martedì 16 maggio 2017

La Cassazione sul pugnale sacro dei sikh: 
“I migranti devono conformarsi ai nostri valori”

Una sentenza  sociologica

 





Come definire la sentenza della Cassazione (*) che  stabilisce che “i migranti devono conformarsi ai nostri valori” ?  Sociologica.   Eppure, spunteranno fuori coloro che  in nome di un libertarismo, sicuramente coerente ma ideologico, o meglio dottrinario, difenderanno   la libertà di girare armati, portandosi dietro un coltello lungo venti centimetri. E in modo legittimo,  poiché,  come evidenzia  il ricorrente,  un sikh, residente in Italia,  il  kirpan (il  pugnale nella foto),  come il turbante,  è  un  simbolo,  e portarlo con sé  costituisce l’adempimento di un dovere  religioso .
Insomma, libertà religiosa for all and forever. Il che sul piano ideale è nobilissimo, senonché la questione sembra essere  più complessa. Per quale ragione?  Perché rinvia all'interessante contrasto tra coerenza ideologica e  realtà sociale, tra libertarismo e convivenza sociale, tra  filosofia politica e sociologia.  Se il punto è questo, può bastare la bacchetta magica dell'etica della convinzione? 
Cerchiamo di spiegarci meglio.  Due sono le  possibilità:  se lo scopo (filosofico-politico)  della vita umana è la libertà, anche religiosa,  il sikh ha ragione,  se invece  lo scopo della vita umana è il perseguimento della convivenza,  o pace (armistiziale) sociale,  hanno invece ragione i magistrati della Cassazione. 
Attenzione, pace sociale, non in senso assoluto (come del resto per la libertà),  ma condizionale, legata insomma alle condizioni storiche, reali. E qui va detto che dal punto di vista sociologico  la coesione sui valori non implica automaticamente la  pacificazione, dal momento che esistono interessi e status, quindi l’esclusione dei diversi non assicura alcuna pace sociale. Non va però dimenticato che la coesione sugli interessi non esclude le passioni, quindi i conflitti e le modalità stesse  di comportamento in relazione ai valori e agli interessi tra gli eguali: il che ha inevitabili  ripercussioni sul  perseguimento della pace sociale.
Conclusioni?  I  giudici della Cassazione  hanno privilegiato il concetto di pace sociale rispetto a quello di libertà individuale. Insomma, gli Ermellini temono il ruolo sociologico degli interessi e delle passioni, diffidano dell’autocontrollo umano.  Si tratta della stessa logica (cautelativa) di coloro che negli Stati Uniti, ma anche in Italia, diffidando sociologicamente del senso di responsabilità dell’uomo, vorrebbero vietare la vendita di armi a privati.  Per contro, chi difende la libertà di portare un' arma, per le ragioni più diverse, anche religiose, confida filosoficamente, secondo il credo libertario,  nel senso di responsabilità dell’individuo.
Purtroppo, la realtà sociologica insegna invece che l’uomo -  l’uomo politico e sociale -  non è  buono né cattivo:  il suo senso di responsabilità,  nonostante l’educazione sociale, fluttua: può avere alti e bassi.  Insomma,   l’uomo è  imprevedibile. Di qui però,  la sua pericolosità.
L’intera storia sociale dell’uomo -  una delle tante chiavi per interpretarla, ovviamente -  ruota intorno, alla riduzione dei margini sociali di imprevedibilità.  Di qui la necessità delle istituzioni, eccetera, eccetera.  Attenzione, si parla di  riduzione,  non eliminazione come invece pretendono alcuni pericolosi dottrinari. Le istituzioni, hanno sì valore "esonerativo", ma sono liberamente prodotte dall'interazione tra gli individui.  Sicché,  la “soppressione”  totale dei margini non potrebbe non  fare i conti con l’eliminazione dei valori, degli interessi, delle passioni.  E quindi delle libere interazioni individuali.  Il che è umanamente e sociologicamente impossibile. Forse lo è (possibile) filosoficamente. Dopo di che però le società si vendicano. E non solo dei dottrinari e dei "philosophes",  come prova la storia sociale, soprattutto  del Novecento.
Concludendo, la decisione dei giudici della Cassazione è anti-filosofica e sociologica. Dunque, di buon senso. Giudica l’uomo per quello che è, non per quello che dovrebbe essere.

