mercoledì 21 novembre 2018

Soros 
e il fischietto per cani dei fascisti


Fischietto per cani.  Oggi  però  ne  parlerò in termini di sociologia della conoscenza. Applicata.  A che cosa?  All’antisemitismo.  Più modestamente, tenterò. 
In realtà, nessuno più si definisce  antisemita.  Nei circoli  neofascisti circola, applauditissima,  la tesi (scopiazzata dall'ultrasinistra) dell’antisionismo.  Tradotto: “Noi non siamo contro gli ebrei ma contro Israele, che  - ecco  il pendant velenoso -  si comporta con i palestinesi  come Hitler  con gli ebrei”. Sicché, in questo mondo, anche i fascisti -  certo, solo in pubblico -   possono  prendere le distanze, dal nazismo.  
Quindi tutto a posto? No,  Perché il ragionamento si basa su una menzogna che, a sua volta, trae forza dalla inesistente cesura tra ebraismo e sionismo,  tra diaspora, frutto dell’antisemitismo più feroce e volgare, e  sacrosanta  formazione  dello stato di Israele. Ma lasciamo stare,  e torniamo al fischietto per cani. 

Dal momento che neppure i  fascisti si  professano più, pubblicamente, antisemiti,  si lanciano messaggi cifrati, come si fa con  i  cani (quando si dice il caso…),  usando il  fischietto a ultrasuoni, però ideologici. Ecco la sociologia della conoscenza, applicata.  Quella che smaschera. O così, almeno crediamo.
Si prenda il caso di Soros, miliardario, abilissimo giocatore di borsa, uomo coltissimo, che non nasconde le sue idee liberal (perché dovrebbe?), anzi appena può,  aiuta  movimenti, partiti e istituzioni  che difendono questa causa politica. E' un suo diritto. 
Naturalmente,  Soros   si è trasformato  nella  bestia nera dei fascisti reinventatisi antisionisti.  Si   evita perciò - ecco il punto -   di evocare  le sue origini ebraiche, per lanciare però  "messaggini" (diciamo così)  cifrati.  Arrivano, con gli ultrasuoni... Chi vuole capire, eccetera, eccetera. 
Si prenda ad esempio il  problematico  post  (definiamolo così, per carità di patria) di Luigi Iannone, dove si pubblica la foto di  Soros e del Primo Ministro austriaco Kurz.  Soros, per inciso, lo ha incontrato per perorare la causa di un'università privata, da lui finanziata,  soppressa  in Ungheria  da Orbán,  altro noto  “antisionista”. 
Ora, sopra la foto, uscita sulla pagina Fb di Iannone, spicca il titolo “Zeitgeist”,  spirito del tempo.  E quale sarebbe lo spirito del tempo? Quello di un miliardario che incontra  un politico di destra, un conservatore.  Forse si saranno stretti  la mano.  E allora?  Che male c'è?  Non capisco?  Di solito, la destra vede con favore la ricchezza,  Ripeto, che problema c’è?  Forse però,  non è proprio così. La destra normale, quella conservatrice,  non ha nulla da ridire,  il fascismo invece sì.  Perché odia la ricchezza, soprattutto se in mani ebraiche, come del resto prova storicamente la promulgazione delle leggi razziali del 1938.  
Pertanto,  quale potrebbe essere - potrebbe, sottolineo -  il messaggio ad ultrasuoni?   Che  lo "spirito del tempo"  vede gli   ebrei ricchi   andare d’accordo con i politici della destra tradizionale,  quella  dei corrotti che tradiscono gli ideali antiplutocratici e antisemiti del fascismo.  Come sembra evincersi  -  sembra, sottolineo  -  anche dai commenti. Non tutti, mi pare,  agli ultrasuoni.  
Tesi, che più in generale, dunque al di là del senso da attribuire al post di Iannone,  rinvia all'immaginario  del neofascismo duro,  puro e ottuso (ma potrebbe essere altrimenti?). Un mondo, popolato di lunatici (non trovo altro termine),  che,  tra l'altro, mostra, ancora una volta,   di non aver  mai letto  Giano Accame: fascista intelligente dal volto umano  (rara avis) e amico di Israele. Nei suoi libri,  già venticinque anni fa,  si scriveva che gli ebrei da un pezzo avevano perso il monopolio del denaro. E che quindi, sostenendo la tesi del complotto ebraico ci si rendeva odiosi e ridicoli. Una pena, insomma. Eppure...
Iannone, tempo fa,  mi fece notare che lui non era di destra.  E che la destra era inutile. Anzi, sottolineò che aveva addirittura scritto un libro in argomento.  Ora, forse,  credo di  capire.     


