venerdì 18 ottobre 2019

Berlusconi sarà domani in piazza San Giovanni. E parlerà
Patetico


Non abbiamo mai creduto nel liberalismo di Silvio Berlusconi. Che il Cavaliere andava  - e va - esternando in giro per l’Italia. Salvo poi, una volta governo, rimangiarsi tutto e  patteggiare con tutti, bianchi, gialli, neri, rossi, verdi,  pur di salvare le  proprietà.    
Ad esempio,  tra il 2001 e il 2006 (XIV Legislatura), Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, avrebbe potuto lasciare veramente il segno in chiave liberale.  Se soltanto  avesse voluto.  Magari cadendo in Parlamento.  Ma con dignità, sulle grandi questioni di principio:  riforma elettorale, riforma del mercato, della sanità e delle pensioni.   C’erano i numeri.  Si poteva trasformare l'Italia in un paradiso fiscale attirando capitali da tutto il mondo.  E sferzare le burocrazie dell'Unione Europea. E invece non se ne fece nulla. Si vivacchiò per cinque anni in chiave social-democristiana. Partorendo una ridicola riforma costituzionale,  bocciata dall’elettorato…   E con un Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.  protezionista.  Insomma,  un ammiratore di List e della polizia tributaria.   
Ovviamente,  Berlusconi,  se interpellato,  da  vecchio comico,  in camice bianco, anzi palandrana, occhialoni, nasone e baffi finti,  premendo lo stetoscopio sul seno di un'infermiera procace, ripeterà che lui le tasse le ha portate  al trentatré per cento...  Capito?  Siamo al  " Signorina, dica trentatré...".  Roba da avanspettacolo.        
E ora, domani, sabato 19 ottobre,  il vecchio  fantasista, ormai  più che pronto per Villa Arzilla, calcherà di nuovo le scene di Roma,  insieme alla compagnia di giro  della peggiore destra populista e neofascista,  che di liberale non ha proprio nulla.  Uno spettacolo indecoroso.  
Un solo dato, nel 2001 Forza Italia disponeva di 255 parlamentari contro i 45 della Lega Nord. Oggi, anno di grazia 2019, la Lega ne ha 182, Forza Italia 160.  Inoltre, cosa  più grave ancora,   nei sondaggi la Lega  è  in costante crescita,  mentre Forza Italia in  serio declino.  Stesso discorso per Fratelli d’Italia, che  sta recuperando consensi. E purtroppo  non in chiave riformista,  ma neofascista.  
Questi i rapporti di forza.  Se Berlusconi fosse stato  un vero liberale,  avrebbe  organizzato, sempre per sabato,  una contromanifestazione per rimarcare le differenze con  populisti e neofascisti.  E invece domani  salirà sul palco di piazza San Giovanni.  Di sicuro, si esibirà  nella  vecchia gag del taglio alle tasse.  "Signorina, dica trentatré...".
Patetico.   

Carlo Gambescia       

   

giovedì 17 ottobre 2019

Franco Battiato, gli italiani e la modernità
Sul ponte sventola bandiera bianca


“Si infittisce il mistero sulla salute di Battiato”. Così i  giornali in occasione dell’uscita dell’ultimo suo lavoro: una raccolta di brani famosi con un inedito, si dice, sul tema della trasmigrazione delle anime. Ultimo, in senso letterale,  almeno  secondo  le dichiarazioni del suo manager.
Nessun individuo, come persona fisica, è eterno. Il Maestro probabilmente è seriamente malato e  non può  più lavorare.  E’ tempo dunque di addii e consuntivi.

