domenica 21 novembre 2021

UNA REPUBBLICA FONDATA SULL' INERZIA

 


A proposito dell'articolo di ieri (*), un buon amico mi ha detto in privato che “il [mio] ragionamento sui centomila morti è insostenibile e [che io] , per fortuna, non [sono] Enrico Toti. [E che] I tempi di Enrico Toti sono passati, oggi nessuno potrebbe dire che la guerra è l’igiene del mondo”.

Forse ho esagerato, Enrico Toti, era un ferroviere e bersagliere coraggioso, per alcuni temerario, morto in battaglia, poi strumentalizzato dal fascismo. Toti, non poteva essere fascista, perché le camicie nere non erano ancora nate.

Cosa dire allora? Che alcuni uomini non sono fascisti, comunisti, liberali, socialisti, romanisti, laziali, milanisti, sono eroi. Punto. Esistono gli eroi, a prescindere. Il che spiega perché ieri ho tirato in ballo Toti (tra l’altro romano come me…).

Per contro, gli italiani di oggi, neppure sanno cosa sia una guerra: per carità meglio così… Certo, l’eroismo di oggi consiste nel cambiare il pannolino all’anziano. Ma questa è un’altra storia.

Infine, concedo, che l’epidemia, pardon pandemia, sia una cosa, la Prima guerra mondiale un’altra.

Quel che però non capisco è perché i miei critici, forse per puro amore di polemica, mi releghino tra i “No Vax” e i “No Green Pass”. Chi scrive si è vaccinato, crede fermamente nella scienza. E si interroga sul senso del Green Pass in nome degli stessi principi liberali condivisi da alcuni miei critici.

In realtà, come studioso della società, temo soprattutto i cosiddetti movimenti inerziali.

MI spiego meglio.

Se Giuseppe Verdi parlava di “Forza del Destino”, nel senso che nella sua opera, omonima, tuttora ruotava intorno a un colpo di pistola partito accidentalmente, il sociologo non può non parlare di paradosso delle conseguenze.

Una volta che un processo sociale, accidentale o meno (il colpo di pistola verdiano), si mette in moto resta difficile prevedere le conseguenze e soprattutto arrestare o mutare la sua direzione di marcia, per paradossale che sia ( nel senso di conseguire risultati opposti alle intenzioni di partenza, buone o cattiva che siano).

Che cosa vogliamo dire? Che la valutazione circa la pericolosità ( o meno) di un processo sociale influisce sulle decisioni politiche e queste ultime sulle scelte istituzionali e di rimbalzo sui comportamenti sociali.

Sicché una volta intrapreso un certo percorso, come per forza inerziale, la società persiste nella stessa direzione, come se avesse, per capirsi, il pilota automatico. Ogni discostamento dalla rotta è segnalato, e di conseguenza, tutto procede per inerzia.

Detto in altri termini: sorvolando sulla natura accidentale o meno del colpo di pistola del marzo 2020, l’ overdose di statalismo, che da allora si è abbattuta non solo sull’Italia, rappresenta una rotta difficile da correggere, perché il pilota automatico del conformismo politico e sociale, rende molto difficile e qualche volta impossibile il passo indietro.

E quanto più ci si allontana dalla normalità – quella che era la “normalità” precedente, – tanto più resta complicato, talvolta al limite dell’impossibilità, ritornarvi. Proprio perché, come ho spiegato, le forze inerziali, eccetera, eccetera.

Certo, ci si risponderà che due anni fa la situazione era grave e che quindi non si poteva non intervenire e così via. Concesso.

Però, ecco il punto fondamentale, ora i dati, nudi e crudi ci dicono il contrario: solo per dirne una: i centomila morti dei 2020, nel 2021 (novembre) sono passati a trentamila. Quindi la situazione va migliorando e di molto.

Effetto dei vaccini? Concesso.

Se allora le cose stanno così, perché non fare un passo indietro? Invece si parla di nuove strette, nuovo giro di vite. Si resta in attesa, con il fiato sospeso, del CdM della prossima settimana. Altro che normalità…

Diciamo invece che le forze inerziali sono al lavoro. E quanto più si affonda nella melassa welfarista e statalista, di cui quasi tutti i politici tessono le lodi, tanto più il ritorno alla normalità si allontana.

Si rischia, davvero, di sprofondare, tutti insieme, “No vax” e Pro Vax”, nelle sabbie mobili di una specie di Repubblica Sanitaria, così per inerzia.

Ecco, vorrei che il mio amico di ieri, si sforzasse di capire che quel che sta accadendo. E con lui magari qualche politico intelligente.

Ma dove sono?

