lunedì 20 dicembre 2021

Presidenziali cilene, vince Boric. Si prepara il remake di Allende?

 




L’America Latina avrebbe bisogno di dosi massicce di liberalismo, non lo diciamo noi ma un Premio nobel per la letteratura come Mario Vargas Llosa.

Pertanto dal Cile giungono cattive notizie: la vittoria di Gabriel Boric su José Antonio Kast, candidato, quest’ultimo, più conservatore che liberale, come Jair Bolzonaro in Brasile, rappresenta una prossima ventura botta di statalismo.

Nazionalismo, populismo e marxismo in versione terzomondista sono i mali storici di quei paesi. Si ritiene che l’uguaglianza tra le nazioni (nazional-populismo) e tra gli individui (marxismo rivoluzionario) debba sempre avere la meglio sulla libertà individuale (liberalismo). E i risultati, più che mediocri, sono sotto gli occhi di tutti.

Del resto, in America Latina il liberalismo è sempre stato avversato dalle destre populiste e militari. La cosiddetta svolta liberista di Pinochet fu una reazione pura e semplice alle nazionalizzazioni di Allende. Non una accettazione ragionata del liberalismo, politico, economico, sociale e culturale. Come del resto mostra il pur notevole pensiero di Jaime Guzmán, professore di diritto costituzionale che collaborò strettamente con Pinochet, caduto vittima nel 1991 del terrorismo di sinistra.

Detto altrimenti, nei paesi dell’America latina il conflitto politico rinvia tuttora alla lotta di classe. Il programma di Boric in Cile è totalmente sbilanciato sinistra. Le destre, che non sono un esempio di liberalismo, potrebbero reagire. E le lancette della storia rischiano di tornare al 1973.

Allende all’epoca, una volta eletto, sposò posizioni politiche sempre più radicali. Riuscirà  Boric a tenere insieme il suo spiccato riformismo sociale con il libero sviluppo economico ? E soprattutto tenersi alla larga dalla sinistra radicale?

Allende non riuscì. Parte della catastrofe che seguì fu colpa anche sua.

Il nostro augurio è quello di non dover assistere al remake di quel vecchio film.

Carlo Gambescia

domenica 19 dicembre 2021

Carlo Gambescia 1 – “il Sole 24 ore” 0

 


Ebbene sì. Abbiamo anticipato “ il Sole 24 ore” di due giorni.

Pensiamo al nostro articolo del 17 dicembre in cui sono evidenziati i rischi inflazionistici che possono abbattersi sulla nostra economia (*). In sintesi: Carlo Gambescia 1 – “il Sole 24 ore” 0 .

“Il Sole”, uscito oggi (**), dice più o meno le nostre stesse cose. Sottovalutando però il rischio del mix tra inflazione e stagnazione produttiva. Certo si tratta di una nostra ipotesi. Che però, qualora si verificasse potrebbe rendere la situazione economica ancora più complicata e ingestibile.

Non soffriamo di megalomania. Il processo purtroppo è molto semplice: le imprese non producono perché i costi sono proibitivi, i consumatori restano alla finestra, però al tempo stesso i prezzi crescono, diminuendo il potere d’acquisto e dimezzando i risparmi.

In realtà, per chiunque mastichi un poco di economia, non è mai complicato fare previsioni del genere. Più denaro nominale, soprattutto se pubblico, si immette nel sistema produttivo, più il potere d’acquisto reale diminuisce. Non ci vuole un Nobel per dire certe cose. Sono rudimenti, come si diceva un tempo, da primo anno di Economia e Commercio (che bella la vecchia denominazione della facoltà…).

Draghi e il suo ministro dell’economia queste cose dovrebbero saperle. O no? E se le sanno per quale ragione fanno finta di niente? Perché, evidentemente, ragionano da politici: scorgono nei finanziamenti pubblici a pioggia uno strumento di consenso elettorale. Diciamo che il realismo politico prevale sul realismo economico.