Carlo Gambescia    




lunedì 15 maggio 2017

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 15 maggio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 000/1, autorizzazione Bundesnachrichtendienst n. 1/1 [Operazione “STAHLPAKT” , N.d.V.] è stata intercettata in data 14/05/2017, ore 16,25 la seguente conversazione telefonica tra le utenze di Stato 0014151111,  in uso a DONALD DUCK, Presidente degli USA, e 0014159865, in uso a REX ROCKERDUCK, Segretario di Stato. [Traduzione italiana a cura del Verbalizzante]


DONALD DUCK: “E allora con questi…com’è che si chiamano?”
REX ROCKERDUCK: “Italiani, signor Presidente.”
DONALD DUCK: “Ecco, bravo. Con questi italiani che facciamo?”
REX ROCKERDUCK: “Come al solito c’è il problema del governo, signor Presidente. Non si sa quanto dura.”
DONALD DUCK: “Perché? Gli stiamo facendo un colpo di Stato?”
REX ROCKERDUCK: “Ma no, no, signor Presidente. Gli italiani sono fatti così, i governi durano poco.”
DONALD DUCK: “Insomma, chi è il capo, là? Il Commander in chief? Non c’era la Mafia?”
REX ROCKERDUCK: “Sì, ma non comanda più tanto. Sa, ci sono i calabresi, e poi le Triadi…”
DONALD DUCK: “Cinesi! Sempre i cinesi, maledizione! Mandiamogli un paio di portaerei, Rock. Facciamogli capire chi ha il bastone più grosso.”
REX ROCKERDUCK: “Le portaerei ce le abbiamo già, signor Presidente. Abbiamo anche un centinaio di basi militari, in Italia. La NATO, ricorda?”
DONALD DUCK [pausa]: “Ma allora dov’è il problema, Rock? Gli dici ‘Salta’ e loro saltano giù dal coso, il Colosseo.”
REX ROCKERDUCK: “Il problema è che governa il Partito Democratico, signor Presidente.”
DONALD DUCK: “Hillary?! Hillary governa l’Italia?!”
REX ROCKERDUCK: “Indirettamente sì, signor Presidente.”
DONALD DUCK: “Convoca i Joint Chief of Staff, Rock. Gli diamo una lezione, a Hillary. Una ventina di missili su Roma, tanto per cominciare.”
REX ROCKERDUCK: “Non è possibile, signor Presidente. L’Italia è un alleato.”
DONALD DUCK: “Be’?”
REX ROCKERDUCK: “E poi c’è il Papa.”
DONALD DUCK [pausa]: “Ah. E allora? Non ce l’hanno il Partito Repubblicano?”
REX ROCKERDUCK: “Ci hanno provato, ma non è andata tanto bene. Si ricorda Silvano Bernasconi?”
DONALD DUCK: “Come no! Silvano, il vecchio amico Silvano, un grande, grande uomo…come scordare le sue cene eleganti? [ride]”
REX ROCKERDUCK: “Ecco. Lui ci ha provato, a fondare il Grand Old Party, ma l’hanno rovinato con i processi…storie di donne, di minorenni…”
DONALD DUCK: “Comunisti! Invidia comunista!”
REX ROCKERDUCK: “Dice così anche Mr. Bernasconi, signor Presidente.”
DONALD DUCK: “E allora? Chi c’è in questo posto? Perché non ci va il Papa, al governo?”
REX ROCKERDUCK: “Meglio di no. Questo papa ce l’hanno messo i democratici, signor Presidente.”
DONALD DUCK: “Quella strega mi farà morire! Insomma, in Italia comanda Hillary e basta. E’ così?”
REX ROCKERDUCK: “Sì e no, signor Presidente. Hillary crede di comandare, ma in realtà in Italia non comanda nessuno.”
DONALD DUCK: “Sul serio?”
REX ROCKERDUCK: “Sul serio. Dicono che è impossibile, comandare gli italiani.”
DONALD DUCK: “Però, interessante. [pausa] Allora in Italia il punto è: chi fa finta di comandare. Giusto?”
REX ROCKERDUCK [pausa]: “Non ci avevo pensato, signor Presidente. Sì, forse è così.”
DONALD DUCK: “Perché qualcuno che fa finta di comandare ci vuole, per forza. Sennò il popolo si accorge che non comanda nessuno, si spaventa, si mette idee strane in testa…magari di comandare lui…”
REX ROCKERDUCK: “…non esageriamo, signor Presidente…”
DONALD DUCK: “…faccio per dire. Ma comunque si sente solo, abbandonato…il popolo è come un bambino, Rock. Se gli italiani vedono che nessuno li comanda, si spaventano, smettono di fare il coso, il Rinascimento…l’opera…la pizza…le cene eleganti…ci vuole uno che fa finta, Rock. Ce l’abbiamo uno che fa finta di comandare questi poveri italiani?”
REX ROCKERDUCK [pausa]: “Adesso che mi ci fa pensare, signor Presidente, uno forse ci sarebbe.”
DONALD DUCK: “Bene. E chi è?”
REX ROCKERDUCK: “Mah, uno standup comedian, un comico…ha tanti milioni di voti…Grilletto, Beppe Grilletto.”
DONALD DUCK: “Standup comedian, fantastico! Ecco cosa ci vuole! Un professionista! Vai con questo qua, Rock.”

