domenica 23 gennaio 2022

 


Giovanni Grasso consigliere, portavoce e direttore dell’ufficio per la stampa e la comunicazione del Presidente Mattarella, ha postato sulla sua pagina Twitter la foto di un ufficio zeppo di scatoloni, con  la dicitura, “Fine settimana di lavori pesanti”, riferendosi a un trasloco, apparentemente in corso (poi diremo perché), dagli uffici del Quirinale…

I sostenitori di Mattarella, diranno “che peccato!”, gli oppositori, che “era ora!”… Senza però dare, gli uni e gli altri, alcuna importanza alla cosa.

In realtà, per chiunque conosca il linguaggio cifrato e involuto della grande famiglia dei democristiani di sinistra, alla quale appartengono Grasso e Mattarella, intuisce benissimo che gli scatoloni indicano  che il trasloco è solo cominciato. Insomma, mica è finito…

Pertanto Mattarella, pur avendo manifestato il desiderio di passare la mano, potrebbe sempre ripensarci. Inoltre, si rifletta su un punto: dalla foto non si capisce se gli scatoloni, tra l’altro ancora semivuoti, appartengano o meno a Mattarella…

Esageriamo? Il nostro è puro esercizio di “retroscenismo? Vergognoso per ogni studioso serio? Può darsi.Però il linguaggio cifrato dei democristiani di sinistra è innegabile. E viene da lontano.

Quando negli anni Settanta e Ottanta i democristiani con il cuore a sinistra formavano giunte nelle regioni e nei comuni con i comunisti, si difendevamo dicendo che era un modo per democratizzarli, senza per questo negare l’ impegno atlantista, anticomunista, eccetera, eccetera. Moro, maestro in materia, a detta di Kissinger, era politicamente incomprensibile. Il no, era sempre un ni… Insomma, né sì né no.

Nicola Mancino, che, sotto il profilo politico, era, ed è, per De Mita, ciò che Franco Evangelisti era per Andreotti, poteva e può parlare per ore, senza dire nulla di apparentemente significativo.

Pertanto, la sinistra democristiana, che pure vanta personalità dal linguaggio devastante come Rosy Bindi, quando si insinua nei piani alti del potere, dove si decide, dice e non dice. Prevale sempre il nì. Ricorda Santa Madre Chiesa. A questo proposito, moroteismo e andreottismo sono figli della stessa cultura chiesastica, poi ovviamente degenerata negli epigoni di sinistra e destra. Ma questa è un’altra storia.

Concludendo, la domanda è: scatoloni o non scatoloni, Mattarella, va o resta?

Lo capiremo nei prossimi giorni.

Carlo Gambescia

sabato 22 gennaio 2022

Cile. La difficile sfida di Boric

 


Il governo di Gabriel Boric varato ieri, “viernes”, 24 ministri, 14 donne, sceglierà un percorso socialdemocratico o di sinistra radicale?

La mappa dei ministri pone qualche punto interrogativo. All’economia, dicastero importantissimo, è andato un tecnico, con precedenti esperienze di governo, conosciuto e apprezzato all’estero, Mario Marcel. Diciamo un moderato, elegante negli abiti e nei toni, ma di centrosinistra come idee. Il governo però include anche ministri (6 in tutto) esplicitamente di sinistra, su posizioni socialiste, radicali e filocomuniste.

Va ricordato che in Parlamento “Apruebo Dignidad”, la formazione di cui è leader Boric, dipende da una più ampia maggioranza, il “Frente amplio”, che ha vinto le elezioni di dicembre, di cui i comunisti fanno parte, seppure alleati con altri partiti e partitini di sinistra, altrettanto riottosi.

Il che però spiega la presenza della sinistra meno docile nel suo governo, anche se non esplicitamente comunista. o almeno così pare. Si tratta di allargare la base politica che dovrà gestire la riscrizione, in atto, della Costituzione, e il successivo referendum. Missione delicata.

Ma anche di favorire l’ attuazione di altre riforme nell’ambito della sicurezza sociale, delle pensioni e dell’istruzione.

Sicché la dipendenza politica dalla sinistra radicale rappresenta una prima somiglianza, per quanto concettualmente rozza, con il governo di Salvator Allende, ostaggio, anch’esso, dei voti comunisti.