Ma di che realismo politico si tratta? Di buona qualità? Che ragiona per millenni? O comunque, a lunga scadenza?

No, è di pessima qualità. Siamo davanti a un realismo a breve termine. In pratica, legato all’ultima fase del ciclo elettorale, quella prima delle elezioni (un anno o due), quando, la spesa pubblica cresce sempre, come provano le indagini sul funzionamento delle democrazia welfariste contemporanee. Per poi decrescere dopo le elezioni e riesplodere verso la fine della legislatura.

Pur di essere confermati dal popolo molti  governi  preferiscono disconoscere  le leggi dell’economia, tra cui quella, elementarissima, di Gresham. Che insegna che la moneta cattiva scaccia la moneta buona. Detto altrimenti: l’inflazione distrugge investimenti e risparmi. Influendo anche sul valore reale dei beni immobili.

Il risparmiatore – un consiglio… – non confidi troppo nella leggenda dei beni rifugio. Di fatto, anche questi beni sotto sottoposti, come tutti gli altri,  alla legge della domanda e dell’offerta. Tradotto: se tutti puntano ad acquistare beni rifugio, i prezzi aumentano, se tutti invece vendono, i prezzi, anche di questi beni, diminuiscono.

Concludendo, Draghi è un’autentica delusione. Il “raffinato” e “autorevole” economista, che “il mondo ci invidia”, sembra ragionare come un vecchio presidente democristiano o socialista della Cassa del Mezzogiorno.

Carlo Gambescia

(*) Qui il nostro articolo: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/l-anormalita-normale/

 (**) Qui la prima pagina del “Sole” di oggi: https://www.giornalone.it/prima-pagina-il-sole-24-ore/

sabato 18 dicembre 2021

 


Che triste scrivere sempre lo stesso articolo… Che complicato andare controcorrente…

Per un verso è bello avere tutti i dati sottomano e in un attimo smentire, ci si consenta la pesante retorica, “la parola del potere”. Però per l’altro è frustrante.

Ad esempio si legge che l’Italia ieri avrebbe toccato il top del casi.

È proprio così? Un passo indietro.

Il 17 dicembre 2020 gli attualmente positivi ammontarono a 653.343 (+ 7367 rispetto al giorno precedente), i decessi a 67.194 (+ 674 rispetto al giorno passato). Le intensive ospitavano 2.855 pazienti ( – 71 rispetto al giorno precedente).

Il 17 dicembre 2021 gli attualmente positivi sono 331.968 (+ 14. 038 rispetto al giorno precedente) i decessi a 135.421 (+ 120 rispetto al giorno prima. Le intensive ospitano 923 pazienti ( + 5 rispetto al giorno passato) (*).

Non sembra un quadro catastrofico. Eppure, con piglio militare, si torna a parlare di chiusure, eccetera, eccetera. Perché?

Lo ripetiamo da mesi e mesi, anzi quasi da due anni: la logica dell’ emergenza legge i dati attraverso la logica dell’emergenza. Si vede solo quel che si vuole vedere.

Per usare una metafora semplice se non semplicistica: un ipocondriaco ingigantisce qualsiasi sintomo, anche il più lieve. L’aspetto più grave dell’ipocondria è che la convinzione di essere malati persiste nonostante le rassicurazioni del medico. L’ipocondriaco vede di se stesso solo quel che vuole vedere:  che è gravemente malato, che sta per morire,eccetera, eccetera.

Che cosa vogliamo dire? Che la logica dell’emergenza è la logica dell’ipocondriaco. Che però ha un' estensione sociale che coinvolge medico e paziente: i politici e i cittadini.

Siamo davanti a vero atto di autodistruzione sociale. Perché con la logica dell’ipocondria politica e sociale non si ragiona. La società ipocondriaca vive in una condizione di emergenza permanente. Non scorge alcuna possibilità di guarigione.

