martedì 7 novembre 2017

Sicilia, elezioni regionali 2017 
Prosegue la marcia del Movimento 5 Stelle 




Al posto di Berlusconi, nonostante i risultati (*), non canteremmo vittoria. Ha vinto una coalizione di quattro partiti, o meglio (anzi peggio)  raggruppamenti,  che uniti, sommano più voti (un  2,30 %, se non erriamo) rispetto a quelli presi da Musumeci. Il che  significa che il consenso  intorno all’avvocato palermitano non è assoluto. Inoltre, il vincitore un post-missino (perbene, dicono), sempre a causa del voto disgiunto, ha preso voti, anche da coloro che appoggiavano Micari: la differenza tra i voti  delle forze politiche che insieme sostenevano il candidato Pd e i voti conseguiti separatamente  non è proprio ridotta (il 4,3 %).  Quindi, anche con la  metà più uno dei seggi,  non vediamo vita facile per Musumeci.  O comunque il rischio è quello di sempre, di immergersi nelle acque imbrogliate della ARS. 
L’ unico  vero  vincitore  è  Cinque Stelle.  Il suo candidato riceve quasi  il 35 per cento dei voti mentre il partito -  perché tale è -  si attesta intorno al 27 per cento e guadagna sei seggi. I pentastellati non conquistano la Presidenza  ma continuano a crescere.  La marcia di Cinque Stelle, sembra inarrestabile: si noti l'atteggiamento sprezzante del "miracolato" (dalla vita)  Di Maio,  che già si sente a Palazzo Chigi,  verso il vecchio inquilino Renzi, ormai un povero "sfigato".  Ma si osservi, sempre al riguardo,  il cauto atteggiamento dei telegiornali pubblici, che con il solito  fiuto dei segugio, si stanno riorientando, piano piano ma inesorabilmente, verso Grillo. Mai guastarsi con i futuri vincitori... 
Si tende ad attribuire la sonora sconfitta siciliana del Pd a Renzi. Può darsi. In realtà, però, se ci si passa la caduta di stile, si litiga in due. Perciò le colpe della sconfitta andrebbero suddivise con gli oppositori interni: la protervia politica non paga.  Cinque anni fa, cumulando il risultato di Crocetta e della Marano (candidata della sinistra-sinistra), il centrosinistra, prese il  37%,  oggi, più diviso di prima,  si ferma al  31. Fava, più o meno,  prende gli stessi voti della Marano. Ripetiamo, la sinistra-sinistra non cresce e la sinistra riformista perde voti. Chi guadagna dalla disunione? Probabilmente Cinque Stelle.           
Quanto ai piagnistei sull’affluenza,  rispetto alle elezioni del 2012,  il calo è dello 0,65…  C’è la conferma di un  trend, non il tracollo improvviso.
Se lo scenario siciliano si dovesse configurare anche in occasione delle prossime politiche, diverrebbe fondamentale  la conquista della  quota uninominale.   Perché se Cinque Stelle,  ora con una forbice di consensi tra il 27 e il 35 %,  riuscisse a conquistare, a causa delle disunioni interne-esterne al centrodestra e al centrosinistra,  anche i seggi della quota uninominale,  potrebbe diventare il primo partito italiano.  E chiedere -   anzi imporre -    a  Mattarella  l’incarico di formare il nuovo governo.
Certo,  il centrodestra, con il suo  quaranta per cento, qualora replicasse il risultato siciliano, potrebbe, a sua volta,  candidarsi. Ma vincere è una cosa,  governare un’altra… Soprattutto quando si è in tre, quattro,  cinque,  eccetera… E con un Presidente del Consiglio - ammesso che Berlusconi riesca a convincere la Corte Europea -  sotto il tiro della magistratura italiana di sinistra. 
Pertanto, il quadro che esce fuori dalle elezioni siciliane è quello, tanto per non farsi mancare nulla, di grandissima instabilità. Il centrosinistra disunito non vince, quindi non può governare.  Il centrodestra, unito può vincere, ma non può governare. I Cinque Stelle, possono vincere. E potrebbero pure governare. 

