domenica 18 marzo 2018

Cinque Stelle piace  al  blocco conservatore
Operazione Gattopardo?




Tempismo perfetto.  Per convincere il Pd ad accettare un governo con i pentastellati, con precisione cronometrica,  è partita un’inchiesta della magistratura sui genitori di Renzi, ovviamente anticipata dal “Fatto Quotidiano”.  Questa volta si tratterebbe di un giro di  fatture false. 
In realtà,  i partiti rischiano letteramente di  spappolarsi  intorno alla  decisione di governare o meno con  Cinque Stelle.  Al momento, sembra prevalere  un nì che potrebbe  preludere al  sì. Sicché la Magistratura, come in altre occasioni,  non poteva non dare il suo aiutino. Sulla stessa traiettoria  si collocano  gli attacchi concentrici a Brunetta dei giornali del gruppo Angelucci ("Tempo" e "Libero"), come gli articoli di fondo  del redivivo  Passigli sul  “Corriere della Sera” (l’anti-Panebianco?), e così via  fino al  “realismo” pro-grillino di “Repubblica”,  “Stampa” e compagnia cantante.
C’è troppa rassegnazione in giro, soprattutto tra  liberali, riformisti e moderati.   Certo, sullo sfondo, va prendendo forma, la solita minaccia dell’ isolamento politico  per i non conformisti:  tutti coloro che  non  vogliono alcun accordo  con i pentastellati, forza eversiva dell'ordine liberal-democratico.  E che, per il bene della Repubblica, auspicano, per rendere Di Maio  politicamente  inoffensivo, una legge elettorale ad hoc.  Quindi,  detto per inciso, primo paletto: senza legge elettorale su misura, sarebbe una follia tornare a votare, perché si rischia di  spianare la strada ai populisti di Lega e Cinque Stelle. Il caos, insomma.   
Purtroppo il rischio che  la tesi  dei sostenitori  dell’Appeasement  abbia  la meglio è  forte.  Si pensi al  “Sole 24 Ore” che come  da copione  parla per la Confindustria,  rispolverando la  vecchia formula dell’Unità Nazionale ( ora travestita  da Governo di Scopo, ma, attenzione,  con i Cinque Stelle...),  o in subordine  di  un governo M5S-Pd-Leu e con chiunque altro si unisca scaricando il partito di origine.  Interessante,  il compiaciuto silenzio della Camusso e dei sindacati. I Vescovi, nemici di qualsiasi  riforma liberale,  hanno già fatto capire, da che parte stanno...  Fermo restando il fatto che l’elettore cattolico, in chiave confessionale,  è sparito da un pezzo.    
Sicché, l’elezione di un Cinque Stelle, probabilmente alla Presidenza della Camera, potrebbe rappresentare il ticket di ingresso, graziosamente “staccato” dal Presidente Mattarella nelle successive consultazioni.  Potrebbe rappresentare...  Sul punto ritorneremo nelle conclusioni.
Questo il programma, non certo incoraggiante della nuova Operazione Gattopardo.  Ambito da chi? Da quel blocco sociale conservatore  costituito  da Confindustria, Sindacato, Pubblico impiego fino  al corporativismo delle "libere" professioni (dagli avvocati, notai, farmacisti e giù fino a tassisti, finti centurioni e venditori ambulanti):  si vuole che Cinque Stelle, in qualche modo, governi l’Italia, perché tutto cambi affinché nulla cambi.
L’idea nei più furbi è di addomesticare i pentastellati, nei più ingenui, di cambiare tutto dall’interno. Ma tutti, furbi e  ingenui, vogliono conservare i privilegi di un’economia mista  in modalità  statalista. Il che spiega il grande successo di Cinque Stelle al Sud  e  quello  della Lega, addirittura nel salotti buoni del Nord per i quali  Ue e Bce, soprattutto dopo la partenza di Draghi,  sono simbolo, temutissimo,  di stretta creditizia:  fine dei soldi facili dagli amici  banchieri, che a loro volta, temono di perdere potere... Insomma, tutta  gente alla quale il "rigore" nei bilanci, pubblici o privati che siano, non piace.       
Il rischio, dicevamo,  è quello  dell’ennesima  Operazione Gattopardo, alla quale Cinque Stelle, difficilmente  potrà sottrarsi, perché condivide - condivide strutturalmente -  le istanze di  fondo “stataliste”  del blocco sociale dei "Signori del No": di coloro che sono contrari a qualsiasi riforma liberale, in alto come in basso.  Come rinunciare  all'occasione storica di entrare nella famigerata "stanza dei bottoni" di nenniana memoria?  Il potere non ama il vuoto. Grillo e Casaleggio, al di là della retorica da "piattaforma" per gli haters dei Social, lo sanno benissimo.
Berlusconi e Renzi -  certo, anche per demeriti propri -   hanno fallito.  Gli italiani, dispiace dirlo, non amano il cambiamento.  Il voto a Cinque Stelle e  il  voto alla Lega  sono  voti conservatori,  sono voti  per l’immobilismo sociale,  voti  mascherati  come  battaglia contro la corruzione, in un'Italia dove magari il giorno dopo aver votato per Di Maio, si è subito allungata una mancia al dipendente comunale per ottenere un certificato; contro  l’immigrazione, perché non si vuole spartire il bottino dei soldi pubblici con nessuno;  contro  l’Europa, perché impedisce i finanziamenti statali  a pioggia, così utili, per il  voto di scambio.
Mattarella -    dicevamo prima del “ticket” -   potrebbe ancora imporsi.  Il Colle, a far tempo dall’elezione dei Presidenti delle Camere,  potrebbe  tentare di trovare la  quadra,  magari puntando sulle divisioni interne alla Lega e forse a Cinque Stelle.   Ma si tratta,  veramente, dell’ultima spiaggia.
Comunque stiano le cose,  siamo nelle  mani del  Presidente della Repubblica.  In gioco, non sono il Comune di Roma o di Torino,  con i suoi quattro Assessorati, bensì l’Italia, il Ministero degli Esteri, il Ministero dell’Interno, i dicasteri economici.  Questa volta non si scherza. 