Letto, confermato e sottoscritto

L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***
 Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...





sabato 13 maggio 2017

Il  veto del  Centro italiano di  psicologia analitica all’intellettuale di Bisceglie
Marcello Veneziani, vittima del pensiero unico? 
Sì, del  suo…


Marcello Veneziani, intellettuale di punta della destra reazionaria, quella che soffre di torcicollo,  ha raccontato  a  “Libero”  di aver subito la censura  della Cipa,  un’associazione di psicoanalisti italiani, matrice junghiana,  che  gli  avrebbe impedito di presentare il  suo ultimo  libro, dedicato al mito,  a lato  di un evento organizzato, sempre dalla Cipa, nella città di Siracusa (1).
Gli psicoanalisti, all’inizio solo sette, poi più numerosi, come si legge, avrebbero  addotto che Veneziani " è un ideologo dell' estrema destra, influenzato dal pensiero di Julius Evola, interprete di una retorica dogmatica che si colloca agli antipodi della ricerca scientifica in psicologia analitica" (2).
Perché usiamo il condizionale?  Al di là  della stampa di destra, soprattutto neofascista, manca  una versione della vicenda, come dire,  trattata in termini  neutralmente  affettivi, per buttarla sul sociologhese.  Però, comunque stiano le cose, Veneziani ha ragione.  Non  perché  non sia un “ideologo dell’estrema destra”,  “interprete di una retorica dogmatica” ( sulla sua "reale" conoscenza di  Evola, sospendiamo invece il giudizio),  bensì perché in una società aperta non si può, anzi non si deve,  negare la parola a nessuno, neppure a un untorello fascista.  
Untorello? Forse siamo troppo duri con l’ex consigliere Rai? No.  Veneziani,  nei suoi libri, ultimo quello sul mito, riprende e ripete a pappagallo, uno per uno,  tutti gli stilemi concettuali  -  la dogmatica insomma -   della “tentazione fascista”, così ben individuati da Tarmo Kunnas (3). Veneziani  non “schioda”, se ci si perdona l'espressione,   da  quella melmosità culturale che ritroviamo inevitabilmente alle fonti insalubri del  fascismo e del nazismo: l’ irrazionalismo, l’anti-materalismo morale,  la negazione del progresso, l’idea di decadenza, l’anti-liberalismo nel nome di una specie di socialismo di destra, il  disprezzo per l’ideologie,  il culto per l’azione, l’anti-egualitarismo, la deificazione  dello spirito  comunitario e altro ancora.