Carlo Gambescia
    

lunedì 6 novembre 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 5 novembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 04/11/2017, ore 16,25 la seguente conversazione telefonica tra le utenze 333.***, intestata a FINZI MATTIA, SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO e 356***, intestata a SENSINI FABIO. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]


FINZI MATTIA: “Fabio? Fabio devi venire qui, subito.”
SENSINI FABIO: “Non posso, lo sai che ho la riunione con…”
FINZI MATTIA: “Me ne frego della riunione, vieni qui subito!”
SENSINI FABIO [pausa]: “Va be’. Dove sei?”
FINZI MATTIA: “A Palermo.”
SENSINI FABIO: “Cosa ci fai a Palermo?! Per le elezioni?”
FINZI MATTIA: “Macché elezioni.”
SENSINI FABIO [pausa]: “Fammi vedere i voli…Ma se non è per le elezioni, per cosa…”
FINZI MATTIA: “Fabio, c’è un casino.”
SENSINI FABIO: “Come un casino? Che casino?”
FINZI MATTIA: “Ti spiego quando sei qui.”
SENSINI FABIO: “Dammi almeno un’idea che mi organizzo, a Palermo non ho ufficio, non ho nessuno…”
FINZI MATTIA [sottovoce] “Molestie.”
SENSINI FABIO [pausa]: “Come scusa?”
FINZI MATTIA: “Molestie.”
SENSINI FABIO: “Occazz…cos’hai fatto?”
FINZI MATTIA: “Niente ho fatto! Niente!”
SENSINI FABIO: “Come niente?! Se non mi dici le cose, come vuoi che…”
FINZI MATTIA: “Non ho fatto niente veramente! Niente, Fabio, niente!”
SENSINI FABIO [lunga pausa]: “Dai, raccontami tutto.”
FINZI MATTIA [lunga pausa]: “Sai quella tipa dell’ufficio stampa di Palermo?”
SENSINI FABIO [tra sé] “Cazzo no, no, no…” [a FINZI MATTIA] “Quella carina, mora, con due gran…”
FINZI MATTIA: “…quella. Marianna.”
SENSINI FABIO: “Marianna.”
FINZI MATTIA: “Eh. Non so se hai notato che scherzavamo, che eravamo in confidenza...”
SENSINI FABIO: “Sì. E poi?”
FINZI MATTIA: “La conoscevo già.”
SENSINI FABIO: “Ah. E poi?”
FINZI MATTIA: “E poi niente.”
SENSINI FABIO: “Insomma! E poi?”
FINZI MATTIA: “Poi niente: è prima.”
SENSINI FABIO: “Come prima?”
FINZI MATTIA: “Quindici anni fa.”
SENSINI FABIO: “Cioè quindici anni fa tu ci sei…”
FINZI MATTIA: “…sì.”
SENSINI FABIO: “E allora? Non eri neanche sposato, mi sembra.”
FINZI MATTIA: “No. E’ che…[pausa] Il posto all’ufficio stampa.”
SENSINI FABIO: “Gliel’hai fatto avere tu?”
FINZI MATTIA: “Sì.”
SENSINI FABIO: “Prima o dopo che ci sei stato?”
FINZI MATTIA: “Ma chi si ricorda, prima, dopo, durante…era disoccupata, le serviva un posto e gliel’ho fatto avere.”
SENSINI FABIO [pausa]: “Ci sono testimoni?”
FINZI MATTIA: “Hai voglia, lì a Palermo tutti. Sai quanto ho dovuto rompere per quel posto? Non ero mica segretario allora.”
SENSINI FABIO: “E adesso cosa vuole questa?”
FINZI MATTIA: “Un posto a Roma, sennò dice che l’ho molestata.”
SENSINI FABIO [pausa]: “E diamole il posto.”
FINZI MATTIA: “Sì, ma ti rendi conto che così non finisce più? Le dai il posto a Roma, poi te ne chiede uno migliore, poi vuole andare in parlamento, poi vuole diventare ministro…Fabio: questa è una cretina.”
SENSINI FABIO: “Cretina mica tanto, i suoi interessi li sa fare.”
FINZI MATTIA: “Ma non si può fare niente?”
SENSINI FABIO: “E cosa vuoi fare?”
FINZI MATTIA: “Ma, non so…magari…intimidirla?”
SENSINI FABIO: “Ma bravo, questa sì è una soluzione. Vuoi che chiediamo a Totò Riina?”
FINZI MATTIA: “Scherzi?”
SENSINI FABIO: “Vedi tu. Perché o la facciamo sparire, ma proprio sparire, o il posto glielo diamo.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Cioè devo farmi ricattare tutta la vita per qualche scopata di quindici anni fa?”
SENSINI FABIO: “Esatto. Devi farti ricattare tutta la vita per qualche scopata di quindici anni fa. Altrimenti…”
FINZI MATTIA: “…altrimenti?”
SENSINI FABIO: “Altrimenti fai outing. Dici che sei gay. I media parlano solo di quello, e la Marianna non se la fila più nessuno.”
FINZI MATTIA: “Ma io mica sono gay.”
SENSINI FABIO: “Cosa c’entra?”
FINZI MATTIA [pausa]: “Va be’ dai, trovale un posto.”
SENSINI FABIO: “E’ una parola. Comunque vedo di trovarlo.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Ma checcazzo…”
SENSINI FABIO: “Almeno valeva la pena?”
FINZI MATTIA: “La Marianna?”
SENSINI FABIO: “Eh.”
FINZI MATTIA: “E chi si ricorda…”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...




