lunedì 17 dicembre 2018

Una  lezione di  onestà intellettuale
Sgarbi quotidiani...





Si potrà pensare tutto  quel che si voglia  di Vittorio Sgarbi, ma l’aver concesso in un momento come questo, dove ormai  sembra  comandare il Politicamente  Corretto  di Destra, la cittadinanza onoraria di Sutri a Mimmo Lucano, è un bel segno di libertà, prima che politica, intellettuale:  virtù rarissima in Italia.  Complimenti.  Un bellissimo “Sgarbo quotidiano”…
Dicevamo libertà intellettuale… Perché?  Lucano, che a nostro avviso è un utopista di sinistra, quanto vi sia  di più lontano dalle nostre idee,   ha dovuto subire, e subisce, una campagna di intimidazione, non solo giudizaria, ma  anche fisica,   da  parte di quella  destraccia  che  pubblica sui suoi  giornali e  siti le stesse fandonie che quasi cento anni fa, giravano su Matteotti per delegittimarlo, e quasi giustificare,  il suo omicidio politico, da parte degli sgherri fascisti. E se tanto ci dà tanto...
Perciò bene ha  fatto Vittorio  Sgarbi, da vero liberale,   a prendere le distanze con una delle  sue iniziative clamorose da certa gentaglia. Inoltre, cosa fondamentale,  La  scelta del critico d’arte rivendica un principio basilare della civiltà liberale:  quello della disobbedienza  civile, che rinvia alla libertà di dissentire, anche quando si ricoprono ruoli  pubblici, come nel caso di Mimmo Lucano,  Sindaco di Riace,    difensore di una politica dell’accoglienza, certamente utopica,  ma che in un Paese Liberale ( e qui servono le maiuscole),  non può  tradursi, anzì non deve mai tradursi,   in persecuzioni  giudiziarie, degne di una dittatura.
Sgarbi tra l’altro dice una cosa interessante sui giudici:

«Sgarbi non manca di attaccare la magistratura. A chi gli ha chiesto un giudizio sulle considerazioni dei giudici del riesame su Lucano (socialmente pericoloso e in preda a delirio di onnipotenza): “Io credo che siano socialmente pericolosi loro e siano rispecchiati nella formula del delirio di onnipotenza, proprio quello che connota il mondo della magistratura. D’altra parte avevano fatto la stessa operazione anche con Salvini, che è finita male. Con Lucano hanno infierito con uno più debole, per il momento secondo la Costituzione è innocente”»


Infierire  “ con uno più debole”. Perfetto.  Perché in ultima istanza,  l’essenza del liberalismo,  è nel difficilissimo e precario equilibrio di  un  governo delle leggi  e non degli uomini.  Proprio, per consentire, al più debole di difendersi, su un piano di parità giuridica.  Ora, se  i giudici, infierendo politicamente,   sostituiscono al governo del leggi quello degli uomini in toga (violando tra l’altro, anche il principio liberale della separazione dei poteri),  lo stato di diritto  rischia di andare a fondo. Ripetiamo: le idee di  Mimmo Lucano, possono piacere o meno, come del resto quelle di Matteo Salvini, ma non devono mai diventare motivo di una persecuzione giudiziaria di natura politica.
Ammettiamo però, onestamente, che  i giudici che hanno  incriminato  Salvini, forse condividevano gli ideali utopici di  Mimmo Lucano,  mentre quelli che hanno  inquisito  quest’ultimo, probabilmente,  gli ideali (parola grossa) di Salvini. Con una differenza di peso politico, però. Quale? Che Salvini era ed è  Ministro dell’Interno, Mimmo Lucano, Sindaco, di un piccolissimo comune calabrese, che ora  rischia il commissariamento. Insomma,  siamo davanti al governo delle leggi o degli uomini?  E per sovrappiù, degli uomini, in toga o meno, che tuttavia sembrano essere più uguali degli altri... 
Allora,  non ci si può  non chiedere, quanto ancora si potrà  andare avanti così… E, per giunta, in un’Italia, dove  la “piccola” (definiamola così) giustizia civile e penale, viene amministrata  in modo elefantiaco e  il più  delle volte  superficiale.
Quanti "Sgarbi quotidiani" servirebbero?  Non osiamo enumerarli...  Che tristezza. Povera Italia.           

