martedì 8 agosto 2017

Un giudizio di Berlusconi sui Cinque Stelle
Perché negarlo?  
Il Cavaliere di politica non ha mai capito nulla



 «Non cadiamo nell'equivoco: non sono dilettanti, sono i veri professionisti, anzi i mestieranti della politica. 
Sono semmai dilettanti nella vita, la gran parte di loro non ha mai lavorato, non ha mai realizzato nulla, non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi prima di entrare in Parlamento. 
Per loro la politica è il mestiere per mantenersi, e infatti sono disposti a dire e fare qualsiasi cosa, ad accettare i continui cambiamenti di linea dei loro capi, pur di conservare il posto in Parlamento. 
La loro politica è pura tattica, senza valori».


Così Berlusconi sui Cinque Stelle.
Vogliamo parlare di cose serie?  Il Cavaliere si è sempre dichiarato liberale.  Che c’è di liberale in questo giudizio? 
Per un liberale, il professionismo politico  è un’ importante componente della divisione sociale del lavoro.  A ciascuno il suo: al parlamentare la politica,  al dottore i  pazienti, all’avvocato gli assistiti, all’imprenditore l’impresa,  all’operaio la catena di montaggio, eccetera, eccetera. Rieptiamo,  a ognuno la sua specialità.  Il professionismo, se si vuole l’ineguaglianza professionale,  è alle origini della civiltà liberale  mentre l’egualitarismo, anche professionale,  resta  alla base di ogni totalitarismo.
Ora, dire che la bravura nel proprio  lavoro, sia l’unica chiave d’accesso alla politica, significa  fare il gioco dell’antipolitica egualitaria  a sfondo tirannico:  una visione   che azzera il ruolo dei partiti e delle istituzioni rappresentative, classica conquista della civiltà liberale,  per privilegiare, in modo contraddittorio,   dal un lato i tecnici, i professionisti della vita (come fa  Berlusconi, ad esempio), dall’altro,  la provenienza dalla vita, però la vita più semplice possibile, quella dell’uomo della strada, visto, curiosamente.  come "perfetto professionista"  proprio perché "dilettante", quindi  "esperto", in qualche modo,  "del senso comune"  (come rivendicano i pentastellati).      
Tuttavia, lo stesso Berlusconi, bravissimo imprenditore, quindi un professionista della vita (e del lavoro), ha provato di essere un pessimo politico. E, per giunta, resta colui che,  con il suo dire antipolitico, ha facilitato la strada (“colpi di stato” o meno) a tecnici, professionisti della vita,   autodefinitisi o definiti  migliori di lui (Monti & Company).  Come, per contro,  hanno provato  di essere pessimi politici anche i  dilettanti-professionisti di Cinque Stelle. 
L’antipolitica, mai dimenticarlo, non porta da nessuna parte. Spiana solo  la strada al predominio di due opposti  eccessi sociologici:  tecnocrati e dilettanti.  
Quanto  al criterio dell’obbedienza assoluta al capo, evocato da Berlusconi (che, pur essendo un professionista della vita, ne sa qualcosa…), va precisato che il fideismo a Cinque Stelle  non dipende solo dalla volontà “di conservare il posto in Parlamento”.  Nessuno nega che chi non abbia altro lavoro, si “attacchi” a quello che ha.   Però,  sarebbe semplicistico,  non ritenere il fattore lavoro,   solo una componente tra le altre,   insieme  al carisma, al settarismo, al gregarismo, tutti fattori sociologici  che contraddistinguono la militanza a Cinque Stelle.  E, in termini prospettici, quella totalitaria.
Liquidando i grillini come inetti e scansafatiche, Berlusconi commette due errori complementari: uno,  sottovaluta la carica totalitaria  insita nel  movimento pentastellato;  due, sminuisce il ruolo del professionismo politico, riducendolo  alla percezione di uno stipendio.
Per dirla con Weber, il  Cavaliere svilisce il professionismo politico al vivere di politica, senza capire l'importanza del  vivere per la politica. O comunque sia, egli rifiuta qualsiasi prudente mix tra queste due concezioni. Raccomandato invece, vivamente, da Weber, che non era proprio l'ultimo arrivato.   
Sicché,  Berlusconi, grande esperto della vita (e pure di un'altra cosa),   prova, definitivamente,  di non aver mai capito  nulla di  politica.  E neppure di liberalismo. 