Carlo Gambescia                     

                                     

venerdì 16 marzo 2018

Ci risiamo...
Aldo Moro,  sequestrato (ideologicamente)  dai  cinquestelle?



Sì,  la diciamo fuori denti.  Per capire  a quale razza di analfabeti politici potrebbe andare la Presidenza della Camera,  invitiamo  a leggere  sul  “Fatto Quotidiano” la rievocazione  di Moro scritta da  Gianluca Ferrara,  editore e fresco senatore pentastellato. E sottolineiamo editore. 
La tesi è questa: nel 1948 vinse la Dc grazie all'aiuto determinante  dei servizi segreti americani,  che, in seguito, si riservarono il diritto di  riscrivere la storia della Repubblica. Scopo: evitare l’ingresso del Pci al governo. Sicché  la morte di Moro, non fu che un momento di questa strategia. Ecco le liriche conclusioni del senatore a cinque stelle:

«Sono trascorsi 40 anni da quando, io bambino di 6 anni, vidi aprirsi lo spiraglio di quella porta, una porta che poi col tempo ho raggiunto e valicato fino ad addentrarmi in un mondo, quello della politica, dove troppo spesso emergono le peggiori pulsioni egoiche dell’uomo. Moro fu ucciso materialmente dalle BR, ma paradossalmente i mandanti sono gli architetti di un mondo monopolare che oggi si è declinato in un inquietante pensiero unico a cui occorre ribellarsi. Le parole di Aldo Moro risultano un monito ai tanti Zaccagnini, Andreotti, Cossiga e Kissinger di oggi: “Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e alternativa”».  (1)

Che dire?  Moro sequestrato due volte. La seconda, ideologicamente, dal Movimento Cinque Stelle... Esageriamo?  Un passo alla volta. 
Intanto, sulla natura fantasiosa di questa  ricostruzione storica,   rinviamo  Gianluca Ferrara alla Storia della Repubblica Einaudi: lavoro  al di sopra di ogni sospetto, perché scritto da storici di sinistra. Dove si  spiega, con dovizia di particolari (economici, politici, sociali e culturali), il complesso sviluppo delle vicende politiche italiane, irriducibile all’ infantile lotta tra il Pensiero Unico americano  e le Forze del Bene, reincarnatesi, nell’ultima puntata della  fiction per bambini, in un quarantenne  senatore pentastellato. 
Dicevamo, una storia complessa, dove, eventualmente, i servizi segreti in azione furono due, l'americano e il sovietico ( e, se per questo, probabilmente anche altri).  Ma senza alcun  ruolo dirimente.   Dal momento che dalle  elezioni politiche del 1948   gli italiani votarono  e scelsero sempre  liberamente. E in milioni -  una volta  posti  dinanzi alla scelta tra libertà e oppressione -  preferirono, regolarmente, al Pci,  la Democrazia cristiana e le forze moderate.   
Quindi lasceremmo fuori  il  "piamose Roma" in modalità Cia…  In subordine, consigliamo la lettura di un’altra storia d’Italia, sempre pubblicata da Einaudi, quella del Ginsborg,  storico non sospetto di destrismo: un’opera  attentissima alla storia sociale e alla ricostruzione  di quella  gigantesca e libera volontà di rinascita che distinse,   pur tra contraddizioni  culturali e politiche, la grande crescita del dopoguerra italiano.
Insomma,  l’Italia scampò alla sorte  della  Polonia, dell'Ungheria, della Cecoslovacchia, eccetera, eccetera.  E per sua libera scelta.  Fortunatamente,  non  finì  schiacciata sotto il tallone di ferro sovietico. Quello era Pensiero Unico. E invece di rallegrarsi della cosa, si inseguono fantasie cospirative a scoppio ritardato... 
Quanto a Moro, per andare al di là della retorica rievocativa,  gli va assegnata la palma d’oro del peggiore statista (parola grossa, diciamo politico) del dopoguerra. Se avesse fatto, veramente,  il compromesso storico, la Dc si sarebbe mangiata  anche il Pci.  Altro che «democrazia compiuta» e fine del «bipartismo imperfetto» come  ritiene invece  il senatore pentastellato, ma a orecchio, perché cita Galli senza averlo letto.  Oppure,  se lo ha letto,  gli è sfuggita la parte dove lo storico dei partiti evidenza  l'enorme  difficoltà culturale, per il Pci togliattiano, ancora prima del praticare, di comprendere il modello Westminster. 
Moro, a proposito del centrosinistra, come scrive Galli della Loggia (per inciso,  storico accusato di simpatie grilline), ridusse «in breve tempo […] a poca cosa  la spinta riformatrice  che avrebbe dovuto caratterizzar[lo]». In realtà, in cinque anni,  dal 1963 al 1968,  «i suoi governi si limitarono a varare una nuova legge sulle pensioni e l’introduzione della “giusta causa nei licenziamenti. Tutto qui». Per contro, «le maggiori realizzazioni riformatrici degli anni Sessanta, comunemente attribuite ai governi di centro-sinistra (nazionalizzazione dell’energia elettrica, introduzione della scuola media unica, delle cedolare d’acconto sui titoli azionari, […] furono tutte compiute prima nel biennio 1961-62, dal governo Fanfani» (4).  Altro  che «punto irriducibile di contestazione e alternativa», come scrive l’inclita Gianluca Ferrara, tentando  di  sequestrare Moro per la seconda volta. Il politico democristiano  ripetiamo, chiedendo scusa per  la caduta di stile, si sarebbe pappato anche il Pci…
Capito?  Che pozzo di scienza,  il  senatore a cinque stelle? Ed è pure editore. 
Figurarsi gli altri…  
 Carlo Gambescia
  