Carlo Gambescia           

domenica 16 dicembre 2018

A milioni di italiani prudono le mani...
“Prima gli Italiani”? 
Solo barbarie e spirito di vendetta


Il famigerato  “Prima  gli Italiani” non è che il  portato di  una logica conflittuale.  Che, scalarmente, esulando dalla logica della ricomposizione economica e sociale,  tipica della liberal-democrazia,   va invece  dalla competizione politica  alla guerra guerreggiata,  passando per  forme intermedie di contrasto, i cosiddetti sotto-processi del conflitto,  misconoscere, incolpare, vessare, detestare, perseguitare. Insomma,  per così dire, significa tutto,  eccetto che dibattere pacatamente una questione, dando il giusto peso agli aspetti compositivi e oppositivi.
Concettualmente (e sociologicamente),  alla base del “Prima gli Italiani” c’è il trasformare, sistematicamente, ogni virtù dell’interlocutore politico in terribile difetto. E come?   Appellandosi   al famigerato “O Noi O Loro”.  Insomma, si dà per scontato che ogni competizione debba inevitabilmente  sfociare in lotta finale  per l’esistenza, tra due entità metafisiche: l'amico e il nemico.
Ora, accettare, con Schmitt e altri autori, che la logica della politica sia dettata dalla opposizione tra amico e nemico, non implica   che la lotta politica debba essere ridotta  a lotta per l’esistenza tra il bene e il male  o peggio ancora, tra  bande  rivali di criminali, pronte a tutto.   Per essere chiari, mai confondere  Carl  Schmitt con Adolf Hitler, o Machiavelli con i Machiavellici. Il conflitto amico-nemico, non è una formula metafisica, ma una regolarità  metapolitica, che va sociologicamente filtrata. E soprattutto meditata, sul piano dell'implementazione politica.
Ciò significa, che  quel “Prima gli italiani” va sempre contestualizzato. Ad esempio nel Risorgimento, dove senza l’uso della armi, in un contesto dominato da una potenza ostile, militarmente ostile, come  l’Impero Austriaco,  non si sarebbe ottenuta l’indipendenza nazionale.  Sicché,  semplificando,  “Prima gli Italiani” rispondeva a un criterio di opportunità storica.
Meno lo aveva, per la Prima Guerra Mondiale (dove forse con sagge trattative  “si sarebbe ottenuto molto”, senza scendere in battaglia),  meno ancora  con il bellicista Mussolini, che portò l’Italia alla catastrofe.  Infine, è  assolutamente ridicolo, ma non meno pericoloso, gridarlo nell’ Italia di oggi, perché si introduce un fattore  destabilizzante, nell’alveo di un contesto quello europeo, sostanzialmente pacifico,  dove, come non può non rilevare qualsiasi persona con un briciolo di intelligenza,   il criterio “ O Noi O Loro ” è totalmente fuori luogo.  
Perché allora si insiste?  Probabilmente si è dimenticato, consapevolmente o meno,  il disastroso significato della seconda  “Guerra  dei Trent’anni” che dilaniò  l'Europa nella prima metà del Novecento.
Per usare un termine alla buona, a milioni di italiani  oggi  prudono le mani. Sono stanchi della democrazia liberale,  "discutidora".  Vogliono menare le mani, senza badare alle conseguenze. Già è accaduto.  
Molti nostri concittadini -  la maggior parte, stando ai sondaggi -    sembrano  ignorare, alla stregua  di nuovi barbari cognitivi,  i costi storici di un nazionalismo, per giunta  fuori contesto.  Altri italiani invece, pensiamo alle minoranze politiche che non hanno mai accettato la giusta sconfitta del 1945, cercano, da  veri briganti  della storia,  la rivincita. Costi quel che costi.
Barbarie e spirito di vendetta, ecco cosa c’è dietro  “Prima gli Italiani". 