Carlo Gambescia          

lunedì 7 agosto 2017

A proposito di un interessante articolo di Carlo Pompei
Tra due litiganti, Cinque Stelle gode



Intanto segnaliamo, a chiunque  ancora non  lo abbia letto,  l’ottimo articolo di Carlo Pompei sulle prospettive elettorali  dei vari schieramenti,  uscito su "Analisi ciniche" (1).  Diciamo subito che  vi si suggerisce   la  riaggregazione elettorale del centrodestra,  perché,  come  provano i sondaggi, giustamente ricordati da Pompei,  un alleanza di questo tipo  sarebbe  maggioritaria nel Paese.  
Il nodo però,  almeno a nostro avviso,  resta quello di  come trasformare il consenso elettorale in seggi. E,  cosa ancora più importante, in governo.  Un nodo difficile da sciogliere. E probabilmente anche  Carlo Pompei  ne è  consapevole: serve, insomma, una buona legge elettorale. Ma non solo, come vedremo.
Per ora, purtroppo,  non sappiamo con quale legge  andremo a votare nel 2018. Berlusconi, sembra favorevole al modello tedesco (si veda la sua intervista, uscita oggi  sul  "Giornale").   Di sicuro,  il risultato delle prossime  regionali siciliane,  sarà decisivo per le  possibili alleanze  politiche. Sempre questa mattina,  “Libero”  suggerisce addirittura il recupero di Alfano, a cominciare proprio dalle elezioni siciliane di novembre. Dove però  si vota con un sistema misto, "tedesco-siciliano",  che prevede  il  proporzionale, il  premio di maggioranza,   l’ elezione diretta del Presidente e lo  sbarramento di lista al cinque per cento.  La legge elettorale siciliana   ricorda la contorta trama di un romanzo di Gesualdo Bufalino.
Però, la vera questione di fondo, che è nazionale e che prescinde "anche"  dal sistema elettorale, resta la coesistenza politica. Pensiamo  sempre al  centrodestra,  diviso tra Salvini e Berlusconi, Meloni e  Alfano. Metterli tutti insieme, puntando su un governo di centrodestra è complicato:    sia che i rispettivi partiti  si presentino uniti (un’unica lista, come impone il maggioritario), sia divisi (come impone il proporzionale), per poi però provare a governare insieme.  “Provare”… Perché, non è detto che con il proporzionale,  i “magnifici quattro”, di cui sopra, “provino” a governare insieme.  Berlusconi, ad esempio, facendo marameo,  potrebbe gettarsi nelle braccia di Renzi.
Insomma, le basi politiche per un’ alleanza di centrodestra sono molto fragili.  E del resto il passato è lì a provarlo.  Quindi  solo un miracolo, eccetera, eccetera.   
A sinistra le cose non vanno meglio. Di riflesso, con il proporzionale, come dicevamo (per Berlusconi),  un Renzi vincitore a metà, potrebbe allearsi con un altro vincitore a metà, il Cavaliere. Solo un Renzi, vincitore, pieno (ma con il maggioritario o con il proporzionale, precisiamo, con premio di maggioranza al "partito" non alla lista), potrebbe provare a governare da solo. Mentre il Cavaliere da solo (Forza Italia),  non avrebbe i voti,  neppure con il maggioritario.
Riassumendo: con il maggioritario  il centrodestra potrebbe vincere, ma  dividersi una volta al governo. Con il proporzionale, Renzi e il Cavaliere potrebbero provare a  governare insieme. Magari per subito dividersi. Oppure no.   Difficile fare previsioni.  Renzi e  Berlusconi, ricordano le coppie che si prendono, si lasciano,  si riprendono e si rilasciano,  eccetera, eccetera. Ma il discorso potrebbe essere esteso a tutti  i "duellanti" interni (più o meno)  al  centrodestra e al centrosinistra...
Come concludere?  A meno che non si vari per tempo  una bella legge elettorale maggioritaria a doppio turno, modello francese (2), in grado  di  indirizzare il sistema politico verso  il bipartismo,  il rischio di una vittoria del Movimento Cinque Stelle è  forte.  Molto forte. Purtroppo, per parafrasare e aggiornare l’ antico adagio: tra due litiganti, Cinque stelle gode…

Carlo Gambescia

sabato 5 agosto 2017

L’ultima di Fusaro
Aiuto! Gli americani ci hanno rubato il logos...