Ricordi personali.
Cito un passo di “Magic Shop” nella introduzione  a  La crisi del nostro tempo,   di Pitirim Sorokin, libro uscito vent’anni fa. Battiato critica il moderno materialismo umano e musicale. Insomma gli “incensi di Dior”, venduti nei supermercati.
Proprio come Sorokin.  Ma con una differenza:  Battiato non ha mai conosciuto le fornaci del leninismo, né quelle dell’American Sociological Association e del Federal Bureau of Investigation (un'America trumpiana prima di  Trump).        
Rammento, come fosse ora,  le note altissime  di “Bandiera Bianca” in una  Roma estiva di tanti anni fa,   prigioniera  dei finestrini aperti  e del  volume  delle autoradio:  incolonnato,  con altri automobilisti,  in pieno luglio,  su via Merulana, ero  in attesa che il verde del semaforo  annunciasse la rinascita dell’Occidente lungo il rettilineo verso Ostia.
In fondo,   Battiato, pur nella  gradevolezza colta  del suo approccio concettual-musicale (in particolare prima dell’accoppiamento poco giudizioso con  Sgalambro),  sta alle Edizioni Adelphi di Calasso, come Alberto Sordi alle  “Edizioni” Andreotti. 
Due Italie profondamente diverse ma uguali nel rifiuto di fare i conti con la modernità. E serenamente.  
Due Italie, piaccia o meno,  preoccupate solo del traghettamento di idee reazionarie:  presentate come buon senso popolare nel caso di Sordi-Andreotti, (per il target basso), o intrise di  aristocratici stereotipi sul versante Calasso-Battiato (per il target alto). Con attriti ovviamente.  
Non dimenticherò mai l’espressione stupita di Corrado Augias, santone del giornalismo liberal (attenzione, non liberale), dinanzi alla  celebrazione  politica, da parte di Battiato, del sistema politico della dinastia  menfitica...    
Insomma,  Battiato  non ha mai  capito il mondo moderno, come del resto  il 95 per cento degli italiani, di destra come di sinistra.  Sul ponte  della  modernità italiana  continua a  sventolare  bandiera bianca.  Il che  però spiega il successo di Battiato.  Proprio come quello di Sordi, Andreotti e Calasso…

Carlo Gambescia                     
                    

mercoledì 16 ottobre 2019

Il saluto militare dei calciatori turchi
 Marionette tragiche

Alla destra  neofascista e populista  è molto piaciuto il saluto militare dei giocatori turchi in appoggio al bellicismo nazionalista di Erdogan.  
La destra,  la peggiore  destra che la storia d’Italia abbia conosciuto, prova così  di non aver imparato nulla. E da un errore,  tra i numerosi commessi, come quello di  trascinare le forze armate, pur cosciente dell’impreparazione totale, in una guerra disastrosa, quella del 1940. Attenzione, parliamo di una guerra perduta da tutta l’Italia.  E di cui ancora paghiamo le conseguenze morali.
Combattuta  in nome di che cosa ?  Dello stesso bellicismo nazionalista che  oggi  sospinge i fascio-populisti ad ammirare imbambolati  i calciatori-soldati di un semidittatore.   Un leader autoritario che ricatta l’Ue  a colpi di immigrati e gioca con  cannoni, carri armati e aeroplani gentilmente pagati o comunque forniti,  in modo diretto o indiretto,  da russi, americani ed europei.  
Non diciamo che l’esercito di  Erdogan sia in condizioni peggiori di quello di Mussolini, ma asseriamo che il suo bellicismo nazionalista   gode di una libertà  di  manovra frutto di una pericolosa condiscendenza  economica dell’Occidente e dell’Oriente (per semplificare).  La sua Turchia in uniforme,  economicamente parlando, non è  una tigre carta, ma molto  vi si avvicina.

Ora, in un  quadro di forte dipendenza economica e politica  da alleati di ogni genere,  il saluto marziale dei calciatori turchi assume il significato di quello esibito nel  1938  dai calciatori italiani, allora, militarmente parlando, nelle mani di Hitler.  Dal momento che  il Patto d’Acciaio era stato firmato solo  pochi giorni prima dell'inizio dei campionati mondiali.
I calciatori fascisti erano povere  marionette nelle mani di poteri totalitari che di lì a qualche anno per un soffio, solo per un  soffio,  non cancellarono duemila anni di storia europea. 
E i calciatori turchi?   Ovviamente, ripetiamo,  Erdogan  non è  Mussolini, né il mondo, così  variegato, dei suoi alleati, ricorda la Germania  hitleriana,  ma la logica politica e sociologica   è la stessa. Come  è simile  il lato tragicomico.   Anche oggi  abbiamo  un   nano politico che si atteggia a gigante,  sulle cui spalle, a comando o meno,  si ergono  altri illusi. A cominciare appunto da quei calciatori.       

Carlo Gambescia           

                          

martedì 15 ottobre 2019

Premio Nobel Economia  2019 
assegnato a Esther Duflo, Abhijit Banerjee, Michael Kremer
 "Basta un poco di  zucchero 
e la pillola va giù..."