Carlo Gambescia


martedì 20 novembre 2018

Casa Italia rischia di  bruciare e ci si  divide  sullo "scontro" fra  Salvini e Di Maio
Pagheremo caro,
pagheremo tutto




Se la  situazione non fosse così grave,  l’attenzione dedicata   dalla stampa   allo "scontro", a colpi di twett,  fra  Salvini  e  Di Maio,  con  conseguenti  divisioni in tifoserie sui Social,  sarebbe veramente comica.  Perché?  Per metterla giù alla Crozza   è  come dividersi tra Hitler e Stalin. Per chiunque si faccia il tifo:  nazismo e comunismo pari sono.  Tradotto:  populismo di destra o populismo di sinistra,  il risultato non cambia, populismo al quadrato. Come non muta il conseguente  rischio di   affossamento dell' Italia.
Dare invece  la giusta importanza a quanto dichiara Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, no?

«Uno spread Btp Bund a "300 punti non è coerente con i fondamentali dell'economia" e occorre ridurlo altrimenti "si avrà un impatto sul patrimonio delle banche, un aumento del costo della raccolta e quindi dei finanziamenti a famiglie e imprese oltre a una loro riduzione" che fino a ora non si è "ancora verificata" grazie anche alle misure Bce. E' quanto afferma l'Abi in un seminario secondo cui ogni 100 punti di spread si erodono, in media, 35 punti base del patrimonio delle banche.»
 
 
L’Ansa  ha seppellito  la dichiarazione  tra le brevi.  Certo,  ha parlato un  pincopallino...
Riflessione. Nei momenti storici gravi,  sembra che gli uomini non si  rendano  conto di ciò che potrebbe realmente accadere.  Il popolo urlante marciava su Versailles  e il  capo dei maggiordomi di Luigi XVI si preoccupava della pulizia delle livree. Lo Zar Nicola II, stava per abdicare, e nella cucina del treno che lo ospitava, il capo dei  cuochi di corte  discuteva dei contorni.  E così via.
La vita sociale, e i ruoli che assegna a ciascuno  - questa è sociologia -   ha la  sua forza nella reiterazione, e la reiterazione  innerva  la  normale  routine quotidiana.  Ciò che si è fatto oggi, si farà domani, eccetera, eccetera.
E qual è la normale routine dei cuochi e dei camerieri della stampa?  Trattare un pericoloso governo populista e sovranista in rotta di collisione con l’Europa, come un normalissimo  governo  della Prima o Seconda Repubblica.  Salvini e Di Maio?  Ricordano  Berlusconi  e Fini oppure Craxi e De Mita…  Tutto normale, tutto tranquillo. E' la routine politica italiana. L'unica differenza, si dice,   sono il colpi di twett e i Social che attizzano, ma, in fondo,  "so' ragazzi"... 
Non ci si rende conto -  ecco  affacciarsi  la stupidità storica  -  della  gravità del momento. La casa Italia rischia di bruciare  e ci si preoccupa del colore delle tendine. Per inciso, niente complotti, come alcuni magari credono,  solo il   ritmo,  dolce, della risacca della stupidità umana. L'ottusità collettiva, per ripeterci, del ciò che si è fatto oggi, si farà domani, e così via.    
Alcuni ricorderanno  un vecchio  slogan, minacciosissimo,  degli anni Settanta, gridato nelle piazze:  “Pagherete caro, pagherete tutto”. Fortunatamente,   non andò così. Ci si rese conto  in tempo  dei legami tra  proteste antisistemiche e  terrorismo, e l’Italia politica,  prosciugando l'acqua in cui i pesci (armati)  nuotavano,  ne  uscì fuori, reagendo con la giusta fermezza. E i  mass media fecero la loro parte.
In qualche misura  Salvini e Di Maio, gridano le stesse cose verso l’Europa,  fanno del terrorismo  contro l’Unione Europea. I rischi sono enormi. Ma nessuno si rende conto della gravità della situazione.   Si preferisce discutere di tendine.
Ovviamente, la verità finisce sempre per vendicarsi. Sicché, noi italiani, rischiamo di  pagare caro, pagare tutto. E, questa volta, letteralmente.

