martedì 18 luglio 2017

 Parlare di nulla
“Ius culturae? Ma mi faccia il piacere!”


L’idea dello ius culturae è bizzarra.   La scuola italiana  funziona  male.  Non è assolutamente in grado di trasmettere  nozioni di qualsiasi tipo.  Figurarsi allora come potrebbe  veicolare   quel  senso  e  significato dell’italianità -  tra l’altro, come valore "culturale",  scomparso  tra gli stessi italiani - che la nuova legge sulla cittadinanza introduce, ancorandolo, per i minori (semplifichiamo), alla frequentazione obbligatoria di un ciclo scolastico. Insomma, come si ama declamare, di "un percorso formativo".
Attenzione, ciò  non significa, che coloro che si oppongono all’introduzione di questo criterio,  siano da trenta e lode in storia d’Italia. Personaggi come Salvini, per non parlare dei gruppi esplicitamente razzisti,  ripetono a pappagallo la lezioncina nazionalista del Ventennio fascista. Di sicuro, appresa non a scuola. La politica è un forma di “autodidattica”, su contenuti di parte.  
Diciamola tutta: la scuola italiana ha provato ampiamente di non essere in grado di "formare" nessuno. Insomma, di non saper trasmettere alcun valore storico, quindi "culturale":  la maggioranza degli italiani non sa nulla del proprio passato. Vive in una specie di limbo storico.  La scuola italiana non è “didattica” né “autodidattica”. Sforna ignoranti, soprattutto nelle discipline storiche e geografiche.
Ora,  se  la cittadinanza dal punto vista di culturale (lo ius culturae),  non la meritano gli italiani, non si capisce  perché debbano meritarla  gli stranieri, una volta frequentate le stesse scuole, anzi la stessa gigantesca fabbrica sociale dell’ignoranza storica.          
E qui va fatta una riflessione generale sulla natura di un  dibattito politico  che tende  ad allontanarsi dalla realtà delle cose.  I famosi "duri fatti",  rappresentati  in questo caso  dalla scarsa o nulla  capacità  della scuola  italiana di trasmettere i  valori di cittadinanza (un tempo si chiamavano patriottici). Praticamente si discute di nulla, di qualcosa che non esiste. Eppure si va avanti, “come se” la scuola fosse in grado, eccetera, eccetera.  Perché?
In primo luogo, la cultura moderna, sopravvaluta il ruolo formativo dell’educazione e dell’istruzione scolastica,   fingendo o meno (come più avanti vedremo) di ignorare la natura di massa delle istituzioni scolastiche:  quindi la necessità di semplificare il messaggio, fino al punto però di renderlo praticamente privo di senso e significato.   Si può parlare di  a priori cognitivo. 
In secondo luogo, il politico democratico, sempre proiettato in avanti sulle riforme in cantiere (come impone la logica democratica), tende, seguendo un'argomentazione scalare, a dare per scontati i precedenti  passaggi: quindi la scuola formerà perfetti cittadini, che si comporteranno come tali, sicché le cose miglioreranno, lungo la  romantica logica del lieto fine.  Si può parlare di a priori politico-democratico.
In terzo luogo, esiste una logica interna delle rappresentazioni sociali. Ci spieghiamo:  quel che l’uomo considera reale, a prescindere dal fatto che sia reale o meno, diventa  tale, e genera conseguenze sociali reali. La credenza nel valore dell’istruzione collettiva ha come conseguenza sociale, reale dunque, la sopravvalutazione del ruolo formativo  delle istituzioni scolastiche, nonostante i fatti provino l’esatto contrario. Si va avanti perché si deve fare così. Perciò si crede consapevolmente in quel che si sta facendo. Non si finge.  Si può parlare di a priori verbale assertivo.
Serve altro?  No.  
Insomma,  per dirla con Totò,  il più grande sociologo italiano del Novecento, dopo Pareto: “Ius culturae? Ma mi faccia il piacere!”

Carlo Gambescia


           

lunedì 17 luglio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 17 luglio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell’attività di monitoraggio fonti aperte svolta nell'ambito della procedura riservata n. 301/3, autorizzazione Ministero Interni n. 505/2a [Operazione “LETTERA RUBATA” , N.d.V.] è stato trascritto e inserito in rassegna stampa riservata [v. in apposita Tabella in calce l’ Elenco Destinatari] il seguente segmento (minuti 8,00 – 8,12) della trasmissione radiofonica “PRIME PAGINE”, RadioRAITrenta, del 16 luglio 2017. Si riporta di seguito la trascrizione integrale del segmento suindicato.
[omissis]