Carlo Gambescia 

                      

venerdì 14 dicembre 2018

Le trattative sul bilancio  con l’Unione Europea
La forza di gravità politica



Nei fenomeni sociali e politici c’è  qualcosa che  somiglia alla forza di gravità.  Pensiamo a una forza di attrazione verso il centro, non della Terra, ma  del Politico, che si manifesta attraverso regolarità metapolitiche.
Per capirsi:   la discrepanza tra il dire e il fare, ossia  tra programmi politici e implementazione,  è un fenomeno che ritroviamo  in  tutte le forme storiche di  regime.  Si possono immaginare le soluzioni politiche più ardite, che però,  inevitabilmente  quando, per l'appunto  dal dire si passa al fare,    finiscono sempre  per  scontrarsi  con i limiti imposti  dalle risorse politiche,  culturali, economiche degli attori storici e sociali agenti. Basta   sfogliare  le pagine di una delle tante storie universali in fila sugli scaffali delle biblioteche,  per  scoprire come la  realtà dei rapporti di forza si vendichi sempre. Le stesse rivoluzioni, sono sempre rivoluzioni tradite, e spesso,  addirittura, sono costrette ad usare gli stessi mezzi del regime politico abbattuto.
Il concetto di egemonia  -   per fare un esempio  di  regolarità metapolitica -  rinvia alla necessità di alleanze, come  forma di  soluzione  dei rapporti tra  gli stati.  La natura dell’egemonia rimanda ai rispettivi potenziali politici. Ai rapporti di forza, dunque.
Ora, una nazione   che non ha la forza per  trasformarsi in egemone, se saggiamente governata, a prescindere dal regime politico, si ritrova sempre costretta a interrogarsi  sulla scelta  tra la guerra, l’isolamento  e  l' alleanza  egemonizzate da altre nazioni.
L’Italia unita, per ragioni storiche, economiche e politiche ha mostrato  di riuscire a ottenere il  meglio, ogni volta che  ha saputo  rinunciare  all’uso della forza militare. Oppure,  subordinando la spada all'uso della stadera. E come?   Accettando di far parte  in modo pacifico o semi-pacifico  di  sistemi di alleanze,  egemonizzati da altre nazioni, più forti sotto il profilo economico e militare. Si chiama anche giudizio di realtà.
In tale quadro, voler oggi  esercitare, all’interno della UE, un’ egemonia che non possiamo permetterci, oltre ad essere ridicolo, e a guastare i rapporti tra tutti gli stati,  ci espone al pericolo di   isolamento o alla  sgradevole  opzione  per  alleanze, comunque egemonizzate da altri più forti, prepotenti e pericolosi di noi, come la Russia di Putin. Con il rischio, tra l'altro, di irritare la sgangherata America, ora rappresentata da Trump.  
Detto altrimenti: la forza di gravità politica, al di là delle nostre dichiarazioni bellicose,  sospinge inevitabilmente  verso il nostro naturale centro politico,  che è quello scandito dai tempi politici ed economici  di una potenza  medio-piccola che può guadagnare solo da scambi commerciali pacifici e soprattutto  dalla conservazione di buoni rapporti con gli alleati europei.  Tra la   forza tranquilla dell'  egemonia dell’ asse  franco-tedesco, o se si preferisce europeo,   e  quella irrequieta e autoritaria della Russia Putin, crediamo trascorra   una notevole differenza.
Pertanto,  cosa che deve essere chiara,  la scelta italiana non è tra una politica di forza e l’altrui egemonia, ma tra il sottostare, come impone la forza di gravità politica,  a  due egemonie: una pacifica, l’altra  meno, molto meno.  E, ripetiamo,  la storia insegna, che inevitabilmente, la forza di gravità si vendica. Sta al politico avveduto  la scelta tra  assecondare il buon uso della forza di gravità politica   o  precipitare nel vuoto di una disastrosa  guerra e di un penoso isolamento economico. 
Sotto questo aspetto, lo sviluppo, abbastanza positivo (considerato il punto di partenza italiano) delle trattative sul bilancio con l'UE,   sembra incoraggiare l’ipotesi che l’attuale governo giallo-verde stia subendo il peso della forza di gravità politica, non sappiamo però  se consapevolmente o  meno. Comunque sia,  qualcosa si muove.  Vedremo.


Carlo Gambescia                           

giovedì 13 dicembre 2018

Giuliano Ferrara e  “il liberalismo che se l’è fatta sotto”
E allora Margaret?


