mercoledì 12 settembre 2018

  I giudici di Roma cambiano idea   
Mafia che va, 
mafia che viene...



Contrordine (un tempo si sarebbe detto) compagni.  "Mafia Capitale" vive  e lotta insieme a noi.  Torna a vincere (si noti  il termine)  il  teorema del Procuratore capo  Pignatone   sui rapporti - a dire il vero mai provati concretamente -   tra mafia siciliana,  mondo di mezzo  e varia umanità politico-criminale romana.
Cosa  dire?   Intanto si può notare  che, solo in una società aperta ma non liberale, qualsiasi sentenza rischia  la  strumentalizzazione politico-mediatica.  Nel caso di "Mafia Capitale", insieme a Pignatone  tornano a cantare vittoria Cinque Stelle e la  congrega di quel romanzo criminale, che da Portella della Ginestra,  via Pci e azionismo muckraker,  giunge fino alle gesta di Carminati e Buzzi.  Per la serie continuiamo a farci del male, in particolare alle istituzioni, preparando la strada al castigamatti… Ovviamente nel tentativo, così dicono, di salvare lo stato di diritto.  Pura etica dei principi, però al servizio dei mezzi. Politici.
Dicevamo società aperta ma non liberale.  Il lettore non sobbalzi sulla sedia.  Ma come  i due termini non sono sinonimi? In realtà, una società può essere aperta, come quella americana (compri, vendi,  fai quello che vuoi), e  al tempo stesso liberale, perché sono per primi i giornalisti, magistrati e politici  a esercitare responsabilmente i propri diritti. Pura etica dei mezzi, al servizio dei principi. Ecco il vero stato di diritto.  Che significa rispetto di procedure legali  e codici deontologici, realmente interiorizzati. Ovviamente con delle eccezioni. Da ultimo Trump e il suo misterioso e schizoide pianeta verde.  Lo  stesso discorso del  giornalismo responsabile, o quasi, si può estendere a quello britannico. Chiamale se vuoi, tradizioni di libertà.
In sintesi, essere liberali in una società aperta, significa esercitare il diritto di informazione in modo responsabile. Si chiama autodisciplina: significa capire che il “teorema” è una cosa,  l' “informazione”  su un  politico  che ruba un’altra. Tradotto: giustizia non è sinonimo di giustizialismo. In Italia, la distinzione, se mai c’è stata, è sparita da un pezzo. Sicché tutti accusano tutti di mafia, quasi un mestiere (Sciascia, cosa notissima, parlò di  "professionisti dell’antimafia"). E,  cosa più grave ancora, fino al punto che  nessuno  crede più nelle istituzioni preposte a combattere il fenomeno. Semplificando: se tutti sono mafiosi, nessuno è mafioso e viceversa… Con tanti cari  saluti allo stato di diritto.
Si dirà che, con il nostro dire,  stiamo sminuendo lo “sforzo eroico” di un  pugno, di politici, di magistrati e poliziotti,  che da anni lotta, eccetera, eccetera.  A parte, che dietro  questa  accusa  si nasconde  il vecchio argomento retorico della  mozione degli affetti,  qui  va  considerato un fatto che tanto normale non è. Quale?   Che al  solo  avanzare dubbi  sulla macchina giudiziario-mediatica  si rischia la scomunica  e  la rubricazione a mafiosi di complemento.
Non sappiamo ciò che realmente sia accaduto a Roma:  ma  sembra poco o punto  liberale  iscriversi a una delle due tifoserie. Da una parte quelli del “romanzo criminale”,  dall’altra  quelli  che ancora difendono il romanzo  dell’ex giovane povero   Silvio Berlusconi, perseguitato dai magistrati.  A dire il vero, persecuzione ci fu,  ma il Cavaliere, nulla si fece mancare.  Neppure lo stalliere.  Ma questa è un’altra storia.
Il vero  punto allora  qual è?   Che  continuano a volare  palle di  letame,  gli schizzi sporcano tutti, l’aria si è fatta irrespirabile. Rischiamo il castigamatti. E così, buonanotte ai suonatori:  addio società aperta, e pure liberale. 
Carlo Gambescia
                   

martedì 11 settembre 2018

Allarmi siam fascisti!