venerdì 3 novembre 2017

 World Press Photo 2017  
Le foto di scena 
di Burhan Özbilici




Burhan Özbilici, fotografo turco, ha  vinto il  World Press Photo di quest’anno. Riprendiamo la notizia dalla  “ Stampa” (*),
I suoi scatti  hanno  immortalato l’esecuzione dell’ambasciatore russo, Andrei Karlov,  in una galleria d’arte di Ankara,  sotto i colpi  di un colletto bianco della polizia,  forse  affiliato all’Isis,  Mevlut Mert Alrintas. Motivo: per   protesta contro intervento russo in Siria.
Le foto sembrano  di scena, per quanto sono tecnicamente  perfette. Troppo.  E non poteva essere così, anche a detta del fotografo, per le condizioni ambientali, assolutamente ideali,  che ricordavano quelle di un set.  Insomma, sono foto  che sembrano  più vere di quel che appaiono.  Si potrebbe addirittura parlare di iper-realtà, per dirla con uno sciamano della sociologia, Baudrillard. Siamo davanti  a qualcosa che appare più reale della realtà stessa. Al punto che  si rischia l'effetto hollywood.  
Tutti conoscono le paginette di Benjamin, comunista dal cuore aristocratico, sulla fotografia come moderno strumento seriale di riproduzione della realtà in una società di massa. Özbilici però,  riproduce la morte, che è un fatto unico, almeno per l’ambasciatore, nonché si sofferma sullo  sguardo allucinato, altrettanto unico, dell’assassino (ogni allucinato è allucinato a modo suo, come la famose famiglie di Tolstoj).  
La serialità di una riproduzione tecnica s’incontra con l’unicità di un evento. Diciamo, però,  nel posto sbagliato: un leccatissimo vernissage, con tutte le luci negli angoli giusti.  Che dire?  Troppo belle per essere vere.  Raccontano, per fotogrammi,  un film, non la realtà. Che poi quegli eventi siano realmente accaduti è un’altra storia… 
La  foto  di  Özbilici non andavamo premiate. Sono all'altezza di un Book. E neppure per sua colpa: Özbilici si è trovato lì, e non poteva non scattare.  Ovviamente, questo nostro  giudizio,  può avere valore solo  dal punto di vista dell’ arte  fotografica.   Non da quello  etico-politico, della foto come pedagogica stigmatizzazione pubblica di un atto terroristico. Ma la fotografia è una cosa, la politica un’altra.  O no?

Carlo Gambescia                       

giovedì 2 novembre 2017



La tragedia dei cinque argentini uccisi nell'attentato di New York
Il monumento 
al Turista Ignoto