In un interessante articolo sul “Foglio”, Giuliano Ferrara, prendendo spunto dalla marcia indietro di Macron, irride, da vecchio  leninista pavloviano, al “liberalismo che se l’è fatta sotto” (*) . 
In effetti,  l’idea che i liberali ne se battent pas viene da lontano. Probabilmente risale  ai primi trent’anni del Novecento, quando il liberalismo, consolidatosi  al governo, un po’ ovunque in Europa, si arrese prima  al socialismo parolaio, e, dopo, al  fascismo e nazismo, che dalle parole passarono subito ai fatti. Senza dimenticare che, per alcune cucchiaiate di decenni,   Lenin, Stalin, Krusciov e Brežnev, su questa debolezza ci contarono... 
Pareto scrisse cose terribili, ma in larga parte vere,  sull’umanitarismo social-liberale, che con il vero liberalismo a dirla tutta, quello delle navi commerciali difese dalla flotta britannica, del colonialismo hard o soft a seconda dei casi, delle rivoluzioni liberal-nazionali  e dei borghesi che volevano "morire  da filosofi", sempre  in lotta contro i rossi e i neri (socialisti e preti), con il vero liberalismo, dicevamo,  quello targato 1815- 1914  non aveva nulla e non ha nulla a che vedere.
A rigore,  in tutta l' Europa del Novecento,  l’unico vero leader liberale, dalla morte di Churchill,  che tra l’altro  su alcuni punti sociali era piuttosto morbido,  degno di questo nome,   rimane  Margaret Thatcher,  donna con le gonne,  che ha legato la sua fortuna politica a un formidabile decennio.  Reagan, la cui fama,  non è inferiore, fu in realtà, più conciliante, meno liberale.  Almeno così scrivono gli storici, non di parte.
Ovviamente, restano, ieri come oggi,  le istituzioni liberali, le procedure improntate, però secondo certo gusto prevalente socialista riformista,  al compromesso.  A ciò che  troverebbe il punto di coagulo politico  in una  attitudine a calarsi le brache.   Si pensi ad esempio, a come l’UE si sta comportando con l’Italia…  E a  come l’Italia si sta comportando con l’UE:  il giochino  - è di oggi -   dal  2.4 al 2,04  dovrebbe mettere d'accordo tutti.  Tuttavia, come ogni compromesso, ha  dei lati comici alla Totò:  perché in fondo, si cambia  un' etichetta, spostando la virgola.  Una specie  di   gioco di prestigio:  come vendere la Fontana di Trevi,  senza che  gli elettori, come quel turista americano, si accorgano  della fregatura.  
Parliamo di  un universo istituzionale, comunque importante, che include l’UE, le istituzioni economiche e commerciali internazionali, l’ONU, e le  organizzazioni connesse. Per carità,  sempre meglio che le bombe atomiche.  Tuttavia,  se al riguardo,  si dovesse proprio scomodare il termine liberalismo, potremmo parlare di liberalismo macro-archico:  un liberalismo socialdemocratizzato,  assai lontano dal liberalismo micro-archico, hayekiano, non disarmato,  dunque con punte archiche, di realismo politico,  come invece si può definire  quello della  Lady di Ferro e dello stesso Reagan.  Due rondini, checché ne dicano gli avversari,che purtroppo nell' asfissiante clima costruttivista novecentesco non hanno fatto primavera.Soprattutto in Italia.  
Per non parlare infine della distanza che intercorre tra liberalismo archico, in qualche misura incarnato da una Thatcher, che manda la flotta a riconquistare  le Falkland, e  le forme utopiche e in fondo pacifiste di liberalismo an-archico.
Come il lettore avrà sicuramente notato, il nome di punta  resta quello della Thatcher,  in parte perché lo merita, in parte, perché, considerato, rispettosamente,  anche il ruolo storico di  Reagan,  sarebbe difficile  se non impossibile  indicare - ripetiamo -  per la seconda metà del Novecento (ma con propaggini nei nostri giorni), un  vero leader liberale,  all’altezza della Lady di Ferro.
Ferrara ha  deriso  Macron,  sbagliando bersaglio: nel senso che il Presidente francese, che pure stimiamo,  non è un liberale in senso stretto, ma un tecnico (non è una critica), con un passato socialdemocratico (questa è una critica), che si trova a gestire istituzioni di tipo liberal- macro-archico,  inevitabilmente,  portate al compromesso, perché vittime  (le istituzioni)  della  nemesi politica accanitasi  sul sontuoso pluralismo tocquevilliano:  una autentica disgrazia che si chiama   pluralismo corporativo. Parliamo di  un meccanismo, alla lunga autodistruttivo,  segnato dalla lotta tra  agguerrite  coalizioni distributive. Alle quali,  prima o poi,  si deve inevitabilmente concedere qualcosa.  E i gilet  gialli sono soltanto  gli ultimi nati  di una lunga serie di parassiti welfaristi.
Sotto questo aspetto  l’epica lotta contro i minatori, culminata con una grandissima vittoria  della Thatcher,  ci ricorda che non tutti i liberalismi sono uguali: pronti a calarsi le brache. 
È indubbiamente questione di palle (pardon), ma anche di formazione,  tradizioni culturali e buon uso delle istituzioni  liberali  da parte di un leader liberale.  Un vero leader liberale. 
Pertanto la questione è un pochino più complessa. Ma per capirlo si deve conoscere a fondo il pensiero e la pratica liberali. Diciamo che sul punto specifico, un post leninista come Ferrara,  pur coltissimo per carità,  va a orecchio. Evidentemente,  nessuno gli ha mai insegnato a leggere la musica liberale.   