L’Onu mi critica? Taglio i fondi. Ecco, in sintesi, la politica verso i diritti umani  di Salvini. I giornali mi criticano? Metto in prigione gli editori.  Et voilà, cosa intende per libertà di stampa Luigi Di Maio.
Un linguaggio del genere, non si sentiva in Italia, dai tempi di Mussolini. Altro figuro  che "tirava dritto", salvo poi portare l’Italia al macello.
Alcuni amici  mi  criticano, per la  durezza nei riguardi del governo giallo-verde. Soprattutto, si ritengono esagerati i miei paragoni con il fascismo.  Vorrei ricordare, che  estrema destra  e populisti (e il populismo non è altro che fascismo perseguito con altri mezzo, per ora) crescono in Europa. Perfino nella civilissima Svezia. In Italia e Austria, altri due paesi, fino a ieri potenzialmente civili e democratici, sono al governo. Inutile commentare quel che sta accadendo nell’Europa dell’Est, che invece civile e democratica non era.
La Norvegia  ha conosciuto Quisling,  postosi entusiasticamente al servizio  di Hitler. Terra,  dove un grande scrittore come Hamsun,  non nascose mai la sua ammirazione per gli uomini del destino. L’Austria, prima dell’Anschluss,  pseudo-invasione accolta  con demenziale sollievo, era nelle mani di un catto-corporativo  e populista come Dollfuss, amico di Mussolini.  Quando, il semi-dittatore austriaco   venne eliminato fisicamente, la famiglia era in vacanza in Italia.  Il Duce,  l’ inventore del fascismo (privilegio tutto italiano),  non alzò un dito. 
L’humus collettivo,  ideologico e politico - per non parlare del dilagante razzismo immaginativo -  che può consentire prima  una svolta autoritaria, poi totalitaria verso i dissenzienti, c’è tutto.
Non è possibile non  preoccuparsi.  Sembra di assistere a un film già visto. Anche lo stesso consenso di cui gode il governo giallo-verde ricorda il clima di fiducia che circondò il primo governo Mussolini.
Fin quando non cambia la vita quotidiana,  la cosiddetta “gente” si fa i fatti propri  e non si interroga più di tanto. Ci vollero le bombe alleate, dopo più di vent’anni, perché gli italiani capissero in che guaio  si erano cacciati.  In Italia, tra l’altro, dilaga da anni -  almeno da Tangentopoli -  quel   risentimento  verso i politici che è fonte di consenso verso  i  partiti che promettono di fare "piazza pulita"  (tra l’altro titolo  di un famigerato talk  televisivo…).  Anche del Parlamento. 
Per fare solo un piccolo  esempio storico, sulla forza sociale dell' acquiescenza collettiva,  quando il 27 novembre del 1925 Mussolini introdusse l’obbligo del saluto romano  in tutte le amministrazioni dello stato,  tra la gente comune non ci fu alcuna reazione.  Anzi.
Si dirà, ci sono i Social, non c’è alcuna milizia armata in circolazione, eccetera, eccetera. Chiudere i  Social,  si veda  Cina, Turchia, Cuba,  oppure  controllarli strettamente, come nella Russia di Putin,   non richiede grande fatica.  Quanto alle milizie armate, bastano i  tradizionali strumenti  dello stato: polizia, finanza, carabinieri, esercito.  Non usciamo da un conflitto mondiale come nel 1918.  Bastano pochi uomini decisi nei posti giusti. Il gregge, purtroppo, segue e si accomoda.
Altri amici invece mi fanno notare  che gli attuali governanti sono delle macchiette, che non possono durare, proprio perché tali.  Aggiungendo - seconda puntata -  che siamo in Italia, e che di conseguenza, per ripetere il solito Flaiano,   le  situazioni  politiche sono serie  ma non gravi.  Si diceva la stesso cosa  di Mussolini,  prima che prendesse il potere.   Anche Hitler era oggetto di risate e scherni… Inutile dire, che  Salvini e Di Maio fanno la gioia di umoristi, vignettisti, cabarettisti, eccetera, eccetera. Anche se da quando sono al governo insieme,  mi sembra,  si rida meno di loro. Sempre meno.
Flaiano, a dirla tutta,  era colto e brillante, ma di politica non capiva niente. Era, in fondo,  un moralista.  Come Tacito, che non capì che  Roma sarebbe durata almeno altri tre secoli.  
Si spera che Salvini e Di Maio, durino di meno… 

Carlo Gambescia             
        

lunedì 10 settembre 2018

Domeniche sovraniste



All'inizio, in economia,  Mussolini  fu più liberale  di Salvini e  Di Maio. Parliamo del dopo Marcia su Roma.   Un governo, di cui era premier,   dove praticamente erano dentro quasi  tutti,  esclusi socialisti e comunisti. 
Praticò tagli al bilancio, abolì alcuni prezzi politici, glissò sulla nominatività dei titoli voluta da Giolitti.  Insomma, con  Alberto  De Stefani, alle Finanze, Mussolini tentò di far ripartire l’Italia, guadagnandosi il plauso di economisti come  Einaudi e Pareto, per fare solo due nomi importanti. La sterzata liberista, insomma,  funzionò.  Poi, però, dopo il delitto Matteotti, il fascismo mostrò il suo vero volto, eccetera, eccetera. Pareto, era morto da un annetto, Einaudi, fece i suoi  silenziosi passi indietro.
Esageriamo? No.
Ora, a parte la cialtronesca battaglia anti-immigrati, ovviamente per "il bene degli italiani e della patria", condotta con veemenza tribunizia da Salvini,  che cosa indicano alcune misure proposte? Come il ritorno della chiusura domenicale?  L’abbassamento dell’età pensionistica?  La promessa nazionalizzazione di Autostrade?   Il reddito di cittadinanza?  La “presa  in giro” -  perché questo è - sull’aliquota fiscale unica?  Il solito  balletto sul cuneo fiscale, assai ambito  dagli  imprenditori sfaticati e  viziati? 
Che lo statalismo rischia di vincere su tutti i fronti. Chi pagherà? Per ora, non si dice. Gli italiani, come con Berlusconi e Renzi sono in piena luna di miele… Il risveglio  però sarà brusco.      
E se a  ciò aggiungiamo che Di Maio e Salvini sperano - certo, per ora non si  dice  pubblicamente - di uscire dall’Euro e dall’UE,  la direzione di rotta rischia essere quella dell’isolamento.  Qualcuno la chiama anche autarchia. Ovviamente cari lettori, per inciso, attenti ai conti correnti.  
Intanto prepariamoci a  magnifiche  domeniche sovraniste:   negozi chiusi, "autostrade" care e rattoppate peggio di prima,  "strade" sporche, come a Roma,  "città-modello" pentastellata,  i  quattro spicci in tasca del reddito di cittadinanza, baby pensionati che ciondolano nei parcheggi deserti dei centri commerciali.  Che noia, che barba, che barba, che noia...  Cosa fare? Un’idea Salvini potrebbe averla.  La caccia all’immigrato.  
Che domeniche bestiali.