Preve non c’entra.  Il buon Costanzo argomentava.  Era un realista politico.  Si veda  un  libro ricco, costruito a strati, come L’ideocrazia imperiale americana. Dove Preve  affiancava all’analisi dell’ anti-americanismo quella  del  filo-americanismo.  Un genio. O quasi.  E, comunque sia,   un filosofo  che disprezzava  scorciatoie e  luoghi comuni. Un autentico ragionatore, nemico delle frasi fatte.
L’esatto contrario di  Diego Fusaro, che,  purtroppo,  sembra non aver imparato nulla dalle assidue frequentazioni previane.   In un pezzo aberrante,  dove egli  difende  il tiranno Maduro dalla “monarchia del dollaro”. Leggere per credere:

 È la triste storia di come, a maggior ragione dopo il 1989, la monarchia del dollaro – il nuovo Leviatano atlantico –delegittima, destabilizza, diffama, rovescia e financo bombarda tutti i governi e i popoli non allineati cadavericamente con il Washington consensus e con il nuovo ordine mondiale ultraclassista. 


Merce  da "carnevalate" primi anni Cinquanta, celebrate nella Bassa,  da cortei in  maschera, ordinati dal Pci di Togliatti contro gli americani, colpevoli di avvelenare, come si faceva credere ai braccianti, il fieno italiano.   Pardon per l'inciso.   
Fusaro, dicevamo,  nello  stesso articolo  parla di   “logotomizzazione delle masse defraudate del logos come capacità del libero intendere raziocinante”.  Logos,  che invece - per contrasto - abbonderebbe in   Maduro e accoliti.  Quando si dice il caso...  
Tradotto: gli americani come ladri di Logos.   Maduro come ultimo difensore  di Platone e Aristotele. Proprio come Mussolini, Hitler e Stalin  lo furono  di Hegel...   
Va detto che il giochino   non è nuovo: a parte Platone e Aristotele,  Heidegger  (nemico giurato dell'idea di tecnica )  e  Cacciari (nemico  giurato di ogni idea originale) sono arrivati prima di Fusaro.  
Forse è nuovo il termine:  "logotomizzazione".  Ora,  però  Fusaro lo deve  spiegare a Maduro.  E pure a Trump. 

Carlo Gambescia    




venerdì 4 agosto 2017

 L'intervento  italiano in Libia nel 2011 
Salvini:“Processate Napolitano”. 
E Berlusconi, allora? 



Secondo Salvini -  uno sciagurato (politicamente parlando) che nulla fa per abbassare i toni -  l'ex Presidente della Repubblica, "non dovrebbe essere intervistato, pagato e scortato, dovrebbe essere processato"(1) .   
In effetti, al posto di Napolitano avremmo evitato l’ intervista di ieri a "Repubblica" sulle modalità e ragioni dell’intervento italiano in Libia  nel 2011. Perché, come dire, i fatti parlano da soli. Talvolta, il silenzio in politica, vale più di troppe parole.     
Certo,  un’intervista difensiva.  Perché nei giorni scorsi  dal centrodestra si sono levate accuse  contro l’atteggiamento di Napolitano decisamente favorevole nel 2011, per ragioni umanitarie e di legalità internazionale, all'intervento armato per far cadere Gheddafi.  Critiche interessate,  rivolte a guastare quel briciolo di armonia, creatasi, oggi, anno di grazia 2017,  sull'  "allargamento" (parola grossa) della missione italiana in Libia.   Come per dire: se oggi siamo a costretti a inviare "la flotta" (altra parola grossa),  la colpa è di un ex comunista, eccetera, eccetera.   
Nell’intervista  Napolitano dichiara  che

"la consultazione informale di emergenza si tenne in coincidenza con la celebrazione al Teatro dell'Opera dei 150 anni dell'Unità d'Italia. A quella consultazione io fui correttamente associato. Il presidente della Repubblica è presidente del Consiglio supremo di Difesa, e in posizione di autorità costituzionale verso le forze armate, aveva titolo per esprimersi su una questione così importante. Ma quella sera la discussione fu aperta dall'allora consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Bruno Archi, che era in contatto diretto con New York mentre veniva varata la seconda risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzò e sollecitò un intervento armato ai sensi del capitolo settimo della Carta dell'Onu in considerazione del fatto che i precedenti appelli al governo libico non erano stati raccolti. Dal quadro complessivo rappresentato dal consigliere diplomatico di Palazzo Chigi emergeva l'impossibilità per l'Italia di non fare propria la scelta dell'Onu".