Ieri un amico mi ha chiesto un articolo sui tre Premi  Nobel  Economia, Esther Duflo, Abhijit Banerjee, Michael Kremer. Un riconoscimento  ricevuto  “per l'approccio sperimentale nella lotta alla povertà globale”.
Ho dovuto declinare, confessando la mia ignoranza.
Per dirla tutta,  di solito la terminologia (“ lotta alla povertà globale”) mi  dà  i brividi. L’idea  di un tirannico welfare state mondiale  addirittura mi terrorizza.    
Un altro amico, economista,  sempre ieri, mi ha spiegato che l’ approccio dei tre Nobel Economia  si concentra sull’istruzione e sulla formazione. Semplificando: più diplomati più occupati, meno poveri.  Tutto qui.  Insomma, per parafrasare  Mary Poppins, "supertata",  basta un poco di zucchero statistico,  e la pillola  povertà va giù…  
Il che, in realtà  se si pensa al Mezzogiorno , patria ufficiale  dei diplomati italiani a spasso, non sembra proprio un’idea da  Premio Nobel.
L’idea sbagliata, tipica di molti economisti di sinistra o  populisti,  credo  sia   quella di   collegare le  “politiche attive del lavoro”, come sono chiamate con termine alla moda, con le  “politiche di lotta alla povertà”, altra  terminologia molto in voga.  
In realtà, si tratta di due cose profondamente diverse. Le politiche attive del lavoro rinviano a profili di soggetti attivi  che aspirano a  integrarsi, adattarsi, mentre le politiche contro la povertà rimandano a soggetti passivi, con scarse o nulle capacità di adattamento, talvolta  purtroppo legate  a inabilità di tipo psichico e fisico.
Ad esempio, si tratta di una realtà,  riferitami da alcuni operatori,  che sta emergendo per l’Italia, o comunque in alcuni regioni,  dai primi colloqui orientativi per il Reddito di Cittadinanza.  In certe aree,  addirittura a offerta forte di lavoro,  quasi la metà dei percettori non si è presentata, e la metà di coloro che si sono presentati, pur muniti di diploma dell’obbligo o di scuola superiore, brilla per  la  passività.   
Cosa vogliamo dire? Che per trovare lavoro non basta un titolo di studio, conseguito più o meno passivamente,  occorre  la  forte  volontà di integrarsi  all’interno del mercato del lavoro. Non basta per "volare"  il miracoloso ombrello-diploma di  Mary Poppins. La ricerca di lavoro  implica una mente integrativa quale  prolungamento applicativo, quindi volontario e intenzionale,  di un atto cognitivo.   
Siamo davanti a due percorsi.  La lotta alla povertà  rinvia non tanto alla distribuzione di diplomi quanto a storie di socializzazione e acculturazione di successo,  capaci di imprimere nelle persone valori condivisi di deferenza verso il lavoro.  Mentre le politiche attive del lavoro, rimandano a persone  che  già condividono, e convintamente,  questa deferenza.   
La lotta alla povertà riguarda, da parte dei destinatari, l’accettazione dell’idea stessa lavoro come fonte di interdipendenza sociale.  Mentre le politiche attive, rimandano al consenso diffuso intorno all’idea di lavoro come veicolo di promozione sociale, dunque di interdipendenza e crescita personale e sociale.
Per dirla altrimenti, le politiche attive impongono  un’idea capitalistica, in qualche misura  weberiana, del lavoro, come momento alto nella vita delle persone.  Il che richiede soggetti attivi, acculturati,  capaci di recepirla  e non soggetti passivi che volenti o nolenti  condividono, nella migliore delle ipotesi una cultura  pre-capitalistica del lavoro.
Pertanto se un diploma fa uscire statisticamente dalla povertà,  non significa che il diplomato, una volta tale, condivida l’etica del lavoro capitalistica e occidentale. E se  ciò accade, come accade, all’interno dello stesso Occidente, fìgurarsi altrove.

Carlo Gambescia                                         

       

lunedì 14 ottobre 2019

Riflessioni
Liberalismo, totalitarismo & Co.

