giovedì 15 febbraio 2018

Un eroe dei nostri tempi, Lorenzo Pianezza 




L’eroismo non è più di moda da un pezzo. Anzi, diciamo pure che nell’ epoca  "della ribellione delle masse", classicamente tratteggiata da Ortega quasi un secolo fa,  l’uomo collettivo teme l’eroismo, perché rinvia al singolo e a qualità soggettive (di indole) che non si possono socialmente trasmettere. Di qui rassegnazione, invidia e volpino disprezzo  per ciò che non si può avere, dal momento che l’eroismo, contrariamente  a quanto ritiene  certa vulgata romantica,  non si insegna a scuola: c'è o non c'è. Eroi si nasce. Il che spiega, perché oggi,   in nome di un collettivismo bovino di stampo pacifista, elevato a mediocre  religione del nostro tempo,  l’eroismo è liquidato come pericoloso. Per cavarcela con la  battuta di un celebre comico: "E' tutta invidia!".
A questo pensavamo, ieri, a proposito del giovane studente milanese, Lorenzo Pianezza,  che senza pensarci un attimo, ma con grande freddezza, si è incuneato tra i binari della metropolitana, riuscendo a  salvare la vita  di un  bimbo.  
Infatti,  che tipo di reazioni si sono avute?   Sul posto -  una banchina della metro -   nessuno si è mosso.   A male pena, una persona -   forse due -  ha allungato le braccia per prendere il bambino e aiutare  il giovane a risalire.  Dopo di che,  sui Social,  come  sempre,  ci si è divisi, non sull’eroismo (da pochi, apprezzato come gesto eroico in sé; dalla maggioranza, definito come un gesto normale), ma sulle cause: sulla mamma poco attenta, sull’assenza di guardie giurate, sulla mancanza di  sicurezza, sui pochi investimenti,  quindi sulle colpe della classe politica - nessuno rida -  che discrimina i bimbi in metropolitana.  
Un inutile bla bla bla collettivo, che non porta da nessuna parte e che  normalizza la figura dell’eroe, liquidandola come un epifenomeno della normalità.  O comunque, come qualcosa  -  l’attività eroica -  a cui l’individuo è costretto quando “lo stato non funziona”. Pertanto,  per cosi dire, la filosofia sociale  del nostro tempo tende a reputare eroe chi prende la metropolitana tutti i giorni e non  chi si lanci contro di essa  per salvare un bimbo.  Lo stesso Pianezza -  si rifletta sulla forza del conformismo sociale -  ha definito il suo gesto, non eroico, ma normale... 
In fondo, perché stupirsi? Siamo o non siamo, per tornare al grande Ortega, nell’epoca  "della ribellione delle masse"? E le masse in fondo non amano gli eroi. O meglio, non apprezzano  chiunque, nella passività collettiva quotidiana, mostri improvvisamente tali qualità, rischiando la vita e sottolineando, ecco il punto, l'altrui  "inerzialità".  O se si vuole, mediocrità. 
Come si spiega allora che  le  “masse” tendono  invece  a deificare i personaggi famosi?  Addirittura, come mostra la storia del Novecento,  capi politici che non  nascondono la propria temerarietà?  Fin quando l’eroe,  o chi  si atteggi  tale,  non impone il sacrificio altrui della vita, l’eroismo resta o socialmente neutro o fonte di ricreazione sociale.   Appena però il capo  impone  il sacrificio collettivo, dal momento che l’eroismo non si può insegnare a scuola,  la massa  si ritrae, perché l’eroismo, come abbiamo detto,  è dote individuale.  Il che spiega la stabile ammirazione per le cosiddette élite senza potere (cantanti, attori, conduttori, giornalisti, divulgatori eccetera) che a masse in cerca di capi non impongono sacrifici umani.  Il sognare, per così dire,  è la virtù dei molti, il fare dei pochi.
Insomma, le società eroiche sono le aristocratiche società di individui, di pochi individui: si pensi, solo per fare qualche esempio  al mondo dell’Iliade, alla società cavalleresca e alle Crociate, all’universo delle navi da corsa, al cosmo degli esploratori, inventori e dei primi  capitani d’industria, la "cavalleria economica", come la definì l'economista Marshall.
Il che, e concludiamo, dovrebbe far riflettere sulla natura individualistica che si tende ad attribuire, con grande superficialità euristica, alle nostre società. Che tutto sono, come abbiamo cercato di spiegare,  eccetto che individualistiche.