Carlo Gambescia

                                        

sabato 8 settembre 2018

La replica di Teodoro Klitsche de la Grange  e la  controreplica di Carlo Gambescia
Che c’entrano Marx, Schmitt e Pareto  con la crisi della sinistra? 






Caro Carlo, la tua stimolante e dotta risposta al mio articolo, da te titolato “La crisi della sinistra” mi dà il diritto “forense” alla replica (*)
Tu inizi col criticare “questa tua idea che la dicotomia destra-sinistra rinvii alla dicotomia borghesi-proletari e che di conseguenza, venuta meno questa sia venuta meno quella, scusami, non sta in piedi” e continui poi col contrapporre la tesi di Pareto (sui residui) per cui “Potranno mai cadere i due principali residui   psico-sociologici da lui individuati? L’istinto delle combinazioni e la persistenza degli aggregati?  Il primo rimanda alla psicologia e pratica progressiste, il secondo a quelle conservatrici” mentre le analisi di Marx e Schmitt sarebbero “limitate al mondo moderno e comunque ripiegate su una visione della realtà sociale panpolitica (Schmitt) e paneconomica (Marx): da un lato le depoliticizzazioni (Schmitt), dall’altro il conflitto tra borghesi e proletari (Marx).  Non scorgono altro. Semplificando, Pareto parla a tutti.   Schmitt e Marx al proprio pubblico”.
Ma non è così: le analisi di Marx e Schmitt hanno carattere universale (o almeno pretendono di averlo). La lotta di classe è secondo Marx, una costante storica; l’amico-nemico di Schmitt una regolarità (Miglio) e presupposto (Freund) del politico, come tu ben sai.
Quello che fa la differenza tra le varie opposizioni è il contenuto della distinzione: per quella borghese/proletario è la proprietà dei mezzi di produzione, mentre per le altre ricordate nel Manifesto del partito comunista la scriminante è la libertà personale (liberi e schiavi), l’appartenenza gentilizia (patrizi e plebei), il ruolo politico (baroni e servi della gleba) e così via. Ancor più vario il contenuto della distinzione schmittiana che, non essendo economicista, è aperta ad ogni dicotomia (a fondamento religioso, economico, sociale) che sia in grado di contrapporre i gruppi sociali secondo il “criterio del politico”. Per cui proprio non le vedo le tesi di Schmitt e Marx limitate alla storia europea moderna. Quanto alla distinzione destra/sinistra, notoriamente risalente alla divisione tra partiti nel Parlamento francese all’epoca della restaurazione, tra liberali e ultras – conservatori, mi pare:
a) che sia generica al punto di equivocare sul dato fondamentale: quel’è il fondamentum distinctionis  della contrapposizione? Per i liberali e gli ultras era il potere del Parlamento o del Re; per i borghesi e i proletari la proprietà dei mezzi di produzione.
b) Riportarla ai residui paretiani da te citati, è anch’esso generico e facilmente contestabile. Oggi appartiene alla “persistenza degli aggregati” sia considerare decisiva per la distinzione suddetta la proprietà dei mezzi di produzione (lascito del “secolo breve”), sia il querulo richiamo allo Stato sociale e ancor più l’implementazione di questo con una fiscalità rapace e la compressione di prestazioni e garanzie giuridiche, ampiamente praticate nella “seconda repubblica”, sia i peana alla “Costituzione più bella del mondo” che tale non era, ma, ancor più, è stata ampiamente disapplicata (in peggio) – dalla “seconda repubblica”, ancor più che dalla prima.
Peraltro, in politica si giudica in base ai risultati più che all’intenzione. E tutti i dati – da ultimo quelli pubblicati sul numero dell’ “Espresso” ora in edicola, mostrano che la “seconda repubblica” ha avuto i peggiori risultati economici tra tutti i paesi dell’UE, che il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato negli ultimi dieci anni, e così via. Pensare che di fronte a un tale sfascio non vi sia una incapacità di comprensione (e una responsabilità) della sinistra, magna pars del potere e del governo, è un giudizio troppo benevolo.
In realtà, ma occorrerebbe molto spazio per argomentare è che, gli ultimi decenni al criterio borghese proletario se ne sia sostituito un altro. Proprio come è sotteso al successo populista. Prenderne atto, e agire di conseguenza, è urgente. Pretendere di valutare la nuova situazione con lo sviluppo concreto e lo strumentario concettuale del secolo breve, come fa l’establishment della sinistra di regime, è imitare donna Prassede, come ho scritto. O, più paretianamente, si può considerare un caso-limite di persistenza degli aggregati.
Con la concreta stima ed amicizia.
Teodoro Klitsche de la Grange