Il liberalismo è totalitario? Per i suoi avversari sì. E quali sono i suoi avversari? Fascisti, comunisti, tradizionalisti, religiosi o meno.
Altra domanda, anzi due. Che cosa significa liberalismo? Che cosa significa totalitarismo?
Il liberalismo è una  concezione della realtà che punta alla limitazione del potere politico in ogni campo, confidando nel libertà come forma di regolazione dei rapporti sociali:  libertà di perseguire liberamente i propri interessi: che si badi non sono né buoni né cattivi, sono e basta. Naturalmente,  ciò avviene, come vedremo, non senza limiti “oggettivi” (cioè limiti non fissati dall’uomo, almeno direttamente).
Per contro,  il totalitarismo è la  concezione della realtà che scorge nel  potere politico uno strumento di liberazione dell’individuo. Da che cosa? Dalla falsa libertà  - si dice -  che consiste nel perseguire i propri interessi.   Il totalitarismo, insomma, libererebbe l’uomo, e per sempre, dall’egoismo.
Va però  fatta  una ulteriore precisazione. Il totalitarismo non sta tanto al liberalismo, quanto al suo opposto il  libertarismo. Sono  due forme estreme di pensiero che antepongono lo stato all’individuo (totalitarismo) e l’individuo allo stato (libertarismo). Due ideologie dell’eccesso, contrarie al  “juste milieu”, per dirla con i liberali classici.

Al liberalismo si oppone invece, più naturalmente,  l’autoritarismo: il culto  di una autorità alla quale si attribuisce uno sguardo più lungo dell’individuo.  La sola, si dice,  che in virtù della sua buona vista (attenzione non onniscienza)  può porre limiti e vincoli al perseguimento, quasi sempre pericoloso se non arginato, degli egoistici interessi individuali.
In realtà, sociologicamente parlando, tra stato e individuo si pone la società  con le sue regolarità, ossia con  ciò che è costante o si ripete.
Per fare un esempio,   si pensi a forme  di interazione sociale  come conflitto e cooperazione che si ripetono nel tempo, pur recependo contenuti storici diversi. Tradotto: il politico passa, il metapolitico resta.  
Ora,  il liberalismo accetta, purché  frutto di libera interazione,  sia il conflitto sia  la cooperazione;  l’autoritarismo invece, in nome della pace sociale e di una “vista perfetta”,  respinge il conflitto, imponendo dall'alto la cooperazione; infine il totalitarismo e libertarismo,  nel nome di una ideologia distopica (lo stato etico o razziale, il comunismo, l’individuo assoluto o "l’Unico"), portato cognitivo  di una pretesa onniscienza,  rifiutano  sia  il conflitto che la cooperazione.

Come si può capire,  liberalismo  e totalitarismo  non hanno nulla in comune. Il  pericolo totalitario rinvia invece al  libertarismo assoluto, o meglio all' introduzione dall'alto dei principi libertari per legge, obbligando così  gli individui ad essere liberi. E come? Attraverso l’uso del potere politico in modo esteso, addirittura totalitario. Un fenomeno che  si chiama costruttivismo.                                
Si pensi, per fare qualche esempio,  all’uso indiscriminato della tassazione per favorire  masse sindacalizzate e  inintelligenti,  solleticandone gli istinti più bassi verso ciò che Aristotele definiva il taglio delle spighe più alte. Oppure alla dolciastra  welfarizzzione del suicidio e delle questioni di genere.  
Al fondo di queste scelte politico-sociali c’è l’idea, nonostante l'overdose libertaria, che l’individuo non sappia ciò che è bene per se stesso. Di qui la necessità di legificare, regolamentare,  socializzare coattivamente,  eccetera, eccetera. Insomma di costruire politicamente una realtà a misura dell'ideologia. 
Purtroppo i frutti velenosi del  libertarismo welfarizzato sono usati dai nemici del liberalismo  come argomento, per giunta forte, che ne  spiegherebbe  la natura totalitaria. Si tratta insomma di un equivoco sul quale giocano artatamente i nemici del liberalismo.
Ma c’è un altro aspetto, non meno importante, che concerne la libertà di mercato.  Il liberalismo, in quanto  concezione che punta alla  limitazione del potere di interferenza dello stato in tutti i campi (che non significa la sua soppressione), non può che essere favorevole  alla libertà di mercato. Senza eccessi però.