(2)  F. Barbagallo (coordinatore),  Storia dell’Italia Repubblicana, Einaudi Torino, 1994 sgg., 10 voll. in particolare i primi due, molto documentati: La costruzione della democrazia. Dalla caduta del fascismo agli anni Cinquanta.
(3) P. Ginsborg. Storia d’Italia 1943-1996. Famiglia, società. Stato, Einaudi, Torino 1998, l’opera raccoglie i due interessanti volumi dedicati dallo storico di origine britannica alle vicende italiane.
 (4) E. Galli della Loggia, Credere Tradire Vivere. Un viaggio negli anni della Repubblica, il Mulino, 2017, pp. 107-108, nota 11. 




giovedì 15 marzo 2018

Accordo M5S-Lega su Camere? 
Primo errore



Sul piatto della politica italiana, stando ai giornali di oggi, sembra addirittura  fare  nuova mostra, a seguito di una  propedeutica  spartizione delle presidenze delle Camere,  l'indigesta  possibilità  di una qualche forma di alleanza di governo tra Cinque Stelle e Lega.
Al di là di tutte le chiacchiere (retrosceniste) sulla omogeneità- disomogeneità dei programmi, qual è la sostanza politica?  Chi ha votato Lega, non ha votato Cinque Stelle e viceversa. E soprattutto all’interno della Lega, quindi anche in Parlamento, c’è  chi si oppone a qualsiasi alleanza con i pentastellati. Probabilmente anche da parte del M5S esistono forti dinieghi,  perfino autorevoli e dirimenti (Grillo e Casaleggio  jr,  ad esempio).
Pertanto  - diamo cifre di massima -   la maggioranza di 345 voti complessivi (su 316 alla Camera)  e di 170 (su 158 al Senato) potrebbe non essere raggiunta, a  causa di  pericolose  defezioni politiche.  Una strada poco  praticabile, se non al prezzo di scissioni interne, quindi reciproco indebolimento, eccetera, eccetera.  
Salvini  dovrebbe  riflettere e forse  capire meglio  la differenza tra tattica e strategia. Soprattutto perché, la mela avvelenata, nel caso di un’ipotesi di governo  destinata a non concretizzarsi - come probabilmente lo stesso leader leghista  non può non intuire -   rischia di essere rappresentata dalla spartizione (definitiva) delle presidenze di Camera e Senato. Una scelta tattica di Salvini, (dare una Camera ai pentastellati per vedere l’effetto che fa),  rischia, di tramutarsi in errore strategico.    Qualcuno dovrebbe spiegare al leader leghista,  convincendolo, che concedere una  Presidenza, quindi potere,  a una forza eversiva come Cinque Stelle significa offrire su un piatto d’argento al nemico un’ enorme forza  di condizionamento su una delle  Camere. Non osiamo pensare a cosa potrebbe inventarsi  un pentastellato Presidente del Senato, se per un qualche ragione Mattarella fosse impossibilitato.  Senza contare i  possibili intralci regolamentari  creati artatamente nell’iter di approvazione di una legge elettorale sgradita ai grillini.
Insomma, mai  scherzare con il  fuoco, confondendo tattica e strategia.  Del resto, dal momento che dal maggioritario si è tornati al proporzionale, dove si  usava attribuire la presidenza delle Camere per garanzia  alla  minoranza,  come nei casi Ingrao e Iotti, la coalizione di Centrodestra,  può benissimo accordarsi, pescando nel gran libro dei precedenti, su  un candidato  Pd, i grandi sconfitti del 4 marzo: sicuramente più responsabile, preparato e soprattutto fedele ai valori liberal-democratici di  qualsiasi esponente grillino
Chiunque abbia a cuore il destino dell’Italia, e di conseguenza sia consapevole  della necessità di opporsi alla pericolosa marea populista,  non può non  scorgere proprio nell’elezione dei due Presidenti della Camera, la possibilità di far nascere,  accordandosi,  un governo di Difesa Repubblicana tra Centrodestra e Pd, alleanza che disporrebbe di una larga maggioranza sia al Senato (192 su 158 ), sia alla Camera (372 su 316). 
Un governo  di questo tipo -  benvisto dall’UE, quantomeno da Germania e Francia -   potrebbe  subito affrontare la questione di una legge elettorale maggioritaria  capace di colpire il tripolarismo pentastellato. Inoltre,  un Governo Centrodestra-Pd,  proprio in virtù dell' eccezionale sforzo politico dimostrato,  avrebbe l'autorevolezza  per  trattare a livello europeo una moratoria economica, anche in modo informale, di un anno. Contando anche sulla Presidenza Bce Draghi, fino all'ottobre del 2019. Sarebbe interesse dell’Europa concederla, in vista di una importantissima e desiderabile normalizzazione politica della situazione italiana. Dopo di che, qualora  la maggioranza funzionasse bene (mai mettere limiti alla "provvidenza"), il voto potrebbe anche attendere.
