meno di paio di secoli di Pax romana, durante le dinastie flavia e antonina, ce ne vollero almeno quattro di guerre, anche civili. Ashoka il grande, poi convertitosi al buddismo, consolidò l’Impero Maurya attraverso un bagno di sangue (anche in famiglia). Dopo di che passò alla storia come grande uomo di pace.

E per oggi basta così. Una pena al giorno…

Carlo Gambescia