Il liberalismo,  proprio perché consapevole  della natura di costante o regolarità   del   conflitto come della   cooperazione - insomma dell’esistenza di vincoli sociali oggettivi  di "interdipendenza" per dirla con Geiger  - ,  non può favorire l’estensione della libertà di mercato fino alla distruzione di ogni forma di cooperazione (libertarismo)  o di conflitto (totalitarismo).  Magari tacendo, come sostengono i suoi detrattori,  davanti  all'evocazione di   una società futura  dove la cooperazione  come il conflitto scompariranno per sempre.
Il liberalismo,  ripetiamo,  accetta invece la dinamica oggettiva della costanti  o regolarità  metapolitiche, dinamica che non è liberale, libertaria, fascista, comunista.  Dinamica che più semplicemente “ è“ . In questo senso, politicamente  parlando, il liberalismo   è realista. O se si preferisce  archico, come abbiamo osservato altrove, delineando l'esistenza di una  corrente di pensiero, con importanti effetti di ricaduta politica,  che va da Burke a Berlin  (*).  
Per contro, autoritarismo, libertarismo e totalitarismo si muovono, chi più chi meno, sul piano dell’irrealismo politico:   del rifiuto di accettare, in nome dell’ideologia, la società così come è, con le sue regolarità. Al fondo,  sono fenomeni politici  an-archici. Se si vuole impolitici.  E quindi pericolosissimi perché nemici del senso della realtà.   

Carlo Gambescia                       






sabato 12 ottobre 2019

Erdogan sfida l’Europa
Senza nemico non c’’è sovranità

Julien Freund sostiene, andando oltre Carl Schmitt (o continuandolo), che la riprova del possesso da parte di un'unità politica della sovranità  è racchiusa nella capacità di indicare il nemico. 
Per fare un esempio, durante la Guerra Fredda, nel quadro di una competizione mondiale bipolare tra Stati Uniti e  Russia, il nemico all’Europa occidentale fu indicato dagli Usa. Stessa cosa, ma al contrario,  per l’Europa orientale, schierata con Mosca.
Per ridurre all’osso la questione: Italia e Polonia, all’epoca,  non erano sovrane  perché  non potevano indicare un nemico differente  da quello designato dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica.  In  fondo, si trattava e tratta  di una classica questione metapolitica, che risale agli imperi   Egizio  e Sumerico:  quella  delle alleanze con al centro una  potenza egemone, che, per l’appunto, designa  agli alleati  “minori”  il nemico comune.
Ora, e qui viene il bello, l’Europa, o meglio l’Ue, si trova oggi in una specie di limbo,  perché nessuno dall’esterno, le indica più il nemico, ma al tempo stesso, anche dall’interno:  perché  l'Europa sembra non essere capace  di designarlo da sola. 
Si dirà: ma il nemico deve proprio esistere?  Non si può vivere in pace con tutti? Sarebbe bello. Ma purtroppo le cose non vanno così, particolarmente in politica estera. 