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/centomila-morti/

sabato 20 novembre 2021

Centomila morti…

 

In ultima istanza la grande questione, elusa da una classe politica che sembra composta di ingenui e di ipocriti, è solo una: quanti morti si è disposti ad accettare pur di tornare a una vita normale?

Cosa significa vita normale? Lavorare, viaggiare, divertirsi, senza limiti alla propria libertà di scelta e di movimento.

Diciamo subito un cosa, che può sembrare terribile.

Con tutto il rispetto, ammesso e non concesso che le morti siano tutte dovute al Covid 19, i dati Istat dicono questo:

Totale decessi al 31 dicembre 2020 746.146.
Totale decessi al 31 dicembre media 2015-2019 645.619.
Differenza decessi (2020: media 2015-2019) 100.526.
Variazione 2020 vs media 2015-2019 15,6 % (*).

Una differenza, rispetto alla media, di 100 mila morti circa (su oltre sessanta milioni di abitanti). Statisticamente, poco più di una forte influenza stagionale… Inoltre, il vaccino pare stia funzionando, soprattutto psicologicamente, perché la gente in fondo è affamata di normalità. Due fatti che ci dicono che la normalità può essere a portata di mano.

Infatti il Governo, nonostante i pasticci di immagine sulla terza dose, con ricadute, per ora lievi, sul “morale” del gente, sembra deciso (per il momento) a non chiudere tutto di nuovo.

Sul punto si scoprirà, quanto sangue freddo scorra, effettivamente, nelle vene di Draghi.

Certo, se avranno la meglio gli ipocriti e gli ingenui e soprattutto quel mix di statalismo e appiccicoso umanitarismo che li anima, i tempi si allungheranno, l’ economia resterà ferma al palo, il “morale” degli italiani toccherà di nuovo il fondo, e così via. Si rischia, davvero, l’avvitamento socio-economico definitivo del nostro Paese.

Consideriamo perciò, onorandoli, quei centomila morti, e possibili altri “caduti” che potrebbero venire, come un prezzo da pagare, un prezzo coraggioso, per tornare ad essere un “Paese Normale”.

Chi scrive, che tra l’altro si è regolarmente vaccinato, sarebbe onorato di cadere per la patria, proprio come un moderno Enrico Toti.

O meglio,  per un Paese finalmente capace di condurre una vita normale.

Carlo Gambescia

(*) Una volta aperta la pagina si clicchi su DATI NAZIONALI (finestrella a sinistra): https://public.tableau.com/views/Variazioni/DecessiIstat?%3Alanguage=it&%3Adisplay_count=y&publish=yes&%3Aorigin=viz_share_link&%3AshowVizHome=no&fbclid=IwAR1i6ePOY_VmtePpe1uXBXwfNx01fFsInUlRKGkIk6rc8IxWOVMiBX8JtY4#3



venerdì 19 novembre 2021

STORIA, A LEZIONE DAI MAESTRI

 Ci sono libri che riconciliano con la storia. Soprattutto quando il lettore è un sociologo, come chi scrive, che tenta da decenni, di trovare vitali punti di raccordo tra le costanti della sociologia e l’unicità politica dell’evento storico. Forse una “mission impossible”… A Max Weber venne addirittura un esaurimento nervoso.

Facili battute a parte, nell’epoca   dell’iperspecializzazione, in cui gli studiosi delle più pittoresche microdiscipline, non comunicano più, anzi si guardano in cagnesco, gelosi del proprio "osso" da rosicchiare, una raccolta dedicata ai Maestri, cioè agli storici senza frontiere ma non senza patria, non può non colpire l’attenzione, e piacevolmente.

Curiosi, coltissimi, intuitivi, refrattari non alla politica ma alla politica di partito, nemici degli steccati disciplinari, ma non per questo dediti al vagabondaggio intellettuale di corto respiro, attenti alle scienze sociali senza lasciarsi imbrigliare da qualche teologia sociale a scartamento ridotto. Ecco i Maestri.

Parliamo di un volume fresco di stampa, curato da Carlo Fumian, Attraverso le età della storia. Le lezioni dei Maestri,  pubblicato da Franco Angeli, nella prestigiosa collana della Fondazione di studi storici Filippo Turati (*). Fumian è docente di Storia contemporanea e Storia globale presso l’Università di Padova, già allievo di uno dei Maestri, protagonisti della raccolta, Angelo Ventura.

Ma quali sono i nomi e i cognomi dei Maestri? Nell’ ordine (tra parentesi gli autori dei contributi): Marino Berengo (Mario Infelise), Innocenzo Cervelli (Vincenzo Lavenia), Federico Chabod (Margherita Angelini), Ennio Di Nolfo ( Antonio Varsori), Gino Luzzatto ( Giovanni Luigi Fontana), Rosario Romeo (Guido Pescosolido) Gaetano Salvemini (Maurizio Degl’Innocenti), Angelo Ventura (Carlo Fumian), Franco Venturi (Adriano Viarengo), Pasquale Villani (Paolo Macry).