Inoltre va ricordato un fatto dall’enorme valore simbolico. Non parliamo della straripante presenza femminile al governo. Il punto non riguarda il “politicamente corretto”, assai di moda anche Cile, ma l’impoliticamente scorretto dal punto di vista di una auspicabile ricomposizione della memoria cilena, mai ricompostasi del tutto, nonostante siano passati cinquant’anni dal colpo di stato di Pinochet e quaranta dalla dittatura e dalla “Concertación” (1990-2010).

Di cosa parliamo? Della nomina alla Difesa della nipote di Allende, Maya Fernández, biologa e veterinaria, deputata socialista, figlia de Beatriz “Tati” Allende, allora assai vicina politicamente al padre Salvador. È vero che la signora Bachelet, anch’essa socialista, ha preceduto, nel 2004-2006 (governo Lagos), la signora Fernández. Però qui si tratta della nipote del nemico numero uno, a torto o ragione, dei militari. Che ovviamente non sono più quelli di allora. Però…

L’impressione è che Gabriel Boric, trentacinque anni, dottore in legge, ottima conoscenza della lingua inglese, con un passato da studente contestatore e un presente da fin troppo giovane uomo politico,  sfidi il Cile conservatore, o “ultraconservatore”, secondo la superficiale definizione della stampa di sinistra anche europea, ancora ipnotizzata dalle immagine di Salvador Allende con mitra ed elmetto.

Una sfida, perciò, che può finire bene ma anche male. Per Boric e soprattutto per il Cile. Molto dipende, come dicevamo, dalla strada politica, riformista o radicale che sceglierà.

Diciamo che, per ora, la partenza sembra essere in salita.

Carlo Gambescia

venerdì 21 gennaio 2022

Quirinale e vischiosità politica

 


Oggi vorremmo concentrare la nostra attenzione su due nomi dati per papabili per il Quirinale: Draghi e Casini. Ma non solo sui nomi, dal momento che rinviano a un certo tipo di mentalità, anzi di vischiosità. Qui l’aspetto interessante, sociologicamente interessante.

Comunque sia, il primo è un tecnocrate pubblico, formatosi negli anni Novanta al Ministero del Tesoro, il secondo una riserva politica della democrazia cristiana della Prima Repubblica.

Due personaggi, per biografia sociale, diciamo così, di seconda mano, tra i sessanta e settant’anni (67 Casini, 74 Draghi). Figure che rinviano, per radici intellettuali e politiche, al vischioso mondo della Prima Repubblica.

Il che significa solo una cosa, che negli ultimi trent’anni ( o quasi) la Seconda Repubblica non è stata in grado di favorire alcun ricambio politico. E che soprattutto tra la Prima e la Seconda (che si può fare iniziare nel 1994) non è cambiata la vischiosa mentalità politica di fondo.

Di che cosa parliamo? Non abbiamo usato a caso il termine vischiosità. Dal punto di vista sociologico, con vischiosità si intende, in senso figurato, ciò che si oppone al cambiamento. Si pensi, per introdurre un parallelo con la chimica, a un fluido che oppone grande resistenza allo scorrimento.

Si immagini, allora, una specie di colla mentale, un mix di appiccicose idee stataliste, paternaliste, finto buoniste, impregnate di retorica socialistoide da quattro soldi, idee, che non scorrendo, interdicono il passaggio a ogni idea nuova.

Non solo questo però. Perché l’Italia è prigioniera di una mentalità vischiosa che allontana dalla politica gli uomini migliori. Quindi idee e uomini. Per dirla altrimenti, la moneta cattiva scaccia la buona.

E infatti, questa mattina, siamo qui, dopo trent’anni, a parlare delle candidature al Colle di Casini e Draghi…

E gli italiani? Il famoso “po-po-lo so-vra-no”? Restano a guardare indifferenti. Domenica scorsa, qui a Roma, in occasione di una suppletiva per la Camera, ha votato il dieci per cento degli iscritti.

Gli italiani sostanzialmente attendono ordini, fingendo di non attenderli. Perché credono, chiudendosi in un privatismo protetto, di poter fare a meno della partecipazione politica, ma non dello stato. Quindi, preferiscono vivere “di” e “nella” vischiosità, nella melassa buonista delle provvidenze e della retorica paternalista. Tanto qualche briciola cade sempre dalla tavola imbandita…

Quindi, alla fin fine, pur di ricevere quanto si crede dovuto, anche un dittatore andrebbe bene… Si noti, a proposito di partecipazione, che quando c’è, è sempre contro le istituzioni parlamentari e i partiti. In pratica, contro la liberal-democrazia. Quindi è disfunzionale.