Ciò vuol dire che se anche i casi dovessero arrivare a zero, si imporrà  comunque la  profilassi,  perché, come si dirà,  non si deve mai  "abbassare la guardia",  eccetera, eccetera.

L’emergenza, per  sfornare  un’altra metafora, è come lo stato di guerra. A un certo punto non si conoscono più le vere ragioni della guerra, le ragioni per cui si combatte… Tuttavia si deve continuare a combattere, perché, si dice la guerra è in corso, e poi – ecco l’ipocondria – non si sa mai…

Si sostituisca alla parola guerra, la parola emergenza, e alla parola emergenza, la parola ipocondria, e il gioco è fatto.

Come scrivevamo ieri, la normalità è più lontana che mai. Con l’ipocondria sociale e politica non si ragiona. Snocciolare dati non serve a nulla.

Che malinconia…

Carlo Gambescia

(*) I dati soni ripresi dai bollettini giornalieri del Ministero della salute alle date indicate : https://www.salute.gov.it/portale/home.html

venerdì 17 dicembre 2021

L’ anormalità normale

 


La “stretta” di Draghi sulle frontiere, viene presentata come una vittoria in Europa. Non si capisce, che poi, a cascata, il ritorno dei controlli si estenderà a tutti gli altri paesi. Dando un nuovo colpo di grazia al settore turistico e di rimbalzo all’intera economia europea, già sofferente.

“Super Mario” spende male la sua autorevolezza. Si comporta come un leader socialdemocratico qualunque. Inoltre, la gente teme di ammalarsi e morire. Quindi il gioco è fatto.

Alla fine del prossimo mese di gennaio, l’orologio della crisi segnerà i due anni dalla dichiarazione dello stato d’emergenza, due anni di serie limitazioni quotidiane alle nostre libertà.

Si rifletta bene su un punto: il problema di fondo non è quello del Green Pass obbligatorio o meno, ma di quando torneremo alla normalità. Un ritorno che invece sembra apparire sempre più lontano.

È normale vivere appesi ai bollettini quotidiani del Ministero della Salute? È normale attendere ordini se usare meno la mascherina all’aperto? È normale partire per un viaggio, anche breve, con il timore che di aver dimenticato a casa i documenti rilasciati dalle “autorità sanitaria competenti”?

Nessuno sembra interrogarsi sul punto. La gente sembra ormai abituata a convivere con i divieti. Curiosa solo di sapere cosa è permesso o non è permesso fare. L’anormalità è diventata la nuova normalità. Con la benedizione dei politici.

Tutto questo ha un costo economico. Che però, i politici, a partire da Draghi, che pure di economia dovrebbe capire, minimizzano. Si procede a colpi di potenti iniezioni di denaro pubblico, il cui principale risultato – fenomeno già in atto – sarà quello di far rialzare la testa all’inflazione. Rialzo che falcidierà un potere d’acquisto dietro il quale non c’è alcun reale processo economico di vera crescita degli investimenti e dei consumi privati.

Si va verso un’economia sussidiaria (del sussidio pubblico) e, se continuerà così (anche il proverbiale risparmio degli italiani ha i suoi limiti), si può prevedere un drastico taglio nei prossimi anni del tenore di vita. A quel punto, si aprirebbe, una specie di nuovo dopo guerra economico, che potrebbe durare anche quindici, venti anni. Normalità addio.

Il fenomeno dell’ incipiente economia sussidiaria è europeo e americano. Paese, quest’ultimo, dove è già ripartita l’inflazione grazie all’allegra finanza pubblica di Biden.

Per restare in Europa, qualche giorno fa, durante la conferenza di fine anno del governo spagnolo, il portavoce magnificava il fatto che il suo paese risulta tra i primi a rendere fruibili i finanziamenti europei per il cosiddetto piano di ripresa… Bravi nell’investire denaro che non si è sudato…

Un disastro. E, disastro nel disastro, si insiste in chiave autodistruttiva sulla necessità della cosiddetta “transizione ecologica”. Nella quale si vuole scorgere, spingendo con tutti mezzi propagandistici i cittadini a credervi, una fenomenale occasione da non perdere per dirottare gli investimenti verso un’economia, come si ripete, “rispettosa dell’ambiente”.