Dicevamo dell’approccio sociologico. Anzi, della trasmissione di un metodo capace di coniugare scienze sociali e storia sul piano della concreta spiegazione. Ovviamente, si tratta di un’ influenza metodologica per temperie, anche se talvolta diretta, come si legge nella raccolta, che rimanda all’Otto-Novecento, anche inoltrato.

Per approfondire il punto, ci riferiamo in particolare alla storiografia economico-giuridica non priva di radici più o meno salde nella reazione, spesso selettiva ma cooptativa, al materialismo storico.

Un filone di studi vivace, talvolta in conflitto perfino con se stesso, che può essere ricondotto alla lezione intergenerazionale di giganti come Antonio Labriola e Gioacchino Volpe, nonché a un battitore libero come Corrado Barbagallo, la cui Storia universale, dagli spiccati tratti economico-sociali, ancora merita. E che dire di Guglielmo Ferrero? Storico e sociologo promiscuo. Nonché amico e corrispondente di Gaetano Mosca, due positivisti di genio, mai pentiti.

Un mondo, a metà strada sta storia e sociologia (certo, sociologia d’antan, ma molto simile al marsalato raffinato, buonissimo). Un mondo, dicevamo, che andrebbe studiato, anche per contrasti: si pensi al Croce che ironizzava su Achille Loria . Oppure a Gaetano Salvemini, storico e politico incontentabile e incontenibile. Che negli Stati Uniti si occupò addirittura di decadenza sociologica dell’Impero romano, recensendo le bizzarre tesi di un naturalista americano, storico per caso.

O ancora, per fare un altro nome, a Gino Luzzatto, che invece con Loria si laureò. Per inciso, di Luzzatto, nel profilo che si legge, sembra sottovalutata la sua pregnante  Storia economica dell’età moderna e contemporanea. Opera che merita una ristampa, opportunamente introdotta e contestualizzata. Parliamo di un affresco rigoroso, probabilmente superiore alle sagre primaverili di Stravinskij reinventate sul piano storiografico da Braudel…

Come si scopre, grazie alla raccolta, siamo davanti a un impianto solidamente socio-economico che ritroviamo, con i necessari aggiornamenti euristici, in storici di sponde differenti anche alla luce delle giuste polemiche: come ad esempio quelle di Berengo e Romeo contro le rotonde sul mare della storia sociale francese, serate di gran moda negli anni Sessanta-Settanta nei circoli più esclusivi dei playboys italo-francesi della storiografia.

Ferma però restando l’istanza politica come chiave di tutte chiavi: in primis in Chabod ( crociano sì, ma “con juicio”); poi in Cervelli (di cui forse andava approfondito meglio l’importante libro su Volpe ); Di Nolfo (in pratica il rifondatore della storia diplomatica italiana, tradotta in una più larga e sociologicamente appetibile storia della relazioni internazionali); Franco Venturi (che da par suo ha rifondato la storia delle idee articolandola sui fatti sociali e politici e non su improvvisate genealogie all’acqua di rose, oggi così di moda); Pasquale Villani (attento ai grandi flussi economici e sociali, a partire dai prezzi e dalle aristocrazie, fino al punto di scorgere un Ottocento lunghissimo, ma sempre alla luce dell’istanza politica trasformatrice).

Ultimo ma non ultimo, Angelo Ventura, nel quale il forte realismo storico-sociologico, si fa istanza politica, anche sul piano esistenziale ed etico, come conferma la sua coraggiosa resistenza ai diciannovisti rossi nella Padova studentesca, ipnotizzata da Toni Negri.

Su Ventura, va ricordato un passaggio, ben evidenziato da Fumian. Una citazione preziosa che costituisce la chiave interpretativa della raccolta, perché esemplifica bene, per ricaduta, la larghezza di cultura e di vedute metodologiche che caratterizzava i Maestri.

Scrive Fumian, a proposito della prosa di Ventura “sorvegliatissima, limpida, essenziale”. Un giorno gli domandai “ a chi si ispirasse, e in un soffio, sorridendo mi rispose: ‘Guicciardini’. Li percepii il vantaggio, non colmabile, di cui godeva chi era in grado di controllare una arco temporale ampio nei secoli, rispetto alle vocazioni ultraspecialistiche tipiche non solo della generazione a lui successiva ma anche della propria”. (p. 150). C’è poco da aggiungere: solo il silenzio, come davanti a un tramonto sull’oceano.