Carlo Gambescia     

                                                     

mercoledì 14 febbraio 2018

Mancati bonifici  
Cinquestelle si è incartato



L’amico Carlo Pompei,  pubblicista di grande valore,  vittima designata di  quel  miserabile buco del giornalismo postfascista (dove si  mendicano  stipendi e "stipendiucci", con la stessa acribia che Jünger schierava nel classificare gli insetti ), ieri ha ottimamente indagato il  “caso” dei “bonifici mancati” che ha investito Cinque Stelle come un transatlantico felliniano (1). Quindi, non abbiamo nulla da aggiungere.  Sul piano “tecnico” il commento di Carlo è perfetto.
Un considerazione sociologica -   tanto per cambiare -  non possiamo però non avanzarla.  
Come si legge  in  quel   libro-gioiello  del  giornalismo politico di una  destra, magari con il rimpianto del Duce, ma colta e intelligente che non esiste più, superbamente  incarnata da Gianfranco Finaldi: “I deputati e senatori del Pci si tassano (con involontario entusiasmo) versando al Partito una discreta percentuale del loro stipendio. Lo stesso fanno i giornalisti de “l’Unità” e i funzionari” (2).
Anno di grazia  1974. Parliamo  della Prima Repubblica, ingloriosamente andata a fondo, nel  1992-1994, sotto i colpi, non sempre leali,  dei magistrati più onesti della storia d’Italia dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente.  
Dove  vogliamo  andare a parare?  Che negli anni Settanta  nessuno  si  sognò di  investigare, neppure per un attimo,  se il quaranta per cento dello stipendio (perché questa era la percentuale) veniva regolarmente versato dai senatori e deputati comunisti. Perché?
Uno, perché erano comunisti, quindi blindati per professione (anche di fede),  Due, perché la lotta politica, si conduceva su altri fronti, qualcuno le chiamava idee.  Tre,  perché c’era un tacito  patto di non aggressione, tra democristiani e comunisti,  sulla forma partito. Certo,  non era il massimo, ma impediva che la politica si trasformasse in una ridicola, terrificante, moralistica  caccia alle streghe.
Dopo Tangentopoli invece è cambiato tutto. Il giustizialismo è diventato una risorsa politica, anzi "la" risorsa politica. Sicché,  niente patti, niente idee, niente di niente.  Solo larghe  nuotate nei cassonetti della spazzatura dei partiti. Ovviamente sotto i riflettori dei mass media. E di quel giornalismo scandalistico tipo Iene, prontissimo a gettare palate di merda (pardon) su tutto e tutti,  pur di  sfondare il tetto degli ascolti. 
Risultato? Facile.  “So' tutti uguali, Signora mia”.  Ora,  non vorremmo spezzare una lancia a favore di Cinque Stelle, movimento politico che detestiamo, ma il fatto che alcuni “portavoce” non abbiano versato (con  “l’involontario entusiasmo” dei comunisti di una volta) parte del loro stipendio è questione di diritto  privato, civile,  come quando un condomino è indietro con le quote.  Quisquilie, direbbe Totò.  E invece no.  Gli stessi pentastellati, non potendo fare marcia indietro sullo sbandierato modello politico-ideale  “conti della serva”,  si sono inevitabilmente  incartati.   E così i Social  si sono ritrovati  ad ammirare la foto  che ritrae  Di Maio, in compagnia di un maresciallo dei carabinieri e di un appuntato delle Iene,  tutti compunti,  come Mussolini e generali  piegati sulle carte del fronte greco. Per  verificare  che cosa?  Gli estratti conto bancari.  Capito?  Roba da assemblea condominiale...
Per citare  la bellissima canzone di Van de Sfroos: “Sandokan  ha imparato a pilotare le infradito”. Diciamo che ognuno ha il Duce che si merita. O meglio il  Sandokan…

Carlo Gambescia              

(2) Gianfranco Finaldi e Massimo Tosti, Guida ai misteri e piaceri della politica, Sugarco Edizioni, Milano 1974, p. 219.               

martedì 13 febbraio 2018

Post comunisti (si far per dire...)
Radio3Mondo o Radio Mosca reloaded?