In realtà, l’inevitabile rialzo delle bollette energetiche (già in atto tra l’altro), per coprire i costi della “transizione”, andrà a colpire il potere d’acquisto del consumatore. Che in questo modo, si ritroverà prigioniero, preso in una vera morsa tra crescita dell’inflazione e decrescita del proprio budget. E a nulla serviranno le iniezioni, per quanto potenti di denaro pubblico, che possono fare crescere solo i prezzi, indebitando lo stato e svuotando il potere d’acquisto dei consumatori. Un processo noto a tutti gli economisti, come stag-flazione (stagnazione + inflazione). Che non perdona.

Per crescere, serve una base reale, non la droga del denaro pubblico, ma occorrono investimenti produttivi dei privati, basati su una reale crescita dei consumi, che dipende dai livelli di fiducia di investitori e consumatori.

Quindi per crescere serve normalità. Non l’ anormalità normale.

Carlo Gambescia

giovedì 16 dicembre 2021

“DITTATURA SANITARIA” UNA RISPOSTA ALL’AMICO ANTONIO CARACCIOLO

 


L’amico Antonio Caracciolo, filosofo del diritto e della politica, studioso e traduttore di Carl Schmitt, ritiene o comunque condivide l'idea  che l’Italia sia precipitata in una “dittatura sanitaria”. Si legga qui:

«• Illustri Signori, il vostro è un ricatto, essendo voi tanto vili da non volervi assumere la responsabilità di un obbligo vero e proprio sancito da una legge.
• Bene che vada, ma io temo che vada male ed anche assai male, quanto dura il vostro siero protettivo? Tre mesi? Ed io secondo voi mi dovrei lasciare bucare ogni tre mesi, oppure ogni volta che tornate a ricattarmi?
• Credo che si possa superare la divisione artificiosa tra vaccinati e non vaccinati, e passare a una opposizione reale di popolo e contestazione radicale della dittatura sanitaria… Non puoi pretendere di curare il mio corpo, mentre uccidi il mio spirito, la mia dignità, la mia libertà… Ti servi della menzogna e dell’inganno, ma sia la menzogna che l’inganno possono essere contrastati e combattuti. Ed è quelli che tutti insieme, uniti come non mai, possiamo fare e stiamo facendo… Lo sanno!
E qui rimetto il mio manifesto:
• OBBLIGANO all’inoculazione di sieri sperimentali, cosa di cui accusavano il nazismo;
• VIETANO le manifestazioni contro le decisioni del Governo in carica, cosa di cui accusavano il fascismo;
• SPIANO, schedano, ricattano e licenziano gli oppositori, cosa di cui accusavano il comunismo » (*).

Che gli italiani non siano più liberi come due anni fa, prima che iniziasse l’epidemia, pardon pandemia, è indubbio. Che sia a rischio la libertà (poi spiegheremo come però) è altrettanto vero. Però che in Italia, al momento, si viva come sotto Stalin, Hitler e Mussolini non è esatto.

L’amico Antonio avrà letto sicuramente “Arcipelago Gulag” di Solženicyn (soprattutto la parte sull’ “arrestologia”), come pure conoscerà la letteratura storica sul nazismo e sul fascismo. 

Ora, in Italia, nessuno sparisce improvvisamente nella notte, magari con i familiari. Né un politico sgradito, diciamo di ostacolo, viene ucciso, sulla porta di casa, insieme alla moglie, da gruppi paramilitari. Né infine, si fanno retate – attenzione sistematiche – preventive di oppositori senza alcun mandato del giudice, né esiste il confino politico.

Detto questo, non sostengo però che la nostra libertà non sia a rischio.