Infine, fa piacere, sebbene fugace, la citazione (solo il nome, p. 209) di Luigi Dal Pane. Autore di una classica biografia, ancora oggi commovente nelle sue ultime pagine, di un Antonio Labriola, che gravemente infermo, studia, privo di voce, con la gola chirurgicamente dilacerata, nella sua stanzetta dell’Ospedale Germanico, che un tempo dominava sul Colle Capitolino.

Perché non considerare Antonio Labriola, per tornare a un gigante, un pensatore alle origini culturali di un certo modo di fare storia, tra scienza della società, etica e politica? Come del resto mostrano le acute pagine di Michels sul movimento socialista, ben prefate da Giovanni Sabbatucci?

Certo, classica figura di profeta inascoltato, per dire una banalità. Tuttavia si registra in Labriola un nobilissimo respiro esistenziale e cognitivo che ritroviamo, al di là delle inevitabili metamorfosi generazionali, nei Maestri così ben ricordati nell’ottimo libro curato da Carlo Fumian.

Carlo Gambescia

(*) Carlo Fumian (a cura di), Attraverso le età della storia, Le lezioni dei Maestri, Franco Angeli, Milano 2021, pp. 214, euro 26.00. Qui:  https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?id=26938 .

giovedì 18 novembre 2021

LA GERMANIA E IL PREGIUDIZIO WELFARISTA


Che pensare se il miglior “uomo” politico tedesco, Angela Merkel, dichiara che la situazione in Germania “è drammatica”?

Che effettivamente le cose stiano così? Oppure che anche Angela Merkel sia stata travolta dall’isteria politica da virus? E che, in ogni modo, ci si continui a muovere, politicamente parlando, sul piano della rappresentazione sociale dell’epidemia in “chiave ultimi giorni dell’umanità”?

Difficile dire. Però, in realtà, i dati tedeschi, non sarebbero così allarmanti se non fosse per la questione dei cosiddetti posti letto in intensiva (*). Un mantra burocratico-welfarista che trasforma in pregiudizio il giudizio sulla reale natura delle cose.

Ci spieghiamo.

Va detto innanzitutto che in Germania, come in Italia, l’ultima parola sembra spettare ai medici, agli specialisti, o se si preferisce alla medicina istituzionalizzata e incistata nei sistemi di welfare (**). Dietro i quali, spaventati o meno, si nascondono politici sempre più isterici, perché timorosi di perdere il consenso elettorale.

Perché pregiudizio? Per il semplice motivo che la ricettività delle intensive, in particolare nell’Europa welfarista, è collegata a parametri prudenziali, dettati dall’opportunità di cautelarsi, che fissano tassativamente i livelli entro i quali può essere fornita, come si enfatizza,  un’assistenza medica ottimale.

Ci spieghiamo con un esempio. Si pensi a una bottiglia piena di liquido. Ora la ricettività delle intensive viene definita ottimale, dai burocrati del welfare (non sappiamo trovare un altro termine) se il “liquido posti letto liberi” riempie per due terzi la bottiglia. Appena scende sotto i due terzi si accende la spia rossa. Il che però, non significa che la bottiglia sia vuota… Anzi.

Ciò significa due cose: 1) che prudenziale è sinonimo di convenzionale, qualcosa che viene fissato sulla base di un accordo organizzativo; 2) che i burocrati, proprio perché tali, agiscono – ecco la trasformazione del giudizio in pregiudizio – come se la bottiglia fosse vuota e non piena per due terzi di posti letto liberi.

Di qui, l’evocazione, nonostante ci siano posti letto liberi, del pericolo di morire di sete, cioè, fuor di metafora, nei corridoi degli ospedali. Immagine apocalittica, che viene spesso veicolata alla prima occasione dai non pochi mass media arruolati come soldati di prima linea nella guerra welfarista contro il virus.

Siamo davanti a continue evocazioni mediche e politiche, dai toni sempre più allarmati, di misure per evitare, come si ripete, che il contagio si estenda eccetera, eccetera. Però, se si riflette, con attenzione, si scopre che al centro della questione, dal punto di vista burocratico, non c’è il paziente, ma la struttura medica.

Ovviamente, la scusa ufficiale – Pareto parlerebbe di “derivazioni” – è che solo così i malati potranno essere ben curati e che tutti vivranno felici e contenti. E dal momento che morire non piace a nessuno, la giustificazione consente che i provvedimenti, per quanto restrittivi, siano largamente accettati. Addirittura con entusiamo.

Quanto appena detto non significa che in Germania non sia in atto una nuova ondata, ma solo che il pregiudizio welfarista impedisce qualsiasi approccio diverso da quello delle chiusure preventive e delle limitazioni di libertà.

L’interpretazione delle cifre, i conseguenti comportamenti e i richiami alla “drammaticità, come quello di Angela Merkel, nascono dal pregiudizio welfarista, quindi da una visione non obiettiva della situazione.