Certo, se la liberal-democrazia è quella di Casini e Draghi…

E qui si ritorna al discorso della vischiosità. Che dall’alto ricade verso il basso e dal basso risale verso l’alto, chiudendo, per così dire, il cerchio. .

Fino a quando si potrà andare avanti così?

Carlo Gambescia

giovedì 20 gennaio 2022

RINCARI BOLLETTE, LA RICETTA DRAGHI

 


Com’è facile governare concedendo crediti e facendo debiti per pagare i crediti… Chiamala, se vuoi, ricetta Draghi… Ricetta che in realtà risale agli imperatori Antonini.

Ma torniamo a Super Mario. Leggere per credere.

«Sullo shock-prezzi dell’energia la regia è a Palazzo Chigi, con una riunione di due ore e mezza dal premier Mario Draghi – con i titolari dell’Economia Daniele Franco, dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, della Transizione ecologica Roberto Cingolani – alla vigilia del Consiglio dei Ministri da cui è atteso un primo passo del Governo, da circa un miliardo e mezzo di euro ricorrendo ai proventi delle aste di CO2 e con la cartolarizzazione di alcuni oneri di sistema che valgono 2,5 miliardi. In totale 4 miliardi senza fare scostamenti del deficit» (*).

Un totale di 4 miliardi. In realtà, le aste sono la prima ragione ( o comunque una delle ragioni) del rincaro della bolletta energetica, perché i prezzi di acquisto delle concessioni sono inevitabilmente ricaricati dalle imprese sulle bollette.

Quanto alla cartolarizzazione non è altro che la trasformazione del debito pubblico in titoli obbligazionari da collocare sul mercato, per rifinanziarlo. Quindi, se ci passa la grossolana semplificazione, si tratta del rinnovo di una cambiale più nuovi interessi.

Una partita di giro-debiti da un anno all’altro. Anzi una presa giro. Perché, come dicevamo, così sono capaci di governare tutti. Ma perché una presa in giro? Certo, per ora, come asserisce furbamente il governo, non ci saranno scostamenti di bilancio. Ma gli anni venturi? Quando per così dire i dividendi dei titoli andranno all’incasso? A Roma, si chiamano “sole”.

Sicché la cartolarizzazione, prima o poi, andrà a ingrossare il debito pubblico italiano, che ha già raggiunto (agosto 2021), la ragguardevole cifra di 2.734,4 miliardi.

Fortunatamente – qui la differenza tra liberalsocialismo di Draghi a babbo morto e il populismo suicida dei Cinquestelle – sembra che il governo abbia respinto l’ipotesi pentastellata di un tributo sugli extra-profitti delle aziende energetiche. Una bastonata fiscale per la serie, se ci si passa l’espressione, “cornuti e mazziati”.

Ci spieghiamo subito.

Come si possono obbligare le imprese soprattutto se produttive, prima a svenarsi per le aste, poi a ricevere randellate, perché “colpevoli”, per sopravvivere di recuperare i costi delle aste aumentando le bollette?

Un inutile e pericoloso giro economico, all’insegna del do ut des dirigista e fiscalista, che serve solo a creare un’economia artificiale, stagnante, improduttiva.

Per quale ragione? Perché chi produce di più è penalizzato di più e neppure motivato a produrre di più: perché più energia, più concessioni, più aste. Sicché alla fine le imprese si accontentano di vivacchiare grazie agli aiuti pubblici.

Il tutto, ovviamente a danno del consumatore, costretto a consumare di meno, o comunque non di più. Consumatore che però viene parzialmente gratificato con un pugno di euro, riassorbiti inevitabilmente dalla crescita dei prezzi.

Una buffonata complicata e pericolosa.

A proposito di pagliacci, l’opposizione di destra come ha reagito? Napoleone-Salvini ha dichiarato che i soldi sono pochi: servono almeno 30 miliardi. No comment.