Questa mattina, ore 6.50,  tale  Roberto Zichitella, conduttore della rassegna stampa  di Radio3Mondo,  ci ha spiegato che in Venezuela  i bimbi muoiono di fame e malattie per "il crollo nel 2014 del prezzo del petrolio" e per una "cattiva gestione dell’economia". Dopo di che, il Nostro, precisino precisino, ha  snocciolato alcuni dati Caritas e segnalato il  reportage del post kennedyano  “Washington Post” sulle commoventi  file di genitori davanti agli  orfanotrofi:  mancavano solo i commenti del  “Guardian” e di “Libération”. E pure di Victor Hugo.
Domanda. Chissà cosa  avrà pensato l’ascoltatrice venezuelana, certa “Terribilina”,  tra l’altro di origine italiana, che via mail, come riferisce il conduttore,  ha  chiesto  aiuto  a Radio3Mondo?  Che in Italia, il comunismo, come  Elvis, pardon Pablo,  non è morto e  vive e lotta insieme a noi.     
Il buon Zichitella, tra l'altro, ci dicono,  collaboratore di "Famiglia Cristiana",  si è ben guardato dallo spendere anche  una sola  parola sulla dittatura comunista di Maduro:  uno che ce la sta mettendo veramente tutta per  portare a termine il lavoro cominciato da Chavez, un mini-Castro che  andava e veniva da Cuba.  Per inciso, si dia un’occhiata alla voce Venezuela di Wikipedia, dove ci si diffonde sull’alta borghesia venezuelana che parlerebbe solo inglese… Però, ecco il punto,  Wikipedia  non è finanziata con il canone.
Insomma, per  Zichitella,  e per  chi  lo ha messo  lì -  tutti pagati dai contribuenti italiani -   fame, malattie e miseria vengono da Marte. E non dall’ennesimo e mostruoso tentativo di mettere in pratica l’utopia comunista.   
È veramente una vergogna. E in Italia che si fa?  Si polemizza  sul  mancato versamento delle quote condominiali  dei parlamentari grillini.  Tanto il comunismo è morto nel 1991...  Magari.
Ora, non per tirare fuori il tormentone Foibe e per dare ragione a Trippanera-Storace, ma i massacratori,  e purtroppo non solo su  Radio3,  sono regolarmente definiti titoini.  Capito? I fascisti restano fascisti  - il che è pure giusto -   i comunisti invece si tramutano in titoini.  Insomma,  Radio Mosca reloaded.  
Che dire?  Da un pezzo è caduto il comunismo, ma il riflesso condizionato no.  Chi ha “infoibato” gli italiani? I titoini. Chi affama i venezuelani? I marziani.  
     

Carlo Gambescia


                           

lunedì 12 febbraio 2018

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2018, lunedì 12 febbraio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 11/02/2018, ore 05.23, una conversazione telefonica tra l’utenza di Stato vaticana in uso a  S.S. SANCHO I, e l’utenza privata n. 347***, in uso a BERNASCONI SILVANO. Riscontri tecnici effettuati mediante verifica impronta vocale accertano che da quest’ultima utenza parla DUDU’ [cane barboncino registrato in proprietà di NATALE FRANCESCA, convivente del sunnominato BERNASCONI SILVANO].  L’utenza di Stato vaticana è in uso a PERSONA IGNOTA, che nel corso della conversazione si evince appartenente alla razza canina, appellata dal sunnominato DUDU’ con il nominativo di BOSCO.  Sono in corso accertamenti sull’identità della PERSONA IGNOTA, che nella trascrizione verrà provvisoriamente indicata con l’appellativo “BOSCO”.
Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]
                                                                                                                                    