   

mercoledì 12 dicembre 2018

Riflessioni
A proposito di cultura populista…

Fonte:  https://www.corriere.it/cultura/17_maggio_02/saggio-carocci-mussolini-giustizia-liberta-marco-bresciani-1eb41132-2f59-11e7-88d3-be5206e98599.shtml

Esiste la cultura populista?  Diciamo subito che il concetto di cultura, modernamente inteso,   è  un’invenzione degli antropologi e dei sociologi.  Discende in linea retta dallo storicismo tedesco dell’ottocento, per confluire, filtrato dall’evoluzionismo etnologico britannico, nell’alveo della moderna antropologia culturale e sociale.
Un esempio classico di trait d’union   tra le  propaggini dello storicismo tedesco e l’antropologia è rappresentato dal celebre lavoro di  Ruth Benedict  sui modelli di cultura,  dove Spengler, viene esteso e  applicato allo studio dei nativi americani. 
Che c’entra tutto questo con la cultura populista?  La divisione tra cultura alta,  delle élite,  e cultura bassa, del popolo, ovviamente è antichissima,  però la sua formalizzazione  risale a storicisti, antropologi e sociologi.
Il populismo oggi imperversante,  probabilmente senza neppure saperlo, affonda le  radici ideologiche nel brodo culturale dell’Ottocento, dove storicismo ed evoluzionismo, approfondirono e ratificarono la divisione tra cultura alta  e cultura bassa.  Sotto questo aspetto il populismo punta sulla rivalutazione della cultura bassa (quindi accettando, suo malgrado,  la partizione evoluzionista),  incanalandola però nell’alveo di  una tradizione vivente, racchiusa negli usi  e costumi popolari,  tipica dello  storicismo romantico.
Pertanto di post-moderno - come invece spesso si legge -  nei movimenti populisti c’è veramente poco.  C’è invece  il richiamo all’idea di tradizione o cultura  vivente, inquadrata politicamente, come eterna  fonte di saggezza e buonsenso popolare. Una visione che ad esempio  ci  riporta a un giurista romantico come  Savigny,  ovviamente per chi oggi  abbia  la pazienza di andare a rileggerlo. 
Non per niente, un  populista come Salvini  e  i suoi alleati  pentastellati  parlano  di “buonsenso al governo ”,  andando a pescare, senza saperlo, nell’immaginario  romantico. I critici come gli apologeti queste cose però dovrebbero saperle...
Ora, un approccio del genere che trasforma il concetto di sovranità popolare, che pure è base legittima delle  liberal-democrazie contemporanee,  da formula  costituzionale  in   giudizio di  valore, facendo coincidere popolo e verità, è molto pericoloso. Perché, il vox populi, vox Dei (come vedremo, secolarizzato),  non ammette, per i singoli cittadini,  quel diritto di replica  che è l’altro  pilastro sul quale poggiano le liberal-democrazie. Diciamo,  il pilastro liberale.    
In Italia, il  populismo fascista, prendendo spunto dalla rapsodica megalomania mazziniana, si incaponì sulla visione del  popolo  come  entità metafisica, addirittura divina:  idea totalizzante,  che  -  come insegna la sociologia delle  istituzioni - una volta   calata nella realtà,   si trasformò inevitabilmente  in fatto e fattore organizzativo.
Sicché Mussolini, via Gentile,  immanentizzò  Mazzini  in termini di Stato Etico, nonché,  ancora  più prosaicamente, in Stato di Polizia: come si può tuttora evincere  dalla  famigerata coppia di carabinieri, onnipresente nelle  foto d’epoca,  che accompagna,  ammanettati, al confino, oppositori politici  - i singoli, di cui sopra -  privati del diritto di replica.  Meraviglie di un altro stato  dove il buonsenso era al governo...
Pertanto  -  per rispondere alla domanda iniziale -  la cultura populista esiste,  eccome. E può far danni. Molti danni.