In effetti, sembra stia prevalendo nei governanti una mentalità poliziesca. Però si tratta, per ora di un fenomeno virtuale, diciamo che adombra… Penso a un meccanismo logico, virtuale, che ovviamente sta producendo anche alcuni effetti reali. A queste tematiche, come l’amico Antonio Caracciolo saprà ho dedicato un libro, al quale lo rimando (**).

Insomma, le limitazioni di libertà in atto non sono frutto di un’ideologia precostituita (nazismo, fascismo, comunismo), ex ante, che vuole trasformare la realtà, anteponendo ciò che si suppone virtuale al reale. Ma rimandano a un sistema di sicurezza sociale, quindi un fatto reale, istituzionale, costruito nel tempo, ex post. Quindi, non ex ante come nel caso delle ideologie ricordate.

Se c’è virtualità, idea, paradossalmente, è ex post.

Di quale idea parlo ? Che lo stato si debba occupare della salute del cittadino ad ogni costo, dalla culla alla tomba. Si potrebbe parlare della trasposizione del patto protezione-obbedienza, teorizzato da Hobbes, però sul piano dell’assistenza sociale diffusa. Idea, quella dell’assistenza in toto, “trovata per strada” durante il cammino per contrastare, in chiave liberalsocialista o socialdemocratica i totalitarismi di destra e sinistra. Idea, cosa non secondaria, condivisa da non pochi cittadini.

Il che significa, che di questo passo, si rischia di perdere libertà, e per giunta, come si sente ripetere, per il “nostro bene”. E di uscire di scena , parlo dei dissenzienti, tra i fischi degli spettatori, tutti, entusiasticamente, dalla parte del welfare state.

Sicché i governanti si ritengono dalla parte della ragione perché, si dice, agiscono a fin di bene, per difendere la salute dei governati. Che applaudono. Ecco la fotografia della situazione.

Che fare allora? Innanzitutto si dovrebbe uscire dagli infernali meccanismi reali del welfare state che tra l’altro rinviano al potere della “medicina istituzionalizzata”, che “non può sbagliare mai”, perché il politico, astutamente scaricabarile, pende dalle sue labbra. In questo modo – cosa che va sottolineata – si mette nell’angolo la “medicina movimento”, ossia la “medicina scienza”, che procede per prova ed errore, libera da qualsiasi legame con la decisione politica.

È vero che, in ultima istanza, il cittadino, non sentendosi protetto nei suoi diritti fondamentali, può fare un passo indietro e rifiutare l’obbedienza al tiranno, incapace di difenderlo o peggio.

Ma, nel caso del welfare state, sul quale sembra prevalere un consenso diffuso, si tratterebbe solo di un cambio di padrone… Qui si apre la questione dell’approccio alla politica in termini di scambio protezione-obbedienza, approccio che andrebbe rimeditato alla luce del nuovo Leviatano welfarista, tecnologicamente agguerrito, quindi molto più potente che in passato. Ma non è sede questa.

Comunque sia, evocare battaglie di libertà, condividendo la logica dello stato assistenziale, non serve praticamente a nulla. Ma solo a sostituire un meccanismo di controllo con un altro, che, “questa volta”, si presume funzionerà bene, in nome del popolo eccetera, eccetera.

Carlo Gambescia

(*) Qui il post, da cui cito, che credo rifletta, proprio perché condiviso, il pensiero dell'amico Antonio  Caracciolo: https://www.facebook.com/fedorrinat.teternikov/posts/666408124768009?comment_id=666431281432360&reply_comment_id=666435361431952&notif_id=1639557828917919&notif_t=comment_mention&ref=notif

(*) Carlo Gambescia, “Metapolitica del Coronavirus. Una diario pubblico”, postfazioni di Alessandro Litta Modignani e Carlo Pompei, Edizioni Il Foglio 2001 (https://www.ibs.it/metapolitica-del-coronavirus-diario-pubblico-libro-carlo-gambescia/e/9788876068287 )

mercoledì 15 dicembre 2021

MASSIMO CACCIARI, UNA FACCIA DI BRONZO

 


Massimo Cacciari appartiene a pieno a titolo alla categoria sociale delle facce di bronzo.