Carlo Gambescia                

       

lunedì 19 novembre 2018

Modesta proposta per prevenire il populismo
Voto  censitario, 
culturalmente censitario…



Il Ministero dell' Istruzione vuole introdurre l’Educazione civica agli orali della Maturità, magari si troverà un nome fantasioso in linea con i tempi.  Non crediamo sia misura  utile:  potrebbe servire, per dirla fuori dai denti, solo per far crescere le aspettative assistenzialiste, racchiuse nella Costituzione italiana di stampo socialista, da parte di  un elettore  preda della crassa ignoranza e prigioniero di un cieco, stupido e ignorante individualismo assistito.
Del resto, i disastrosi risultati politici ed elettorali sono sotto gli occhi di tutti. E quel che è peggio, sembra non bastare.  A cosa? A capire che il populismo, di destra e sinistra, non è che la continuazione dell’analfabetismo  storico ed economico con altri mezzi. Elettorali.   
A tale proposito, prendiamo spunto per presentare una nostra modesta proposta per contrastare o prevenire il populismo. Quale? Quella di una democrazia politica  ricostruita  sul censo culturale.  Certo  il termine  democrazia censitaria  può suonare male, soprattutto da quando è  tornata   di moda la democrazia diretta.
Ma, in effetti, di cosa parliamo precisamente?  Di  introdurre test di alfabetizzazione storica ed economica,  a difficoltà crescente,  per votare e  per essere eletti.   Per dirla tecnicamente:   per determinare l’accesso all'elettorato attivo e passivo.  Attenzione però,  il censo culturale non dipenderebbe dal titolo di studio conseguito,  ma da un livello di preparazione che può  conseguire qualsiasi autodidatta di  buona intelligenza e volontà di apprendere. La formulazione dei test  sarebbe compito del Ministero dell'Istruzione,  coadiuvato da una commissione di specialisti.    
Ovviamente,  l’introduzione dei test  implica il rovesciamento del concetto di voto obbligatorio, o comunque come "dovere civico" (Art. 48 della Costituzione).  Nel senso  che, con la nostra proposta, assurge a  valore  di diritto, e di libertà,  anche quello di non andare a votare. Diciamola  tutta: la partecipazione obbligatoria al voto rinvia a una visione coattiva del voto, che, in ultima istanza, confida  nella  quantità e non nella qualità del voto.  Quindi sarà  necessaria una modifica della Costituzione, la cui articolazione lasciamo agli esperti.
Il vero punto è che  la libertà  di  votare o meno (come di candidarsi o no)  rinvia  a  quella concezione liberale del voto,  che,  ad esempio,  distingue il  processo democratico  negli Stati Uniti.   Sicché, in Italia,  una volta introdotto  il voto censitario,  ripetiamo  culturalmente censitario,   per votare  ci si dovrà iscrivere in  apposite liste, comprensive del voto amministrativo e politico, e ogni tornata,  al momento della registrazione,  si dovrà ripetere il test -  attenzione -   che, a livello di prova, varrebbe per tutti:  dal semplice  elettore al futuro deputato e ministro. Per l’elettorato passivo il test  dovrà essere severissimo. Più si è in alto più sono elevate le responsabilità.
Con il  sistema del censo culturale,  i migliori, nel senso della capacità di apprendimento, e dunque della volontà di applicarsi e dell’educazione del carattere, nonché della preparazione e conoscenza, i migliori, dicevamo,  eleggerebbero i migliori:  si verrebbe così  a creare un circolo virtuoso fondato, uno, sulla conoscenza  della storia e dell’economia e due, sulla libera volontà individuale  di sapere chi siamo, da  dove veniamo e  dove andremo. Il censo culturale ci libererebbe, o comunque limiterebbe i danni di un approccio populista  alla politica  frutto velenoso  della presuntuosa ignoranza legata  alla perversa  logica quantitativa  della dittatura di una maggioranza di analfabeti politici. 
Non entriamo, per ora nel merito dei contenuti dei test.  Già comunque immaginiamo le battute degli sfaticati politici  sull' Invalsi elettorale...  Ce ne faremo una ragione.  Per il momento,  crediamo basti aver posto il problema.  Né intendiamo discutere  le prevedibili  critiche  di quei  partiti che  vivono, proprio  facendo leva  sulla  più  crassa ignoranza  storica ed economica dell'elettore.
Ci interessa il principio: quello del collegamento tra censo culturale, ripetiamo non  determinato dal conseguimento di un titolo di studio, ma da dalla "volontà di sapere".   Dote, o se si vuole, un fortissimo movente interiore,  che -  qui l’escamotage, lo ammettiamo -    è patrimonio di pochi.   Dei migliori.  L'esatta antitesi del conformismo di massa, dello spirito del gregge...
Del resto, realisticamente,  che valore può avere il voto di chi non conosca la storia d’Italia e di conseguenza il notevolissimo cammino politico-economico percorso?   O le grandi e positive trasformazioni avvenute?  Di chi non sappia, insomma, quanto sia cambiata, e in meglio,  l’Italia dal Risorgimento al 2018?   E che quindi, regolarmente, finisca per credere  nelle  più strampalate  trovate politiche?
Certo, il voto censitario, inutile negarlo, ha  un valore conservatore, diciamo però,  sanamente conservatore.  Del resto,  a fronte di quel che sta accadendo, solo una reazione conservatrice, nel senso dell'accanita difesa delle grandi  conquiste liberali  fin qui conseguite, potrebbe salvarci.
Il momento è difficile. Chi avrà il coraggio di rilanciare la nostra proposta?