Sicché,

"dire che il governo fosse contrario e che cedette alle pressioni del capo dello Stato in asse con Sarkozy, non corrisponde alla realtà. I miei rapporti con l'allora presidente francese erano di certo poco intensi e tutt'altro che basati su posizioni concordanti in un campo così controverso. E non soltanto io trovai fondate le considerazioni del Consigliere Archi, ma concordarono con esse anche autorevoli membri presenti del governo, come il Ministro della Difesa La Russa. L'Italia era interessata a che il da farsi sul piano internazionale in difesa dei diritti umani e del movimento della primavera in Libia non rimanesse oggetto di una sortita francese fuori di ogni regola comune, ma si collocasse nel quadro delle direttive dell'Onu e nell'ambito di una gestione Nato".

Di conseguenza,

" in quella sede informale  potemmo tutti renderci conto della riluttanza del Presidente Berlusconi a partecipare all'intervento Onu in Libia. Il Presidente Berlusconi ha di recente ricordato il suo travaglio che quasi lo spingeva a dare le dimissioni in dissenso da una decisione che peraltro spettava al governo, sia pure con il consenso della Presidenza della Repubblica. Che egli abbia evitato quel gesto per non innescare una crisi istituzionale al vertice del nostro paese, fu certamente un atto di responsabilità da riconoscergli ancora oggi. Però, ripeto, non poteva che decidere il governo in armonia con il Parlamento, che approvò con schiacciante maggioranza due risoluzioni gemelle alla Camera e al Senato, con l'adesione anche dell'allora opposizione di centrosinistra. La legittimazione di quella scelta da parte italiana fu dunque massima al livello internazionale e nazionale".  (2)

Insomma, Napolitano non nasconde la sua posizione di allora, favorevole all’intervento.  E neppure che  la palesò a Berlusconi. E ribadisce che l’ultimo a decidere, formalmente,  insieme al Parlamento, non poteva essere che  il Cavaliere.  Giustissimo.     
Come è altrettanto vero che Berlusconi  fu titubante, salvo poi decidere per l'intervento, alla sua maniera, cambiando idea in quattro e quattr'otto. 


“Abbiamo sentito di non poterci sottrarre'' a un coinvolgimento maggiore dell'Italia in Libia con raid mirati "anche perché c'era bisogno di questo nostro intervento". Silvio Berlusconi, nella conferenza stampa seguita al vertice italo-francese  a Villa Madama, ha illustrato quale sarà l'impegno dell'Italia nella missione in Libia, facendo anche una gaffe terminologica: "A leggere i giornali sembra che ci apprestiamo, così come i nostri alleati, a fare i bombardamenti, quelli famosi con le bombe a grappolo (...),  si tratta di interventi con dei razzi di estrema precisione su singoli obiettivi militari, come mezzi in movimento e via dicendo". 
Il premier ha poi spiegato che il cambio di posizione è stato in qualche modo imposto dalle pressioni alleate: "L'Italia dava già un contributo con i suoi velivoli e navi, ma insistentemente ci hanno chiesto gli alleati e gli Usa di poter far intervenire i nostri velivoli su obiettivi militari", ha detto il premier, aggiungendo di poter "escludere con certezza" la possibilità di "provocare danni alla popolazione civile". Berlusconi ha aggiunto che la decisione  "è il seguito logico della decisione Onu", alla quale "abbiamo sentito di non doverci sottrarre perché riteniamo che di questo nostro intervento c'è bisogno". "Non è stata facile la decisione del nostro Governo, e io conto di parlarne ancora con gli alleati della Lega che erano sulle mie stesse posizioni - ha aggiunto Silvio Berlusconi - Non volevo che l'Italia fosse una partecipante non a pieno titolo".  (3)


Il Cavaliere avrebbe potuto puntare i piedi. Dimostrarsi “meno responsabile”. Ma chinò la testa. Come avverrà in occasione del defenestramento: Berlusconi, addirittura  voterà a favore del Governo Monti (4). 
Per quale ragione il Cavaliere  rinunciò a battersi per le proprie idee?  Di andare in Parlamento per stanare gli avversari? Anche a costo di cadere?  Formalizzando però, come in ogni democrazia parlamentare,  la distanza politica  tra maggioranza e opposizione sulla decisione di intervenire o meno in Libia?     
Perché non lo fece? Difesa dei propri interessi? Pavidità politica? Cattivi consiglieri?  Noia del "teatrino"?  O altro ancora? Decideranno gli storici. 
Concludendo,  a voler applicare fino in fondo la brutale logica di Salvini,  andrebbe invece processato il Cavaliere.   

