*********************senza "metapolitica" si finisce sempre per fare cattiva "politica"*******************
domenica 16 aprile 2017
sabato 15 aprile 2017
Donald Trump,
Charles Wright Mills e la tesi del complesso militare-industriale
Rieccolo!
Ogni
volta che forti venti di guerra oltreoceanici rischiano di spazzare via il mondo, salta fuori, come quei
pupazzetti a molla delle scatole a
sorpresa di un volta, la tesi del complesso
militare-industriale statunitense coniata da Charles Wright Mills negli
anni Cinquanta, dando alle stampe un libro forse fin troppo celebrato, The Power Elite (1956), soprattutto da
noi in Italia (1).
Quel
saggio è una fotografia, neppure
perfetta, degli Stati Uniti negli anni
Cinquanta, non un docu-film definitivo sulla società americana. Purtroppo, ogni testo ha i lettori che si merita,
ed evidentemente quelli di Mills,
sociologo, per alcuni libertario, per altri filocomunista, continuano, come quei serpenti, il cui corpo, dopo che viene mozzata la testa, continua a muoversi: un' immagine tosta, che sarebbe piaciuta a Mills, nato a Waco (Texas), luogo oggi tristemente famoso e apprezzatissimo dai complottisti di tutto il mondo. Ma questa è un'altra storia.
Insomma, per tornare a Mills, siamo davanti a una specie di pistolero della sociologia, anche per i modi ombrosi e l’aspetto fisico, corpulento. Un John Wayne al contrario. Che lesse Marx e Lenin (elettrificandoli con Weber e Mannheim). Almeno come continuano a vederlo (con simpatia) gli anti-americani (sociologi o meno) di tutto il mondo (2).
Insomma, per tornare a Mills, siamo davanti a una specie di pistolero della sociologia, anche per i modi ombrosi e l’aspetto fisico, corpulento. Un John Wayne al contrario. Che lesse Marx e Lenin (elettrificandoli con Weber e Mannheim). Almeno come continuano a vederlo (con simpatia) gli anti-americani (sociologi o meno) di tutto il mondo (2).
Che vogliamo dire? Ammesso e non
concesso, che le tesi di Mills cogliessero allora nel segno, tratteggiando il ritratto di un’America,
armatissima, perché reduce da due guerre mondiali e in piena Guerra Fredda,
dove militari e industria pesante, non potevamo non giocare un ruolo decisionale significativo, il suo quadro, come del resto gli venne fatto
notare, era statico, perché non teneva conto, oltre che del fenomeno più
generale della circolazione delle élite, dell' importantissima dinamica burocrazia-potere politico.
Insomma,
tirare fuori, come il pupazzetto di cui sopra,
a proposito dell’interventismo
(così pare) di Trump, la tesi del complesso militare-industriale, che continuerebbe a
decidere tutto, ignora una questione più sottile. Quale? Si omette di analizzare, il rapporto tra burocrazia militare (reiterativa) e potere politico, soprattutto decisionale (creativo). Nel caso di
Trump, parleremmo di cedimento politico, quindi decisionale, agli automatismi impliciti nell'interazione militare. Di qui, la
sua incapacità, per ora, di qualsiasi innovazione politica. E anche tutti i pericoli di una conduzione acefala (politicamente acefala) della politica estera americana. Cosa vogliamo
dire? Che esistono le strutture (il
"complesso" eccetera), ma esistono anche le funzioni, quindi gli
automatismi indotti, le pratiche iterative... I famigerati "protocolli" (in senso contenutistico)
del Pentagono. C’è una statica e una dinamica nei fenomeni sociali. mai dimenticarlo.
Infatti, per tornare Mills, nel suo libro si
insiste, non tanto su questi aspetti di contrasto, tra burocrazia e decisione
politica, ma su quelli tra burocrazia militare e burocrazia civile, attribuendo a
quest’ultima, un ruolo di controllo che essa avrebbe dovuto svolgere, al quale invece, per ragioni storiche, sempre secondo Mills, non poteva
adempiere Insomma, per Mills, come per i suoi epigoni
politici, sparsi nel mondo, il Presidente degli Stati Uniti era ed è un
burattino nelle mani del complesso militare-industriale. Secondo Mills, alla fin fine, il conflitto non era (ed è) neppure tra complesso militare-industriale e Presidente, bensì tra due burocrazie: una sempre vincente (militare), l' altra (civile) sempre perdente (3).