Carlo Gambescia    


            

domenica 18 novembre 2018

I gilet gialli in piazza
La Francia  brucia?



I giornali francesi  (basta fare un giro) non spiegano molto , quelli italiani si limitano al copia incolla.  Le ragioni delle manifestazioni, con qualche incidente, che coinvolgono trecentomila persone, i gilet gialli, in tutta la Francia, sembrano essere economiche: la provincia che protesta per un  caro carburanti che va incidere sui bilanci familiari, sui quali, in assenza  o carenza  di buoni servizi pubblici di trasporto,  pesa  l’uso esteso dell’ automobile (*).  
Ovviamente,  le opposizioni politiche, di destra e sinistra   puntano a cavalcare la tigre, rincorrendo  diverse piste ideologiche,  che però  trovano il trait d'union nella  comune narrazione populista delle élite contro il popolo.   Si lascia credere, ad  esempio,  che revocando gli sgravi fiscali “ai ricchi”, favoriti da Macron, come si favoleggia,  si possa garantire il welfare per tutti i francesi.
Vogliamo essere seri? Sì.  Il più importante studioso dell’azione collettiva , il compianto Charles Tilly (nella foto), ritiene, alla luce di quattro secoli di storia francese dal 1598 al 1984,  che il punto di separazione  tra  movimenti politici ed economici sia rappresentato dal senso che i movimenti collettivi attribuiscono al  ruolo dello stato e del regime politico (**) . Perciò, in Francia,  fino a   tutto il secolo XIX (almeno i due terzi), l’obiettivo delle manifestazioni (in senso lato) fu l’instaurazione di un regime repubblicano (della repubblica aristocratica o democratica, semplifichiamo). Dopo di che la questione economica, come ripartizione-redistribuzione delle ricchezze ad opera dello stato repubblicano divenne  centrale. Di qui, certo spontaneismo sociale.  L’obiettivo delle manifestazioni,  non era più il potere politico, ma il potere economico, fermo restando - politicamente parlando - il ruolo dello stato redistributore.