***

Grazie Teodoro della gentile e,  come tuo stile, forbita replica.   
Vengo subito al punto, anzi ai punti.
Marx, Schmitt, Pareto (P.S. Su Freund, da te introdotto, va fatto un discorso a parte e in altra sede).  È vero che il conflitto di classe e il conflitto  amico-nemico sono considerati, rispettivamente da Marx e Schmitt, regolarità e costanti, ma d’altra parte   Marx e  Schmitt,  non le  riconducono  al concetto sociologico, realmente universale,  di conflitto, che, come vedremo non sta in piedi da solo. Mi spiego.  Marx  universalizza  la sottospecie (sociologicamente parlando)  lotta  di  classe.  Schmitt, addirittura, parla, in chiave quasi metafisica,  del conflitto amico-nemico, come di un criterio assoluto di distinzione,  alla stregua del bello, del buono, eccetera, eccetera.  Ciò significa, che di conseguenza, Marx e Schmitt, sminuiscono  il concetto sociologico  di cooperazione, che è un’altra regolarità e costante che  affianca quella di conflitto.  Per Schmitt e Marx  la cooperazione è un sottoprodotto del conflitto, non è data come esistente in sé. In realtà,  ecco la lezione di Pareto fin dai Sistemi Socialisti, la dicotomia principale  non è fra le classi e  tra l'  amico e il  nemico, ma tra conflitto e cooperazione.  Non per nulla nel Trattato (ma non solo), Pareto  sottolinea la perenne ricerca,  volontaria e involontaria da parte degli uomini,  di  un punto di  equilibrio storico tra  i due fattori della cooperazione e del conflitto.  Insomma, in Pareto, conflitto e cooperazione sussistono alla pari, pur in un quadro storico e sociale, dunque reale, di non sempre facile ricomposizione. In questo senso, rispetto alle sociologie parziali di Schmitt e Marx, Pareto parla  al mondo.  Inoltre,  l’età antica, per la maggioranza degli  storici  non ha conosciuto la lotta di classe nel senso marxiano. Quanto a Schmitt, i suoi "processi di neutralizzazione" rinviano, a grandi linee,  al mondo post-vestfaliano. Di ben altro respiro,  come tu ben sai,  risulta essere l’approccio storico e sociologico di Pareto (direttore, rispettatissimo, tra l'altro, delle celebre Biblioteca di Storia Economica della Società Editrice Libraria).  Pareto,  insisto, che  proprio per questo continua a parlare  al mondo e  non ai soli  devoti della lotta di classe e del conflitto per il conflitto. In questa chiave, come per la filosofia di Nietzsche, la sociologia di Pareto è per tutti e per nessuno. Insomma, per chi voglia porsi in ascolto...
Quanto ai contenuti, di cui tu dibatti,  ritengo ben più profondi quelli individuati da Pareto nella sua classificazione dei residui e delle derivazioni. Vi si parla di  forme di mentalità e modelli di razionalizzazione, semplificando, di destra e sinistra,  che assumono valore trans-storico, cioè che ritroviamo in tutte le epoche.  Pareto ci spiega, e con una forza argomentativa inaudita, che la persistenza degli aggregati ( alla base del pensiero e del comportamento di tipo conservatore) e l’ istinto delle combinazioni ( alla base del pensiero progressista) praticamente, sono eterni, se preferisci, ripeto,  trans-storici. Ne consegue, che  destra e sinistra vivono e lottano tuttora insieme a noi.  Altro  che le sociologie parziali di    Schmitt e   Marx, i parlamenti  della Restaurazione, i rapporti di proprietà, eccetera, eccetera.  Sul piano sociologico, per usare un termine dell’amico Fabio Brotto, siamo davanti, caro Teodoro,  a una distinzione ontologica, non in senso metafisico, mi permetto di specificare,  ma sociologico.
I   numeri riportati  dall’ “Espresso” -  che nemesi  per un collaboratore e lettore del  “Borghese”  come tu sei… -   sulle  performance non entusiasmanti della Seconda Repubblica sono la classica scoperta dell’acqua calda.  In una situazione di semi-guerra civile (belusconiani vs antiberlusconiani ) e di crisi economica mondiale (nell’ultima parte, dal 2008),  in realtà,  ci siamo abbastanza difesi,  in particolare grazie ai governi di centrosinistra, soprattutto negli ultimi due anni (2016-2017). In argomento,  ti rinvio all’ottimo articolo  dell’economista Marco Fortis, corredato di cifre e grafici, apparso sul “Foglio” venerdì 31 agosto (**) .   
Ciò  che invece dovrebbe preoccuparti, caro Teodoro, non è la sinistra,  che pure ha i suoi problemi, che però consistono, non nel rifiuto del populismo, ma nel rischio di una sua accettazione, elevata al quadrato:  una specie terzomondismo pauperista con sessant'anni di ritardo.  Dicevo, ciò che invece dovrebbe preoccuparti   sono le future performance della “Terza Repubblica” pentaleghista (per semplificare).   Parlo di  un pittoresco, ma pericoloso,  governo di asini ed energumeni, chiaramente orientato a destra,   su posizioni (per ora) di fascismo perseguito con altri mezzi: quelli del populismo. Un governo  pieno zeppo, direi saturo,  di persistenza degli aggregati, a cominciare dal  nazionalismo e dal  protezionismo economico.      
Governo, che tu, liberale a tutto tondo, quindi “naturalmente” nemico del populismo,   continui invece sui Social,  se non a difendere, a giustificare,  puntando su una euristica debitrice di categorie cognitive populiste all'insegna del transeunte.  Altro che la trans-storicità della sociologia paretiana.  
Con  pari  stima  e  grande amicizia.
Carlo Gambescia