VOCE REGISTRATA: “Inizia ora il ‘filo diretto’ con gli ascoltatori. Chi vuole porre domande al conduttore Lucio Mastropasqua può telefonare al numero verde 800.555.333.”
ERMANNO [ascoltatore]: “Pronto? Mi sente?”
MASTROPASQUA [conduttore]: “Buongiorno. La sento benissimo.”
 ERMANNO: “Buongiorno a lei. Mi chiamo Ermanno.”
MASTROPASQUA: “Buongiorno Ermanno. Da dove chiama?”
ERMANNO [pausa]: “Preferisco non dirlo.”
MASTROPASQUA: “Ma…scusi, perché? Lei sa che è un uso della trasmissione…”
ERMANNO: “Sì, lo so.”
MASTROPASQUA: “E allora?”
ERMANNO: “Scusi, ma preferisco non dirlo.”
MASTROPASQUA [breve pausa]: “E allora mi dispiace, ma devo passare alla prossima telefonata.”
ERMANNO: “No, aspetti! [voci agitate in sottofondo] Va bene, glielo dico.”
MASTROPASQUA: “Allora?”
ERMANNO: “Chiamo da Roma.”
MASTROPASQUA [trattiene il riso]: “Era così difficile? Bene, Ermanno, passi pure alla domanda.”
ERMANNO: “Ecco la domanda. [In sottofondo, rumore di un foglio di carta che viene spiegato e lisciato. Legge:] ‘I residenti di questo…[a parte, rivolgendosi a PERSONA/PERSONE IGNOTE] Nun se po’ di’ questo, dài!”
MASTROPASQUA: “Come? Cos’è che non si può dire?”
ERMANNO: “No, no, niente, non dicevo a lei. [Legge] ‘I residenti di questo…diciamo… quartiere, protestano formalmente contro l’invasione di migranti che minaccia di scacciarli dalle abitazioni che occupano legalmente da tempo immemorabile, in alcuni casi persino da secoli, e che…
MASTROPASQUA: “Ermanno, questa non è una domanda, è una petizione. Mi dica almeno di che quartiere di tratta.”
ERMANNO [pausa. Sottovoce]: “Il Verano.”
MASTROPASQUA: “Come?”
ERMANNO: “Il Verano, il Verano.”
MASTROPASQUA: “Il cimitero?!”
ERMANNO: “E sì, va bene? Il cimitero! Il cimitero del Verano!”
MASTROPASQUA: “Ma lei cos’è, il guardia…”
ERMANNO: “…guardiano un par de coccole! So’ un morto, vabbene? Faccio outing, vabbene? So’ morto, semo morti, semo pure tanti e un giorno devi da mori’ pure te! E nun stacca’ la linea che tte vengo a tira’ per li piedi!
[pausa]
Dico, dotto’: se rende conto der mazzo che ce semo fatti pe’ trova’ ‘sto telefono? Realizza, dotto’? E a fasse senti’ da li vivi? Pronto? Pronto? Stai sempre lì?”
MASTROPASQUA [pausa] “Senta, se è uno scherzo è…”
ERMANNO: “…uno scherzo?! Ma vammori’ ammazzato! Ciavete lasciato co’ ‘na scarpa e ‘na ciavatta co’ ‘sta storia de li migranti! O’ iussoli, bono quello! Aho’, morono pure quelli, sa’? Pure li migranti devono da mori’! e ‘ndo li mettete, bbelli de papà? Eh? Eh? Ce sfrattate a noi, ‘li esumiamo’, dicheno li cassamortari al cimitero! ‘Tanto so’ morti, che je frega a quelli…’ ”
MASTROPASQUA: “Guardi, Ermanno, grazie della sua testimonianza ma bisogna lasciare spazio anche agli altri ascoltatori…”
ERMANNO: “Me cojoni?! Nun t’azzarda’, mortacci tua! [pausa] Pe’ na volta che parlamo pure noi ce lassate parlà! [pausa] Du’ minuti e amo fatto. Mica so’ caciaroni, i morti. Ahèm. Inzomma, voi ce dite, ‘Cari morti, ciabbiamo l’emergenza umanitaria, voi è tanto che state lì, ve cambiamo casa, chevvefrega a voi, che differenza c’è? Il panorama? Sempre sotto tera annate a sta’. Dai belli, apparecchiate er sedere pe’ due che portamo un po’d’amici.’ E invece no, cari mia! Invece a noi ce frega! Ce semo affezzionati, alle tombe nostre. Dice, ‘Contento te’..Essì! semo contenti così! Ce piace la tomba nostra! Quella che ai topi je damo der tu, che conoscemo l’erbetta filo a filo! Ce piove dentro? Tanto mica ce viene er raffreddore. Ce so’ li vermi? Vabbè, ma so’ li vermi nostri, dotto’, carne de la nostra carne... Dotto’, me sente?
MASTROPASQUA [dialogo concitato in sottofondo, parole incomprensibili]: Eh? Sì, sì…
ERMANNO: “Dotto’, io li capisco a ‘sti migranti, poveracci. Crede che ero er fijo de l’oca bianca? Da vivo ero pieno de buffi, dotto’! Da morto nun ciavevo tarmente ‘na lira che a momenti me sotterano co’ la capoccia de fori perche’ nun ciavevo li sordi pe’ la foto! Però ce sta un limite a tutto, o no? La casa, dotto’! Ciavemo solo quella! ‘Sti qua, cianno diritto pure loro de mori’, come no! Basta che li mannate a sta’ 'na liana dopo Tarzan che a noi ce vabbene… Sinò… sinò, dotto’: sinò qua famo ‘na camboggia! Ve scoperchiamo tutte le tombe d’Italia, ce sta pure ne la canzone de Garibbaldi, [canta, molto stonato, l’Inno di Garibaldi]: ‘Si scopron le tombe, si levano i morti, I martiri nostri son tutti risorti …Va' fuori d'Italia! va' fuori ch'è l'ora! Va' fuori d'Italia! va' fuori, stranier!
[VOCE REGISTRATA]: “Ci scusiamo con gli ascoltatori. Per un problema tecnico la trasmissione è sospesa. Andrà ora in onda ‘Europa multiculturale’, una trasmissione a cura di Antonia Pezzopane e Smeralda Singer. Conduce in studio Enrichetta Dal Ciuffo.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...