Carlo Gambescia

(*) Qui la notizia: https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2022/01/19/bollette-riunione-con-draghi-franco-giorgetti-e-cingolani_4c45692c-218d-480f-9b65-90614bdf1287.html .

mercoledì 19 gennaio 2022

Riflessioni. La crisi del liberalismo

 


In realtà il liberalismo, la cui crisi viene da lontano, non è mai stato compreso fino in fondo. Forse solo dai suoi nemici, che però ne hanno usato i punti deboli per combatterlo.

La richiesta ottocentesca di libertà nei riguardi dei rottami dello stato assoluto sembra oggi aver perduto qualsiasi significato. E per una semplice ragione: si riconosce al nuovo stato assoluto, assistenziale, scaturito da due guerre mondiali e da altre guerre immaginarie alla povertà, alla disuguaglianza, una legittimità che riconduce alle antiche monarchie prerivoluzionarie.

Sotto la maschera di un liberalismo che non è più tale, i governanti, di qualsiasi colore, oggi si distinguono per una politica di tipo semisocialista che invece di liberare opprime. Infine, la guerra all’epidemia, pardon alla pandemia, altra guerra immaginaria, ha reso i poteri dello stato ancora più potenti.

Probabilmente la nostra ricostruzione è schematica, tuttavia se si ripercorre la storia degli ultimi tre secoli, XIX, XX, XXI, lo spazio di libertà, dopo le conquiste ottocentesche ( diciamo dagli anni Quaranta dell’Ottocento agli anni Dieci del Novecento) si è fortemente ridotto.

Certo, va registrato, soprattutto nel Novecento (in particolare nella seconda metà), lo sviluppo dei diritti sociali, che però è avvenuto a spese delle libertà politica, civile ed economica, andando ad accrescere la spesa pubblica (all’inizio del Novecento era la decima parte di quella di oggi) e la pressione fiscale (anch’essa inferiore di un terzo a quella attuale), come mostra qualsiasi storia del mondo economico contemporaneo.

Poco più di cento anni di neoassolutismo statale (dal 1914 ad oggi) hanno fortemente ridotto la sfera d’azione del liberalismo classico, quasi scomparso dal proscenio politico, sociale ed economico. A parte un breve periodo di circa dieci anni, segnato dalle figure di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, subito demonizzato dai neoassolutisti e liquidato come l’età del “liberismo selvaggio”.

Si tratta di umorismo involontario. Ma quale età del “liberismo selvaggio”? In realtà, le acque dell’oceano antiliberale (neoassolutisti, neofascisti, neocomunisti, ecologisti, e fondamentalisti vari) si sono subite richiuse sopra due tentativi, in realtà timidi e brevi, di navigare controvento.

Il problema di fondo è che nell’Occidente euro-americano cinque generazioni di uomini e donne, di tutti i ceti, pur con alcune differenze politiche e culturali “locali”, hanno prima accettato e poi sposato una visione paternalistica della politica. Di qui, il ritorno, invocato persino dalla gente comune, del vecchio statalismo prerivoluzionario, nelle vesti del nuovo stato assistenziale che, come quello assolutista, dichiara di poter vedere e provvedere a tutto. E in particolare ai bisogni dei sudditi, al momento ancora chiamati cittadini.

Per il lettore distratto, ripetiamo che la guerra all’epidemia, pardon alla pandemia, altra guerra immaginaria, ha reso i poteri dello stato ancora più forti.

Questo anche grazie all’uso della tecnologia (che non è un male di per sé, attenzione).

Perché? Oggi persino nei paesi, dove il liberalismo nacque e si sviluppò, Gran Bretagna e Stati Uniti, senza il codice individuale, ora elettronico, della previdenza sociale non si trova lavoro perché non si esiste agli occhi dello stato e del mondo: o schedati o invisibili.

In Italia, notizia di oggi, si è completata l’anagrafe elettronica nazionale. Detta in modo brutale, siamo tutti schedati. Si scopra con quale “disinvoltura” Ansa pubblica la notizia. Come se fosse la cosa più naturale nel mondo (*).

Purtroppo, il cittadino, a causa del micidiale mix tra neoassolutismo e tecnologia, (quindi il problema è rappresentato dall’uso che l’uomo che fa della tecnologia) rischia addirittura, come già sta accadendo, di non poter più circolare liberamente. Proprio come un tempo accadeva a coloni e servi della gleba, prima delle rivoluzioni liberali.

Perché questa resa del liberalismo a una specie di socialismo di stato?