venerdì 7 settembre 2018

La crisi della sinistra
Botta e risposta tra Teodoro Klitsche de la Grange e Carlo Gambescia





Caro Carlo,
a distanza di cinque mesi dal 4 marzo e di parecchi anni dal momento in cui si capiva che il vento della storia stava cambiando, la sinistra non si è ancora rassegnata al deperire della dicotomia destra/sinistra, o meglio, borghese/proletario, come scriminante (prevalente) dell’amico/nemico.
A fronte di qualcuno che avverte la necessità di un “populismo di sinistra” (alla Laclau?), il che significa aver maturato la convinzione che il “vecchio” armamentario è ormai obsoleto, ve ne sono altri, più incardinati nell’establishment, i quali ritengono: a) che quella distinzione non sia obsoleta; b) che potrà riemergere; c) che il di essa deperimento di questa sia il frutto della (più abile) propaganda populista; d) e comunque è radicata e pertanto non tarderà a manifestarsi di nuovo.
Il tutto spesso confondendo tra distinzione del secolo breve (borghese/proletario) con altre scriminanti (e lotte) di classe. Se nel “Manifesto” del partito comunista Marx ed Engels sostengono che “La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra le classi. La società intera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato” è pur vero che scrivono anche che “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta”; ossia identificano come costante la lotta di classe, in particolare tra oppressori ed oppressi, ma come variabile il discrimine tra i gruppi sociali contrapposti. Il problema che si pone, cui occorre dar risposta non è se esiste o meno il conflitto, e neanche se esista  o meno tra “oppressi e oppressori” – domande la cui risposta è “scontata” - ma se sopravviva quella tra borghesi e proletari e, ancor più se abbia ancora il carattere di scriminante politica prevalente, o piuttosto non sia ormai neutralizzata e depoliticizzata come, in altri periodi storici, quella tra cattolici e protestanti, rivoluzionari (borghesi) e reazionari dell’ancien régime, e così via.
È un tratto comune a tali ragionamenti della sinistra in affanno di essere iniziati da due-tre anni (o poco più), cioè da quando il doppio colpo dell’elezione di Trump e della Brexit dimostrava che la “ribellione della masse” alle politiche delle élite era così intensa da prevalere prima nel “centro” dell’impero, e in due Stati particolarmente importanti.
Qualche giorno fa ha suscitato un certo dibattito l’affermazione dell’on. Franceschini secondo il quale al PD occorre impedire che si consolidi il “blocco sociale” corrispondente alla maggioranza populista di governo (dividere e quindi ridurre i nemici è la migliore tattica per conseguire la vittoria, come già espresso dal detto romano divide et impera). Resta da vedere se una simile tattica sia ancora tempestiva e credibile essendosi già costituito il “blocco sociale” populista sul rifiuto delle terapie, sostenute (più) energicamente dal PD nell’ultimo ventennio, di aumento delle imposte e riduzione delle prestazioni sociali (mentre il “contratto di governo” prevede diminuzione di quelle e aumento di queste).
Più ancora la separazione delle élite (PD e non solo) dalle masse (il nuovo “blocco sociale”) era stata prevista già da decenni da commentatori e intellettuali marginalizzati dall’establishment, non solo italiano. E non era, di converso, affatto capita dalla cultura “ufficiale”.
All’uopo, caro Carlo,  credo sia  interessante rileggere – tra i non tanti – un libro pubblicato nel 1997 da un piccolo e coraggioso editore, deceduto da oltre quindici anni, Antonio Pellicani, “Destra/Sinistra” che raccoglie le opinioni al riguardo di pensatori italiani e non, i quali declinavano in vario modo il deperimento della distinzione destra/sinistra e il progressivo distacco dalla classe dirigente dei governati (in particolare gli elettori dei partiti di sinistra).
Il volume, proprio perché collettaneo, dimostra come, oltre vent’anni orsono, la distinzione suddetta fosse in via di neutralizzazione e come tale considerata sempre meno sentita ed utilizzabile. Tutti gli autori del libro erano marginali rispetto al “pensiero ufficiale” italiano, e neppure granché amati all’estero; tuttavia, a leggerlo ora, si può, in larga misura, constatare che le valutazioni lì fatte mostrano una preveggenza di larga parte di quanto sarebbe successo, in Italia e all’estero, nei successivi vent’anni.