Per contro,  le elezioni europee del 2019 potrebbero essere considerate  o una specie di test per verificare la bontà della strada intrapresa, e quindi aggiustare  il  tiro,  o, se il governo dovesse riscuotere il favore degli italiani, l’occasione,  accorpando politiche ed europee, per  puntare sull' Armageddon  antitripolare,  naturalmente con legge elettorale maggioritaria pilotata ad hoc.
Precisazione: il percorso indicato è di tipo normativo, nel senso che rinvia ai desiderata del suo estensore (ridurre al lumicino la rappresentanza parlamentare di Cinque Stelle, salvare la Repubblica dagli eversori).
Ovviamente, chi scrive è perfettamente consapevole dell'esistenza, sul piano non normativo ma analitico (quindi a prescindere dai desiderata) di  numerosi se:  se Salvini farà marcia indietro, se il Pd riuscirà a capire che la posta in gioco non è il nuovo segretario, se Berlusconi, non cambierà di nuovo idea, se la Meloni, non si farà incantare dalle sirene del sovranismo fascistoide, se l’Ue comprenderà l’importanza della normalizzazione italiana, eccetera,eccetera.
Insomma la strada è accidentata.  E molto. Per alcuni troppo.  Ma, come riteniamo, resta l’unica possibile,  per difendere - e qui serve la maiuscola -    la Legittimità Repubblicana  e  tornare ad essere  un Paese Normale. 

Carlo Gambescia

                                    

mercoledì 14 marzo 2018

Il  libro di Aldo Maria Valli, 
giovedì 15 marzo la presentazione romana
Consigli di lettura



 

Nel recente romanzo  distopico di  Aldo Maria Valli, Come la Chiesa finì (Liberilibri) si rimprovera alla Chiesa di Francesco - sintetizzando -  la deriva buonista.  Valli, vaticanista del TG1,  non può essere definito  un tradizionalista, ma neppure un progressista.  Quel che egli  paventa  nel romanzo -  lo  svuotamento-travasamento del cattolicesimo in una religione mondiale dell’amore a supporto di una piatta società delle buone maniere -  rinvia, crediamo, a  un fenomeno di tipo sociologico, qualcosa, da osservare,  al di là del bene e del male.  Ovviamente, se si vuole realmente capirne il senso processuale. 
A cosa ci riferiamo?  A un processo preciso. Quale? Le istituzioni sociali (dagli stati alle chiese, dalle università alle imprese, dalla scuola alla famiglia)  rispondono a due criteri, uno ideale, uno utilitaristico.  Le istituzioni sono un impasto di idee e bisogni materiali. Se si preferisce - weberianamente -  di etica della convinzione e di etica della responsabilità.  Naturalmente, l’uno e l’altro criterio risentono dell’influenza dell’ambiente esterno, reazioni  che  seguono  una scala  reattiva che  va dal rifiuto alla condivisione. 
A che  punto della scala, per così dire,  si trova la Chiesa di Roma  guidata  dal  Pastore Francesco?  A un passo o due  dall’accettazione piena dei princìpi ambientali.  Dopo di che la Chiesa sarà un’organizzazione (criterio utilitaristico) simile, nelle idee (criterio ideale), ad altre istituzioni coeve (stato, impresa, scuola, famiglia).  
Non desideriamo entrare nel merito dei princìpi. Il lettore giudicherà secondo i propri valori. Quel che  però si può constatare è la  breve durata  del  processo di adeguamento istituzionale, che può essere fatto risalire alla morte di Pio IX,  passando, in seguito,  per l'attivismo sociale di Leone XIII fino a quello tecnologico di Pio XII e così via per giungere ai papi post-Conciliari. Quindi non solo Francesco.
L’Istituzione-Chiesa, nel suo insieme novecentesco, sembra aver mostrato scarsa impermeabilità (che cos’è un secolo e mezzo, o poco meno,  dal punto di vista storico?) alla penetrazione dei valori esterni, da quelli democratici ai sociali e scientifici. Semplificando, forse troppo: l'organizzazione sembra essere quella, ma al servizio di princìpi "altri", esterni.  Sulla bontà dei quali, ripetiamo, giudichino liberamente i lettori.
Secondo gli storici della Chiesa più attenti, soprattutto tra coloro che adottano una visione ciclica del rapporto apertura-chiusura al mondo, saremmo dinanzi  una fase aperturista alla quale potrebbe seguire una fase esclusivista   Nel Seicento, ad esempio, la Chiesa ribadì la sua diversità, nel Settecento, si aprì al mondo, nell’Ottocento si richiuse, per aprirsi di nuovo nel Novecento. 
Un simile schema, secondo altri storici, può  invece essere impiegato solo per i tempi moderni, dal momento che fino alla Riforma protestante, tra Chiesa e Mondo esterno, fu  la prima a sovrastare il secondo.  Quindi la ciclicità (apertura-chiusura), sarebbe un “prodotto” moderno. E anche questa è una tesi, da non sottovalutare. Resta inteso, che l'interpretazione sulla natura progressiva o regressiva dei processi qui ricordati rinvia ai valori condivisi dagli osservatori.  
Diciamo che l’interessante  lavoro  di Valli andrebbe letto anche alla luce di quanto abbiamo fin qui detto. “Luce” sociologica. 