Si pensi alla questione turca, alla sfida in corso  di Erdogan. Il problema curdo è un problema interno turco?  O di scenario, non solo mediorientale? Nel senso che riguarda tutti? 
L’Ue, al di là dei proclami pacifisti o economicamente  bellicosi (ma in ordine sparso), pare incapace di rispondere con un sì o con un no.  
L’Europa  sembra vivere in un mondo tutto suo, irreale, incantato,  dove  non  esistono nemici. Insomma, l’Ue  non dipende da nessuno, ma al tempo stesso, risulta incapace di designare il nemico.
Siamo perciò  davanti a un caso  clamoroso  di impotenza politica. Di  sovranità che si autolimita.
Si dirà, come accennavamo,  meglio così, perché  la pace paga sempre. Il che, ripetiamo,  non è vero. O meglio sarebbe vero se lo scacchiere mondiale fosse composto di stati e nazioni tutti dalle stesse dimensioni, appagati della propria condizione e perciò  non bisognosi  di prevalere gli uni su gli altri. 
Invece esistono tuttora  grandi potenze egemoni, scalpitanti,  dagli Stati Uniti, alla Cina alla Russia, altre in ascesa come l’India ad esempio, potenze regionali come l’Iran ad esempio, altre dormienti come il Giappone. Insomma, l’eguaglianza geopolitica  non di questo mondo.  E fino a quando sarà così, l’indicazione del nemico  sarà  sinonimo di sovranità.
In ultima istanza, e paradossalmente, il governo unito del mondo, di cui l'Onu al momento è  una specie di caricatura, per affermare la propria sovranità avrebbe necessità di un nemico proveniente da un altro pianeta. Poi però ne seguirebbero altri da nuovi pianeti e così via.
Per tornare al punto, la Turchia si comporta da potenza regionale, quindi per un consistente blocco geopolitico, dalla caratura mondiale come l’Ue (certo,  se fosse veramente tale), sarebbe un gioco da ragazzi metterla a posto, partendo dalle sanzioni economiche e in via scalare fino a misure politiche (abbattimento, anche dall’interno del regime di Erdogan) e   militari ( guerra, nelle sue varie forme e intensità). E invece,  si permette che un tirannello come Erdogan ricatti  l’Europa, opprima i curdi,  e tradisca la parte moderna, laica e liberale, della Turchia.
Ovviamente, all’altro capo dei filo (del nostro ragionamento) c’è un’Europa spezzettata in stati e staterelli (quella che piace tanto ai sovranisti),  come nel passato, staterelli magari bellicosi, ma incapaci,  se non attraverso alleanze politico-militari, di indicare un nemico e fare paura alla Turchia. Quindi, punto e a capo. 
Storicamente parlando, la  questione d’Oriente, della dissoluzione dell'Impero Ottomano,   fu risolta ai tavoli della pace, prima a  Sevrès (1920) poi a Losanna (1923), dall’accordo  tra le potenze europee  egemoni, perché uscite vincenti dalla Prima guerra mondiale, e da una autoriforma interna  in chiave occidentale, culminata  però  in una reazione militare turca alle clausole di Sèvres.  
Riassumendo, per i distratti,  la ferrea dinamica sovranità-nemico: al tavolo della pace (Sevrès) i vincitori sovrani presentarono  il conto al nemico turco, schieratosi con la Triplice sconfitta, indicando perciò un nemico. La Turchia sconfitta  però si ribellò, designando a sua volta un nemico, la Grecia di Venizelos ( e sullo sfondo Francia,  Regno Unito, Italia),  poi battuta sul campo da Mustafa Kemal.  E  a Losanna (1923) i vincitori di Sèvres (1920) vennero a più miti consigli.    
Concludendo l’Europa  sembra aver dimenticato che senza  nemico non c’è sovranità. E che non c’è sovranità senza  nemico. E che senza guerra non c’è  pace. Come del resto che senza pace non c’è guerra. 
Tertium non datur.   

Carlo Gambescia                                   

venerdì 11 ottobre 2019

Manie autodistruttive: il  “consumo di suolo”
   Rileggere Marx...


Chi voglia farsi un’idea della follia autodistruttiva che sembra ormai pervadere i nostri giorni, si legga la  voce di Wikipedia dedicata al “consumo di suolo” (*), altro mito contemporaneo insieme al "negazionismo  ambientale", ai  "profughi ambientali", insomma  a   tutto   quell’ apparato eco-ideologico che per molti reduci del "secolo breve"  rappresenta la continuazione del comunismo con altri mezzi: quelli dell’ecologia,  pseudo- scienza disumanizzante.   
Ne parliamo oggi,  perché  nella bozza   della legge di bilancio  si annuncia,  crediamo per la prima volta,  il “contrasto al consumo di suolo” (**).  Non per nulla Gualtieri, Ministro dell’Economia,   è  della vecchia guardia comunista, seppure all’epoca in felpa anni Ottanta. Sicché, volente o nolente, per la legge della coazione a ripetere, Gualtieri continua a  scorgere nell’ecologismo una tematica, seppure borghese,  da usare  in chiave di talpa  anticapitalista.
In realtà, Marx è morto,  il  comunismo pure.  Mentre resta   vivo e vegeto  lo statalismo in varie forme, a cominciare dal welfarismo,   di cui la vecchia sinistra  post-comunista (ex Pci) e quella nuova  di zecca (M5S), si fanno allegri  e sciagurati  continuatori.  Ma non è tutto. Perché  anche il "consumo di suolo", concetto ecologista,   può essere arruolato da un  governo  che si proclama  in favore dello  "sviluppo sostenibile",  altro termine che non significa niente. Ma sempre buono per tiranneggiare l'economia di mercato e distribuire finanziamenti a  pioggia   imprese,  asservite ai poteri pubblici,  che vogliono vincere facile.          
Wikipedia, tanto per certificare l’andazzo, altro sciagurato progetto di raffazzonata  enciclopedia anticapitalista,  definisce il consumo di suolo  in modo  negativo.  Ne parla con disgusto, come del portato di un' opera umana   che  andrebbe   dalla "devastazione" del paesaggio  alla cosiddetta  “densificazione del suolo”...  Ce n'è per tutti:  dalla  edificazione delle città alla costruzione di  fabbriche, dighe, porti, eccetera, eccetera. Insomma, traspare un odio biblico per  tutto quel che rappresenta la grandezza della modernità urbanistica ed economica.  E perché no? Anche politica, in chiave liberale e borghese.
Si evince un inveterato odio per quel mondo  che Marx ed Engels  nel Manifesto  definirono invece, quasi  con ammirazione, l'epoca della borghesia. Dove, grazie allo sviluppo dei rapporti di produzione capitalistici, come si legge,  si andava  "strappando una parte notevole della popolazione all'idiotismo della vita rurale" (Edizioni Laterza, 1974, p. 61).  