In particolare l’attenzione dei suddetti autori si era soffermata sui seguenti punti:
1) il progressivo distacco tra classi dirigenti e popolo, peraltro analizzato sotto diversi profili (politico, di costumi, di convinzioni, di modi di vita, di redditi).
2) In conseguenza la scarsa considerazione dei governanti verso i governati, sulla scorta del noto lavoro di Cristopher  Lasch “La ribellione delle élite”.
3) E sempre di conseguenza la mera e calante rappresentatività del popolo da parte delle élite, per cui partiti asseritamente o storicamente “aperti” ad istanze dei meno abbienti (come quelli progressisti), perdevano consensi malgrado che, in taluni casi, le condizioni dei loro (ex) elettori fossero peggiorate.
4) La difesa delle “particolarità” nazionali rispetto alla globalizzazione.
5) La perdita di senso della distinzione destra/sinistra o meglio Borghese/proletario
Di tutte, questa era la previsione più facile:  una volta imploso il comunismo e L’Unione Sovietica, la “ guerra fredda” era cessata per…K.O. tecnico. È vano cercare contributi altrettanto  preveggenti  nei politici e intellettuali della sinistra (o del centro sinistra) italiano. Per vent’anni la loro liturgia ha oscillato tra anatemi all’arcinemico Berlusconi ( che poi tanto nemico, oggettivamente, non è mai stato ma, piuttosto un concorrente al potere) paragonato a Hitler a Videla, e Te deum alla Costituzione più bella del mondo, che, nel frattempo era spesso disapplicata allegramente – e da coloro che salmodiano.
Di analisi come quelle testè ricordate, e che tenessero conto delle novità in arrivo, non risultano; se non, e alla  lontana, l’Impero  di Negri – Hardt (peraltro anch’essi pensatori non proprio ortodossi).
A questo punto occorre prendere atto della scarsa chiaroveggenza di un certo settore delle classi dirigenti, in particolare di quelli che avevano più spazio nella cultura – e nell’industria culturale - di regime. Spazio completamente negato agli altri. Ancora qualche mese fa, uno degli autori di quel libro – e di tanti altri sul tema – Alain de  Benoist, è stato attaccato – e con esso la Fondazione Feltrinelli – con un appello di insegnanti di università, perché non fosse invitato a parlare a un Convegno della Fondazione, in quanto ideologicamente di destra. Ma dato che De Benoist da trent’anni va ripetendo proprio quelle tesi che successivamente sono state confermate dai fatti,, sarebbe il caso, per i suoi contestatori, che lo andassero ad ascoltare, dato che i suoi libri non hanno probabilmente mai letto, e sicuramente non hanno capito.
Discriminare ideologicamente, quando le analisi eretiche, confortate dai fatti, provano il contrario, è solo imitare donna Prassede che, come scrive  Manzoni, aveva poche idee ma a quelle era – come agli amici – incrollabilmente affezionata.
E più ancora, che se politici ed intellos  non hanno previsto nulla di quello che stava accadendo – non fosse altro che per attutire la loro caduta prevedibile e da altri prevista – le spiegazioni possibili sono soltanto due, non antitetiche ma concorrenti. La prima che la loro “cassetta degli attrezzi”, cioè, in massima parte, il marxismo e un certo illuminismo in parte distorto, in altre depotenziato, non è il migliore paio d’occhiali per leggere la realtà e la storia. L’altra, che quella cassetta non la maneggino bene. Ovvero che i risultati negativi non sono dovuti allo strumento ma all’operatore. Il che conforta la necessità di cambiare la classe dirigente italiana – o almeno gran parte di essa.
Perché, caro Carlo,  al contrario del criterio selettivo di Deng-Tsiao-Ping che l’importante non è il colore del gatto, ma che acchiappi i topi, in Italia da tanti decenni si applica il contrario: di scegliere il gatto in base al colore, invece che alla capacità di cacciare i topi.
E i risultati, purtroppo per la nazione, si vedono.
Un caro saluto,
Teodoro Klitsche de la Grange