Nell’immaginario occidentale il Milite Ignoto rappresentava, ai suoi inizi,  il simbolo del  supremo sacrificio per la patria,  quello della vita,  del più oscuro fante.  Nel tempo, soprattutto dopo il 1945 (con  avvisaglie  nella guerra precedente),  si è  iniziato a scorgere in esso,   da sinistra soprattutto,   la povera e inconsapevole vittima di una vergognosa  ideologia guerrafondaia, che abbracciava vincitori e vinti, fascisti e antifascisti, soprattutto se  liberali e anticomunisti.  
Piano piano, soprattutto dopo la  decolonizzazione e il 1968,  anno delle rivolte studentesche, “anche” contro il conflitto in Vietnam,   la guerra  è  stata espulsa dall’agenda politica, in particolare europea e confinata-sublimata al cinema e nei giochi elettronici o di gruppo, dove si muore per finta. Nel frattempo, le guerre, quelle vere,  non sono finite. Anzi... Però è cambiato l’approccio.  
Innanzitutto, non si usa più  la parola guerra,  si parla di operazioni di  “polizia” o quasi,  a termine, rispettose delle regole umanitarie,  rivolte a riportare la pace. Inoltre,  complice la tecnologia,  si evita di combattere sul terreno. La perdita anche di un solo soldato viene giudicata come irreparabile. Quanta acqua è passata sotto i ponti, dalle grandi battaglie della “Grande Guerra”!  Quando in un solo  giorno cadevano, sui due fronti, come in Francia, centinaia di migliaia di soldati!
Ovviamente,  in  noi non c'è alcun  sentimento di compiacenza.  Sia chiaro.  Però, non può essere non sottolineato che  si è passati da un eccesso all'altro: il militare oggi viene presentato da mass media  come un uomo di pace. Una specie di vigile del fuoco. O nella peggiore delle ipotesi, un poliziotto, che, come impone regolamento, esploda  più di un colpo in  colpo in aria. E che, soprattutto, eviti  di ferire o uccidere.
Qual è il paradosso  politico  di questa situazione?  Che nella guerra contro l’Islam, attualmente in corso, che però il pacifismo politico dei nostri dirigenti   non vuole riconoscere come tale, non cadono più, quelli che potremmo chiamare pomposamente i soldati  dell’Occidente.  E chi muore allora? Il turista.  Chi viaggia per divertirsi, chi fa shopping, jogging, passeggia amabilmente, guarda le vetrine,compre regalini, prende il sole e scruta  il  mare in lontananza, fa fotografie, va per mercatini. Per fare solo un esempio, l'ultimo:  a New York, nell’attentato dell’altro ieri,  sono morti cinque turisti argentini  che si divertivano correndo in bicicletta. 
La politica, la stessa  che si vergogna  di chiamare le cose con il loro nome,  gioca sulla legge dei grandi numeri  - del resto, per ora, il numero dei turisti caduti, non supera quello dei morti per incidenti stradali... -  e sulla passività di una popolazione che rifiuta di pensare la guerra e che vuole solo divertirsi. Il che - divertirsi -   non è sbagliato, ci mancherebbe altro, ma va difeso.  Con le armi quando occorre,  anche a costo di perdite umane.
E invece, da perfetti incoscienti collettivi - dal momento che si tratta di un sentimento diffuso tra le gente  -  si  pretende  che il nostro stile di vita non cambi,  senza però fare nulla per difenderlo da chi si impone come unico  scopo nella vita,  vantandosene addirittura, come l'attentatore di New York, di schiacciarci come insetti nocivi.  
Strano che  finora nessuno abbia pensato  a celebrare il turista ignoto, o quasi,  con un bel monumento. Probabilmente perché, la guerra che nessuno però chiama guerra, è appena agli inizi. Ma anche per un’altra ragione:  un  monumento  al turista ignoto richiama,  troppo apertamente, l’antico immaginario, definito bellicista,  dalla predominante mentalità pacifista.  
A parte  alcune misure di polizia - come se i terroristi  fossero non soldati nemici,  ma criminali comuni -   che  non potevano  non essere prese,  si confida,  collettivamente,  nel fatto che  la tempesta prima o poi  passerà da sola. Si stancheranno, si ripete.   
Nel frattempo però, come un tempo si ordinava ai fanti  di uscire dalla trincea e attaccare, oggi, si ordina   al  fante-turista, di saltare fuori, in  bermuda a fiori,  dalle trincee domestiche, per combattere a colpi di pacchetti-vacanze un nemico sordo,  armato e animato da un odio feroce. 
Chi  vincerà?