Si dirà, cosa del resto condivisa da Kunnas,  che sono stilemi non esclusivamente fascisti.  Giusto. Infatti, come si evince da una montagna di studi,  in principio il verbo era il  tardo romanticismo, il più volgare e riduttivo. Una involuzione, come spiegò bene Carl Schmitt,  che condusse  inevitabilmente all’ occasionalismo politico. Tradotto: il tardo ribelle romantico, prigioniero dei suoi miti,  finisce sempre per salire sul primo treno politico che passa, non importa se quello sbagliato, basta che ideologicamente sia diretto a tutta velocità verso una città  popolata di mitici eroi e guerrieri, agli antipodi  del mondo vigliacco e venale abitato dal mercante borghese. Insomma, mai lasciarsi sfuggire l'occasione: ieri rappresentata da  fascismo e nazismo.  E probabilmente oggi pure.             
Del resto non è assolutamente sorprendente che il prolifico Veneziani,  a proposito di “eroi”,  non abbia mai dedicato un bel tomo, visto  che si dice studioso del mito, alle leggi razziali italiane del 1938.  Misure che recepirono - come non si sono mai, tristemente, stancati di ripetere fascisti e neofascisti - un  razzismo, costruito intorno al mito spiritualistico, non biologistico della razza. Probabilmente, Veneziani  ha evitato di dedicare un libro  all’argomento a causa di una  insormontabile difficoltà. Quale?  Spiegare come mai il razzismo italiano, sebbene spiritualistico e popolato di mitici eroi italici,  abbia comunque  dato il suo  contributo  allo sterminio biologico degli ebrei per mano degli altrettanto mitici eroi (e camerati) delle SS.   Un silenzio che però ha permesso a  Veneziani di continuare a trastullarsi con l'immaginario dogmatico della "tentazione fascista". Quindi - attenzione, il punto è importante -  non con il mito in quanto tale, ma con il mito filtrato attraverso lo stilema della "tentazione fascista".  Con tutte le conseguenze negative del caso: i famigerati conti con un passato che non vuole passare mai.   E qui si pensi  agli enormi  danni culturali  che Veneziani continua a  provocare  all’interno dell' ambiente post-aennino,  sul quale il “ciclone” berlusconiano  (nel bene e nel male) sembra non aver lasciato alcuna traccia:  per colpa, anche, di Veneziani (ma per quella subcultura  è un  merito...), le parole d'ordine sembrano essere rimaste quelle di sempre.     
In realtà, Marcello Veneziani ci fa pena. Perché?  Se è vero che è  vittima del cosiddetto pensiero unico, si tratta del suo... È veramente patetico  atteggiarsi  a perseguitato, addirittura a capro espiatorio del sistema del “politicamente corretto”,  senza aver mai condannato il “totalitariamente corretto” nazi-fascista. Una catastrofe epocale,  altro che il birignao  degli analisti di Siracusa verso  un  ex consigliere della Rai...