Diciamo che la sociologia di Wright ignora
l’indipendenza, o comunque gli ampi margini di autonomia, della decisione
politica. E, soprattutto, la sua natura creativa. Il solo fatto che Trump deleghi, significa che può o meno delegare qualcosa di suo, che gli
appartiene: il potere presidenziale, che viene prima di ogni burocrazia civile e militare. Potere esercitato dai presidenti post- eisenhoweriani, secondo modalità assai differenti e non da burattini del mitico
potere militare-industriale, come invece preconizzava la sociologia statica di Mills (4).
Insomma, il pericolo è negli automatismi della burocrazia militare o meglio ancora della burocrazia in quanto tale: nella funzione non nella struttura, ammesso che la struttura, anzi il "complesso" esista ancora. O addirittura, sia mai esistito (5).
Insomma, il pericolo è negli automatismi della burocrazia militare o meglio ancora della burocrazia in quanto tale: nella funzione non nella struttura, ammesso che la struttura, anzi il "complesso" esista ancora. O addirittura, sia mai esistito (5).
Carlo Gambescia
(1) Traduzione italiana: C. Wright Mills, La élite del potere, Feltrinelli 1959.
(2) Qui un mio profilo: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2006/05/profili27-charles-wright-mills-charles.html .
(3) Per una buona rassegna delle critiche alle tesi di Mills si veda I.L. Horowitz, C. Wright Mills. An American Utopian, The Free Press 1984, pp. 272-281. Per un' interpretazione alternativa, o comunque critica, si veda, per le pagine dedicate al saggio di Mills, T. Parsons, La distribuzione del potere nella società americana, in Id., Sistema politico e struttura sociale, Giuffrè 1975, pp. 241-262.
(4)
M. Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati
Uniti e il mondo 1776-2006, Editori Laterza, 2006, Parte Terza.
venerdì 14 aprile 2017
Studio Usa:”Più usi Facebook più starai male”
È la vita, bellezza…
Non sappiamo nulla dei criteri metodologici usati da Holly
B. Shakya e Nicholas A. Christakis in
uno studio sugli effetti
di Facebook sul benessere
delle persone, inteso come “
il livello di soddisfazione della vita, il benessere mentale, quello fisico e
l'indice di massa corporea”. Criteri, a prima vista, abbastanza
vaghi, quindi non possiamo
entrare nel merito. Tuttavia gli esiti sconfortanti - “più usi Facebook più starai male” - meritano un riflessione.
Secondo i due analisti, che si sono serviti di un campione di 5208
adulti, monitorati per due
anni, i risultati
hanno mostrato che, mentre nel mondo reale le relazioni sociali aumentano il benessere, quelle basate solo su Facebook lo fanno diminuire. Dati che valgono soprattutto per quanto riguarda la salute mentale. Il tempo passato a postare link, commentare gli status altrui e seminare like, insomma, ridurrebbe la soddisfazione di vita e comporterebbe un peggioramento della salute mentale. “Anche se siamo in grado di dimostrare che l'uso di Facebook può comportare una diminuzione del benessere- hanno aggiunto i ricercatori - non possiamo dire con certezza come ciò si verifichi. L'esposizione alle immagini curate con attenzione della vita degli altri porta a un confronto negativo, e l'enorme quantità di interazione con i social media può sminuire esperienze di vita reale più significative” (*).
Il punto è che per dare un qualche
giudizio compiuto sull’ interazione virtuale
si dovrebbe aver prima
definito il significato dell’ interazione reale. Il che è un obiettivo,
sociologicamente parlando, ancora lontano dall’essere raggiunto. Esistono però
schemi di interazione, studiati dalla sociologia formale (ad esempio,
conflitto, opposizione, competizione, cooperazione, accordo, collaborazione),
che tuttavia sono come valige vuote,
di volta in volta, riempite con gli abiti di stagione, ossia i valori sociali e
individuali del tempo.
Tradotto: una società religiosa esprimerà determinati valori, una
secolarizzata altri, eccetera, eccetera.