Carlo Gambescia        

mercoledì 1 novembre 2017

 New York,  sotto il tiro del terrorismo islamista
All’ombra delle spade



Sembra che il micro-terrorismo  islamista, il terrorismo improvvisato dell' autovettura lanciata contro la folla inerme,  abbia colpito il "cuore dell’Impero", New York, per usare la  terminologia cara  all’antiamericanismo che fa tifo per l’Islam. 
In realtà,  l’attacco terroristico di ieri prova che la sindrome europea si è estesa agli Stati Uniti. Parliamo di  nuovo anarchismo terrorista,  che a differenza del vecchio, che un tempo colpiva re, presidenti e principi, si è democratizzato, colpendo  le persone comuni.  Ovviamente, i fondamenti ideologici sono differenti, ma la tecnica, è la stessa: un attentatore isolato, che al  colpo di pistola, ha sostituito  un colpo di acceleratore.
Purtroppo, siamo davanti  ad atti terroristici, proprio perché individuali, difficili da prevenire e contrastare. Come impedire  infatti, che  uomini comuni uccidano  altri uomini comuni?  Apparentemente,  dal punto di vista della tecnica esecutiva,  sono   atti  simili a quelli  del padre di famiglia che impazzisce, compiendo una strage. Con una differenza fondamentale, però: un genitore prima di impazzire lancia dei segnali,  il terrorista individuale,  no:   li nasconde, per poi  uccidere nel modo più economico. Cosa esiste di più semplice del salire in macchina e lanciarsi sulla gente a passeggio? Difficile dire.
Come venne sconfitto terrorismo anarchico, a sfondo individualistico?  Che fra Otto e Novecento insanguinò l’Europa? Rafforzando le difese intorno a re, presidenti e principi, punendo esemplarmente i colpevoli.  Nonché,  cosa più importante,  con una grande rivoluzione dei consumi, che ne   recise le radici sociali e politiche. Detto altrimenti: la  società del benessere come arma finale. 
Purtroppo,   difendere la gente comune è difficile, se non del tutto impossibile,  quasi come il punire esemplarmente, in una società che crede più al valore rieducativo della pena che espiatiatorio.  Quanto alla società del benessere, l’Islam, è totalmente estraneo al modello di vita occidentale: sull'uomo comune, anche se in parte occidentalizzato, grava (semplificando) un senso di colpa medievale.  Se per gli anarchici il paradiso si poteva costruire su questa terra, per l’islamico è altrove, in cielo.  Di qui la difficoltà di intraprendere, senza averne prima  spezzato militarmente la spina dorsale ideologica, qualsiasi processo di secolarizzazione-integrazione.  Sul punto ritorneremo nella chiusa.  
Secondo alcuni si dovrebbero chiudere le frontiere. Il che, ammesso e non concesso che sia giusto sotto il profilo economico e umanitario,  potrebbe preservarci per il futuro. Ma per il passato? Come si scopre, dopo ogni attentato, il  terrorismo individuale,  è un fenomeno di seconda generazione, riguarda i cosiddetti integrati.  Che fare allora? Deportare tutti gli immigrati di fede islamica, magari naturalizzati? Oppure chiuderli  dentro nelle Homeland, come si faceva nel Sudafrica razzista?
Probabilmente, nulla di tutto questo potrà  accadere,   fino a quando il tasso  di rischio -  tasso difficile da stabilire perché varia da società a società -  sarà, come per altre forme di criminalità, metabolizzato dai cittadini,  mettendo nel remoto conto delle “cose normali”,  la  possibilità di essere scippati, rapinati, feriti e uccisi, anche in un attentato. Diciamo che il punto di sintesi di un tasso  di rischio, quasi al limite ma ancora gestibile, è rappresentato  dal  modello di sicurezza israeliano. Uno standard, a dire il vero, già abbastanza lontano, perfino al momento, dalla nostra microfisica lassista della protezione dai crimini,   comuni  o terroristici.
Se invece, l’incidenza del rischio, dovesse crescere,  la richiesta di contro-assicurazione da parte dei cittadini  potrebbe diventare insostenibile, influendo,  fino a demolirlo, sul sistema di libertà  che contraddistingue le nostre società. Oltre Israele, dunque. E verso che cosa? Difficile prevedere. Di sicuro c'è solo che purtroppo, alla fin fine, gli uomini alla libertà preferiscono sempre la sicurezza.
Come uscirne? Come evitare la crisi della società aperta? Difendendola, cominciando dal fronte esterno, prima che la situazione dell'ordine pubblico interno precipiti ed evolva verso lo stato di polizia. Il messaggio vincente  che dovrebbe filtrare tra quei popoli  è quello  di un Occidente forte,  che non teme nessuno, disposto a imporre il suo ordine per altri dieci secoli. Anche con la forza, come impongono, quando occorre, le costanti del politico (o metapolitiche).  In modo diretto, senza ricorrere a infide truppe mercenarie,  sempre pronte  a cambiare bandiera. Insomma,  dire forte e chiaro, che non c’è scampo per i nemici: o piegarsi  alla "religione" della libertà o perire in battaglia. Tertium non datur. Dopo di che, se necessario,  mettere in pratica,  come i Romani con  Cartagine. Ma,  al tempo stesso,  pronti ad accogliere coloro che si sottomettano pacificamente. 
Fantapolitica, per un Occidente, disunito,  che spera di piegare il nemico, a colpi di musica rock… Il che, in fondo,   avrebbe anche un senso ideologico,  ma  dopo.  All’ombra delle spade. 