Carlo Gambescia


(3) T. Kunnas, La tentazione fascista, Akropolis 1981.

venerdì 12 maggio 2017

L'obbligo dei vaccini a scuola
Liberalismo da straccioni



Di vaccini non capiamo nulla.  E siamo dalla parte della libertà. Sempre. Se fossimo  posti davanti alla scelta secca tra massimo dell’ordine e  massimo del disordine, sceglieremmo  quest’ultimo.  Però, ecco il punto, siamo i primi a rispettare le posizioni di coloro che  aspirano  al massimo dell’ordine, ovviamente se coerenti e giustificate.  Per contro,  non nutriamo alcuna stima  verso chi sia  dalla parte dell’ordine o del disordine, secondo le  convenienze politiche e ideologiche del momento. 
Un esempio da manuale è fornito  dal  conflitto sull’obbligo dei vaccini a scuola, che vede certa sinistra insorgere, evocando addirittura il  contrasto tra diritto all’istruzione e alla salute. 
Ora, se ricordiamo bene, la sinistra non era quella che santificava tutti i giorni il principio di precauzione?  Del prevenire è meglio che curare?  Dello stato che ti assiste dalla culla alla tomba? Che, ad esempio, in nome del sacro verbo ecologista,  non ci fa usare l'automobile?  Che ficca il naso nella nostra immondizia? Che ci catechizza sui consumi buoni e cattivi? Che vorrebbe persino prescriverci il giusto peso, eccetera, eccetera? 
E invece, che accade? Su un principio, come quello dell’obbligo a scuola dei vaccini, che rappresenta  padre e madre  di tutte le precauzioni, si evoca il diritto all’istruzione.  O addirittura la "libertà vaccinale". Perché questa contraddizione? Per due  ragioni,
La prima, è rappresentata dall’inseguimento  concettuale del cretinismo complottista  grillino. In tutta Europa, le forze politiche con il sale in zucca - da ultimo in Francia -   contrastano, e anche abbastanza bene,  il populismo, in Italia invece  lo si  insegue. Complimenti.
La seconda, legata alla prima, è data dall’anticapitalismo che unisce ideologicamente il grillismo e certa sinistra che ha perso il pelo ma non il vizio  nell' epica lotta contro il grande capitale, quello farmaceutico, nel caso specifico.  Di nuovo complimenti.
Come raccontava  Antonio Di Pietro,  nella grandiosa imitazione che ne faceva Corrado Guzzanti, “se comanda coppe non puoi dire che mo comanda  'e spade, perché fa comodo a te”. La logica  è la stessa: quando conviene,  la sinistra  ci rompe le palle (pardon) con il principio di precauzione, quando non conviene difende un liberalismo da miserabili, à la carte, che rinvia a Chavez piuttosto che a Tocqueville.
Buffoni! 

Carlo Gambescia

giovedì 11 maggio 2017

A proposito del  post di Carlo Pompei sulla questione dei rifiuti

Welfare state dell'immondizia



Ieri ci ha colpito l'interessante post di Carlo Pompei dedicato alla questione dei rifiuti. Tema, ora, di grande attualità, soprattutto nei dintorni di Roma…
Puro "metodo Pompei",  eccolo:

Secondo alcuni grillini, la responsabilità dell'immondizia in eccesso sarebbe da accollare a chi la butta e a chi non la raccoglie.
Ora, sperando che non sia pensiero condiviso dalla "casa... madre", anche se le dichiarazioni della Raggi lasciano spazio al sospetto, analizziamo.
Non conosco nessuno che goda nel buttare immondizia, tranne in situazioni straordinarie.
Sull'altro versante abbiamo dipendenti della nettezza urbana (chiamiamola come una volta, così ci capiamo), che fanno turni massacranti e malpagati, ma vengono accusati di lassismo da gente che si sveglia a mezzogiorno.
Esaurito il preambolo, torniamo al focus per individuare il vulnus.
Se non si torna ad ottimizzare gli imballi, non se ne esce, il 50% del volume dell'immondizia è dato da questi e dal vuoto che si genera.
Ma per fare questo serve regolamentazione presso produttori e distributori, cosa della quale l'Europa sembra non curarsi.
Poi, l'unica raccolta differenziata che va fatta è tra scarti alimentari, biologici, umidi, deperibili e tutto il resto.
Tornare ad utilizzare il vetro con la resa vuoti retribuita, in modo che non finisca in discarica con costi di separazione e smaltimento superiori a quelli di installazione di centri di raccolta presso i supermercati.
Non aspettiamoci miracoli dalle persone, mettiamole in condizione di farli spontaneamente.
Le cose semplici sono quelle che funzionano.
La mafia? La muffa prospera nell'umidità, se la separi correttamente, muore (*).
                                                                                                                                                                Carlo Pompei