Carlo Gambescia 
                 

martedì 11 dicembre 2018

La tesi del governo populista come male minore
Scudo contro scudo



Ancora oggi, tra gli storici,   mancano  spiegazioni univoche sull’atteggiamento conciliante dei  governi liberaldemocratici verso  il  fascismo e il nazionalsocialismo.  A dire il vero,  l’ascesa di  Mussolini in Italia fu  facilitata dalla connivenza di una classe politica che fino  ad allora si era dichiarata  liberale e riformista.  In Germania, fu  la stessa cosa.  Ma anche  i governi  stranieri, come ad esempio  quello britannico,  assunsero in seguito verso le dittature di  Mussolini e Hitler  un atteggiamento di benevola attesa se non proprio di tolleranza.
All’epoca,  si sostenne in Italia, come altrove,  che due regimi anticomunisti,  fortemente  sociali e protezionisti  avrebbero fatto da scudo al dilagare della rivoluzione comunista, che aveva vinto in Russia. Il liberalismo, da solo non ce l’avrebbe mai fatta.
Si chiama   tesi dello scudo, ripresa  da  non pochi storici.   In realtà,  siamo davanti a  un argomento che torna regolarmente  in politica  e che  si basa sulla logica del male minore:   meglio il fascismo che il comunismo;  meglio  Vichy che può frenare l’impeto tedesco, che una Francia totalmente occupata; meglio la Repubblica di  Mussolini, per le stesse ragioni;  meglio De Gasperi che Togliatti;   meglio l’accordo con i comunisti di Berlinguer, che la lotta armata e la rivoluzione. E così via.
Oggi, tra i  membri delle élite, non solo politiche, molti ricorrono alla tesi dello scudo per difendere la legittimità politica del governo populista.  In questi  giorni ci si sente  ripetere, con tono condiscendente,  che  sono preferibili  i populisti al governo che i  populisti nelle strade,  come in Francia.  La prova, politicamente vivente,  di questo atteggiamento rinunciatario è  rappresentata  dalla foto del Presidente della Repubblica Mattarella  che  firma senza battere ciglio il Decreto-Sicurezza. Perché?  Per evitare, si è sottolineato al Colle,   la caduta del governo giallo-verde e i populisti nelle  piazze come in Francia. Insomma,  si preferito  un presunto  male minore a un presunto male maggiore.
Purtroppo,  il termine “presunto” rappresenta la chiave  per capire il senso della politica dello scudo e i suoi pericoli.  Perché, se ci si passa l’espressione,  il  calarsi le braghe  non sempre paga.  Dipende da quanto la percezione del male minore sia vicina alla realtà. Quindi la domanda oggi è: i populisti al governo sono  realmente il male minore?
A nostro avviso, no. E le motivazioni le abbiamo più volte ricordate.  Possiamo  riassumerle, ricordando   la natura profondamente antisistemica ( antiliberale e anticapitalista) del Movimento Cinque Stelle e della Lega. Quest’ultimo partito rivela addirittura connotazioni fasciste e razziste. Purtroppo, triste constatazione,  siamo sempre  di  meno a indicare il pericolo di un grave  fraintendimento della natura autoritaria se non dittatoriale del governo giallo-verde.  
D'altra parte, non è una novità.  Agli italiani, come altre volte nella storia unitaria, viene indicato uno scudo, dietro cui  essi  poi  sperano di trovare riparo.  E sembra che, anche oggi,  lo abbiano trovato, e  in massa.    Scudo?   Da che cosa? Da un sistema, fondato sull’Europa, sulla liberal-democrazia e sulla libertà di mercato? Sistema  che ha garantito settant’anni di pace, benessere e sviluppo?
Come si può osservare, la tesi dello scudo, poggia su una grave contraddizione. Quale?  Che il male maggiore viene designato  nel sistema liberal-democratico, dal quale il populismo, si dice,  dovrebbe difenderci.  Siamo dinanzi al  rovesciamento totale di una  logica che invece vede, e giustamente,  nel sistema liberal-democratico, lo scudo  contro le involuzioni autoritarie.
Ciò  però significa  che  siamo allo scudo contro scudo: populismo vs liberalismo.  Ovvero,  nella sgradevole situazione di  non poter  ricordare alla gente  che il sistema liberal-democratico, in realtà non è scudo, ma, più semplicemente, è.  
Cosa vogliamo dire?  Che  una volta caduto,  non c’è ritorno,  se non, come  già accaduto, a carissimo prezzo.  Perciò, dover ricordare che il liberalismo è,   significa che forse è già caduto o sta per cadere. 
Carlo Gambescia 