Carlo Gambescia                                     

            

martedì 31 ottobre 2017

 Il caso  Weinstein
Si fa presto a dire orco…



Harvey Weinstein, il produttore,  è stato dipinto come un orco.  Può darsi che lo sia.  Vogliamo però provare ad andare oltre? Tentando di  squarciare  la pesante coltre di isteria  che sembra  impedire qualsiasi approfondimento sociologico?    
Innanzi tutto va fatta un piccola premessa. A molti maschi non piace ammetterlo, ma il Novecento passerà alla storia come il  secolo del femminismo. L’ingresso delle donne in tutti i campi della vita sociale,  soprattutto nella seconda metà del secolo, inevitabilmente ha  portato una rivoluzione nei costumi. Per i conservatori, è segno di decadenza, per i progressisti di uguaglianza. I primi deprecano la femminilizzazione dell’uomo, i secondi inneggiano alla lotta dei sessi -  come prima  celebravano la lotta di classe -   e alla conquista di una totale  parità, formale e sostanziale. 
Le società però, pur risentendo dei processi innovativi, hanno ritmi più lenti legati alla  stratificazione socio-politica,  stratificazione che nonostante l’incombente rivoluzione  femminista, è tuttora a dominanza maschile, almeno  nei posti chiave. Per alcuni lettori, interessati al residuo di potere maschile,  ciò può essere una fortuna.  
In realtà, questa discrepanza -  per venire al finalmente al  punto  -  crea inevitabilmente  conflitti, come quello sulle molestie.  Il residuo potere maschile, in alcuni settori chiave, tra le varie forme di veto,  impone   prestazioni sessuali, come rimozione degli ostacoli  all’ingresso  in  un mercato ristretto, molto ambito, perché altamente remunerativo, come quello dello spettacolo.  Si esercita, insomma, un potere posizionale ( legato alla posizione nella scala del potere) dell'uomo sulle donna.   
La parità  può sciogliere questo nodo ? No.  O comunque non del tutto.  Facciamo però  un passo indietro.
L'intera questione  rinvia all’economica (sociologica) del potere.  Un fatto sociale che preesiste formalmente  a prescindere dai contenuti. Se ci fosse la parità sostanziale, il potere di veto,  lo eserciterebbero uomini e donne insieme, attenzione però:  sulla base della stratificazione sociale.  Se invece fossero la donne a predominare sarebbe usato esclusivamente  sugli  uomini, come ora succede al contrario. Quindi, guai ad aspettarsi troppo, sul piano etico-politico,  dalla parità.  La stratificazione del potere  non si può cambiare per legge. Il  grande Roberto Michels parlò, per l'appunto, di ferrea legge delle oligarchie. Che possono essere maschili, femminili e "miste". 
Ovviamente, in un clima di lotta dei sessi e di battaglia per i diritti, le molestie maschili diventano, sul piano retorico, un argomento fondamentale, soprattutto mediatico, contro il potere maschile.    
Se però  si getta lo sguardo oltre  il fumo etico-politico, si può facilmente scoprire  che  il nodo riguarda il possesso di risorse scarse, all’interno di un mercato ristretto. E il sesso è uno dei canali di accesso.  Tutto qui.
C’è una soluzione? No, perché  il potere si riproduce e si ridistribuisce in chiave cumulativa e ristretta: riguarda pochi eletti. Del resto se un potere  non è di pochi, che potere è?  Il diritto di veto, per così dire, appartiene naturalmente a  chiunque sia al comando.  Ovviamente, può riguardare, anche altre sfere sociali, non solo  la sessuale.   
Perciò, una  volta al potere - uomini o donne che siano -  inevitabilmente, si mettono e si pongono ostacoli "all'ingresso":  il potere è un dio geloso.  Il che significa, come accennato, che, dopo le  tante chiacchiere di questi giorni, un giorno, anche abbastanza prossimo,  potrebbero essere le donne produttrici  a molestare gli uomini attori.  
È la sociologia bellezza…    

Carlo Gambescia          

lunedì 30 ottobre 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 30 ottobre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 29/10/2017, ore 11.23, una conversazione telefonica tra l’utenza di Stato vaticana in uso a  S.S. SANCHO I, e l’utenza n. 338***, in uso a MARCHINI WANNA. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]