Carlo Gambescia   

(4) Si veda, ad esempio,  il  resoconto del giornale antiberlusconiano per eccellenza: 

mercoledì 2 agosto 2017

 Crisi venezuelana
E Papa Francesco che fa? Benedice Maduro
  


Mentre  in   Venezuela  il dittatore nazional-comunista  Nicólas Maduro arresta i capi dell’opposizione democratica e si prepara a sciogliere un Parlamento liberamente eletto,  in Vaticano nasce “la rete globale contro mafia e corruzione”.    Nel documento, anticipato dall’Ansa, si legge che

la Consulta sulla giustizia del Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale costituirà "una rete a livello internazionale". "La Chiesa nel mondo è già una rete e per questo può e deve mettersi a servizio di tale intenzione con coraggio, decisione, trasparenza, spirito di collaborazione e creatività", si legge nel documento finale del summit. (…)   La Consulta "non si ridurrà a pie esortazioni, perché occorrono gesti concreti. L'impegno educativo esige, infatti, maestri credibili, anche nella Chiesa".  (1)


Perfetto.  E  su Maduro, il cui regime, antidemocratico e illiberale, rimane  quanto di più corrotto esista oggi sulla piazza latino-americana? Il Vaticano che intenzioni ha?  Sembra che per il momento,   Francesco continui a  guardare altrove…  Finora, a parte qualche letterina privata, il Papa "venuto dalla fine del mondo"   ha fatto pochino (2).
Diciamo la verità, Francesco professa, grosso modo,  le stesse idee populiste di Maduro. Sicché, inevitabilmente, scorge nella crisi venezuelana un conflitto tra  destra e sinistra: tra Maduro, dalla parte del popolo, e la borghesia conservatrice, nemica del popolo.  
E sbaglia.   In realtà, il voto di domenica, con circa  il sessanta per cento delle astensioni (una specie di Aventino elettorale) -  oltre naturalmente alle piazze affamate  che da tempo protestano  contro il regime -   indica che il conflitto è tra un aspirante dittatore,  con innegabili radici comunistoidi,  e un popolo democratico che, dalla destra  alla sinistra,  non vuole ripetere e  pagare gli errori (e orrori) di Fidel Castro e Allende.
E che fa Papa Francesco?  Si occupa della mafia siciliana.   Porre invece, subito, qualche domanda sui rapporti tra Maduro e  il narcotraffico,  no?
Un'ultima cosa, a proposito della melassa mediatica e populista in cui beatamente sguazza il Papa. Tutti ricorderanno la campagna di stampa, soprattutto in Italia,   mai completamente cessata, contro Giovani Paolo II,  quando "osò", come qualcuno scrisse,  stringere  la mano a Pinochet.  Su Francesco, che invece ha persino benedetto Maduro, silenzio totale.  Come su quello che sta accadendo in Venezuela. Vergogna.