O comunque, anche ammesso e non concesso, eccetera, eccetera, si tratta di una visione funzionale, per cifre astratte, alla struttura medico-burocratica e non alle reali necessità di un singolo sempre più traumatizzato dalle dichiarazioni di medici e politici, welfaristi dalla punta dei piedi fino alla cima dei capelli, e quindi convinti, identificando strutture e individui, di agire a fin di bene.

Si chiama effetto perverso delle azioni sociali. O, per metterla sul dotto, di eterogenesi dei fini: si vuole il bene, si ottiene il male. Come sanno i sociologi i più seri, a partire da Weber e Pareto, le buone intenzioni nell’ambito della dinamica socio-culturale non sono mai sufficienti.

Quanto all’Italia, ipotizziamo, anche breve, reazioni alla Merkel, anzi forse addirittura più scomposte. Solo i numeri, nel senso di una drastica riduzione dei casi, potrebbero allontanare un nuovo ricorso a misure restrittive. Preventive, naturalmente…

Però, attenzione, si tratterebbe, anche se in decrescita, di numeri comunque funzionali, ripetiamo, alla struttura non al paziente. Quindi, alla prima occasione,eccetera, eccetera.

Concludendo, il pregiudizio welfarista rischia di non farci più uscire più dall’epidemia, pardon pandemia (***).

Carlo Gambescia

(*) Qui il quadro generale delal situazione,:https://www.faz.net/aktuell/gesellschaft/gesundheit/coronavirus/rki-ueber-65-000-neuinfektionen-inzidenz-hoeher-denn-je-17639827.html . “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, di indirizzo moderato, è uno dei più affidabili quotidiani tedeschi.

(**) Qui le dichiarazioni allarmate (e allarmanti) del presidente del Robert Koch-Instituts (una specie di ISS tedesco), Lothar Wieler:https://www.faz.net/aktuell/gesellschaft/gesundheit/coronavirus/rki-praesident-wieler-wir-waren-noch-nie-so-beunruhigt-17639766.html .

(***) Per un approfondimento si veda il mio “Metapolitica del Coronavirus. Un diario pubblico”, postfazioni di Alessandro Litta Modignani e di Carlo Pompei, Edizioni Il Foglio 2021: https://www.ibs.it/metapolitica-del-coronavirus-diario-pubblico-libro-carlo-gambescia/e/9788876068287 .

 

mercoledì 17 novembre 2021

“GOMORRA” E LA RAPPRESENTAZIONE DEL MALE

 

In principio era “La piovra”. O forse ancora prima il ciclo statunitense del “Padrino. Oppure ancora più indietro i polizieschi americani degli anni Trenta e soprattutto Quaranta-Cinquanta, approdati nell’ Italia in trasformazione, anche culturale, del lungo dopoguerra.

Dicevamo in principio, e alla fine? “Gomorra”, ovviamente, grande successo, aureolato di impegno civile (l’idea libro è di Saviano), cosa che non guasta mai. Come, un tempo, per le tavolette di cioccolata patriottica, prodotte da un certa ditta, per i combattenti al fronte.

In realtà, il male ha sempre attratto gli uomini. Basta sfogliare la Bibbia. Il bene un poco meno, talvolta quasi per niente. Il punto è che con la società di massa, e fenomeni conseguenti, il male, anzi la rappresentazione del male, è diventata un affare. Un modo, come è giusto che sia, anche per fare soldi.

Però, esistono due modi di rappresentazione del male al cinema, in televisione, nei libri, eccetera.

Il primo è quello della banalità del male. E qui si pensi a una serie, tuttora cult, come quella statunitense dei “Soprano”. Dove il “mafioso medio” è tutto casa e “lavoro. Fuori è violento e cattivo, quasi senza rendersi conto, dentro (la famiglia in senso ristretto, moglie e figli), paga le bollette, accompagna i figli a scuola, fa progetti, è buon patriota, eccetera, come qualsiasi normale e banale genitore americano.

Il secondo è quello dell’eccezionalità del male. Il criminale, mafioso o camorrista, è sempre crudele, maschilista, assetato di potere e soldi, “dentro” e “fuori”. La violenza non è un lavoro dalle nove alle cinque, ma un’opera d’arte ventiquattr’ore su ventiquattro. Si pensi ad esempio a certi film di Tarantino, dove addirittura i criminali si atteggiano a filosofi a tempo pieno.

Però il vero quesito è perché, in società come le nostre, imbevute di valori pacifisti, la violenza, soprattutto se a “fin di male”, attragga così tanto la gente.