***


Caro Teodoro,
lungi da me l’idea di voler difendere la sinistra, ma questa tua idea che la dicotomia destra-sinistra rinvii alla dicotomia borghesi-proletari e che di conseguenza, venuta meno questa sia venuta meno quella, scusami, non sta in piedi.
Eppure tu sei, come me  buon lettore,  di Pareto.  Potranno mai cadere i due principali residui   psico-sociologici  da lui individuati? L’istinto delle combinazioni  e la persistenza degli aggregati?  Il primo rimanda alla psicologia e pratica  progressiste, il secondo a quelle conservatrici.  E Pareto, fornisce esempi storici di un destra-sinistra, che va al di là delle etichette, ma che  esiste, anzi pre-esiste, in  natura sociale e politica,   risalendo fino agli antichi romani.  Altro che Marx e  Schmitt...  Certo, le loro analisi sono  interessanti, ci mancherebbe altro.  Ma, ecco il punto,  limitate al mondo moderno e comunque ripiegate su una visione della realtà sociale panpolitica (Schmitt) e paneconomica (Marx): da un lato le depoliticizzazioni (Schmitt), dall’altro il conflitto tra borghesi e proletari (Marx).  Non scorgono altro. Semplificando,  Pareto parla a tutti.   Schmitt e Marx al proprio pubblico.   
Inoltre,  le idee dell’inutilità della sinistra e della destra  e  del  cosiddetto conflitto élite  vs popolo, non è che risalgano al convegno di Perugia,  che anch’io ricordo bene (con l'editore, Antonio Pellicani, bella e dotta persona)... Ma, per dirla con Pareto, rimandano  a una  derivazione,  o razionalizzazione ex post,  inventata e usata  dalle destre reazionarie, bonapartiste, fasciste e populiste per andare contro la legittimazione  liberale della democrazia rappresentativa post-1789.
Ovviamente, come aveva giustamente visto Ortega,  siamo davanti a una  derivazione, di volta in volta, sadicamente rimescolata come un  mazzo di vecchie carte, con le grandi questioni sollevate  dalla società di massa, ma sempre nei  termini di pesanti offensive  contro le  élite liberali. A prescindere.
Ciò spiega, perché  il  populismo, continuazione del fascismo con altri mezzi (per ora), insista sulla fine delle dicotomia destra-sinistra e, quando si dice il caso, sul superamento del Parlamento.
Non capisco, come un liberale del tuo valore,   rilanci, contro la   sinistra,  le stesse  critiche dei populisti e ancora prima dei fascisti. In Italia, il Centrosinistra (senza trattino...),  sta  pagando  il   prezzo per  aver governato  sette anni, portando fuori il paese dalla crisi: i dati economici, fino a giugno, sono a lì a confermarlo.  Opera non indolore, ma necessaria. E dunque meritoria. Facendo per giunta fronte, non sempre linearmente (lo ammetto), contro il populismo.   A differenza, caro Teodoro,  di quella  plutocrazia demagogica, per dirla sempre con Pareto,  che invece nel Primo Dopoguerra, pur di restare al comando, si alleò con Mussolini. Va detto che anche allora molti liberali non capirono la gravità del momento. E il prezzo da pagare  fu molto salato.
Pertanto,  se ora,  c’è una critica da fare alla  sinistra è proprio quella di strizzare l’occhio ai populisti. Scelta  che implica, l’accettazione della  tesi reazionaria, anche a sinistra,  del  superamento della dicotomia destra-sinistra. Certo,  non nego che il PD -  o una parte del PD -   sostenga di voler aprire un dialogo con le forze di sinistra  interne a Cinque Stelle, puntando su una specie di populismo al quadrato, appena temperato da un  antifascismo di maniera contro Salvini, l’altro azionista di maggioranza. 
In realtà, facendo  così, la sinistra spiana la strada al populismo (come se già non bastasse il notevole lavorio della destra post-berlusconiana, perfino liberale...). Non  la si apre di certo  a una sinistra riformista, democratica, rispettosa delle istituzioni rappresentative,  dell'economia di mercato  e, cosa più importante dell'esistenza stessa del principio  di  alternanza (che secondo Sartori, e non solo, definisce la democrazia dei moderni).   Si spiana la strada invece  a quello che tu, incautamente, chiami "nuovo armamentario",  che invece, come insegna Pareto, nuovo non è.  E poi,  perché gli italiani dovrebbero preferire la copia all’originale?   Questo -  scusami -  dovevi scrivere nel tuo articolo. 
Quanto al colore del gatto, caro Teodoro, non tutti i gatti sono uguali. Mussolini era un gattone, nero, che  dopo aver cacciato i topolini rossi, se la prese con quelli bianchi, rosa, gialli,  e via discorrendo. Il colore conta,  eccome.
Ricambio il caro saluto. 
Carlo Gambescia
                                                     

giovedì 6 settembre 2018

Il libro di Enzo Ciconte sulla guerra al brigantaggio dopo l’Unità
Arsenico senza vecchi merletti
di Teodoro Klitsche de la Grange



Lo studio  di  Enzo Ciconte (La grande mattanza. Storia della guerra al brigantaggio, Laterza Editori, Bari 2018, pp. 278, € 20,00),  tratta del brigantaggio, cui si riconducono i tre conflitti del 1799, del 1806-1812 e del 1860-1870, come di vera e propria guerra civile, anche se innestantesi su un “sottofondo” di criminalità comune (spesso adornata di romanticismo) ma in cui prevalgono ragioni religiose, politiche e socio-economiche. Mentre la narrazione ufficiale del brigantaggio, a cominciare dalla circolare Ricasoli del 24 agosto 1861, può riassumersi in tre parole: depoliticizzare, minimizzare e criminalizzare il nemico -   cioè il  brigante -   al quale  non  è  riconosciuto  il carattere (né i diritti)  dell’hostis,  ma è altro,  quindi criminale. E se ne nega il carattere “pubblico” e politico che costituisce la scriminante tra nemico e criminale, come scritto già nel Digesto (L,16,118).
Ciconte si interroga specialmente sui militari incaricati della repressione  “Chi sono gli uomini che hanno dato la caccia ai briganti? da dove provengono? Dal Piemonte e da altre regioni del Nord o ci sono anche meridionali che imbracciano il fucile in una lotta fratricida che ha i caratteri d’una guerra civile?”, onde prosegue “In primo piano ci saranno coloro che hanno guidato ed effettuato la grande repressione. Sono loro i protagonisti assoluti. È di loro che parla questo libro, sia quando guidano la caccia, ordinano fucilazioni, saccheggi, stragi ed incendi, imprigionano e perseguitano parenti e familiari dei briganti”; e sui i conflitti “briganteschi” hanno, in tutti i casi, anche il carattere di lotte sociali tra cafoni, per lo più legati ai Borboni, e galantuomini (borghesi) prima “giacobini” e poi liberali.