venerdì 14 luglio 2017

La scomparsa di Denis Mack Smith
Lo storico del "due pesi, due misure"




“E' morto a 97 anni lo storico inglese Denis Mack Smith, grande esperto di storia italiana, autore di saggi bestseller come 'Storia d'Italia dal 1861 al 1997' (Laterza). Nato a Londra il 3 marzo 1920, laurea a Cambridge, collaboratore di Benedetto Croce, membro della British Academy, Mack Smith ha vissuto a lungo in Italia e ha studiato i grandi protagonisti della nostra storia, come Garibaldi, Mazzini, Cavour (Il Risorgimento italiano, Laterza, Cavour e Garibaldi per Rizzoli, opera duramente criticata dallo storico Rosario Romeo).
Poi anche gli esponenti di casa Savoia (I Savoia Re d'Italia, Rizzoli) e in particolare Vittorio Emanuele II (Vittorio Emanuele II, Laterza). Dedico' molti saggi a Mussolini ('Le guerre del duce' e 'A proposito di Mussolini' editi da Laterza e 'Mussolini'(Rizzoli). Le sue opere divulgative non erano accolte con favore dagli accademici italiani tanto che fu protagonista di un celebre contrasto con Renzo De Felice per il suo ritratto di Mussolini. Fu docente al All Souls College dell'università di Oxford fino al ritiro, nel 1987, e la firma di una Storia della Sicilia del 1968.”

Così l’Ansa.
La prima agenzia stampa italiana fornisce un ritratto dello storico inglese scopiazzato da Wikipedia. Vergogna. Ormai il giornalismo culturale è scomparso. 
Quel che però  più rattrista è che Denis Mack Smith non fu sicuramente un divulgatore,  ma  storico serio con ottimo curriculum accademico, capace di rinverdire la tradizione dei grandi storici  britannici, di ispirazione liberale, studiosi del  Risorgimento. Si pensi, ad esempio, al Bolton King, del quale si legge ancora  con diletto la Storia dell’Unità Italiana.
Va però  riconosciuto  che il liberalismo di Mack Smith,  piuttosto spostato a sinistra, era da lui vissuto in modo fazioso. Troppo.  Fino al punto di  riflettersi, devastandola,  sulla sua analisi della storia d’Italia, come dire,  tutta  in bianco e nero:  democratici da un lato, in cattedra,  i moderati e (poi) i fascisti dall’altro, dietro la lavagna.  I primi, dalla parte del progresso, tra squilli di tromba e rullio di tamburi,  i secondi, gretti e stupidi, portatori di una visione arretrata e  autoritaria. Ergo: Mazzini contro Cavour e pure contro Garibaldi, troppo sensibile, secondo Mack Smith, al richiamo del militarismo. Dopo di che,  giù a menar colpi di sciabola contro Casa Savoia,  Crispi, Mussolini, perfino Giolitti e De Gasperi. Si tratta di uno schema, social-progressista,  del   due pesi,  due misure: severo con i moderati, indulgente con i democratici che ritroviamo, ad esempio anche in storici  inglesi, più giovani,  come Paul Ginsborg.  Insomma, lo storico britannico, sapeva come si "mieteva" storiograficamente, ma non voleva "mietere", o  "mieteva" solo quel che confortava le sue tesi.  
Pertanto Mack Smith, che conobbe Croce, all’Istituto per gli Studi Storici,  senza  però diventarne collaboratore in senso stretto (anche per ragioni anagrafiche),  assurse  nell’Italia degli anni Sessanta-Settanta dell’altro secolo, a cocco della sinistra, in particolare del  Pci, che non poteva non apprezzare, uno  schema storico, cripto-gramsciano,  nel quale bastava sostituire, per favorire l’apoteosi finale, al termine di democratico quello di comunista. 
Certo, Mack Smith,  non  fu mai organico al Pci,  come un Paolo Spriano ad esempio,  ma  si fece gaiamente  usare  dalla sinistra  a metà degli anni Settanta,  in occasione del linciaggio politico e culturale, in grande stile,  di Renzo De Felice:  reo di lesa maestà antifascista. Solo per  aver osato parlare (provandolo),  nella sua biografia mussoliniana, di un consenso popolare al regime fascista.  Fu veramente un brutta pagina.  E Mack Smith, ricorrendo a un metodo inquisitorio degno allora dell’ “Unità”, oggi del “Fatto”, si prestò, consapevole o meno, a una caccia alla volpe  storiografica. Intellettualmente,  fu  una specie di anticipazione, di  quelle battute  venatorie,  oggi  così  in voga, ai più diversi animali politici,  sgraditi agli orfani del Pci,  confluiti  sotto varie bandiere.  E Mack Smith era  lì che soffiava nel corno di ottone. Che tristezza.       
Sulla  sua  opera storiografica,  in particolare la  Storia d’Italia dal 1861 al 1958,   basti il tagliente giudizio di Walter Maturi, lui sì stretto collaboratore di Croce. Racchiuso nelle pagine di un libro cristallino, dotto, perfino divertente, apparso più di mezzo secolo fa,  che andrebbe  ristampato, perché introvabile: “Le interpretazioni del Risorgimento. Lezioni di Storia della storiografia.  Va ricordato infine  che Maturi, sebbene più grande di età,  era della stessa "razza" storiografica dei  Romeo e dei  De Felice. E ancora prima dei Ghisalberti e degli Chabod.  Storici liberali, senza aggettivi (di destra o sinistra). 
Scrive Maturi:

« Una carica a fondo il Mack Smith fa contro le imprese coloniali dell’Italia. Fatto il bilancio storico di tali imprese, possiamo dire che all’Africa abbiamo dato più che preso. Sarebbe stato meglio che i denari spesi in Africa fossero stati spesi per le zone arretrate del nostro paese (Basilicata, Calabria, Sardegna, ecc.). Tuttavia le prediche all’astinenza coloniale fatte da un inglese, sia pure retrospettivamente, hanno la stessa efficacia che le prediche all’astinenza dai cibi e dai vini prelibati fatte da quei frati belli e grassi, col naso rosso, di cui narravano le gesta piacevolmente i nostri novellieri del Trecento e del Cinquecento» ( Einaudi, Torino 1965,  p. 691).

Insomma,  due pesi due misure. Il che può aver pure  portato  acqua al mulino delle vendite, in un paese, come il nostro diviso in fazioni  dove si comprano i libri a dispetto dell'avversario politico, per poi non leggerli. Solo per esibirli. Il fatto che Mack Smith abbia venduto come Montanelli, o poco meno,  la dice lunga su un lettore-tifoso, a destra come a sinistra,   che forse non ha eguali altrove.  Di sicuro però, la mancanza di obiettività  negli storici, ma anche nei lettori, disabituati a esercitare il senso critico,  non ha mai portato acqua, acqua limpida,  al mulino della grande storiografia. E pure della maturità politica degli italiani.  

Carlo Gambescia


giovedì 13 luglio 2017

 La blacklist del Codacons sui
 senatori che voteranno a favore del decreto sui vaccini


“Collettività”, parola magica




Un tempo si chiamavamo liste di proscrizione. Si usavano per i nemici del re e della chiesa. Poi dei dittatori, oggi del popolo. Infatti  le motivazioni, avanzate da Carlo Rienzi,   presidente del Codacons, sono  chiaramente populiste e si riducono alla solita questione dei presunti legami sistematici tra governo e case farmaceutiche.

“Pubblicheremo sul nostro sito web la lista nera con i nomi dei senatori che si esprimeranno a favore del decreto 'vergogna', e chiederemo agli italiani di ricordarsi di loro alle prossime elezioni e di non votarli. Questo perché il decreto sulle vaccinazioni presenta una serie di criticità e di errori tali da rappresentare un enorme danno per la collettività - sostiene Rienzi - trasferendo 1 miliardo di euro dalle tasche dei cittadini a quelle delle case farmaceutiche.” (*)