BOSCO: [sottovoce] “Chi è a quest’ora?”
DUDU’: “Sono io.”
BOSCO: “Io chi?”
DUDU’: “Dudù, dai! Dudù, ricordi?”
BOSCO: “Ah ma sei il cane di coso, di Bernasconi?”
DUDU’: “Certo, il cane di Silvano.”
BOSCO: “Ma certo, certo, scusa sai…è che qui a Santa Marta le suore mettono una cera tremenda, non si sentono altri odori, guarda, un martirio…”
DUDU’: “Eh la sento la cera, la sento eccome…ma come fai, poveretto te?”
BOSCO [sospira]: “Faccio un fioretto a San Giovanni Bosco…”
DUDU’ [a parte] Baciapile! [a BOSCO]: “Bravo, bravo. Ma tu che sei addentro alle segrete cose: siamo sicuri che in Paradiso ci andiamo anche noi?”
BOSCO: “Garantito. Il padrone qui me l’ha detto a chiare lettere.”
DUDU’: “L’ha proclamato ufficialmente? Ex cathedra?”
BOSCO [pausa]: “Be’, no, non ancora. Sai com’è, ci sono resistenze, qui in Curia…certi monsignori…conservatori, tradizionalisti…”
DUDU’: “…egoisti…”
BOSCO: “L’hai detto tu, questo…”
DUDU’ [a parte]: “Dio che ipocrita!” [a BOSCO]: “Ma se andiamo in paradiso, allora possiamo andare anche all’inferno, no?”
BOSCO [pausa]: “Be’…tecnicamente…”
DUDU’: “Tecnicamente sì o tecnicamente no?”
BOSCO: “Sì.”
DUDU’: “Ecco. Allora, a proposito di inferno: hai sentito da laggiù?”
BOSCO [lunga pausa, sottovoce]: “Da Macerata?”
DUDU’: “Da dove sennò?”
BOSCO: “Sì, certo che ho sentito. Hanno ululato per tutta la notte del 31, laggiù…brrr…”
DUDU’: “E non fa niente il tuo padrone? Niente?!”
BOSCO [lunga pausa]: “Non so…non ancora…”
DUDU’: “E cosa aspetta, santo Dio? E’ il papa sì o no?”
BOSCO: “Ma lo devi capire! Al giorno d’oggi! Parlare di…di inferno, di Satana…poi cosa dicono i fedeli? I giornalisti? Il tuo padrone, piuttosto, che è tanto ricco, potente…con le televisioni e tutto…perché non ne parla lui?”
DUDU’: “Il mio padrone non ci crede, e se anche ci credesse è in campagna elettorale, a parlare di diavolo e di inferno si perde, dicono che sei matto.”
BOSCO: “Vedi qual è il problema?”
DUDU’: “L’hanno già eletto il tuo padrone, e l’hanno eletto a vita. Non ce l’ha la campagna elettorale.”
BOSCO: “Sì ma…”
DUDU’: “Ma cosa? E’ il papa sì o no? Qui fanno i sacrifici umani, lo sai o no?”
BOSCO [pausa]: “Sì che lo so.”
DUDU’: “Lo sai come diventano gli uomini quando succedono queste cose? Pensi che noi ce la caviamo perché siamo cani?”
BOSCO: “No.”
DUDU’: “Insomma: il tuo padrone ci crede o non ci crede, all’inferno e al diavolo?”
BOSCO [pausa]: “Tecnicamente…”
DUDU’: “Tecnicamente sì o tecnicamente no?”
BOSCO: “Tecnicamente non lo so.”
DUDU’: “Stiamo messi bene.”
BOSCO: “Lo devi capire, lo sai come sono gli uomini, poveretti…loro non le sentono, certe cose…è come gli ultrasuoni, non li sentono, loro…come gli odori, sentono solo…solo la superficie delle cose, ecco…”
DUDU’: “Devi fare qualcosa, Bosco. Parlagli, al tuo padrone, fagli capire che qui stiamo in pericolo, tutti. Lui…lui ha il potere, se vuole, lo sai…”
BOSCO [lunga pausa]: “Ecco, vedi…”
DUDU’: “Vedi cosa?”
BOSCO: “Non mi sente.”
DUDU’: “Cooosa?!”
BOSCO: “Non mi sente. Ci ho provato tante volte a parlargli, anche mentre dormiva, per vedere se…ma non mi sente. Crede che abbaio, mi sgrida…” [guaisce]
DUDU’: “Ma roba da matti. Mi sente il mio che non crede a niente, pensa solo alle donne e a divertirsi, e non ti sente il tuo che è il papa…e si è chiamato Francesco, oh! Che quello parlava anche coi passeri, coi lupi parlava, ti rendi conto? Vacci a parlare te, coi lupi!”
BOSCO: “Ma è bravo, sai? Mai un calcio, tante carezze…mi fa mangiare che guarda…”
DUDU’: “Sì, stai da papa, bravo. Ma adesso che facciamo? Conosci qualcuno?”
BOSCO: “Non lo so, fammi pensare…forse sì…ci sarebbe un cardinale…un negro…un vecchio brontolone, antiquato…non gli va mai bene niente… fa la Messa in latino…”
DUDU’: “Lo conosci il suo cane?”
BOSCO: “Di vista. Sai, io sono il cane del papa, bisognerà pur mantenere le distanze…”
DUDU’: “Sì, be’, adesso le accorci, le distanze, lo chiami subito e ci parli, datevi una mossa perdio!”
BOSCO: “Subito no, il padrone sta per svegliarsi. Dopo.”
DUDU’: “Dopo subito però. Promesso?”
BOSCO: “Promesso.”
DUDU’: “Guarda che se non mantieni vai all’inferno.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.o  Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