Gli studiosi di polemologia sostengono che tutta questa violenza sublimata sembra rivelare la mancanza di una violenza vera, legata a una guerra generale, di tipo convenzionale. Alcuni ricercatori hanno addirittura imputato alla Guerra Fredda e agli arsenali atomici, quindi all’impotenza militare reciproca, il decollo nelle sale del film poliziesco, violento, zeppo di eroi negativi.

Secondo gli storici della letteratura l’eroe negativo sarebbe il portato del tardo romanticismo, abbattutosi culturalmente su Hollywood, e poi di rimbalzo sul mondo intero fino a colonizzarne l’immaginario

Il che apre la porta alla questione del catastrofismo culturale. All’ insana passione, sempre secondo alcuni ricercatori, per la fine dei tempi, per l’apocalisse, virale, ecologica, criminale, eccetera.

Sul punto specifico gli psicologi sociali ritengono che il catastrofismo in realtà non sia altro che rimozione di un bene, che poi non è bene, ma un certa visione del bene, tipica delle società occidentali dedite ai consumi. Quindi il fascino della “caduta”, diciamo anche nel male, rinvierebbe a un rapporto insoluto, e per certi aspetti contradditorio, degli uomini con la società moderna.

Dicevamo all’inizio della Bibbia, come esempio letterario, dell’attrazione del male. In realtà, in questo libro fondamentale per capire i valori della civiltà occidentale, il male, seppure rappresentato, non resta mai impunito. Sullo sfondo c’è sempre la giustizia divina eccetera. Non è banale né eccezionale, è il contraltare del bene: se non ci fosse l’uno non ci sarebbe neppure l’altro, e cosa più importante per alcuni, neppure dio.

Oggi però – e questo è il prezzo, più o meno giusto, che devono pagare le società secolarizzate – dio, come si leggeva un tempo, è morto, e con dio anche l’idea di bene, come fatto sociale e idea regolativa. E di riflesso anche quella di male.

Per pochi è rimasto l’imperativo categorico kantiano, tutti gli altri, i molti, si arrangiano. Non tanto nel senso dostoevskiano, del “tutto è permesso”, ma di commettere o non commettere il male secondo la convenienza, oppure – e qui si tratta della maggioranza, fortunatamente – di sublimarlo mangiando pop corn.

Il che per alcuni osservatori è un bene, per altri un male. Chi scrive, ritiene che non sia né l’uno né l’altro. Detto altrimenti:  oggi gli esseri umani si esprimono così. 

Fermo restando che esisterà sempre un rapporto insoluto e contraddittorio tra uomo e società.  Di conseguenza,  i giudizi di valore sul nostro tempo potranno emetterli soltanto gli storici e i sociologi del futuro, ma solo limitatamente alla propria epoca rispetto alle precedenti.

Ciò significa che nulla è definitivo, il male come il bene. E il nostro è un giudizio di fatto, non di valore.

Che puoi suoni pilatesco, è altra cosa.

Ma, diciamola tutta, cosa poteva e può essere non pilatesco? Riconoscere il figlio di dio al primo colpo. Non si chiede troppo all’uomo?

Carlo Gambescia

martedì 16 novembre 2021

CHI SI FERMA È PERDUTO

 


Il vero punto della questione, almeno per ora, non è aprire o chiudere tutto, come alcuni propongono. Ma di non fare passi indietro. Perciò di favorire la normalizzazione, graduale quanto si voglia, ma normalizzazione.

Il che non è facile, soprattutto quando si è sposata fin dall’inizio la linea dura, la cosiddetta linea cinese (per esemplificare). Che, ovviamente, poiché siamo in Europa e in Italia, dove esiste una tradizione di libertà, non poteva e non può incontrare difficoltà organizzative e più che giustificate opposizioni sociali.

Di qui, il “grande pasticcio”: quello di voler lottare contro l’epidemia, pardon pandemia, e al tempo stesso, salvaguardare le storiche libertà dei cittadini. Una questione che per la Cina non si è mai posta.

Ne sono seguite misure cervellotiche, ridicole, contraddizioni, e quel che è peggio, la progressiva delegittimazione di ogni voce contraria, dal momento che una volta entrati nel tunnel dell’autoritarismo – o del disciplinamento sociale (se non è zuppa è pan bagnato) – resta difficile tornare indietro.

Ora, il rischio è che alla delegittimazione segua la criminalizzazione del dissenziente. L’atteggiamento verso “No Vax” e “No Green Pass”, per quanto siano “lunatici”, come scrivevamo ieri (*), è di una pericolosità assoluta per la libertà di tutti.

Sotto questo aspetto, fanno veramente paura le prime pagine di due giornali a grande tiratura come “Libero” e “Repubblica”: come noto il primo è di destra il secondo di sinistra, quindi dovrebbe essere “diversificate”… Giudichi il lettore.