Un nesso,  ritenuto non solo scontato, ma, come dire, anche provato scientificamente, negli stessi termini -  se si va a grattare la superficie retorica -  del materalismo storico marxiano che, come  noto, liquidava la  politica  come  comitato d'affari della borghesia . Che finezza di pensiero. Auguri.
Quel che in realtà  dà  fastidio, non è tanto (o solo) la posizione di un gruppo di pressione (il Codacons) che, eventualmente, si oppone, ad altri gruppi di pressione (le case farmaceutiche, ad esempio), bensì l’approccio manicheo: il Codacons è il bene, tutto il resto il male.  Anzi peggio, parrebbe infatti,  come per altre “battaglie” a tutto campo  di Rienzi,  che  anche  questa volta  siamo dinanzi  a un demoniaco complotto permanente  contro il povero cittadino, vittima di una qualche massa gelatinosa di lovecraftiana memoria : i mostruosi  e vischiosi  interessi privati, contro la "collettività"…  Quindi, per fortuna  che il Codacons  c’è. Tutti a iscriversi...
In realtà, l’approccio manicheo, non aiuta.  Certo, in politica e al tempo dei Social, chi urla più forte ha maggiori possibilità di vincere e convincere. Ora, ammesso e non concesso che le case farmaceutiche ci guadagnino sopra,  non si capisce perché lo stesso metro, dell’interesse,  non possa essere esteso al Codacons, che ha i suo capi, capetti, le sue ambizioni politiche, la sua organizzazione, i suoi costi, eccetera, eccetera. Per carità tutto trasparente, tutto a norma di legge.  Ma basta aver letto  Michels per sapere che, sociologicamente, ogni organizzazione, come qualsiasi altra istituzione sociale, non vive per gli altri, bensì per se stessa: primum vivere.  Insomma, ha un interesse privato. Tutto il resto, nel bene e nel male,  si chiama effetto di ricaduta. Di che cosa? Di quella mano  invisibile, come insegnava Smith,  che  tramuta  l’ interesse individuale in  collettivo. La realtà sociale non si costruisce a tavolino: non si pianifica insomma,  perché   è il portato involontario  di miliardi di azioni  di individui che perseguono i propri interessi, materiali e immateriali. Quindi, per metterla in gergo calcistico: Codacons 1 - Imprese Farmaceutiche 1.  
Perché allora la gente comune crede di più  a Rienzi e meno alle imprese farmaceutiche.  La spiegazione è facile. Perché per il Codacons vale la magica parolina collettività, che invece non vale per le case farmaceutiche, che difendono, e non potrebbero fare diversamente, i propri interessi particolari.
Il vero  punto allora è quello politico-linguistico e concerne  una specie di divinità sociale: la collettività,  entità fantasmatica nel cui magico nome tutto è permesso e concesso.  Purtroppo,  siamo davanti ai "residui" (nel senso paretiano di  qualcosa di profondo, che permane) di una visione politica che rinvia all'immaginario  socialista, comunista,  fascista, nazista, ideologie totalitarie per le quali la società è tutto l’individuo nulla.   
Sono idee talmente radicate -   soprattutto in Italia dove pesa l’olismo cattolico -  fino al punto che chiunque si erga e parli in nome della collettività, per statuto, viene considerato quanto meno in buona fede.  Mentre chiunque tenti di fare impresa,  perseguire  profitti, innovare, eccetera, viene visto, piuttosto male, spesso malissimo,  come portatore di interessi  singolari  privati, individuali, particolari, personali che si oppongono e stridono con tutto ciò che è collettivo, comune, pubblico, sociale, generale, unanime. Secondo l'immaginario "collettivista", in ogni imprenditore, per farla breve,  si nasconderebbe un nemico del popolo.
Eppure se oggi siamo più sani, più belli, più ricchi,  il merito è del mercato e della libera impresa. Tradotto: degli interessi particolari. Non collettivi. Interessi, questi ultimi, che tra l’altro esistono solo sulla bocca dei profeti sociali e dei  sodali, tutti sociologicamente portatori, talvolta neppure sani, di interessi privati.
Purtroppo,  su queste basi, profondamente  radicate nella dicotomia, pseudo-religiosa, a sfondo magico,  tra il puro (il collettivo) e l’impuro (il privato)  qualsiasi  conflitto distributivo diventa una lotta tra il bene e il male.   Il che spiega le liste di proscrizione.