Il  ragionamento è giusto.  Ma fondato sull'ottica del rifiuto-risorsa concezione che  ha favorito la nascita di un mercato misto pubblico-privato dello smaltimento differenziato. Mercato "regolato", quindi nuovi controlli, fino al punto di ficcare il naso nelle immondizie dei singoli cittadini. E soprattutto sparizione dei micromercati liberi della carta e del vetro: i pittoreschi  "cartacciari" e "bottigliari": economie da bidonville, modeste, che tuttavia funzionavano sull'inesorabile base dei prezzi e dell'iniziativa individuale, senza correttivi pubblici.  
Inoltre, cosa determinante, alla creazione di un mercato misto pubblico-privato, di stampo oligopolistico, si è accompagnata una pedagogia politica, rigida e sociale,  tesa a colpevolizzare il cittadino "cattivo riciclatore". Un comportamento inquisitorio  favorito dalla pervasività mediatica del pensiero ecologista, sotto gli occhi compiaciuti di certa imprenditoria impura, affamata  di mercati protetti e sovvenzioni. Un mix di idealismo e affarismo che ha prodotto, come capita in tutti i processi sociali, per un verso  la miracolosa  mitologizzazione del rifiuto-risorsa, e per l'altro l'angosciosa percezione sociale  della  sua pericolosità  
Intorno alla “monnezza”, per dirla in romanesco,  si è  sviluppato un immaginario, come dire,   “della pericolosità”,  che ha  acquisito  forza propria, dando vita a forme patologiche di angoscia collettiva. Inoltre, si sono  sviluppati, come inevitabile derivato istituzionale dell' immaginario catastrofista,  interessi costituiti:  un mercato pubblico-privato dell'  immondizia.  Ci spieghiamo meglio.  
La trasformazione (o il trattamento) di “beni" ritenuti a torto o ragione pericolosi, implica inevitabilmente tecniche complesse di intervento, costi elevati, contrattazioni politiche,  tempi lunghi, ciclici conflitti sociali,  nonché  corruzione e concussione, dal momento che  l' immaginario collettivo di stampo apocalittico,  impone controlli pubblici estesi su beni presuntivamente considerati fonte di allarme sociale. E, come noto,  dove pubblico e privato interagiscono -  una specie di area grigia -   i riflessi carnivori di imprenditori privati e amministratori pubblici si fanno più voraci. Il che spiega  le “eco-mafie”: tipico prodotto,  per la legge dell’eterogenesi dei fini (vuoi il bene ottieni il male),  del welfarismo ecologista di mercato.  Esiste, insomma, anche per l'immondizia, un welfare state, parassitario, nei cui interstizi inevitabilmente si annidano le attività criminali. Il meccanismo è identico: sprechi e  soldi pubblici come terreno ideale per imprenditori poco puliti, a caccia di sovvenzioni,  che si appoggiano al non incorruttibile braccio pubblico. L'esatto contrario di una sana economia di mercato.  
Che fare? Considerate le difficoltà politiche, sociali, economiche, legate al "trattamento", forse converrebbe  tornare all’ottica del rifiuto-rifiuto.  Per capirsi:  la concezione del rifiuto-risorsa implica tre fasi, ritiro, trasformazione, eliminazione; quella del rifiuto-rifiuto, due, ritiro ed eliminazione. Si chiama semplificazione.  Dopo di che,  privatizzazioni, privatizzazioni, privatizzazioni.  Unico giudice,  il rapporto prezzo-efficienza.   Insomma,  qui serve  una contro-rivoluzione, un cambio di mentalità. 
Però, come far digerire l' idea  ai grillini che credono nell'autoconsumo, perfino dei rifiuti? Ai molti cittadini angosciati, prigionieri dell'immaginario eco-welfarista?  Agli imprenditori del settore del trattamento che spesso vivono di sovvenzioni?  A quei politici che  non disdegnano tangenti?   Dietro il fenomeno c'è un vero e proprio blocco sociale e politico. La  vediamo dura.   