Trent’anni fa, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, con quella terribile ingenuità americana, Francis Fukuyama decretò il trionfo del liberalismo.

Ma di quale liberalismo? Quello macro-archico (**) venuto a patti, invece di combatterlo, con il nuovo stato assoluto. Un “patteggiamento” che viene contrabbandato come liberalismo. E che invece liberalismo non è.

Purtroppo, il fronte liberale è molto diviso, e purtroppo nessun politico se la sente di navigare controvento e di perdere il consenso di un elettorato che alla libertà preferisce sicurezza. Una scelta, quest’ultima, che rinvia all’antropologia politica, alle radici di ogni potere, fondate sullo scambio tra protezione e obbedienza.

In qualche misura, storicamente parlando, il liberalismo ha tentato di scorporare la protezione dall’obbedienza, puntando sull’idea di uno stato minimo e di una società massima, in cui ciascuno in linea di massima provvede in libertà alla sua protezione, riducendo l’obbedienza al minimo stabilito.

Di qui, l’impoliticità che gli avversari rimproverano al liberalismo. In che modo? Lo si accusa di violare i fondamentali dell’antropologia politica, trasformando le persone in esseri incapaci di obbedire come di comandare. Lo si accusa di minare le radici stesse dell’obbedienza come della protezione sociale.

Il che può anche essere vero, però si tratta del rischio, rischio antropologico, che ogni società libera, che si compone di liberi individui, deve accettare, se vuole essere tale. In questo rifiuto si possono ravvisare le origini della crisi del liberalismo.

Per dirla brutalmente, la maggior parte delle persone – la famosa schiavitù delle maggioranze giustamente teorizzata da Tocqueville – non se la sente di rischiare.

Ovviamente, come accade da circa un secolo, quanto più la cultura di tipo statalista, semisocialista, pseudo collettivista, come quella dello stato sociale, inculca nell’individuo la paura del rischio, tanto più il liberalismo si tramuta nel male assoluto. Di conseguenza gli spazi di libertà vanno di fatto riducendosi, rischiando di sparire, addirittura con il consenso dei cittadini. Diciamo tra gli applausi.

Cittadini che senza rendersene conto, a poco a poco, si stanno tramutando nei sudditi di un nuovo monarca assoluto: lo stato assistenziale.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://www.agi.it/cronaca/news/2022-01-19/anagrafe-elettronica-nazionale-15276477/ .

(**) Sul punto specifico si veda il nostro “Liberalismo triste. Un percorso: da Burke a Berlin”, Edizioni Il Foglio 2012( https://www.ibs.it/liberalismo-triste-percorso-da-burke-libro-carlo-gambescia/e/9788876064005 ) .

martedì 18 gennaio 2022

Statistiche sulla disuguaglianza e pregiudizio politico

 


Oggi i giornali rilanciano la “notiziona” della crescita delle disuguaglianze mondiali e del collegamento tra povertà ed epidemia, pardon pandemia.

Una premessa. Chiunque abbia un minimo di conoscenza delle metodologie statistiche di tipo sociologico sa benissimo che quanto più il campo di analisi è esteso tanto più i risultati rischiano di essere imprecisi. La stessa tesi può essere estesa ai campioni ridotti perché altrettanto lontani da quella che un tempo si chiamava la fotografia della realtà. Macro e micro pari sono.

La statistica sociale può indicare al massimo le linee di tendenza di un certo fenomeno: la sua disposizione o inclinazione statistica a partire però dall’analisi di dati che rinviano al presente. Ecco perché si parla di tendenza, di qualcosa che può cambiare nel tempo, per ragioni non prevedibili al momento in cui si stabilisce la linea di tendenza.

In questo senso, lo statistico sociale lavora sempre su vari scenari quindi varie tendenze, diciamo pure un ventaglio di tendenze. E di regola è scelta la tendenza media, quindi, in qualche misura, se ci si passa l’espressione, una specie di tendenza della tendenza, qualcosa di ancora meno preciso.

Quando i mass media si appropriano sotto il profilo comunicativo dello “scenario statistico di tendenza”, si assiste alla sua trasformazione da tendenza, (qualcosa di ipotetico) in fatto (qualcosa di certo). E quanto più il fenomeno sociale analizzato ha implicazioni di natura politica tanto più la “fattualità” finisce per prevalere sulla “tendenzialità”. Si potrebbe così parlare di tendenzialità tendenziosa, politicamente tendenziosa.