A dire il vero, da studiosi per diletto del fenomeno, abbiamo sempre fiutato fin da giovani, gli intellettuali “in predicato”. Per questa ragione non abbiamo mai stimato Cacciari, neppure quando la nuova destra gli sbavava intorno, con uscite tipo “A Massimo è piaciuta la copertina di ‘Elementi’ “.

Certo, come si dice, il “filosofo”, deve criticare il potere, deve sapere cambiare idea, eccetera, eccetera. In realtà, Cacciari non ha mai cambiato idea, antimoderno era, antimoderno è rimasto. Né ha mai criticato sul serio il potere, altrimenti, ora farebbe compagnia a Toni Negri.

Perché, da maestro della “ciacola”, si è sempre fermato un attimo prima per farsi i cazzi propri (pardon) : deputato del partito comunista, sindaco di Venezia, professore ordinario a due passi da casa sua, (oggi “emerito”), collaborazioni su giornali a grande tiratura. Insomma, un borghese ben sistemato, membro cooptato di quella moderna borghesia sulla quale ha sempre sputato veleno. Certo, in latino e greco, quindi nessuno capiva un cazzo (aripardon): ma che bontà, ma che bontà, ma che cos’è questo latino qua? Platone delle Ande? Aristotele della Gallura? No Cacciari. Ma che bontà, ma che bontà…

Da ultimo si atteggia a No Vax. Però, da povero discriminato (così si ritiene) scrive sulla “Stampa”. Quando si dice il caso.

E di che scrive? Oggi, per esempio, prende le distanze dai No Vax come dai Pro Vax. In sostanza cosa dice? Che gli uni e gli altri ritengono che gli uomini per decidere dispongano di tutte le informazione necessarie… E che invece non è così, perché le conoscenze sono limitate e gli effetti delle azioni imprevedibili… E che quindi non esistono né una conoscenza assoluta e perfetta (Pro Vax) , né un supervecchio capace di organizzare a tavolino complotti altrettanto perfetti (No Vax).

Approccio condivisibile. Che però Cacciari ha sposato a quasi ottant’anni. Condivisibile, perché è quello di Popper e Hayek, che antimoderni non sono mai stati. E che per giunta dicevano queste cose, quando Cacciari (processo inverso a quello di Colletti), dopo essersi stufato di Hegel e Marx, civettava con i geroglifici ideologici di Nietzsche, Heidegger e Wittgenstein, quest’ultimo nemico giurato di Popper, fino al punto sembra di sfiorare lo scontro fisico.

E ora che fa? Ci ammannisce la lezioncina sulla mano invisibile, con sessant’anni di ritardo.

Che faccia di bronzo.

Carlo Gambescia

martedì 14 dicembre 2021

LA TEOLOGIA POLITICA DI ANDREA SCANZI

 


Il nuovo libro di Andrea Scanzi (“Sfascistoni. Manuale di resistenza a tutte le destre”) rivela una matrice ideologica vecchia.

Quale? La demonizzazione azionista del fascismo come male assoluto e la conseguente necessità di una giustizia sommaria. Il rimpianto di non aver messo al muro nel 1945 l’intero Partito Nazionale Fascista.

Serviva, insomma, una purificazione nazionale. Quel “fare i conti con il fascismo”, ossessivamente ribadito dal giornalista del “Fatto Quotidiano”, suona in modo sinistro, come quando si scarrella una pistola.

Quanto fin qui detto, ovviamente, non deve apparire come un’ assoluzione del fascismo. Ci mancherebbe altro.