Sicché, per evitare di essere risucchiati, dai giudizi di valore, l’interazione su Facebook andrebbe studiata seguendo i criteri della sociologia formale, che possono essere estese a fenomeni incontestabilmente presenti nei due universi (reale e virtuale), lasciando così da parte le sempre possibili divisioni sui contenuti.
Sicché, per evitare di essere risucchiati, dai giudizi di valore, l’interazione su Facebook andrebbe studiata seguendo i criteri della sociologia formale, che possono essere estese a fenomeni incontestabilmente presenti nei due universi (reale e virtuale), lasciando così da parte le sempre possibili divisioni sui contenuti.
Ecco le domande giuste che il sociologo
dovrebbe porsi: Facebook favorisce il conflitto o la cooperazione? Prevale l’opposizione rispetto all’accordo,
o viceversa? E qual è il
rapporto tra opposizione e collaborazione? Ovviamente,
la dinamica quantitativa tra queste forme relazionali ha inevitabilmente un effetto di
ricaduta sullo stile di vita. E forse anche anche sul peso
corporeo... Però, il problema, il vero problema sociologico, non è
quante ore si trascorrono davanti allo schermo del Pc, ma come le si trascorre sotto il profilo interattivo.
Ecco perché il ricorso ai concetti della
sociologia formale contribuirebbe
a eliminare qualsiasi artificiosa scissione tra reale e virtuale. Dal
momento che il concetto di
scissione tra reale e virtuale, implica una assunzione di valori, nei termini
di un giudizio (del tipo tecnica versus cultura e viceversa), che
non giova all’ obiettività dell’ analisi sociologica. Le interazioni
sociali, pur nell’inevitabile cambiamento storico dei valori, non mutano mai nella
loro forma. Ecco il dato costante, la regolarità. Per dirla in
altro modo: su Facebook ci
si ama e ci si odia come nella vita reale. Le dinamiche interattive sono le
stesse. E' la vita, bellezza.
Che poi odiarsi o innamorarsi (anche davanti a
uno schermo) faccia bene o male (anche al peso) è un’altra
storia, che rinvia ai
livelli di benessere concepiti e studiati da Shakya e Christakis. Del resto chi decide
del benessere del persone? Il medico, lo psicologo, il filosofo morale, il politico? Forse. Per quanto, crediamo, che il miglior giudice del bene del singolo non possa che essere l'individuo stesso. E comunque sia, non il sociologo.
Però, si dirà: troppi conflitti
possono far male alla società, quindi il sociologo deve dire la sua per
impedire che le “cose sociali” precipitino.
Come replicare? L’idea che i conflitti facciano
male o bene, non è storicamente e sociologicamente provata. Quel che è provato
è che il conflitto (come del resto la cooperazione, spesso, tuttavia, per
contrastarsi meglio tra gruppi) è un fenomeno ricorrente e ineliminabile ( attenzione,
sublimarlo non significa eliminarlo). E lo scienziato sociale, come giustamente riteneva Gaetano Mosca, deve sempre
distinguere “ ciò che può avvenire da
ciò non può e non potrà mai avvenire”.
Tutto il resto è fuffa o noia, per dirla
con un altro grande, ma per meriti canori, Franco Califano.
Carlo Gambescia
giovedì 13 aprile 2017
Gli Stati Uniti hanno
sganciato una bomba MOAB, di straordinaria potenza, sull'Afghanistan orientale, nella zona di
Nangarhar, con l'obiettivo di colpire l'Isis
La ricreazione è finita
Non
siamo esperti di politica internazionale né di tecniche militari. Per giunta scriviamo a caldo.
Tuttavia, l’impressione è che con l’uso in Afghanistan, per la
prima volta, della cosiddetta bomba MOAB (Massive Ordnance Air Blast), la più potente tra le convenzionali, una superbomba di profondità (*), Trump stia alzando la posta. La ricreazione
sembra essere finita. E se l' escalation
militare dovesse continuare, il
prossimo obiettivo, qualora non capisse il segnale, potrebbe essere la Corea del Nord.