E qui scusandoci, per il noioso excursus metodologico, veniamo finalmente al punto, dando alcune istruzioni per l’uso della “notiziona”.

In primo luogo, la disuguaglianza sociale è un tema politico per eccellenza. Un argomento che, nonostante la fragorosa caduta del comunismo sovietico, sembra essere tornato al centro dell’attenzione politica, anzi sembra essersi addirittura tramutato in una specie di ossessione politica.

In secondo luogo, come dicevamo, quanto più si allarga il campo di analisi di un fenomeno tanto più le linee di tendenza si fanno imprecise. Figurarsi per un fenomeno come lo studio delle disuguaglianze sociali. Non tediamo il lettore con dati teorici e tecnici sulle critiche al “coefficiente Gini”, un’equazione sostanzialmente. Coefficiente che tuttora viene largamente usato per analizzare statisticamente le disuguaglianze di reddito e patrimonio.

Il terzo luogo, il mix tra tendenzialità e motivazioni politiche, non può non sfociare, come dicevamo, nella tendenziosità. Perché è verissimo che la matematica non è un’opinione, tuttavia i dati usati per l’ applicazione del coefficiente di Gini, come per tutte le unità statistiche, risentono inevitabilmente delle modalità di raccolta e classificazione che sono differenti, spesso molto differenti. Il che perciò apre enormi spazi interpretativi prima sul piano scientifico, poi su quello politico.

Si dirà che a prescindere da tutte le nostre chiacchiere, le disuguaglianze esistono e  sono sotto i nostri occhi, eccetera, eccetera.  Certamente. Ma una cosa è “opinionare” sulla base di pregiudizi politici  che  forniscono una visione deformata della realtà, un’altra “accertare” sul piano scientifico, stabilendo con precisione la natura quantitativa di un fenomeno come la disuguaglianza.

Non si dimentichi mai che la scienza è giudizio, la politica pregiudizio. Quindi i dati, sulla disuguaglianza mondiale,  non hanno alcuna rilevanza scientifica.

Diciamo che questo fu l’errore di Karl Marx. Che pretese di costruire una teoria scientifica del socialismo. Ebbene, non ne azzeccò una: dalla cosiddetta “caduta tendenziale del saggio di profitto”, alla “proletarizzazione dell’intera umanità”.

Tesi quest’ ultima che tuttora anima, ovviamente in chiave antiscientifica, i non pochi rapporti sulla disuguaglianza mondiale, da ultimo quello rilanciato oggi sulle prime pagine dei giornali.

Report di regola pubblicati da organizzazioni anticapitaliste, o comunque di ispirazione socialista, che continuano a scorgere ovunque una proletarizzazione smentita dai fatti (*). E che ravvisano nell’epidemia, pardon pandemia, invece di un fenomeno statisticamente transitorio, la possibilità di assestare il colpo di grazia al capitalismo.

Tuttavia perché meravigliarsi? Non abbiamo forse detto che la scienza è giudizio e la politica pregiudizio?

Carlo Gambescia

(*) Sul punto si veda l’ottimo libro di Hans Rosling, Factfulness, Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio di come pensiamo, Rizzoli 2018.

lunedì 17 gennaio 2022

C’era una volta l’ opinione pubblica…

 


L’idea di opinione pubblica rinvia a un mondo in cui l’uso dell’argomentazione era molto più misurato, pacato, equilibrato.

L’intellettuale, dal giornalista allo scrittore, evitava di usare gli argomenti ad effetto, emotivi. Privi perciò di qualsiasi coerenza logica, solo per portare “le masse” dalla propria parte. Si pensi, per un concetto di opinione pubblica in senso classico, alle illuminate società letterarie del Settecento e ai club politici liberali dell’Ottocento. Insomma, si tratta di un’idea elitaria per eccellenza.

Infatti la parola “masse” resta il termine più significativo per comprendere le cause che sono alle origini della forza e della crisi del concetto di opinione pubblica.

L’opinione pubblica – per l’approfondimento, rinviamo al noto di libro di Lippmann (*), celebre studioso e commentatore americano, scritto all’indomani della Prima Guerra mondiale – rimanda all’idea del cittadino informato, che ha necessità di capire non di inveire.