Carlo Gambescia                                
    

martedì 13 marzo 2018

Dibattiti
Due parole sul Reddito di Cittadinanza



Nella prima  metà  anni Novanta, con un gruppo di studiosi, tra i quali ricordo il filosofo della politica Giuliano Borghi, elaborai, su invito di un sindacato italiano,  uno studio  sulla  fattibilità  del  Reddito di Cittadinanza.  All'epoca nessuno ne parlava.  Pensavo di ricavarne un libro, per agitare le acque. Però, una volta studiata la materia, rendendomi conto, sulla base di una scrupolosa disamina della spesa sociale italiana, dei costi colossali da affrontare,  ripiegai su una relazione dove esponevo, laicamente, cosa si dovesse fare, qualora eccetera, eccetera.  La mia  relazione  fu  subito avvolta, credo giustamente, viste le cifre, dal  silenzio più assordante.  E non solo a livello sindacale. 
Mi accorsi che, tecnicamente,  per implementare il  Reddito di Cittadinanza,  a parità di bilancio,  o andavano tagliate alcune voci della spesa sociale (a cominciare dalle pensioni minime,  di guerra, invalidità,  fino ad alcuni tipi di assegni sociali), o si doveva far crescere la spesa sociale,  finanziando il reddito attraverso l’emissione di appositi  titoli, quindi indebitandosi.  Ovviamente, nei miei calcoli, da studioso serio,  non prendevo in considerazione, alcun fantomatico recupero dell’evasione fiscale, né possibili  micro o macro-crescite del Pil.     
Non erano maturi i tempi? No, semplicemente si trattava di un progetto, ieri come oggi, economicamente irrealizzabile,  che già allora  si aggirava  intorno a una cifra annua di quarantamila miliardi di lire pari a una ventina di miliardi di euro.  Un peso insostenibile,  a priori,  per qualsiasi economia, figurarsi quella italiana.
Ora, il vero problema, resta  non  tanto ( o solo),  la questione del reddito di cittadinanza in sé, quanto il fatto che oggi se ne parli come di una misura fattibile creando aspettative e falsando il dibattito politico.  
E qui occorre fare una precisazione.  Una cosa è il   Reddito di Cittadinanza,  un'altra   i redditi temporanei, come le varie forme di sussidio sociale e di inserimento lavorativo. La nostra puntualizzazione ha suo fondamento,  dal momento che proprio in questi giorni  la  confusione sembra regnare sovrana.
Il Reddito di Cittadinanza,  cosa che  chiarivo  nel mio studio,  è  qualcosa di separato dall’attività lavorativa,   che va a  integrare (non sostituire)  i proventi da lavoro in base al reddito percepito (cosa non sempre facile  d'attuare  per la labilità e soggettività dei princìpi di equità sociale applicati ai redditi percepiti).  Di conseguenza,  la sua introduzione,  secondo il mio  progetto, dipendeva dall'eliminazione, come già anticipato,  di tutte le altre forme  di erogazione sociale strutturata, esclusa però - semplificando -  la cassa integrazione,  considerata come misura, seppure temporanea, alternativa al  reddito di cittadinanza,  perché da  ricondizionare, così proponevo,  all'avviamento al lavoro.   Si trattava, insomma,  di un'autentica  rivoluzione per l’Inps (come mi si fece ufficiosamente sapere).
Il concetto era, e resta,  che il Reddito di Cittadinanza integra  ma non sostituisce  il  reddito da lavoro  o da pensione. Insomma, per dirla brutalmente,  non si  può  vivere  a sbafo, magari fingendo di cercare un lavoro.  E soprattutto, ripetiamo, il Reddito di Cittadinanza, se concetti e parole hanno un senso, non può non essere  alternativo ai redditi  da disoccupazione o inserimento.
Il Reddito di Cittadinanza,  secondo  Giuliano Borghi,   è filosoficamente, oltre che sociologicamente, qualcosa che  spetta  a ognuno di noi in quanto civis , sempre  che, come detto,  non  si tratti di soggetti già "diversamente" aiutati dalla communitas  (redditi di inserimento e/o disoccupazione).  Quindi, ripetiamo,   non un reddito di "emergenza",  vincolato all'avviamento obbligatorio al lavoro.      
Insomma, parliamo non di una misura assistenziale, ma  di qualcosa che riguarda tutti i  cittadini italiani, in quanto tali,  senza tenere conto delle origini o etnia.  Qualcosa che distingue e valorizza la nazionalità, come valore che si può trasmettere, in termini di un surplus monetario che va a integrare i redditi ordinari,  a prescindere dal colore della pelle.  Il che,  può piacere o meno, ma è assolutamente coerente con il principio di cittadinanza come legale  appartenenza a una comunità. Un surplus "onorario"  di cittadinanza economica,  che ha una sua filosofica coerente nobiltà,  che tuttavia  ha un costo elevatissimo,  perciò di difficile realizzazione, eccetera, eccetera.
Ma detto questo, che c’entra il Reddito di Cittadinanza con il reddito di inserimento o disoccupazione?   Di che cosa si parla in questi giorni?  Di tutto,  eccetto che del vero Reddito di Cittadinanza. 