                                                                                                                  Carlo Gambescia              






mercoledì 12 luglio 2017

 A proposito della “spiaggia fascista” di Chioggia
L’essenza del liberalismo



Dal punto di vista sociologico, nessuno è “naturalmente” liberale, si può essere individualisti, che è altra cosa. Allora, che cosa significa essere liberali? 
Si prenda il caso della “spiaggia fascista di Chioggia” (*).  un fascista, ne rivendicherebbe,  l’alto valore simbolico,  nonché  la necessità che le spiagge fasciste puntino ca-te-go-ri-ca-men-te a superare  nei numeri le spiagge comuniste e quelle semplicemente apolitiche:  nuova versione dell’italico posto al sole. Per contro,  un antifascista,  ne denuncerebbe il carattere apologetico ed “egemonico”, imponendo la chiusura, per poi però riempire, con la faccia più tosta del mondo,  il litorale di spiagge comuniste. 
E un liberale?  Un liberale,   crede che ognuno di noi  possa farsi il bagno dove desidera, libero di frequentare tutte  le spiagge che vuole. Non esiste la spiaggia ideale, fissata dalla famiglia, dalla zia, dal partito, dal commendator tal dei tali,  da dio, eccetera,  ma solo quella che individualmente si ritenga tale. Quindi l'individuo conta, ma il concetto  di   relatività delle sue preferenze, conta ancora di più. L’importante, per un liberale,  è permettere che esista una pluralità di spiagge e che nessuno possa imporre la “spiaggia unica per tutti”.
L’ essere liberali  richiede, ripetiamo,   una buona dose di relativismo.  Cioè, credere  che  su una certa questione esistano sempre  punti di vista diversi.  E, soprattutto, credere, ancora più fermamente, nella  libertà-necessità  che le differenti opinioni  possano (attenzione, non debbano) essere rappresentati  politicamente.  Per il liberale, governare, altro punto importante,  significa perseguire  un punto di incontro pacifico tra le diverse posizioni: un terreno neutrale, fatto di regole e procedure, sul quale sia  possibile, nelle sedi "deputate", per dirla pomposamente,  incontrarsi, discutere e decidere.
Sotto quest’ultimo profilo,  la democrazia, che implica la decisione (altrimenti diventa puro assemblearismo),  non è,  come si crede,   il potere della maggioranza,  ma consiste nel  potere di sostituire una maggioranza all’altra, senza ricorrere alla violenza, con il voto.  Il processo di alternanza non violenta è l’essenza della democrazia, il relativismo è l’essenza del liberalismo. Et voilà, la liberal-democrazia.
Per capire queste cose serve una cultura superiore, conoscenza della storia umana e delle idee politiche,  capacità di ragionamento, e soprattutto rifiuto delle scorciatoie  di tipo mitologico. Insomma, bisogna saper  capire, quando ci si deve fermare  nel debunking, per così dire, dell’avversario, distinguendo tra il criticare e il gettare discredito, anche sulle istituzioni.  Oppure quando l'avversario invece è  un nemico che  va demolito  senza tante storie (sul punto torneremo nella chiusa).  Non tutti ne sono in grado. Diciamo pure pochi. Di qui, la natura elitaria del liberalismo, anche nella sua versione democratica. Roba, per persone, intellettualmente ricche. Insomma, come ora è chiaro, non si è “naturalmente” liberali, né è questione di soldi:  si deve studiare. Le masse possono essere democratiche, difficilmente liberali. Secondo alcuni, sarebbe addirittura impossibile. 
Qualcuno penserà:  ma il relativismo e il rifiuto della violenza, non facilitano la strada ai nemici del liberalismo? Certo. Il rischio esiste. Purtroppo,  quel che  non si capisce, spesso all’interno dello stesso cosmo  liberale,  che purtroppo, come altre forme di pensiero,  ha una sua vena utopica,  è che il liberalismo, se vuole svolgere ( e continuare a svolgere) un ruolo storico,  non  può essere sinonimo di pacifismo e di riduzione dello stesso pensiero liberale, a un pensiero fra i tanti. Deve saper individuare, realisticamente,  come scrivevamo ieri, il nemico.  Quando minacciato il relativismo liberale, deve difendersi, anche con le armi,  rinunciando al criterio della non  violenza via discussione.  Il momento topico, che spesso sfugge a quei politici che credono nella bontà del relativismo disarmato (gli umanitaristi allo Zoloft), è quello di  capire, provando così di  saper cogliere l'attimo, quando sia  in gioco non tanto il relativismo,  come insieme di procedure di confronto,  ma la libertà di essere relativisti. Il principio, insomma.  
La forza del relativismo liberale  è proprio nel principio:  difendere i proprietari delle spiagge fasciste e comuniste, anche  da loro stessi.  Perché fascisti e comunisti  non  difenderebbero le spiagge liberali. Anzi... Qui è la differenza, di principio,  tra il totalitarismo e il liberalismo, tra assolutismo e relativismo.  Il che spiega a sufficienza quanto sia stupido multare o  mettere in prigione chiunque saluti romanamente e si faccia il bagno con la ciambella di Mussolini. Dove sarebbe la differenza tra i liberali e tutti gli altri?   Perciò,  si facciano pure le spiagge su misura, ma si guardino bene dall'imporre agli altri eccetera, eccetera. Altrimenti,  giù con la  rasoiata relativista. Si chiama realismo politico.
Un’ultima questione. Vanno difese anche  le “spiagge islamiche”?  L’Islam, ideologicamente parlando, è un pensiero  assolutistico: l’esatto contrario del relativismo liberale. E per giunta non ha alcun atteggiamento pragmatico verso la violenza. Il rifiuto della violenza è vincolato alla sottomissione. Siamo davanti a un indigeribile impasto di totalitarismo politico-religioso che riunisce i lati peggiori del totalitarismo sacro e profano.  L’Islam è  potenzialmente pericoloso. Inutile negarlo. E' per la spiaggia unica. Con gli islamici, il multiculturalismo, come prolungamento più welfarista  che liberale del relativismo,  apre in prospettiva  all' "ombrellone unico".
Perciò,  qualche saluto romano sì, magari pure con il pugno chiuso. Ma, per ora,  prudenza imporrebbe, per restare in metafora,  di  non concedere  "concessioni"  per  “spiagge islamiche”.                     