MARCHINI WANNA: “Sancho? Ciccio? Ti disturbo?”
S.S. SANCHO I: “Eh? Ah, sei tu, Wanna. Come stai?”
MARCHINI WANNA: “Sono commossa, Ciccio, guarda…mi hai toccato il cuore…[piange]
S.S. SANCHO I: “Piangi?! Ma cosa c’è, Wanna, cos’è successo?”
MARCHINI WANNA [tra i singhiozzi]: “Il tuo discorso, Ciccio…’La precarietà uccide!...’ L’ho imparato a memoria, senti qua: ‘la precarietà totale uccide! Uccide la dignità, uccide la salute, uccide la famiglia, uccide la società…Lavoro in nero e lavoro precario uccidono!’ [smette di piangere di colpo] Parole sante, Ciccio, parole coraggiose, però che palle che ciài, oh! Che uomo, che macho che sei!”
S.S. SANCHO I: “I giovani, Wanna, pensa ai giovani senza un lavoro vero, senza una casa, senza una famiglia, senza un futuro…”
MARCHINI WANNA: “Be’ perché invece noi vecchi? Noi io, per esempio? Secondo te come sto messa io? La casa, pignorata. La famiglia, lasciamo perdere. Il lavoro, non me ne parlare perlamadonna che vado fuori di testa. E la pensione? Ciò la pensione io secondo te?”
S.S. SANCHO I: “Certo, anche le persone non più giovani, espulse dal mondo del lavo…”
MARCHINI WANNA: “…cazzo magari espulse dal mondo del lavoro! Magari! Però con la pensione, non dico mica tanto: un tremilacinque al mese, to’…guarda, mi accontento anche di un tremila…duemilacinquecento è il minimo proprio, meno non ce la faccio, che ciò mia figlia, poverina, sempre malata, e il maestro do Nascimiento, e l’Abate di Montecoso…mi mangiano addosso, Ciccio, tutti parassiti, mendicanti, zecche…”
S.S. SANCHO I: “No, Wanna, no, questo non è l’atteggiamento giusto, è…”
MARCHINI WANNA: “…è la precarietà, Ciccio! La precarietà! Tutta la vita che sono precaria, lavora lavora lavora, mai un momento di pace, di serenità, mai che ho potuto dire, ‘Là, ci siamo, Wanna, puoi tirare i remi in barca…’ Anzi no: un momento c’è stato. Lo sai quale?”
S.S. SANCHO I: “No, quale?”
MARCHINI WANNA: “In galera, Ciccio. Ci sei mai stato in galera?”
S.S. SANCHO I [pausa]: “Veramente no.”
MARCHINI WANNA: “Be’, guarda: lì sono stata bene. Oddio: la cucina faceva schifo, questo sì, e poi se ti vuoi fare non so, una riga di coca, può essere un problema, si rimedia ma non è facile. Ma il resto? Ci pensa sempre qualcun altro, Ciccio: a tutto. Non si sta mica male, sai, se ci pensa qualcun altro. Quando sei fuori, la mattina ti alzi e ti chiedi, ‘E adesso? Come li rimediamo i soldi, oggi?’ E ti arrabatti, ti arrangi, ce la fai, non ce la fai, cazzo che vita di merda! Precarietà, Ciccio. La precarietà uccide, come dici te. Ohè: ciò la pressione a centottanta!”
S.S. SANCHO I: “Le prendi le medici…?”
MARCHINI WANNA: “Altro che medicine, la pensione! La pensione, Ciccio, mi ci vuole la pensione! [pausa] Ti dico un segreto.”
S.S. SANCHO I [lunga pausa]: “Di’ pure, Wanna.”
MARCHINI WANNA [sottovoce, quasi inaudibile]: “Sono comunista.”
S.S. SANCHO I: “Eh?”
MARCHINI WANNA: “Sono comunista! Sono comunista anche io!”
S.S. SANCHO I [pausa]: “Come ‘anche io’?”
MARCHINI WANNA: “Fai lo gnorri? Sei comunista anche te, Ciccio, dai che si è visto, l’hanno capito tutti.”
S.S. SANCHO: “Ma no, no, no, cosa dici…la Dottrina sociale della Chiesa, il mio discorso si rifà…”
MARCHINI WANNA: “…seeeè vabbè, ho capito, non ti fidi, ciài ragione che fidarsi è bene…ma con me stai tranquillo, Ciccio.”
S.S. SANCHO: “Wanna: io non sono comunista. Il comunismo è un regime dispotico, oppressivo, che ti toglie la libertà, come potrei…”
MARCHINI WANNA: “…e allora? Ti toglie la libertà, capirai…e cosa te ne fai della libertà, me lo spieghi?”