Carlo Gambescia                                     


lunedì 12 marzo 2018

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2018, lunedì 12 marzo, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 11/03/2018, ore 11.34, una conversazione telefonica tra l’utenza di Stato vaticana N. 347*** in uso a  S.S. SANCHO I, e l’utenza privata n. 338***, in uso a FINZI MATTIA. Dalla sunnominata utenza di Stato vaticana parla MARCHINI WANNA [verifica impronta vocale a cura dell’Ufficio Tecnico, v. all., N.d.V.] Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]

FINZI MATTIA: “Ahem…Santità, La ringrazio, a che cosa devo il piacere di questa Sua telefonata?”
MARCHINI WANNA: [ride]: “Cucù! Sorpresa!”
FINZI MATTIA [pausa]: “Ma…chi è lei? Come fa a chiamare dal telefono di Sua…”
MARCHINI WANNA: “Me l’ha prestato lui, il mio ha la batteria scarica. Come stai, Mattia?”
FINZI MATTIA: “Bene gra…ma insomma, lei chi è?”
MARCHINI WANNA: “Mi deludi, Mattia, ci siamo già parlati, non ricordi?”
FINZI MATTIA: “No.”
MARCHINI WANNA: “Va be’, ti perdono perché sei in un momento difficile. Sono la Wanna, Mattia. Wanna Marchini.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Ah. Eee…”
MARCHINI WANNA: “…e cosa ci faccio col papa? Ci beviamo l’aperitivo [a S.S. SANCHO I] Extra dry il mio Martini, Ciccio. La bottiglia del vermouth gliela fai solo guardare.
[in sottofondo, voce di S.S. SANCHO I, tintinnio di bicchieri] Olivetta o cipollina?
[a S.S. SANCHO I] Cipollina?! Eresia! [a FINZI MATTIA] Parlavamo di te, Mattia.”
FINZI MATTIA [pausa. Guardingo]: “Ah sì?”