In questo contesto,  dove collocare le manifestazioni in corso?  All’interno di un conflitto, per ora  di natura spontanea,  non politico ma puramente redistributivo. Che quindi, potrebbe rientrare, essere superato insomma,  attraverso concessioni interne al regime politico repubblicano. Certo, esiste il rischio delle strumentalizzazioni politiche, da parte delle sinistre e destre populiste.  Tilly, insegna, rispetto alla storia sociale francese, che quanto più un conflitto sociale dura nel tempo, tanto più rischia di trasformarsi in politico. Detto in altri termini, cedere, prima che  un conflitto si incancrenisca politicamente, resta la  scelta migliore.  Serve, ovviamente tempismo politico. Cedere quando sia troppo tardi è perfettamente inutile.        
Consigliamo a Macron, moderazione.  

Carlo Gambescia  


(*) Si veda qui: https://www.lemonde.fr/societe/article/2018/11/16/pourquoi-la-hausse-du-diesel-cristallise-la-grogne-des-banlieues-et-des-campagnes_5384675_3224.html 
(**)  Charles Tilly, La Francia in rivolta, Guida Editori, Napoli 1990. Tilly (1929-2008), studioso di sociologia storica, formatosi all’Università di Harvard,  fu allievo di un gigante della disciplina come   Pitirim  A. Sorokin.  Esiste un carteggio, tra i due.                    

sabato 17 novembre 2018

Salvini e Di Maio,  finti litiganti…
Rifiuti? 
Laissez faire, laissez passer




Il "litigio"  tra Salvini e Di Maio  sugli inceneritori in Campania  non è  che purissima accademia statalista.  Fingono di litigare,  magari a voler essere indulgenti,  senza alcuna consapevolezza  di sostenere le stesse cose.  In realtà,  siamo  dinanzi a  uno pseudo-contrasto politico,   sotto il quale invece si nasconde   una  forma  neppure tanto sottile di  terrorismo psicologico. Che si fonda, a sua volta, sull'ormai  rituale  evocazione di immagini care al catastrofismo ecologico.  Scenari apocalittici ai  quali  porre rimedio con il salvifico intervento dello Stato Protettore.  
Perciò, già il fatto che un Ministro dell’Interno  debba occuparsi di questioni ecologiche, la dice lunga sul tipo di strategia  politica adottata.  E non solo in Italia.  Purtroppo.
Cosa vogliamo dire? Che, l’ecologia,  come l’eugenetica nazista, nonostante non abbia alcun valore scientifico, perché fondata su  una base   osservativa ristretta agli ultimi due minuti della storia geologica umana (il resto è rappresentato da ipotesi di scuola),   fruisce del   braccio armato dei  governi, dei giudici,  delle forze di polizia.  Come nel caso dei rifiuti, dove   la  "difesa  ecologica"  del cittadino è  diventata una questione di sicurezza nazionale. Roba da ridere. 
Un poco di storia.  Alle origini di tutto,  c’è il  "rifiuto" o  scoria  industriale,  criminalizzato dai nemici del capitalismo, perché giudicato il  pericoloso sottoprodotto dell'odiata industria capitalistica. Non che all'inizio  non vi fossero ragioni al riguardo.  Ma oggi  gli  "opifici fumosi" sono solo un ricordo.  Nel Novecento, basta leggere qualsiasi storia dell’economia industriale,  il fenomeno si è praticamente ridotto a zero in tutto l’Occidente, proprio   grazie a meccanismi spontanei,  auto-correttivi e selettivi di diversificazione delle tecniche produttive  e quindi anche dei rifiuti. Dunque, grazie al capitalismo stesso.  Insomma, l'economia di   mercato ha mostrato di  racchiudere in sé un enorme potere auto-regolativo. Anche nell'ambito dei rifiuti industriali...  
Dopo di che,  cosa è accaduto?  Non potendo più attaccare il capitalismo industriale,  per così dire,   la palla è passata ai rifiuti urbani,  anch’essi odiatissimi dai nemici del capitalismo, perché frutto di un “vergognoso” modello di vita consumistico. Non sia mai...  
Di qui, gli inviti a consumare di meno,  a riciclare, i regolamenti,  eccetera, eccetera. L’idea del riciclo si è dimostrata particolarmente deleteria, perché ha introdotto vincoli e nuovi tributi.  E soprattutto nuove intrusioni da parte dei poteri pubblici, tesi a  controllare  un fenomeno che in realtà non è controllabile,  perché legato alle abitudini,  ai costumi,   ai flussi economici della domanda e dell'offerta di beni. Si chiamano rifiuti, ma in realtà, per quanto possa apparire curioso,  discendono da scelte di valore e di  libertà.       
Il contrasto politico  tra Salvini e Di Maio  riguarda solo apparentemente la salute dei cittadini. Sotto di esso  si nasconde  il  conflitto per l’appropriazione di risorse private  e pubbliche:  conflitto nato da un problema che non esiste, o esiste solo per consentire a un occhiuto  stato predone e assistenzialista, di appropriarsi di risorse private,  puntando sulle paure indotte da  catastrofismo ecologico. Insomma, Salvini e Di Maio fanno finta  di litigare, dal momento che condividono le stesse idee stataliste e la stessa fame di risorse private.
Ma allora la “terra dei fuochi", la camorra, eccetera, eccetera? Letteratura poliziesca, utilizzata politicamente, ricorrendo a metafore catastrofiste.  Certo, è ovvio,  che nel  para-pubblico “commercio dei rifiuti”, si siano infilate le organizzazioni criminali,  che però  rappresentano  l’ultimo anello di una viziosa catena sociologica  che lega  anticapitalismo, catastrofismo ecologista e  burocrazia predatoria e corrotta.  Al servizio, ovviamente, di   politici statalisti, come Salvini e Di Maio, che, non ci stancheremo mai di ripeterlo,  con la scusa di fare il bene dei cittadini, magari facendo finta di litigare, puntano invece a depredarli e schiavizzarli, fin  dalla raccolta dei rifiuti.
Quali rimedi? Laissez faire, laissez passer.   Sì, pure la “monnezza”.  Meno regole e largo ai privati. E soprattutto,  valutare le “scienze ecologiche” per ciò che sono: un cumulo di fregnacce anticapitaliste. 
Carlo Gambescia