Carlo Gambescia
      

martedì 1 agosto 2017

Prodi, Campi e l’ “interesse nazionale”
Arte della sopravvivenza





Che cos’è  l’interesse nazionale?  Di sicuro non può spiegarcelo Romano Prodi, che voleva svendere la Sme al finanziere Carlo De Benedetti (1). E neppure Alessandro Campi, collega di penna al “Messaggero” dell’ex Presidente della Commissione Europea, che,  pur di compiacerlo,  cita Prodi, per aver spronato l’Italia, in un sermone domenicale  anti Macron,  “a uno scatto d’orgoglio e un  atto di resipiscenza politica” (2).  
Purtroppo, non ci sono le basi. Come vedremo.
Intanto, per dirne solo una,  chissà cosa penserebbe un redivivo Carl Schmitt,  di un suo ex cultore italiano  -  Alessandro Bambi, per i  noti stupori, cade spesso dalle nuvole... -   che ora invece chiosa l’opera di un  professore  dossettiano,  che di politica non ha mai capito nulla. E neppure di economia, secondo alcuni. Meglio stendere un velo pietoso.
Ma il punto è un altro.  Da noi nessuno mai coltivò  il goloso pomo dell' interesse nazionale: semplificando, l'Italy First.   A parte, ovviamente,  il Risorgimento -  il nostro nation  building - dove fu più che esplicito. E non poteva essere diversamente.
Dopo di che,  l’Italia, potenza medio-piccola, si vide costretta a barcamenarsi e ridefinire il proprio interesse nazionale  sulla base dell’interesse altrui.  Si chiama “arte della sopravvivenza”.  Ecco il “nostro interesse nazionale”: sopravvivere, come un  vaso di terracotta costretto a viaggiare tra vasi di ferro. Quindi,  grandi ideali di pace,  sorrisi, strette di mano. O se si preferisce:  quel  dire di sì a tutti, per poi non fare un cazzo (pardon). Quieta non movere et mota quietare.  Tutto qui.
Pertanto, non  è questione di instabilità politica, di assenza di grandi scuole, di élite rissose e impreparate, di visioni non condivise, bensì di risorse economiche e tradizioni militari, deficit che vengono da lontano.   La riprova  è fornita dal  fascismo  che, serrando le mascelle,  pose l’interesse nazionale al primo posto.   E  fallì clamorosamente proprio sul piano militare ed economico. Perché mancavano  l’uno e l’altro.   La storia, come longue durée, si vendicò così dell'improvvisato sguardo,  maschio e truce,  di  Mussolini,  puro sottoprodotto dell' histoire événementielle. 
Dopo di che,  le italiche genti - per chi ami le chiuse tacitiane -  ripresero  il corso di sempre. 
Carlo Gambescia 

lunedì 31 luglio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 31 luglio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta dal Comando delle unità per la tutela forestale ambientale e agroalimentare nell'ambito della procedura riservata n. 203/5, autorizzazione COPASIR 501/3 [Operazione “FAVOLIERE” , N.d.V.] è stata registrata in data 30/07/2017, ore 07,12, dalla postazione fissa n. 3, sita nel Parco nazionale dell’Abruzzo, la seguente conversazione tra due PLANTIGRADI, provvisoriamente identificati come ORSA MARIANNA e ORSO GIORGIO. Sono in corso accertamenti sull’identità dei due plantigradi e su loro eventuali affiliazioni politiche. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della registrazione suindicata.