domenica 11 febbraio 2018

Il Festival di Sanremo?
Un enigma racchiuso in un mistero



Il Festival di Sanremo non è mai stato lo “specchio fedele” dell’Italia, come  dicono, compiaciuti, i professori di televisione.  Sanremo è una rappresentazione dell’Italia, di come la si immagina, di come la si vorrebbe: un dover essere che rispecchia i discontinui misteri della pedagogia politica. Dal democristianismo di Pippo Baudo  e Mike al  buonismo, intinto in salsa grillina-liberieuguali  di Baglioni e Favino. Solo Berlusconi, il più politicamente ingenuo di tutti,  si mise nelle mani di quel simpaticissimo cazzaro di Tony Renis.        
Insomma, la  musica non conta. Tutti, dal cantante  sfigato all’impegnato,   vogliono successo e quattrini.  Persino i compagni dello “Stato sociale” (con tanto  di blog sul “Fatto Quotidiano”).   Nulla di  male, per carità,  è il business musicale.   Iniziò  nell’Ottocento con l'Opera. Insomma, pure Rossini, Verdi e Puccini  tenevano  famiglia.       
E gli italiani?  In milioni, guardano, commentano, discutono, cambiano canale, si divertono, si annoiano.  Insomma,  vivono.   In realtà però,  nessuno sa  cosa  frulli nelle loro teste.  L’Italia va avanti da sola.  Con o senza Sanremo.  E come? Lo Stivale,  forse,   è la prova vivente dell’esistenza della mano invisibile, non proprio quella teorizzata da Adam Smith, ma qualcosa che permette al birraio e al macellaio  di vivere a spese dello stato.       
Quindi inutili scervellarsi sul significato sociologico di Sanremo.  Di più: rompersi il capo per capire gli italiani.  Il che è amaro per chiunque studi sociologia.  Parafrasando ciò che disse Churchill, a proposito del comunismo, l’Italia, citiamo a memoria, è un enigma racchiuso in un mistero. 

Carlo Gambescia


sabato 10 febbraio 2018

Fascismo/Antifascismo: 
non se ne può più
(Le manifestazioni di Macerata)