La massa capisce o inveisce? Il problema è tutto qui.

Se per opinione pubblica si intende un insieme di club politici e culturali, composti di persone informate, abituate, per formazione, a ragionare, persone che prima di decidere desiderano capire, allora l’opinione pubblica si rivela un fondamentale strumento di conoscenza e libertà.

Se invece per opinione pubblica si intende il pubblico dei tempi di Lippmann, “masse” che leggevano la “stampa gialla”, scandalistica e populista, allora la pubblica opinione si rivela un pericoloso strumento di ignoranza e oppressione.

Oggi, nella società di massa in cui viviamo, il prolungamento della “stampa gialla” è rappresentato dai social e dai talk show televisivi. Perciò parlare di opinione pubblica, nel senso classico, porta completamente fuori strada.

Ai suoi tempi, Lippmann sperava nei progressi dell’istruzione, dell’educazione e della cultura, progressi capaci di far nascere e crescere un cittadino preparato, informato, non prigioniero della democrazia emotiva e dell' "infantilizzazione" a scopo polemico della comunicazione. 

Il “sogno americano” di Lippmann, purtroppo non si è realizzato, come prova la presidenza Trump, che ha contagiato repubblicani e democratici, tutti felicemente approdati, si fa per dire, alla democrazia emotiva.

Il punto fondamentale per comprendere la differenza tra l’opinione pubblica classica quella per così dire corrente è il seguente: quanto più una società si fa di massa tanto più si allontana l’idea di opinione pubblica come insieme di persone informate e ragionanti. Si potrebbe quasi parlare di una regolarità metapolitica.

Alla base del fenomeno scorgiamo una necessità sociologica: quanto più il pensiero si rivolge a milioni di persone tanto più per farsi capire ha necessità di stereotipi capaci di suscitare emozioni collettive. Quindi sperare che le masse ragionino è una pura e semplice contraddizione in termini. Perciò chiunque oggi parli di opinione pubblica asserisce il falso. E qui si pensi solo agli pseudo-dibattiti sui social.

Come uscire da questa incresciosa situazione? Probabilmente è impossibile. Non siamo ovviamente i primi a sviluppare una tesi così pessimistica. Si pensi al profetico studio di Ortega y Gasset sulla ribellione della masse (**), come a quello, relativamente recente di Lasch, sulla ribellione delle élite (***).

Purtroppo, piaccia meno, élite e masse, quando messe a contatto, non riescono più a comunicare, se non al prezzo di una degradazione culturale delle élite a livello delle masse (Ortega). Oppure di una ribellione, ma in senso egoistico, delle élite contro le masse (Lasch): nei due casi si tratta comunque di una regressione sociale che comporta i rischi, spesso congiunti,  dell’abulia collettiva come della radicalizzazione politica. Due fenomeni oggi sotto gli occhi di tutti

Si rifletta, la società sette-ottocentesca era una società elitaria, l’esatto contrario della società di massa. Ora, come trasporre i principi della cultura elitaria, per pochi, in una società di massa che pretende di farsi capire da tutti? Prigioniera della necessità di ricorrere all’argomentazione emotiva?

Come andrà a finire? Male.

Le masse hanno bisogno di capi carismatici. Il potere carismatico è l’esatto contrario del potere razionale. Il primo, decide e ordina, il secondo, prima di decidere e ordinare, si appella alla discussione.

La discussione, se deve essere tale, implica la partecipazione di pochi e selezionati individui, come giustamente impone il concetto pre-novecentesco di opinione pubblica. Qui, sia detto per inciso, entrano in conflitto le idee opposte di democrazia liberale, fondata sul concetto di rappresentanza e di democrazia populista, basata sull’idea plebiscitaria.

In sintesi, siamo davanti un’insanabile contraddizione.

Si rifletta: come propugnare i principi elitari, tra i quali c’è quello di opinione pubblica, in una società, come scrivevamo ieri, che invece venera l’uguaglianza? E per giunta dei punti di arrivo?

Carlo Gambescia

(*) https://www.ibs.it/opinione-pubblica-libro-walter-lippmann/e/9788879899048

(**) https://www.ibs.it/ribellione-delle-masse-libro-jose-ortega-y-gasset/e/9788877104953

(***) https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-ribellione-delle-elite-1/