Che dire? Proviamo con una metafora. Un tempo - prima degli ipermercati periferici - capitava che nei grandi e sfavillanti negozi di giocattoli in centro, un commesso
particolarmente bravo e loquace (tradotto: i consiglieri militari), mostrasse al bambino di turno, ricco e viziato (tradotto: Trump), i giocattoli più belli e più rumorosi
(tradotto: armi sempre più potenti). La storia
finiva con il ragazzino che usciva felice dal negozio, seguito da autista e
maggiordomo, sepolti sotto una montagna di pacchi e pacchetti (tradotto: quel che è successo oggi
a Nangarhar).
Il
punto non è l’uso della forza contro l’Isis, la Siria , la Corea del Nord, insomma l'etica dei princìpi, ma la strategia in quanto tale (l'etica dei mezzi, o se si preferisce della responsabilità). Parliamo dell' l'esistenza, a livello politico, della distinzione tra atto cosciente (delle conseguenze) e puro andamento meccanico delle cose. Trump
ne ha una di strategia? America First! rinvia al mercato elettorale. Per contro, piaccia o meno al presidente statunitense, l’escalation militare parla al mondo. E può provocare reazioni opposte di intensità uguale e/o
superiore. E, cosa più grave, innescare gli automatismi delle alleanze (ad esempio la Cina per la Corea del Nord, la Russia per la Siria ), e quindi delle contro-mobilitazioni. La forza, insomma, rischia di farsa acefala, affidandosi al caso, prendendo però il ritmo dei protocolli militari, quindi della necessità.
Le assicurazione dei generali Usa - ci sembra quasi di vederli all'opera - del tipo “Presidente, non si preoccupi abbiamo sotto controllo la situazione", riguardano gli aspetti militari, non politici e diplomatici, aspetti che impongono, come già notato, argomentazioni, piani e scelte strategiche.
Le assicurazione dei generali Usa - ci sembra quasi di vederli all'opera - del tipo “Presidente, non si preoccupi abbiamo sotto controllo la situazione", riguardano gli aspetti militari, non politici e diplomatici, aspetti che impongono, come già notato, argomentazioni, piani e scelte strategiche.
E Trump ne ha? O crede che basti solo sparare nel mucchio?
Un DEF, quello di Gentiloni e Padoan, che apre le porte del Regno dei Cieli
In nome del Papa Re
Certa
Italia non cambierà mai. Tasse e assistenzialismo: la politica economica dello
Stato Pontificio, strapieno di straccioni e mendicanti ma privo di imprenditori,
tutti in fuga perché scoraggiati dalla politica fiscale dei papi. Pellegrino Rossi, ministro di Pio IX, venne selvaggiamente pugnalato per aver osato parlare di riforme liberali. Non era un estremista, ma un accorto moderato che voleva impedire la rivoluzione.
Esageriamo?
No. E per scoprirlo basta dare un’occhiata al Documento di Economia e Finanza che tanto piace al "Sole 24 ore", il quotidiano socialdemocratico (unico caso al mondo) della Confindustria. Un DEF che invece, se rinascesse, non piacerebbe a Ottorino, l’avo cattolico di Paolo Gentiloni, sicuramente più liberale del Presidente del Consiglio.
Purtroppo, due
misure indicano chiaramente che i papi sono vivi e
lottano insieme a noi: l’imposizione di
una cedolare secca sui B&B e il Reddito di Inclusione. Il punto non è
quantitativo, ma qualitativo, concettuale: si penalizza chi si inventa un lavoro, come i
gestori di B&B, spesso giovani e intraprendenti, e
si premia chi non lavora e si piange addosso. Evocando, a telecamere accese, un principio evangelico piuttosto che economico, principio che
aprirà pure le porte del Regno dei Cieli, ma non
quelle di un’ economia sana, concorrenziale e produttiva.
In
fondo, la narrazione economica è la stessa che animava ( e per qualcuno, anima...) la guerra dei papi all'economia moderna: il libero mercato è cattivo,
quindi i poveri sono vittime innocenti e gli imprenditori sempre colpevoli. Sotto
sotto c’è quell’odio puro verso
qualsiasi attività che “maleodori” di iniziativa
privata e capitalismo.
Insomma, complimenti a Gentiloni e Padoan, un bellissimo DEF, in nome del Papa Re...