                                             

venerdì 16 novembre 2018

Il “giornalismo con la schiena dritta”, 
secondo Alessandro Di Battista



Ma  si può sapere  cosa vuole  Alessandro Di Battista? Da dove viene il  suo odio per la società aperta? Al fondo, insomma,  per tutto ciò che è liberale?   Perché di questo si tratta.  
I fatti.  Il post-deputato grillino,  ha scritto un  post sulla sua pagina Fb dove, per difendere Virginia Raggi (e anche se stesso),  contrattacca insultando.  

“Chi davvero sta colpendo la libertà di stampa sono svariati sicari dell'informazione ormai distaccati dalla realtà e capaci di scendere in piazza per difendere esclusivamente la loro posizione di potere che ha molto più a che fare con quella servitù volontaria descritta da Étienne de La Boétie che con il desiderio di indipendenza che tanto sbandierano in queste ore.”

Ora, Di Battista non  era nessuno,  si è infilato, come un surfista, tra le onde populiste, che ha scalato e cavalca. Si chiama  mobilità sociale, tipica della società aperta.  Avrebbe fatto la stessa carriera nel Cile di Allende e Pinochet?  Nella Cuba di Castro?  Nella Corea del Nord? Nel Venezuela di Chavez? Nella Russia di Putin?  Società chiuse,  dove la libertà era ed è un miraggio?   Governate, queste sì, dai “sicari” dell’informazione e della politica.
E invece lui, Di Battista,  vive in  Italia, viaggia,  si gode la vita,   dice le stupidaggini che vuole.  E c’è pure chi vi crede.  E lo vota.  Di che si lamenta?   
Sto scrivendo delle banalità.  Lo so.   Parlo dell’ ABC della politica liberale. Dovremmo essere tutti d’accordo.  Eppure…   Un inciso,  dover  pubblicare, costretto dagli eventi, un pezzo su  un personaggio intellettualmente mediocre come Di Battista,  mi sconforta.  Che tristezza.  Eppure, devo farlo. 
E allora andiamo subito alla  concezione del mondo (parola grossa) di Alessandro Di Battista.
Si presti   attenzione  ai professionisti che indica come campioni del “giornalismo con la schiena dritta”:  Marco  Travaglio, Massimo Fini, Fulvio Grimaldi, Pietrangelo Buttafuoco.  Nell’ordine: un giacobino, un talebano, un terzomondista d’antan, un islamo-fascista. Gli altri nomi, Bechis, Costamagna, Gabanelli,   rinviano al giornalismo  delle piazze in favore di telecamera. Bechis  è il più inquietante, sempre ben informato.  Troppo. Lui dice che studia. Mah… Infine,  Alberto Negri,  scrive bene,  ma legge le relazioni internazionali inforcando le lenti del pacifismo e del moralismo.  Diciamo però, che è l’unico che si salva.  Un bastian contrario, vero. Forse.
Giornalisti "dalla schiena dritta" che però  rinviano, ideologicamente,  a un’idea di  società chiusa, dove le maggioranze, leninisticamente manipolate da pochi eguali più eguali degli altri, decidono a colpi di “sappiamo noi quale sia il bene per voi”. Il massimo dell'élitismo, altro che élite contro il popolo... Voegelin, parlava di gnosticismo politico.   