MARCHINI WANNA: “Sì. E ti vogliamo dire una cosa. [a S.S. SANCHO I] Cosa gli vogliamo dire, Ciccio?
[in sottofondo, voce di S.S. SANCHO I, tintinnio di bicchieri. A FINZI MATTIA]: Niente è perduto, Mattia.
[a FINZI MATTIA]: Sentito?”
FINZI MATTIA: “Be’, grazie. Adesso però devo anda…”
MARCHINI WANNA: “Momento! Adesso ti spiego perché niente è perduto.”
FINZI MATTIA: “Sono curioso, ho appena perduto metà voti e metà partito.”
MARCHINI WANNA: “Niente è perduto, Mattia, perché hai perduto metà voti, hai perduto metà partito, ma ci sono ancora gli italiani.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Non ho capito.”
MARCHINI WANNA: “Mattia, ragiona. Chi te li ha presi i voti?”
FINZI MATTIA: “I Cinque Star.”
MARCHINI WANNA: “Cosa propongono i Cinque Star?”
FINZI MATTIA: “Bella domanda. Tutto e il contrario di tutto.”
MARCHINI WANNA: “Esatto. Però gli italiani li hanno votati in massa. Quindi gli italiani possono votare chiunque, anche te.”
FINZI MATTIA [seccato]: “Be’, grazie.”
MARCHINI WANNA: “Prego. Vedi Mattia, tu adesso sei morto, e devi resuscitare. Tu dirai, ‘E’ una parola!’, ma qui scendiamo in campo noi, vero Ciccio?
[in sottofondo, voce di S.S. SANCHO I]: Certo. Ecco il tuo Martini.
[a S.S. SANCHO I]: Grazie. [Beve. A FINZI MATTIA]: Se non si intende Ciccio di resurrezioni! Adesso ti spiego come si fa. Ci sei?”
FINZI MATTIA: “Avanti.”
MARCHINI WANNA: “Hai fatto delle cazzate, Mattia. ‘Vota la scienza’! Ma si può?! Dimmi la formula dell’anidride carbonica.”
FINZI MATTIA: “Ma non lo so…”
MARCHINI WANNA: “E non lo so neanche io, non lo sa nessuno [a S.S. SANCHO I] Tu la sai, Ciccio?
[in sottofondo, voce di S.S. SANCHO I]: Eh?
[A FINZI MATTIA]: Visto? E tu ci vuoi prendere i voti con l’anidride carbonica? Ti ci suicidi, con l’anidride carbonica, e infatti…Ma non rivanghiamo. Hai fatto delle cazzate?  E allora ci vuole un bella confessione, ‘Scusa amore sono stato un coglione’ .”
FINZI MATTIA: “Guarda che un politico che si dà del coglione da solo è morto.”
MARCHINI WANNA: “Sì, ma tu sei già morto, Mattia. Fai una bella intervista-confessione con Ciccio, qua, che è un professionista, e chiedi scusa agli italiani, ti sbudelli in pubblico…i tuoi bambini che hanno sofferto…tua moglie che ti sta vicino…i valori semplici che la sconfitta ti ha fatto riscoprire…forse piangi anche, ancora non lo so…le donne dicono ‘Dio com’è umile’, gli uomini dicono ‘Ha abbassato la cresta’, e zac! ritorni simpatico, primo step.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Mmmm…secondo step?”
MARCHINI WANNA: “Come hanno vinto i Cinque Star? Con Beppe Grilletto. Spettacoli, vaffa day, eccetera. Tu ce l’hai il comico col vaffa?”
FINZI MATTIA: “No.”
MARCHINI WANNA: “Errore: ce l’hai, Mattia. Ci stai parlando adesso.”
FINZI MATTIA: “Tu?!”
MARCHINI WANNA: “Io, io. Io Beppe Grilletto me lo mangio a colazione, perché vedi: Beppe Grilletto parla parla e vaffa vaffa, ma è un ricco, uno che gli è andata bene nella vita. Io non me ne è andata bene una, sono stata anche in galera, eppure vedi un po’?Sono qua col papa che prendo l’aperitivo.”
FINZI MATTIA: “Cioè il secondo step sei tu?”
MARCHINI WANNA: “Esatto, Mattia. Io, te e Ciccio facciamo una squadra che non ci batte nessuno. Io il popolo lo conosco, Mattia. Lo sai cosa vuole l’uomo del popolo? Anche la donna?”
FINZI MATTIA: “Dimmelo tu.”
MARCHINI WANNA: “Vuole tutti poveracci come lui/lei tranne lui/lei che sì, è un poveraccio/poveraccia ma speciale. Sei un poveraccio tu?”
 FINZI MATTIA: “No.”
MARCHINI WANNA: “Ecco perché hai perso. Ma adesso che hai perso sei un poveraccio anche tu, un poveraccio con un grande futuro alle spalle, una grande promessa mancata… sei un poveraccio speciale come tutti, Mattia, e quindi puoi vincere, il popolo tifa per te. Ha presente Rocky?”
FINZI MATTIA: “Il film?”
MARCHINI WANNA [canticchia il tema della colonna sonora di Rocky]: “Tan-tan-ta-tatan-ta-ta-tan-ta-ta-taaaa…La rivincita, Mattia! La seconda occasione! Gli occhi della tigre! Altro che House of Cards!”
FINZI MATTIA [pausa]: “E lui? Lui cosa farebbe?”
MARCHINI WANNA: “Ciccio? Ciccio fa il tuo allenatore, no? Il vecchio burbero ma benefico che ha fiducia in te quando tutti ti hanno mollato.”
FINZI MATTIA: “Ma lui cosa ci guadagna?”
MARCHINI WANNA: “Le ha perse anche lui le elezioni, cosa credi?”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...