A nostro modesto avviso, si respira veramente un’aria da caserma ideologica.

Ciò accade, sullo sfondo, di un’ Italia che tutto sommato nella sua maggioranza si è vaccinata e che si sta comportando in modo fin troppo disciplinato, addirittura passivo su una questione fondamentale, visto che non siamo in Cina, come quella della libertà individuale.

Tutto questo non può non preoccupare chiunque abbia a cuore, e sembra non siano molti tra i politici e gli intellettuali, la grande questione della libertà.

Non si tratta della pura difesa di astratti sistemi filosofici, ma di impedire il progressivo deterioramento del sistema economico sotto pressione da due anni. Si sbandierano, proprio in questi giorni, i dati sulla ripresa, ma si evita di dire che qualsiasi passo indietro sarebbe esiziale per l’intera economia.

Ne deriva, a livello politico, un atteggiamento schizofrenico, che si divide tra il terrorismo psicologico nei riguardi dei cittadini, tra l’altro fin troppo consenzienti, e l’ eccessiva fiducia mostrata nella ripresa. Fiducia che rischia però di essere messa in crisi, proprio da quel terrorismo psicologico, che, di fatto, favorisce misure, tra l’altro di natura automatica (indici, colori, tassi), che vanno a influire sul pieno ritorno alla normalità sociale ed economica.

Come si può intuire un circolo vizioso. Dal quale si può fuoriuscire solo proseguendo sulla strada della normalizzazione, costi quel che costi.

Un percorso coraggioso, che però, stando a quel che si legge oggi, non sembra quello preferito dal governo Draghi. Si continua infatti ad affermare che queste politiche sono per il nostro bene, e che hanno funzionato. Quindi, si perdoni la facile battuta, “credere, obbedire, combattere”.

Purtroppo non è possibile fornire alcuna prova contraria. Rimane però il fatto, molto concreto, che il debito pubblico ha assunto dimensioni esplosive (qualcuno primo o poi dovrà pagarlo), e che la ripresa economica è appena agli inizi. Ciò significa, che qualsiasi ostacolo posto sulla strada della timida ripartenza tramuterebbe il debito in una specie di condanna a vita: un vero e proprio ergastolo economico.

Come si può capire, il dilemma è tra proseguire nella normalizzazione o fare un passo indietro se non due. Il governo sembra tentennare. Perché, per un verso confida nel modello cinese, però per l’altro ne teme le devastanti conseguenze economiche (anche perché l’Italia non è la Cina). Quindi si prende tempo. II che spiega sia le ventilate, ridicole mezze misure (come quella delle due persone per taxi), sia l’atteggiamento che si sta facendo sempre più persecutorio verso “No Vax” e “No Green Pass”.

Una miscela di autoritarismo e di ridicolo che non giova a niente e nessuno. Di cui Draghi, una sorta di Fabio Massimo, “il temporeggiatore”, candidato prediletto della tradizionale nobilitas, rischia di farsi carico.

Il nostro consiglio, come anticipato, è quello di proseguire senza indugio nell’opera di normalizzazione. Draghi ha studiato economia, quindi dovrebbe conoscere certi gravi pericoli…

In sintesi, andare avanti. Per dirla con un grande economista del Novecento, Antonio Guardalevecchia: “Chi si ferma è perduto”.

Carlo Gambescia

(*) Qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/sociologia-del-no-vax-di-massa/

lunedì 15 novembre 2021

SOCIOLOGIA DEL “NO VAX DI MASSA”

 


Quando la conversazione cade sulle vaccinazioni, la prima tesi che viene avanzata dall’interlocutore, ovviamente favorevole, è quella di “ un vaccino che fanno tutti”. Quindi perché non seguire la corrente? Se lo fanno tutti una ragione ci sarà?

Prevale insomma la regola del conformismo sociale, rafforzata nel caso dal timore di ammalarsi, morire, o comunque di dover subire conseguenze non solo di tipo medico ma anche sociale, come le limitazioni alla mobilità, eccetera.

Stando però ai dati (*), in Italia, coloro che non hanno fatto il vaccino sono circa 8, 5 milioni, su una platea di 54 milioni circa. Non pochi.

Per contro, i famigerati “No Vax” che protestano nel piazze ammonterebbero a poche migliaia: chi dice, diecimila, chi ventimila, chi arriva fino a centomila.

Il che prova, ancora una volta, che la politica attiva continua a riguardare le minoranze. In politica, nonostante la simbologia romantica che ammanta l’agire rivoluzionario, proteste, rivolte e rivoluzioni sono l’eccezione, il conformismo e l’ordine sociale la regola.

Sulla composizione politica dei “No Vax” (nei quali per comodità di ragionamento includiamo i “No Green Pass”), non si sa ancora molto.