ORSA MARIANNA: “Dio, Giorgio! Finalmente! Stai bene?”
ORSO GIORGIO: “Ma sì, sì…ho solo un mal di testa bestiale, mi hanno sparato la siringa di anestetico…Voi? I ragazzi? Tutto bene?”
ORSA MARIANNA: “Sì, sì, stavamo solo in pensiero per te…insomma, cos’è successo?”
ORSO GIORGIO: “Ma niente, ho sbagliato porta e sono entrato in cucina…”
ORSA MARIANNA: “Volevi andare a..”
ORSO GIORGIO: “…sì, a prendere un prosciutto in cantina, non l’ho trovato, ho preso la scala e bàm! Mi trovo in cucina!”
ORSA MARIANNA: “Ma era notte fonda, erano ancora alzati, loro?”
ORSO GIORGIO: “No, è che ho sbattuto contro la credenza, giù tutti i piatti, un casino…si svegliano, scende il padre, e patatrac.”
ORSA MARIANNA: “Oddio! Ti è andata bene che non ti ha sparato! E tutto per un prosciutto, te l’avevo detto che…”
ORSO GIORGIO: “Era per voi il prosciutto! Cos’è adesso, colpa mia?”
ORSA MARIANNA: “Ma no, dai, non ti arrabbiare. Era un pensiero gentile, il prosciutto piace tanto, ai ragazzi…Ma rischiare la vita, Giorgio…”
ORSO GIORGIO: “Rischiare la vita?! ma figuriamoci. Non ci possono sparare più.”
ORSA MARIANNA: “Sei sicuro?”
ORSO GIORGIO: “Se ci sparano gli danno delle multe che li rovinano, Marianna. Forse li mettono anche in prigione.”
ORSA MARIANNA: “Non ci credo.”
ORSO GIORGIO: “Non ci credevo neanche io. Me l’aveva detto, Antonio…”
ORSA MARIANNA: “Antonio è un vecchio rimbambito.”
ORSO GIORGIO: “Sì, ma guarda la tv degli uomini tutto il giorno, è fissato coi programmi di Piero Angela, sai quelli sugli animali che ci racconta sempre? E’ così, ti dico. Non ci possono più sparare. Anche stavolta: il padre ce l’aveva, la doppietta, stava lì appesa in cucina, gli bastava allungare una mano e la prendeva, e invece cos’ha fatto?”
ORSA MARIANNA: “Cos’ha fatto?”
ORSO GIORGIO: “Si sono chiusi in camera, dietro una porta che con una zampata la buttavo giù.”
ORSA MARIANNA: “E basta?!”
ORSO GIORGIO: “E basta. Guarda, ci sono rimasto a bocca aperta. La sorpresa, ma soprattutto, non so…non ho voglia di parlarne, Marianna, lasciami stare…”
ORSA MARIANNA: “Non tenerti tutto dentro, Giorgio, che poi stai male…sfogati, su…”
ORSO GIORGIO [pausa]: “Non è giusto, Marianna. Non è naturale. Ci trattano come…come se fossimo…non lo so, è…”
ORSA MARIANNA: “Ma non è meglio se non ci possono più sparare, scusa?”
ORSO GIORGIO: “Sì, però no, non è meglio. Cazzo, guarda qua…”
ORSA MARIANNA: “Giorgio! Certe parole! Ci sono i ragazzi di là!”
ORSO GIORGIO: “Ma vaff…scusa. Scusa, hai ragione. Insomma: guarda qua, le vedi queste zampe? Li vedi questi denti? Lo sai che se volevo me li sbranavo tutti, dal primo all’ultimo?”
ORSA MARIANNA: “Ma certo, caro, lo so, lo so…”
ORSO GIORGIO: “E’ che loro, loro non lo sanno più! Non sanno più niente, Marianna! Ci trattano come se fossimo finti, ecco! Degli orsetti di pezza!”
ORSA MARIANNA: “Ma no, dai, adesso esageri…”
ORSO GIORGIO: “C’era un patto, sì o no?”
ORSA MARIANNA: “Certo che c’era un patto, c’è ancora il patto! E’ antico come il mondo! “Orso mangia uomo solo per non morire di fame, uomo uccide orso solo per non farsi mangiare.”
ORSO GIORGIO: “E invece non c’è più, il patto. Siamo una cartolina per turisti, altro che patto. Li ho sentiti, sai? Chiusi in camera, telefonavano alla Forestale – ah, tra l’altro non c’è più, la Forestale, lo sapevi? C’è un’altra roba che non ho capito bene. E dalla pseudoforestale gli rispondevano, ‘Mi raccomando, restate calmi e non fate male all’orso…’ Non fate male all’orso! Ti rendi conto? Peso 150 chili, con una zampata gli stacco la testa e loro ‘Non fate male all’orso!’ [pausa] Che umiliazione, che vergogna…”
ORSA MARIANNA: “Su, dai…sarà un momento così…non ti fare il sangue cattivo…”
ORSO GIORGIO: “Mi è venuta una botta di depressione che mi sono seduto lì in cucina e mi sono scolato dieci bottiglie di birra. Quando mi hanno sparato l’anestetico ero già mezzo ubriaco. [piange]”
ORSA MARIANNA [lo abbraccia]: “Su, su…cosa te ne importa, poi…sono uomini, no? sono diversi. Ce ne restiamo tra noi, in famiglia, con gli amici…lasciali perdere quelli.”
ORSO GIORGIO: “Ma sì, hai ragione tu. [pausa] Però cosa vuoi che ti dica? Mi dispiace. Una volta erano diversi.”
ORSA MARIANNA: “Gli uomini?”
ORSO GIORGIO: “Gli uomini, sì. Erano strani, è vero. Piccoli, deboli, senza artigli, senza zanne, senza pelliccia, eppure…eppure…”
ORSA MARIANNA: “Eppure erano come noi, vero?”
ORSO GIORGIO: “Sì. Quasi. Quasi come noi.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler



(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...