Il professor Sartori, pace all’anima sua,  sosteneva sulla scorta di Tocqueville e di  un sano pensiero liberale -  lo stesso detestato da Di Battista e dai  “giornalisti con la schiena dritta”  -  che il criterio della maggioranza onnipotente, nella migliore delle ipotesi,  conduce speditamente  alla dittatura. Mentre,   quel   che conta  veramente   è la possibilità di una naturale alternanza al potere.  Per fare ciò però  occorre, che  maggioranza e opposizione condividano i valori fondamentali  della società aperta: democrazia rappresentativa,   separazione dei poteri,  stato di diritto e  libero mercato. Per poi dividersi fisiologicamente sul resto (quanto stato? quanto mercato?, eccetera, eccetera).   Se invece stampa, partiti e cittadini  si dividono patologicamente sui fondamentali valori liberali,  in  nome del popolo contro i traditori del popolo,   la società  da aperta rischia di trasformarsi  in chiusa.  Quel che sta accadendo in un’ Italia dove si teorizza il chilometro  zero politico.  Dove, semplificando, l'idea di maggioranza, diventa un martello totalitario per schiacciare, menando colpi forsennati, quelle minoranze che sono il sale della democrazia liberale.
E -  attenzione - personaggi  dalla  “schiena dritta”  come il giustizialista Travaglio, nemico della separazione dei poteri;  gli anti-occidentalisti  Fini e Grimaldi, nemici del mercato; gli anti-liberali  come Buttafuoco cantori delle "rivoluzioni nazionali"  fasciste e naziste  tra le due guerre mondiali,   sono  tutti, dico tutti,  testimonial della società chiusa.  Per dirla dottamente, addirittura i precursori, per così dire  in tempo reale,  di quel che sta accadendo di brutto all'Italia.
Ecco, dunque,  il  magnifico  modello di sviluppo politico ed economico propugnato  da Alessandro Di Battista.   Al quale attingerebbe  il  “giornalismo con la schiena dritta”.  Certo, quel tipo di “schiena dritta” che va di moda nel  Venezuela di Chavez e Maduro,  paradiso che tanto piace a Di Battista. Perché non va a vivere laggiù? 
Un’ultima cosa.  Dalle sue  non proprio vaste letture  Di Battista,  trae  il concetto di  “servitù volontaria descritta da Étienne de La Boétie”. Che dire?  Cascami ideologici della cosiddetta “Italian theory” (si veda  l’acuto  saggio  di Portinaro in argomento), una scuola (o quasi)  post-marxista  che, dal momento che considera il liberalismo una forma di totalitarismo, usa il concetto di servitù volontaria per criticare la società aperta, la società liberale, insomma.
In realtà,  come gli storici delle idee insegnano, Étienne de La Boétie  criticava il nascente stato assoluto.  Quindi,  l’errore dov’è ?   Nel fatto  che si utilizza un concetto liberale per criticare un totalitarismo liberale che non esiste, se non nella mente contorta di Alessandro Di Battista. Il quale, invece di rileggersi (o meglio leggersi) le pagine di Tocqueville sulla tirannia della maggioranza,  cita, forse senza neppure saperlo, l’ Étienne de La Boétie che piace ai post-marxisti italiani,  nemici assoluti  della società aperta, da sempre, infaticabilmente,  in  cerca del  comunismo ideale.  
Insomma, i due estremi, populismo (grillino) e  marxismo (post-iccio), intenzionalmente o meno,  si ricongiungono.  Certo, sempre con la “schiena dritta”. Salvo poi  spezzarla, una volta agguantato il potere,  a chi la pensi diversamente. 
Carlo Gambescia                                   