Secondo la pubblicistica, soprattutto giornalistica (quindi non scientifica), il movimento raggruppa personalità e gruppi di estrema destra e di estrema sinistra. Tra l’altro al suo interno sembra diviso tra nemici delle vaccinazioni e/o avversari del Green Pass, non contrari alla campagna vaccinale, ma soltanto all’obbligo. Il che sembra conferire, almeno in alcune frange del movimento, una coloritura libertaria, sebbene molto opaca.

Gli slogan usati sono molti forti. In particolare si evoca la truce figura della dittatura sanitaria, come pure si avanzano tesi di natura complottista sull’esistenza stessa della pandemia, sull’obbligo vaccinale, eccetera, eccetera.

Si potrebbe parlare di una confluenza, a livello di idee-guida come di forze politiche, dei classici movimenti antisistemici (anticapitalisti e antiliberali), che di solito sono liquidati con il termine “frange lunatiche”, nel senso di un rifiuto irrazionale  e pregiudiziale del sistema politico, sociale, culturale ed economico, giudicato come sfruttatore e oppressivo.

Queste “frange” politiche scorgono nella legislazione antiepidemica, pardon antipandemica, e nelle campagne e nell’obbligo vaccinale l’ennesima manifestazione di un sistema rivolto a cancellare ogni tipo di libertà.

Rappresentano una reale spina nel fianco del sistema? Si potrebbe verificare una saldatura, quantomeno a livello di simpatie politiche, (per dirla altrimenti: se si votasse quanti voti prenderebbe il “partito No Vax”), tra questi movimenti e gli otto milioni e mezzo di italiani, che non si sono vaccinati? Grosso modo (ammesso che votino tutti), parliamo di un milione di voti in più rispetto a quelli presi dal centrosinistra alle ultime elezioni, conseguendo solo alla Camera 118 seggi (**). Non pochi.

Per scoprirlo andrebbero indagate le reali motivazioni che hanno condotto otto milioni e mezzo di italiani a non vaccinarsi. Cosa al momento molto difficile. Ciò che invece non si deve fare è liquidare queste persone come retrograde e nemiche del progresso. Quel che può essere valido, come critiche a livello politico, per le frange lunatiche non può essere “usato” nei riguardi di milioni di persone: la logica del capro espiatorio collettivo, storicamente parlando, risulta molto pericolosa

Si rifletta su un punto, non secondario: la sfida al conformismo, come dicevamo all’inizio, non è cosa facile. La maggioranza delle persone tende a seguire la corrente, a fare ciò che fanno gli altri, perché è giusto fare così, eccetera, eccetera.

Pertanto opporsi è sempre più difficile, perché non è semplice sottrarsi alla pressione sociale e politica.Il che, tra l’altro, spiega perché indagare il fenomeno, per così dire, del “No Vax di massa” sia  così complicato:  le persone temono di esporsi per ragioni di deferenza e di onta sociale. Insomma ci si vergogna di non essere come gli altri. E, se intervistate, queste persone, non dicono il vero o si sottraggono. E ogni buon sociologo deve fare i conti con tali difficoltà analitiche.

Tuttavia, nelle società come nella vita delle persone esistono momenti di svolta in cui affiorano le differenze legate soprattutto alla capacità di affrontare eventi inaspettati e rischiosi, spesso saturi  di conseguenze negative, in maniera non conformista.

Di conseguenza, gli otto milioni e mezzo che non si sono vaccinati non vanno giudicati a priori come irresponsabili, ignoranti e reazionari. Parlare di otto milioni e mezzo di incoscienti è dal punto di vista sociologico una imbecillità.

Non diciamo che meritino una medaglia, però… In realtà, sono semplicemente dissenzienti, o se si preferisce obiettori. Il sale di ogni società veramente liberale. Nei principi. Da difendere, e se vi si crede, veramente, a qualsiasi prezzo…

Che poi i “No Vax” politici, per così dire, quelli che scendono in piazza, dicano stupidaggini, fa parte della cultura politica media che purtroppo caratterizza il discorso pubblico nella società di massa.

Del resto le campagne governative “Sì Vax” non sono poi così ricche di sottigliezze. L’aut aut governativo, diretto o indiretto, all’insegna del “Vaccino o Morte” non suona davvero come un appello alla ragione umana.

Carlo Gambescia

(*) Qui per i dati: https://lab.gedidigital.it/gedi-visual/2021/report-vaccini-anti-covid-aggiornamento-vaccinazioni-italia/

(**) Qui, anche per un quadro generale, per poter fare raffronti sul valore “parlamentare” dei voti espressi: https://elezioni.repubblica.it/2018/cameradeideputati