L’autore si chiede, data la frequenza e la ripetitività delle azioni repressive se queste “sono atti individuali di uomini particolarmente feroci o sono la spia di un modo d’intendere la repressione che coinvolge in una medesima e condivisa cultura i vertici militari e anche le autorità politiche di governo, locale e nazionale?”
La risposta che può dare il recensore è che in tutti e tre i conflitti, il carattere “assoluto” della guerra, teorizzata da Clausewitz, e particolarmente evidente in quelle partigiane, fa si  che le parti in lotta  non applichino né i temperamenti derivanti dal riconoscimento al nemico del carattere di justus hostis, né le garanzie di una legalità (nullum crimen sine lege, giusto processo e così via) garantite al criminale.
In sostanza nessuna norma interviene a limitare la violenza e l’ “irregolarità” del confronto. Quando questa c’è, viene per lo più violata dalle stesse autorità militari incaricate della repressione, come attesta Ciconte.
In sintesi il brigantaggio è stato, il contrario della guerra nei merletti (guerre en dentelles) di westfaliana memoria, e “l’avanguardia” delle guerre partigiane che il XX secolo (ma anche il XXI) ha praticato intensamente, come  scrive Carl Schmitt nella Theorie des partisanen.
Teodoro Klitsche de la Grange


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).

mercoledì 5 settembre 2018

Viva la  Juventus!


Il lettore penserà: con quello che politicamente rischiamo di passare, che c’entra il “Corriere dello Sport”? C’entra, perché il titolo antijuventino di oggi,   è una  metafora della mentalità anticapitalistica italiana. Che ben rappresenta  l'arcaismo economico dell'italiano medio. 
Non solo per il "Corriere dello Sport",  ma per molti italiani, la Juventus è forte perché ha troppi soldi.  Perciò -  ecco il retro pensiero -   che si potrebbe fare?   Ad esempio, la buttiamo lì,  introdurre un calmiere scudetto.  Ogni anno, assegniamo  alla Juventus  una penalizzazione di venti punti per ricchezza, affinché le altre squadre possano partire  alla pari?
Idea balenga (visto che siamo a Torino) che di sicuro piacerebbe  al   deputato  scemo di Cinque Stelle e all’ onorevole leghista dalla grappa facile. Sono quelle  idee da bar sport, che spuntano all’improvviso,   prima che il proprietario, viste le ore piccole,   cacci via i tiratardi.   
Eppure è così.  E con un governo di idioti presuntuosi, come quello attuale,   la Juve potrebbe entrare in agenda politica. Già sembra di sentirli.  Di Maio: " O venti punti di penalizzazione, o 6 anni di galera!"...    Salvini: " Se non la smettere di vincere vi chiudo tutti nella Diciotti!".   
Si ride amaro.  Purtroppo, in Italia, per colpa di socialisti, fascisti, comunisti, democristiani, e prima ancora della Chiesa Cattolica (quella del “denaro sterco del demonio”),  si condivide da sempre l’idea di Balzac ( grandissimo scrittore ma imprenditore incapace, il lettore prenda nota),   che dietro ogni grande fortuna si nasconda  un crimine e che, per ricaduta la ricchezza, sia una colpa da espiare. Altro che etica del successo: Max Weber in Italia è dato come non pervenuto.  Sicché, oggi,  i populisti al governo non sono che l’ultima incarnazione di questo stramaledetto trend pauperista.
Inutile spiegare agli italiani che i soldi da soli  non bastano,  nello sport come negli affari,  servono spirito di intrapresa, organizzazione,  gusto del rischio.  E che  la Juventus è -  anche -  tutto questo. E non da oggi.  Gli italiani vedono il dito del risultato finale, non la Luna dell'impegno costante. E rosicano.          
Quindi perché meravigliarsi  del titolo del “Corriere dello Sport”? E’ il prodotto finito, come abbiamo cercato di spiegare, di una cattiva mentalità che ha spinto gli italiani, alle ultime elezioni a votare in massa per un partito anticapitalista come Cinque Stelle,  che con l’introduzione del Reddito di Cittadinanza,  darà il colpo di grazia a quel poco di  etica e  pratica dell’economia di mercato esistenti in Italia.  
Come concludere?  Viva la Juventus!           
P.S. Chi scrive è laziale… 
Carlo Gambescia