giovedì 15 novembre 2018

  Luca Telese scomunica l'opposizione pariolina
L’Edipo di piazzale  Don Minzoni



Incrociai  una volta Luca Telese, forse nel 2007,  nell’ufficio di un editore di destra. Con uno sguardo mi fece capire che ero di troppo.  Capii subito, che non lo avevo sufficientemente omaggiato.  Girai i tacchi, e tornai in cucina tra la servitù. Chissà cosa  dovevano dirsi con il “capo”.   Misteri da Chiarelettere…
All’epoca, i neofascisti  consideravano Telese  una mosca bianca  perché  aveva scritto - con il tatto di Alfonso Signorini -   dei “camerati caduti durante gli Anni di Piombo”. Però i fasci  lo guatavano  con curiosità e sospetto,  perché, come si mormorava, veniva da sinistra  e  “lavorava per quel plutocrate di Berlusconi”.  L’immaginario neofascista  è sempre andato  veloce. Troppo, forse. Colpa della fame. Di potere.
L’aspetto, se si vuole la fisiognomica di Telese, seppure scorta per un attimo, era  quella  dell’intellettuale volpino, ansioso, incazzoso con gli inferiori, servile con i superiori (o verso chiunque al momento comandi).
Mi fece subito pensare al  collabò  idealtipico,  che dopo aver tanto dato (e preso), scappa al seguito dei nazisti, per passare  da un  castello all’altro.  Ma che all’improvviso,  gli si apre il valigione,  da cui fuoriescono, ruzzolando,  salami, mutande rotte, dollari, copie malridotte di giornali e libri… Sicché viene riconosciuto e giustiziato. Chiamala se vuoi sfortuna. Ma anche segno che dio esiste.    
Certo,  l’abito non fa il monaco.  Magari,  il serpente a sonagli… Difficile dire.  Si potrebbe chiedere ai compagni di sventura di  “Pubblico”, che chiuse dopo tre mesi: un vero record.  Telese,  si era messo in testa di fare il direttore.  Chiamale se vuoi illusioni.    
Ora, invece,  vuole farla finita con la borghesia italiana. In un editoriale  senza capo né coda  (*), attacca le signore con le borse di coccodrillo vs Raggi.   Per far vedere che ha letto Gramsci,  tira  fuori l’asso nella  manica:  il concetto di “sovversivismo delle classi dirigenti”.  Dimenticando, che Gramsci si riferiva  a un fenomeno che attraversava  longitudinalmente (per buttarla sul sociologhese) la società italiana, fino a comprendere  i non casti connubi  tra borghesia, piccola piccola,  e fascismo rampante e inelegante. Chiamali se vuoi, con De Felice, anni del consenso.
Che c’entra l'attivo spendersi delle arti liberali al femminile per il  referendum anti-Atac  con i passivi borghesi piccoli piccoli che intonavano “Giovinezza” e giubilavano per la visita di Hitler a Roma? (“Anvedi che alleato s’è scelto il Duce, e chi c'ammazza”, citaz. da “Una giornata particolare“).   
Diciamo che le  signore dei  Parioli, che Telese  attacca,  non lo hanno mai accettato. Chiamalo se vuoi, un materno vaffanculo.
E lui, povero Edipo  antiborghese, sfanculato,  continua a vagare per  piazzale Don Minzoni. Maledicendole.  Adda venì Salvini!  E pure Di Maio…    

Carlo Gambescia  

P.S. Per i non romani: piazzale Don Minzoni è in zona Parioli...