Però facciamo un passo indietro. Augusto Del Noce, sulla scia delle analisi di Noventa, Talmon, Voegelin, individuò nell’antifascismo una prosecuzione del fascismo, se e quando occorreva, con gli stessi mezzi del fascismo. Il filosofo scorgeva le origini del fascismo come dell’antifascismo, in particolare della sinistra azionista (meno duttile di quella marxista-leninista), nella comune matrice elitistico-giacobina.

Infatti, l’idea dei pochi che interpretano in nome dei molti il destino manifesto di una nazione ha un risvolto totalitario. Che spiega perché in Italia si viva ancora in un clima politico-culturale di tipo dittatoriale, prima dominato dal fascismo, poi dall’antifascismo.

Il che non significa – attenzione – che molti politici di estrema destra non strizzino l’occhio a un elettorato, non vastissimo ma consistente, dalle idee confuse e poco informato, che pensa ancora che se Mussolini non avesse fatto la guerra, eccetera, eccetera.

Però una cosa è denunciare un’inclinazione culturale, un’altra caricare la pistola con proiettili d’argento per sparare all’uomo lupo fascista.

Per fare solo un esempio. Scanzi, nell’ultima puntata di “Piazza Pulita”, davanti a un Marco Tarchi che sembrava uscito da dieci ore di Consiglio di Facoltà, ha ribadito la precedenza dell’ antifascismo rispetto all’antitotalitarismo. “Giorgia Meloni”, più o meno queste le sue parole, “deve dirci se è antifascista o meno. E solo dopo potremo parlare di antitotalitarismo e di Foibe”.

Ecco, la distinzione di Scanzi tra antifascismo e antitotalitarismo di matrice liberale, indica la natura teologico-politica dei concetti di antifascismo e di fascismo.

Per capirsi: come durante le guerre di religione, tra Cinquecento e Seicento, si imponeva al teologo, che voleva parlare di dio a tutti, di dichiarare la propria fede, cattolica tra i cattolici, protestante tra i protestanti, così oggi si impone, al politico, di dichiarare la propria fede, antifascista tra gli antifascisti o fascista tra i fascisti.

Cosa intendiamo dire? Che l’ottica dell’atto di fede non unisce ma divide. Anzi, fa di peggio: il punto di vista della lotta agli Albigesi fascisti in nome della Chiesa Antifascista rinvia inevitabilmente allo sterminio degli eretici fascisti. Si ricordi qui la comune matrice elitario-giacobina che unisce fascisti e antifascisti azionisti nel trattare i popoli come masse da educare e gli avversari come traditori o nemici della vera fede. Pertanto, quando Scanzi, afferma che bisognava ( e bisogna) fare i conti, dice cose perfettamente conseguenti, seppure aberranti, dal punto di vista teologico-politico.

Il problema è che i roghi da qualsiasi parte provengano non aiutano. Mai dimenticare che il povero Michele Serveto, in fuga dai cattolici, finì bruciato a fuoco lento nella calvinista Ginevra. Pertanto, è vero che nella società italiana, non tutta ovviamente, esiste un’ inclinazione culturale fascista, come è vero che alcuni politici ne approfittano, però è altrettanto vero che lo scontro tra due teologie politiche ricorda il passo del gambero verso le guerre di religione.

Ma allora gli “sfascistoni”, come li chiama Scanzi? Si deve permettere che giochino con l’ignoranza altrui? Oppure che vellichino i bassi istinti politici, eccetera, eccetera?

Non è facile rispondere. Hitler, come altri demagoghi fascisti, andò al potere con il voto del popolo, seppure dopo un’inaudita serie di violenze. Perciò, soprattutto in una liberal-democrazia, l’uso della violenza contro l’avversario politico può rappresentare il punto di discrimine per intervenire e reprimere.

Attenzione però: si deve intervenire non prima, quindi troppo presto, ma neppure dopo, magari quando è troppo tardi. Insomma, serve un grande tempismo politico.

Certo, con un bel rogo si può risolvere tutto. E questa è la ricetta di Scanzi.

Carlo Gambescia