                
                

lunedì 10 dicembre 2018

I fascisti sociologici di Matteo Salvini
Anche gli ebrei rompevano le palle…


Sabato a Roma, nella bella  Piazza del Popolo dello struscio,  non c’erano romani in festa a caccia di regali,  ma  i fascisti. Attenzione,  non  quelli  pseudo-rivoluzionari,  i sansepolcristi  e i “socializzatori”  di Salò,  bensì i fascisti (come dire?) sociologici:  la  piccola borghesia, gretta,  razzista e incivile che odia la cultura  e che invidia chi è appena  sopra . Gli stessi  piccoli borghesi  che di Mussolini  apprezzavano (allora) e rimpiangono (oggi)  i treni in orario e le provvidenze sociali. Quelli  che tuttora  evocano legge e ordine, nonostante  siano  i primi  a infrangere le regole. Prontissimi a gettare alle ortiche la divisa nel caso di un nuovo Otto Settembre.  Prima la famiglia, anzi prima se stessi. Altro,  che   "Prima gli Italiani"...
Brutta gente. Che purtroppo  Salvini è riuscito a intercettare e rivitalizzare.
Il clou della manifestazione? Quando il giostraio, facendo esplodere la piazza,  ha urlato: “Ci sono quelli che fuori dei supermercati ti rompono le palle e  se non gli dai due euro ti rigano la macchina: ma ora bastaaaa!!!” (“Il Messaggero”,  9/12/18, p.  13).
Capito? Questo è il livello. 
Il fascismo durò vent’anni grazie a gente così.  Capace solo  di ricevere  e prendere, salvo poi dare un calcio all’amato Duce, appena le cose  inevitabilmente precipitarono.  Intorno  al pifferaio magico in camicia nera rimasero  solo pochi e  disperati romantici politici. E pure qualche criminale.
Non crediamo però  che i figli e i nipoti degli  ultra-fascisti di Salò, sabato fossero in piazza con Salvini.  C’erano, i figli e i  nipoti  dell’Italia del facile consenso: un fascismo sociologico,   pronto a seguire  il capo quando il vento è in poppa, per  poi  tradirlo  appena le cose si mettono male.    
A proposito del consenso al fascismo, gli storici più acuti, sviluppando l'intuizione di  Renzo De Felice,    parlano, in chiave sociologica,  di  “fascismo regime”, quello dei piccoli borghesi, ignoranti e gretti,  per distinguerlo dal fascismo-movimento, quello, semplificando,  dei matti politici…
Ciò non toglie però, che ignoranti  e  matti,  furbi e ingenui,  nel 1938, tutti insieme  plaudirono e levarono il calice  alle  leggi razziali.   Perché anche gli ebrei  “rompevano le palle”.

Carlo Gambescia