S.S. SANCHO: “Ma cosa dici, Wanna! Così bestemmi! Gesù vuole che siamo liberi, non lo sai? ‘La Verità vi renderà liberi’, dice il Signore Gesù…”
MARCHINI WANNA [pausa]: “Sarà, lì te ne intendi più di me. Però…”
S.S. SANCHO: “Però?”
MARCHINI WANNA: “Però, per esempio: io cosa ci ho fatto con tutta ‘sta libertà? Eh? Ci ho fatto dei casini che neanche te li immagini, Ciccio, casini a non finire. La famiglia, il lavoro…lavoro, si fa per dire…e gli uomini, uuu…buoni quelli, te li raccomando…e il bere? la mezza bottiglia di grappa tutte le sere? Le canne, la coca? I debiti? Cosa mi resta, Ciccio? Cosa mi resta alla mia età? Mia figlia che non mi parla? L’Abate di Montecoso che pensa solo ai cazzi suoi, e dico alla lettera? Il maestro do Nascimiento che lo mantengo da una vita e manco mi fa più vedere il pitone? Ciccio: io con la libertà mi sono rovinata la vita.”
S.S. SANCHO: “Wanna…Wanna, vedi, tutti abbiamo le nostre debolezze, le nostre fragilità…ma Gesù sa capirle, sa perdonarle, può…”
MARCHINI WANNA: “…infatti! Infatti, siamo tutti così, Ciccio! Come dice Gesù! Con la libertà ci roviniamo la vita!”
S.S. SANCHO: “Ma no, cos’hai capito, Gesù non…”
MARCHINI WANNA: “…tutti, tutti! Facciamo i furbi con questa libertà, finché siamo giovani, ma poi? Ue’, quando ti vengono le vene varicose, e ti scendono le tette a pianoterra, e non ciài più voglia di ammazzarti di fatica e poi per cosa? Eh? Per cosa? Per niente, Ciccio. Niente, zero, un beneamato. [pausa] Se invece c’era un bel comunismo che ti diceva, ‘Adesso basta, Wanna: basta cazzate, stop, punto a capo. Cosa sai fare? Sai fare la piadina? Bene. Allora, via a fare la piadina nella fabbrica statale di piadine, zitta e mosca. Ti piace il Maestro do Nascimiento? No, cara. Il maestro do Nascimiento per te non va bene, perché con la scusa del pitone attacca il sombrero e lo mantieni per tutta la vita. Te ti sposi il compagno Ivan che fa il prosciutto per la piadina, è bona lè, avanti marsch, se gli metti le corna hop! Siberia!’ Io mi facevo i miei quarant’anni di piadine, facevo la calza al mio Ivan, e tàc! Puntuale come un orologio, a sessant’anni il comunismo mi diceva: ‘Brava Wanna! Sei stata una comunista esemplare! Adesso è giunta l’ora del meritato riposo. Te ne vai in pensione a Marina Romea, con la benedizione del Partitone.’ [pausa] Che poi  ci potevano anche mettere la Messa, eh? E’ lì che ha sbagliato il comunismo. La domenica, Messa obbligatoria, col discorso del prete, il vangelo, le candele, tutto. [pausa] Cazzo che bello però…”
S.S. SANCHO [pausa]: “Senti, Wanna…ti capisco, sai? Ma tu dovresti guardare un po’…insomma, non c’è solo il tuo caso personale, capisci?”
MARCHINI WANNA: “Infatti siamo in tanti, secondo me la maggioranza, l’ottanta per cento minimo, guarda…perché qua la gente non cià una lira, ti rendi conto? E’ quello il problema: non avere una lira, altro che libertà, libertà…Pensaci tu, Ciccio, pensaci tu che sei l’unico, l’unico che ci capisce a noi poveracci…Dillo te! ‘Basta con questa vita di merda, fate come vi dico io e vi garantisco pane, lavoro e pensione!’ Guarda che spacchi, Ciccio, non c’è partita…chiese piene! Se non lo vuoi chiamare comunismo chiamalo come ti pare, non so, vediamo…cristianesimo? Eh? Cosa ne dici?”
S.S. SANCHO [pausa]: “Non ci siamo capiti, Wanna. Quando passi vieni a trovarmi che ne discutiamo meglio, eh?”
MARCHINI WANNA [pausa]: “Va bene.”
S.S. SANCHO: “Allora d’accordo. Ciao Wanna.”
MARCHINI WANNA: “Ciao Ciccio. [sottovoce, quasi inaudibile] Ciao compagno! Hasta la victoria siempre!”
S.S. SANCHO: “Eh?”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...