         Carlo Gambescia

mercoledì 10 maggio 2017

De Bortoli,  Stella e  “Prima Pagina”
Er più pulito c’ha la rogna




Mentre scriviamo, Gian Antonio Stella,  su Prima Pagina (Radio 3), sta lavorando alacremente  per Ferruccio De Bortoli e il Corrierone.  E, non sia mai, per un’Italia migliore.  E' proprio così?  No.   Perché? Presto detto. Il taglio della rassegna stampa  è manicheo, modello Di Pietro, senza il provolone:   Renzi, Boschi  e i suoi sono banditi, o quasi, mentre gli accusatori, a partire dall'olimpico De Bortoli,  sono tutti usciti freschi freschi dal collegio delle suore orsoline.
Ma sia pure.  A perfect world.   Perché allora l’alunno "perfetto"  De Bortoli,  non rivelò le scorrettezze  della Boschi  ai suoi lettori quando era direttore del Corriere? Perché, come ogni cittadino - esiste un obbligo di legge -  non denunciò alla magistratura i fatti che riferisce nel suo libro? Probabilmente, De Bortoli, se interpellato, andrebbe a nascondersi dietro le foglie di fico della tempistica degli eventi e di qualche norma contrattuale che lo legava al Corriere...  Ai posteri l'ardua sentenza. 
Quel che invece dà fastidio, di Stella, veramente fastidio,  è il tono da trombone deontologico che fa le pulci all’Unità,  che dà (effettivamente) poco spazio "alla notizia del giorno",  mentre,  lui, Catone il Censore, catechizza gli ascoltatori a “tutta Prima Pagina”, per così dire,  contro Renzi. 
Che differenza c’è tra l’Unità che oggi  minimizza e il Corriere che ieri taceva? Forse l’odore del sangue?  Di un Renzi, non più  di bianco vestito,  politicamente ferito e lacero,  sul quale, per dirla con il professor Aristogitone (omaggio postumo a Boncompagni), il Maramaldo De Bortoli, con lo scudiero Stella, infieriscono, per vendicarsi dell’ex presidente del consiglio che chiese e ottenne la testa di De Bortoli quando era direttore del Corriere?
A Roma si dice “er più pulito c’ha la rogna”.  