Carlo Gambescia


 (*)  http://www.repubblica.it/cronaca/2017/07/10/news/spiaggia_fascista_a_chioggia_ordinanza_del_prefetto_via_cartelli_e_simboli_-170472312/

martedì 11 luglio 2017

La proposta di legge Fiano sull’apologia del fascismo   
L’ incapacità di riconoscere il nemico



Crediamo che il principale problema  dell’Italia ( e dell’Europa), sia quello di  non essere più in grado di riconoscere il nemico.   Come scrivevano Carl Schmitt e Julien Freund, ma si potrebbe risalire a Kautilya,  dove non c’è il nemico, non c’è politico: meccanismo  fondato, per l’ appunto, sulla dicotomia  amico-nemico.  Anche perché, altro aspetto fondamentale.  il non saper  riconoscere il nemico, non significa che il nemico non ci sia, o addirittura  non  esista. 
A  tutto ciò pensavamo,  a proposito della polemica sulla proposta di legge del Pd (primo firmatario il deputato Fiano) che punta a recepire organicamente nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazista.   Cosa vogliamo sottolineare?   Che, a parte le norme già esistenti (leggi Scelba e Mancino), la sinistra in particolare,  mostra di non capire che i veri nemici, da contrastare anche con leggi ad hoc,  sono altrove. 
Non desideriamo entrare nella casistica giuridica  della libertà di pensiero, anche perché sarebbe fin troppo facile provare che l’apologia (il discorso) è una cosa, da punire con una sanzione pecuniaria, mentre la riorganizzazione (le squadracce) del partito fascista,  un’altra, ben più grave. Distinzione che, tutto sommato, la legge Scelba (di attuazione, eccetera, eccetera) aveva in qualche misura delineato.  E che in seguito verrà  perfezionata da una sentenza della Corte Costituzionale del 1957, che evidenzierà il legame - che va sempre rilevato per procedere -  tra apologia e riorganizzazione (*). A differenza della successiva  legge Mancino, completamente devastata da un’ isteria politica, che rivela, in modo lampante, l' incapacità di riconoscere il nemico, inseguito perfino negli stadi, dove la conoscenza del fascismo rasenta o si mescola con quella dei cartoni animati per l'infanzia.  Come del resto, la proposta di legge Fiano che, dopo una sconvolgente  ondata di attentati jihadisti,  designa nel saluto romano un’arma pericolosissima. Nucleare.  
Per quale ragione parliamo di isteria politica? Perché l’isteria  politica è uno  stato di confusione culturale e “motoria”, nel senso che  è madre e padre  di decisioni pratiche, totalmente sbagliate, o comunque ininfluenti dal punto di vista polemico (da polemos).
Domandona. In questo momento, qual è il nemico dell’Italia, dell’Europa e dell’Occidente?  L’Islam. Si dirà, che però lo è nei suoi risvolti politici, sociali e militari, di tipo fondamentalista.  Un “dettaglio”, perché  quando c’è una guerra in atto, purtroppo, non si può  andare tanto per il sottile: primum vivere.  E invece qui si teme di offendere i musulmani, se ne incoraggia l’immigrazione in Italia e in Europa, si brinda al multiculturalismo, eccetera, eccetera.
In questo modo -  ecco il punto -  si rischia di   creare  le condizioni per reazioni  di  natura razzista e  fascista. Cosa, che in parte,  per ora in piccola parte,  sta avvenendo.  E allora che  fanno quelle volpi delle nostre classi dirigenti allo Zoloft umanitario?  Decidono di mettere in prigione i fascisti, che invece sono  un inizio di  reazione, per quanto incontrollata,  all'isterica debolezza di classi politiche, incapaci di prendere qualsiasi misura, perché stentano a capire quale sia il vero nemico. Sicché il saluto romano - una volta interrotta la catena logica  e ristretta temporalmente alla "reazione" fascista - diventa di colpo  la causa di tutto, il male assoluto che deve essere stroncato.  Post hoc, ergo propter hoc.  Una tragedia politica.  O meglio, dell'incapacità politica.  
A proposito, camerateschi saluti. Da un liberale.