È stupefacente  come ancora  ci si confronti,  dopo più di settant’anni,  a colpi di slogan  fascisti  e antifascisti. Ovviamente, pensiamo alla manifestazione “antifascista”  che si terrà  a Macerata,  di natura prettamente ideologica, come del resto certe  "esternazioni" di segno contrario, "in nero", meno affollate,  ma  inquietanti.    
Però "stupefacente" fino a un certo punto.  In politica,  le ideologie  a prescindere dal  valore cognitivo, sono essenzialmente risorse emozionali:  “proiettili” di carta,  retorici, da usare per sconfiggere, sul piano dei "sentimenti" collettivi, l’avversario.  Per quale ragione parliamo di  “piano collettivo”? Perché sotto l'aspetto dei comportamenti sociali, qualsiasi idea, anche la più nobile e articolata, pur di  arrivare a tutti, e quindi trasformarsi in idea-forza, capace di convincere e vincere,  non può non assumere inevitabilmente, per trascinamento collettivo,   una forma semplificata, priva di qualsiasi sfumatura. Il fenomeno (della semplificazione),  sociologicamente parlando, si è notevolmente accentuato con l’avvento della società massa.  I Social, oggi così discussi, hanno solo offerto all' "uomo-massa", di orteghiana memoria, un' autostrada, emotivo-retorica, a dieci corsie.
Insomma,  fascismo e antifascismo  sono pure e semplici risorse ideologiche  e politiche. Ben diverso sarebbe il discorso, se invece ci si impegnasse sul piano dei valori comuni alla moderna società liberale. Come? Ad esempio, scendendo in piazza per manifestare in favore della libertà contro il totalitarismo.  Il che però, per dirla con una "filosofa", nostra contemporanea, Gianna Nannini, "è bello e impossibile". Perché antifascisti e fascisti condividono  la stessa  ripulsa verso il   liberalismo moderno:   gli antifascisti,   perché  non hanno mai rimosso l’eredità marxista di una società perfetta, egualitarista, da imporre con la forza;   i fascisti, perché   si sono ben   guardati  dal respingere l’idea di una società gerarchica, anti-egualitarista, da perseguire con la violenza. 
Si dirà:  ma il liberalismo non è a sua volta una risorsa ideologica? Diciamo che il liberalismo è l'involucro della modernità. E' qualcosa di più:  Croce  parla di "pre-partito", una "filosofia" necessariamente comune a tutte le forze politiche moderne che aspirino a una "società aperta", per dirla con Popper. Quindi tutto posto? No, perché  ad esempio in Italia,  lo schema fascismo-antifascismo, rinvia, dal punto di vista dei “proiettili” retorici,  all’idea della repubblica antifascista,  ma non anticomunista: idea fondata  sulla furba e falsa equazione, già togliattiana,  che l’anticomunismo, e quindi anche le correnti liberali che lo avversano, siano  cripto-fasciste.  Quindi addio pre-partito e  metapolitica (dell'azione) liberale.  
L’idea stessa di  totalitarismo, per un verso, viene addirittura  rivendicata dal fascismo di Salò e da larga parte dei post-fascisti missini, aennini, eccetera,  in particolare i militanti, e per l’altro negata, prima dai comunisti, poi dai suoi variegati successori, perché, come spesso si legge,  inutile eredità della Guerra Fredda  e,  per giunta,   troppo impregnata di liberalismo.
Qualche mese  fa scrivevamo del “pericolo fascista” (*). Che indubbiamente esiste,  però   come armamentario ideologico. Esiste, insomma,  un  immaginario etnocentrico e  gerarchico,  pronto all’uso, soprattutto  in una società ad alto rischio di razzismo, per ragioni storiche, sociali, redistributive e perfino umorali.  Tuttavia,  lo scatenamento degli istinti carnivori,  per ora latenti nella nostra società,  rischia di essere  alimentato  dalla stessa sinistra che  manifesterà a Macerata in nome di un antifascismo zoppo,  privo della fondamentale componente anti-totalitaria: una sinistra, insomma, che rifiuta, solo perché ritenuta a priori fascista, qualsiasi politica di controllo dei flussi migratori di tipo prudenziale-liberale, politica che invece  "inciderebbe" sul malcontento razzista limitando i pericoli di contagio.  Si può essere più rigidi di così?
Il fascismo, alle sue origini, si nutrì  di  una  crisi dello stato, i cui dirigenti si mostravano  incapaci di prendere qualsiasi decisione. Purtroppo,  si era dinanzi  al  dissolvimento di  una classe politica liberale, popolare,  socialista  che invece di governare  si baloccava con le parole d’ordine della democrazia sociale.  E oggi? Ovviamente Di Maio  non è  Mussolini: però si  noti come il M5s  si sia ben guardato dal partecipare alla manifestazione di Macerata, senza per questo appoggiare i gruppetti neo-nazisti.  Per ora, ovviamente.
Invece di scendere in piazza, in nome dell’antifascismo immaginario ( o quasi),  si cerchi  di prevenire le ragioni  che potrebbero essere alla base di un possibile ritorno dell'immaginario fascista. Il giochino - e qui torniamo ai proiettili di carta -  dell’identificazione tra  cripto-fascismo e qualsiasi tentativo di controllo dei flussi è molto pericoloso, perché rischia di alimentare risposte oltranziste di segno contrario. O ancora peggio, che qualcuno ne approfitti.
Qualsiasi  riferimento al movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio non  è puramente casuale…