In pratica, Wikipedia veicola un approccio alla questione, ancora più duro di quello  marxiano, attenzione marxiano, non marxista (***):  si va ben  oltre  gli  interventi fiscali alla Gualtieri.  Si evoca  il sogno, ovviamente da pianificare ampliando i poteri dello stato,  del   ritorno alle micro-comunità pseudo-medievali basate sull’autoconsumo.  Come ciò possa avvenire è un mistero, dal momento che lo stato non è una comunità etica, ma burocratica, che deve autoalimentarsi… Somma e aggiunge  poteri,  non sottrae… 
Si immagina insomma una specie  di  viaggio a ritroso  verso   un passato idealizzato,  in realtà contraddistinto, e per migliaia di anni,   da  stenti, miserie e schiavitù.  Un ideale  che Marx ed Engels  nel Manifesto liquidarono  come  socialismo feudale o arcaico.
Ancora nell’Ottocento, per il liberalismo  e per i "marxisti marxiani"  l’aria della città rendeva liberi.  Il primo però confidava e giustamente nel mercato, i secondi, erroneamente, in  una sorta di processo di miracolosa auto-trasformazione delle cose e dell’uomo, maestosamente in cammino verso  il  paradiso comunista in terra.  

Il progetto di   Marx però era e  resta  antropizzante, per usare un termine alla moda.  Le sue tesi hanno un   sottofondo liberale, perché egli  crede nella   forza  dirompente  della modernità. Ed Engels forse più di lui.   
Marx, se ci si passa il termine,  se ne frega dei paesaggi, non è bucolico, ma industrialista:   senza gli opifici, che saranno pure fumosi  ma opera dell’uomo,  non avverrà  alcun  passaggio al regno dei fini.  Si legga,  in proposito,  il classico lavoro di Auguste Cornu su Marx e la modernità  (tra l’altro  citato  al contrario -  contro  -  da  Del Noce, filosofo cattolico mai tenero verso la modernità).   
Ora, come dicevamo,  il comunismo  è morto. Mentre è rimasto ben vivo  lo  statalismo, nocciolo  duro  sociologico, che in qualche misura, consente all'ecologismo, via post-comunisti e welfaristi,  di   perseverare  nello stesso errore  del comunismo: quello  di pretendere di  controllare tutto e tutti per il "loro bene".  O meglio, ne è la continuazione, però guardando all’indietro.  
Sul punto, ripetiamo,   Marx ed Engels  nelle pagine del  Manifesto dove si ragiona  dei vari socialismi  hanno  visto giusto. Sotto questo aspetto andrebbero riletti.  
Insomma,  Marx è una cosa  il marxismo un'altra, il comunismo e derivati sociologici  un’altra ancora. Qualcuno lo spieghi ai fenomeni di Wikipedia.  E pure  al Ministro Gualtieri.   

Carlo Gambescia                    




(***)  Si legga il paragrafo, sempre  wiki,   sulla “critica al consumo di suolo”, che “critica” ma  da  posizione estreme…  
Ancora qui:  https://it.wikipedia.org/wiki/Consumo_di_suolo