Carlo Gambescia


martedì 9 maggio 2017

Presidenziali Francesi 2017
La vittoria di Macron, tre riflessioni



Macron, come scontato, ha vinto.  Ora dovrà provare, prima ancora di svelare le sue doti, di essere capace di vincere le prossime elezioni legislative.  E per il  conseguimento di questo obiettivo potrebbe essere d'aiuto il  sistema elettorale maggioritario a doppio turno. Che, se per un  verso, potrebbe non garantirgli una maggioranza schiacciante (di qui la possibile coabitazione probabilmente con la vecchia guardia repubblicana e i socialisti moderati);  per l’altro, di sicuro, spazzerà via,   o ridurrà a poca cosa, la rappresentanza politica lepenista, (un partito da sempre fuori dell’arco repubblicano, perciò regolarmente penalizzato ai  ballottaggi,  incapace di moderare i toni, quindi riformarsi, anche perché  perderebbe riconoscibilità e voti).  
Per inciso, il sistema elettorale francese  (a sfondo semi-presidenziale), costruito apposta per penalizzare le forze estremiste, andrebbe trasposto in Italia, prima che sia troppo tardi, per ridimensionare le forze antisistemiche, a cominciare  dal M5S.  Fermo restando che, ai ballottaggi, affinché l'argine funzioni, occorre che l’idea di fronte repubblicano (il vecchio “arco costituzionale” italiano) sia condivisa dai partiti come dagli elettori. Cosa non facile da perseguire in un' Italia dove si strologa di  capilista bloccati o meno...
Per tornare a Macron,  tre riflessioni.
La prima è che finora  (escludendo il caso britannico, dove l’insularità era ed è la regola, l’europeismo l’eccezione), gli elettori  hanno mostrato di  temere  il salto buio che si cela  dietro le  violente  parole d’ordine  populiste e  fascistoidi.  Il che significa che la lezione del ’45 non è stata dimenticata. Avanti così. E Macron, con la sua proposta, chiaramente anti-populista, ne ha tratto vantaggio.  E sul punto, sempre per inciso, i moderati italiani,  in particolare i partiti di centro-destra, ma anche di centro-sinistra,  dovrebbero  riflettere, invece di farsi dettare l'agenda dai fantasmi del fascio-leghismo e dai demagoghi grillini.     
La seconda,  è che la vittoria di Macron indica che la forza politica ed elettorale del moderatismo è ancora consistente.  E per giunta in Francia, terra delle rivoluzioni. La cosiddetta  fine del discrimine destra-sinistra, tematica che ritorna nella  retorica “nuovista” dei candidati ( quasi tutti i candidati),  in realtà  confonde due cose, i sistemi politici con i metodi di governo. Nel senso che, prescindendo dalle scelte politiche (di destra o sinistra), comunque necessarie ai fini del discorso pubblico,  quando poi si va al governo si deve mediare tra interessi sociali e politici, spesso opposti. Come?  Governando “dal centro”.  Fenomeno politico, quello delle maggioranze e degli elettorati filo-governativi, che  ha accompagnato lo sviluppo delle democrazie rappresentative,  certo con frizioni, conflitti e scissioni politiche.  E Macron, partendo da sinistra ma con un programma, da subito, centrista, ne ha saggiamente tratto vantaggio. Difficile però dire,  se riuscirà nell'intento: parlare al centro senza essere di centro, non è facile, si rischia di scontentare, prima del tempo, le ali senza accontentare il centro del partito come dell'elettorato.  Però intanto Macron ha vinto.  Ciò significa  - e  quanto stiamo per dire valga per i partitini italiani di centro  -   che il centrismo non è un’ideologia ma una pratica inevitabile di governo. Che richiede gradi doti di  equilibrio. Quindi  non occorrono micro-partiti di centro, magari rissosi,  ma governi centristi,  che pur partendo da destra o sinistra,  guardino al centro nella pratica governativa. Si chiama riformismo. E di quello concreto. Vero.      
La terza riflessione riguarda la personalità politica di Macron,  tutta da scoprire. E quindi il possesso delle doti ricordate. Il nuovo presidente sarà all’altezza del compito? I giudizi su di lui  sono i più diversi, si va dal servo delle banche  al politico-filosofo. Di certo, il merito di aver saputo intercettare in meno di un anno l’elettorato moderato e governativo (in questo senso,  né di destra né di sinistra) è tutto suo.   Come del  resto non gli può essere negata  la dote  di sapersi circondare (così sembra)  di pochi ma scelti collaboratori. Quanto alla cultura (alta)  che gli si attribuisce, potrebbe essere un vantaggio (capire la complessità delle cose) quanto uno svantaggio (tentennare, rinviare, non decidere).  Governare "dal centro" non significa abusare della tecnica del rinvio, talvolta utile. Insomma, vedremo. Per ora,  concludendo, tous nos vœux!

Carlo Gambescia