Carlo Gambescia    



venerdì 9 febbraio 2018

  Macerata, prove tecniche di opposti estremismi     
Quanto è bello soffiare sul fuoco



“Il manifesto” soffia sul fuoco. Rimprovera al Ministro dell’Interno, che ha proibito la doppia manifestazione a Macerata (razzista e antirazzista), di   trattare fascisti e antifascisti alla stessa stregua. Perché la democrazia -  si sostiene  - si difende con la democrazia, "e storicamente in Italia, da chi scende in piazza”. Per in inciso, si tratta dello stesso atteggiamento (nobilitato come Militant Democracy)  che ha spinto la Fondazione Feltrinelli a cassare la conferenza di Alain de Benoist.
Però,  a rigor di logica, anche Forza Nuova, scendendo in piazza difenderebbe la democrazia… O per “il manifesto”  esistono due piazze, una di sinistra, buona, una di destra o estrema destra, cattiva?
“La seconda che hai detto”, per dirla con un famoso comico. In realtà, la democrazia, non si difende nelle piazze, soprattutto se si va armati di bastoni  e con intenzioni pessime, a prescindere da ideologia e colore politico. 
E dove e come si difende? In linea di principio  la democrazia dovrebbe  difendersi  da sola  con i fatti  del buongoverno, senza agitarsi troppo e soprattutto  senza "agitare" le piazze, rinfocolando vittimismo e  scontento.  I britannici, che di democrazia se ne intendono (almeno fino alla Brexit), parlano di understatement.  Per evitare la canea,  serve però  senso della misura,  o  in termini dotti, prudenza politica:  virtù, a dire il vero,  che attraversa le più diverse forme di regime, anche un dittatore, si pensi a Franco, può essere prudente, Per contro, un leader democratico ritenuto addirittura "cristallino", come  John Fitzgerald Kennedy, può condurre un paese in guerra o sull’orlo del conflitto. Insomma, la cultura della prudenza,  che scorge nella politica l’arte del possibile, non dipende dal tipo di regime, ma  rinvia alla natura caratteriale  dei capi e alla  formazione-selezione  delle élite politiche. Diciamo che è frutto della meritocrazia  come del caso.   
In Italia, con la scomparsa a furor di popolo  delle classi dirigenti della Prima Repubblica,  in primis le  democristiane e comuniste,  pur con tutti i loro grandissimi  limiti,  la cultura della  prudenza politica, incarnata prima  da figure, di grande spessore,   come Togliatti e De Gasperi, poi di livello inferiore, ma comunque accettabile, come  Andreotti,  Moro,  Berlinguer,  è andata scomparendo.  Sicché, via via,  un  dibattito politico, sempre più povero, alimentato da una cultura giustizialista, del gioco al rialzo morale, vittima, a sua volta, di   un moralismo plebeo,  ha progressivamente invaso e   aggredito la società  come un cancro. 
Il che spiega perché la sinistra radicale, quella ideologicamente più insensata, che nulla ha mai  imparato dalla storia,  surroghi l'idea di rivoluzione, finita in soffitta, per ovvi motivi organizzativi, con la democrazia militante  che si difende in piazza. In questo modo però,  la sinistra "piazzaiola" rischia di fare  il gioco della destra fascista e razzista e degli opposti estremismi. Che senso ha prendersela ingiustamente,  come fa  "il manifesto",  con  Minniti?   Ministro che ha lavorato molto bene.  E che sarebbe piaciuto a Togliatti.
Non dimentichiamo,  infatti, che il Migliore fu  il Guardasigilli  che, prudentemente,  amnistiò  i fascisti.  Che  all’epoca,  numericamente,   non erano proprio i quattro gatti di Forza Nuova.     


Carlo Gambescia