sabato 10 marzo 2018

Riflessioni
Scontento immaginario e Reddito di Cittadinanza


Crediamo che il dibattito in corso sul Reddito di Cittadinanza non sia  che un  tentativo di dare una risposta surreale a un problema surreale. Spieghiamo subito perché. 
Le società si basano sulla reiterazione:  il giorno dopo si fa quello che si è fatto il giorno prima, nulla sembra essere cambiato, nel bene come nel male.  Si chiama stabilità sociale: prevedibilità che domani sarà come oggi.  Però, più una società, come insieme di  stili di vita,  è stabile,  più le persone perdono contatto con la realtà.  Danno per scontato ciò che hanno e fanno.  Nel senso che la percezione  della propria situazione viene falsata dall’eccesso di normalità, come somma di atti reiterati,  che, come vedremo,   ne  favorisce la critica.
Per fare un esempio, durante l’ultima guerra mondiale, l’anormalità della vita sociale, regredita a livelli di sopravvivenza, coincideva,  con la normalità della percezione di condurre una “cattiva vita”.  Per contro, dove la vita è buona, sorge la percezione errata che essa sia  cattiva, perché la normalità, degli stili di vita,   lascia spazio all’immaginazione e agisce, diluendoli su tempi della  memoria sociale. Semplificando: chi "oggi"  si lamenta per le tariffe dello smartphone, quasi mai ricorda che "ieri" il nonno non aveva un paio di scarpe.   Il che spiega quella  discrasia, fonte di disperazione per gli  economisti,   tra parametri economici positivi e giudizi negativi della gente.   
Paradossalmente,  l’alto  grado di stabilità di una società produce i suoi critici,  attraverso quello che si può  definire lo scontento immaginario: lo sguardo sazio sul presente, si concede il lusso di rivolgersi a mondi immaginari, si forma così un' "immagine immaginaria"  che finisce per influire sulla concezione collettiva e reale  del presente. Piano piano, senza che nessuno se ne avveda,  si scivola in un mondo surreale.
Ovviamente, tra il livello minimo (percezione della cattiva vita che risponde alla realtà di una cattiva vita) e il livello massimo ( percezione di una cattiva vita che invece è buona) esiste una scala   "cromatica"   che rinvia alle sfumature  sociali delle percezioni intermedie.  
Il fenomeno quindi non è così facile da delimitare concettualmente, figurarsi, come si dice tecnicamente, la sua "operalizzazione". Di conseguenza,   la sociologia  o  non lo studia o lo analizza in modo residuale.  Non esiste, se non in misura ridottissima,  una letteratura scientifica ed empirica al riguardo. Ci si limita, quasi sempre -  senza prendere in considerazione il rapporto tra solidificazione degli stili di vita e gassosità della protesta ( o voice per usare la terminologia di Hirschman) -    a dare per buone le percezioni degli intervistati (in via diretta o indiretta).
Non annoierò ulteriormente il lettore, introducendo  questioni  di ordine metodologico  sugli strumenti  per misurare la discrepanza tra conduzione di una vita buona e percezione di una vita cattiva. Strumenti che, a dire il vero, come accennato, attendono ancora di essere  formalizzati. Ammesso e non concesso che, una volta formalizzati, i politici li prendano in considerazione...
Resta però un fatto: le cosiddette società del benessere,  solo al primo sguardo, anche fuggevole, impressionistico, hanno prodotto uno dei tassi più alti di scontento immaginario  dell’intera storia umana. Che cos’è il ’68 se non la protesta immaginaria di "bambini" viziati e capricciosi? Non si voleva forse portare  addirittura l’immaginazione al potere? Altro esempio: il ciclo riformista prova che  la richiesta di alti salari, statisticamente, esplode dopo la crescita economica, quanto lo stile di vita è già migliorato,  non prima. 
Qual è stata  la reazione dei politici alla crescita dell’immaginario dello scontento? In Italia, ad esempio, lo si è  assecondato, anche per effetto delle tradizioni pauperiste di matrice cattolica e socialista.  Ma  anche, come avviene in tutte le democrazie, dai tempi di Atene, per non perdere voti.
Insomma, un  grande miglioramento delle condizioni economiche e sociali ha dato vita a uno scontento immaginario, ma istituzionalizzato perché recepito dai partiti, che ha condotto negli ultimi anni addirittura alla nascita di un partito “dedicato” allo scontento immaginario come Cinque Stelle.  
Ora dovrebbe essere chiaro perché il dibattito in corso  sul Reddito di Cittadinanza sia  un  tentativo di dare una risposta surreale a un problema surreale.
Come uscirne?  Purtroppo la sociologia ha le sue regolarità: la stabilità, favorisce la reiterazione,  la reiterazione, libera l’ immaginazione, che falsa il giudizio  sulla stabilità, che scioglie a sua volta le ali dello scontento, che si auto-rafforzano attraverso la percezione falsata della realtà.  Il che alla lunga rischia di minare la produttività economica e recidere, altre ali, non immaginarie però,quelle del benessere.
Qualcosa però si può fare: la politica non dovrebbe assecondare lo scontento immaginario.   Anche le tradizioni culturali potrebbero  dare una mano: nelle società anglo-americane, dove l’appello al senso di responsabilità individuale e la presa sulla realtà  sono  più forti, lo scontento immaginario trova terreno meno fertile.  Come del resto nell’Europa continentale dove il merito, la ricchezza  e  il successo personali sono apprezzati.
E in Italia?  Quasi 11  milioni di scontenti immaginari hanno votato Di Maio.

Carlo Gambescia