Carlo Gambescia 
(*) Si veda AA.VV.,  Enciclopedia del diritto, Giuffrè, Milano  1967, vol. XVI, ad vocem, pp. 920-922)     

lunedì 10 luglio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 10 luglio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. della procedura riservata n. 945/3, autorizzazione NATO n. 219/2a [Operazione “FOLLOW UP” , N.d.V.] è stata intercettata in data 07/05/2017, ore 16,25 la seguente conversazione telefonica tra le utenze 333.***, intestata a FINZI MATTIA, SEGRETARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO e 356***, intestata a SENSINI FABIO. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]


FINZI MATTIA: “Chi c’è dietro, chi?”
SENSINI FABIO: “Dietro a cosa?”
FINZI MATTIA: “Come dietro a cosa?! Dietro alla Bunino, dietro alla storia che abbiamo chiesto noi all’Europa di beccarci tutti i migranti!”
SENSINI FABIO: “Vuoi dire dietro alla storia falsa, alla calunnia che abbiamo chiesto noi all’Europa di beccarci tutti i migranti in cambio di soldi.”
FINZI MATTIA: “Certo.”
SENSINI FABIO: “Ripeti, per favore.”
FINZI MATTIA [impreca sottovoce tra sé]: “Chi c’è dietro alla storia falsa, alla calunnia della Bunino che abbiamo chiesto noi all’Europa di beccarci tutti i migranti in cambio di soldi? Chi?”
SENSINI FABIO: “Dietro a quella storia falsa, a quella calunnia non ci può essere nessuno, perché dietro il niente c’è solo il niente. Al massimo, se proprio…”
FINZI MATTIA: “…al massimo se proprio?”
SENSINI FABIO: “…al massimo, se proprio volessimo esercitarci in elucubrazioni un po’ oziose, che queste fake news non meritano, potremmo dire, ma così tanto per dire, tanto per citare una curiosità certo priva di ogni relazione con la vicenda di cui parliamo, che…”
FINZI MATTIA: “…Che?”
SENSINI FABIO: “…che per coincidenza, la Bunino è Commendatore della Legion d’Onore francese.”
FINZI MATTIA: “Ah.”
SENSINI FABIO: “Intendiamoci, la Bunino è anche Gran croce dell'Ordine di Maggio, argentino, Dama di Gran croce dell'Ordine del duca Branimir, croato, Grande ufficiale dell'Ordine del Leone, senegalese, e insignita del Premio, spagnolo, Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale. E naturalmente, Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana.
FINZI MATTIA: “Naturalmente.”
SENSINI FABIO: “Sono piccole curiosità. Poi, certo, anche una personalità di rilievo internazionale può essere male informata, o ricordare male…succede, succede…specie quando l’età non è più verde, la salute non è più quella di un tempo…
 FINZI MATTIA: “Ecco, ecco. La salute…abbiamo fatto gli auguri, a suo tempo?”
SENSINI FABIO: “Naturalmente.”
FINZI MATTIA: “Bene. Perché al di sopra e al di là degli eventuali dissensi o malintesi politici c’è sempre la comune umanità, la cordialità dei rapporti…”
SENSINI FABIO: “Non si potrebbe dir meglio.”
[LUNGA PAUSA]
SENSINI FABIO: “Saltando di palo in frasca…”
FINZI MATTIA: “Sì, Fabio?”
SENSINI FABIO: “Sai che mia figlia vuole fare il concorso di ammissione a SciencesPo?”
FINZI MATTIA: “Dove?!”
SENSINI FABIO: “All’ Institut d'études politiques di Parigi, lo chiamano SciencesPo…una grande école…”
FINZI MATTIA: “Francese.”
SENSINI FABIO: “Francese. Ma il concorso è difficilissimo, passa il 10% dei candidati…”
FINZI MATTIA: “Apperò! Che brava tua figlia!”
SENSINI FABIO: “Sì, anche solo a provarci è brava…poi andrà come andrà…”
FINZI MATTIA [pausa]: “SciencesPo, SciencesPo…mi ricorda qualcosa, ma non so cosa…”
SENSINI FABIO: “Forse che ci insegna un amico.”
FINZI MATTIA: “Ah sì?”
SENSINI FABIO: “Certo. Enrico Litta.”
FINZI MATTIA [pausa]: “Ma guarda com’è piccolo il mondo…”
SENSINI FABIO: “Vero? E ora che mi ci fai pensare, c’è un’altra coincidenza.”
FINZI MATTIA: “Davvero?”
SENSINI FABIO: “Enrico Litta è anche lui Commendatore della Legion d’onore.”
FINZI MATTIA: “Francese.”
SENSINI FABIO: “Certo.”
FINZI MATTIA: “Proprio come la Bu…”
SENSINI FABIO: “…la chi?”
FINZI MATTIA: “No, niente. [pausa] Fammi sapere come va, mi raccomando.”
SENSINI FABIO: “Mia figlia?”
FINZI MATTIA: “Tua figlia, certo. Tua figlia, la Francia…”
SENSINI FABIO: “Grazie, Mattia, sei un amico.”
FINZI MATTIA: “Sono padre anch’io, lo so quanto è importante…”
SENSINI FABIO: “Si farebbe....”
FINZI MATTIA: “…di tutto, Fabio. Di tutto. Mi raccomando.”
SENSINI FABIO: “Di tutto, Mattia. Sta’…”
FINZI MATTIA: “Com’è che devo stare?!”
SENSINI FABIO: “Tranquillo, Mattia. Sta’ tranquillo.”
FINZI MATTIA: “Ah, ecco. Ciao.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...