Carlo Gambescia
mercoledì 12 aprile 2017
Il falso conflitto politico tra populisti e anti-populisti
In
Europa, per la sinistra il populismo è frutto di "risentimento" ed "egoismo
sociale", gli stessi disvalori che condussero al fascismo; per la destra il populismo è esito del tradimento delle “élite globaliste”, nemiche dei sacri
valori della nazione.
Ma
esiste un partito populista, che si riconosca tale, fin dal nome? No. Esiste un
partito che si definisca nazionalista, anche nella “ragione sociale”? No. E
allora di che cosa stiamo parlando? Di niente. O meglio del conflitto intorno
alla divisione di una torta economica e sociale,
come se tutto il resto, quel che accade
fuori dei confini europei o nazionali, non ci riguardasse. Si chiamano conflitti redistributivi, sono
frutto e portato della "lotta per il benessere": sono le ultime "targhette politiche" dietro le quali si nascondono
i suoi competitori, i populisti e gli anti-populisti. Se però si pigia troppo l’acceleratore sui
conflitti redistributivi il Pil va a farsi friggere. Ma questa è un'altra storia
(*).
Il vero problema, come europei, riguarda la percezione della realtà, una percezione che conduce a un falso conflitto. In Europa lo scontro verte principalmente su tre questioni: sugli immigrati, sulla sicurezza, sulle
politiche economiche. Il problema però non rinvia alle soluzioni, che ovviamente possono divergere, più che altro nei particolari (redistributivi), bensì alla percezione della realtà: comune alla destra e alla sinistra, quella di
un’Europa, se unita, priva di una
politica estera, se divisa, parcellizzata in tante Francia First!, Germania First!,
Italia First!, eccetera, eccetera. E in ogni caso - ecco il punto di raccordo tra anti-populisti e populisti - un’Europa depoliticizzata, prigioniera però di occhiute
burocrazie dedite all'assistenzialismo, non importa se "sovraniste" o "globaliste", da Bruxelles a Roma,
Parigi, Berlino. O se si preferisce: burocrazie devote alla tutela dell'individualismo protetto (dalla culla alla tomba) dei cittadini (per la sinistra), del popolo (per la destra). Come dicevano i nonni, se non è zuppa e pan bagnato... welfarista ( quindi ciclo elettorale delle spesa pubblica, economia mista, corruzione, concussione, eccetera).
Insomma,
immigrati, sicurezza, economia, come questioni, vengono dopo.
Perché il primo problema
europeo, soprattutto alla luce dell’attivismo
trumpiano, per ora apparentemente acefalo, è di tornare a fare politica estera, per porsi come interlocutore vero (se ci si passa l'espressione, cazzuto), dinanzi a Stati Uniti e Russia. E non di
procedere in ordine sparso, fingendo di avere una politica estera comune, che
in realtà non va oltre la visione dolciastra di una specie di welfare state mondiale
che vuole andare d'accordo con tutti, belli e brutti.
Ovviamente, una politica estera forte, impone forze armate comuni e un vertice politico capace di prendere decisioni rapide, dirimenti e distruttive per i nemici esterni. Non burocrati europei o nazionali, ma uomini politici veri, realisti, ma veri. Abbiamo un sogno: vedere le portaerei europee solcare i mari del mondo. Non solo quelle di Trump o Putin. Sul punto - delle forze armate comuni - ricordiamo che non siamo poi così soli. Anche una vecchia volpe come Prodi, sul "Messaggero", sembra aver finalmente capito l'importanza della questione. Non è mai troppo tardi...
Ovviamente, una politica estera forte, impone forze armate comuni e un vertice politico capace di prendere decisioni rapide, dirimenti e distruttive per i nemici esterni. Non burocrati europei o nazionali, ma uomini politici veri, realisti, ma veri. Abbiamo un sogno: vedere le portaerei europee solcare i mari del mondo. Non solo quelle di Trump o Putin. Sul punto - delle forze armate comuni - ricordiamo che non siamo poi così soli. Anche una vecchia volpe come Prodi, sul "Messaggero", sembra aver finalmente capito l'importanza della questione. Non è mai troppo tardi...
Che
cosa impedisce tutto questo? Ripetiamo: la depoliticizzazione, che si nutre come un cancro di fratture, tipicamente (e pericolosamente) redistributive, tra competitori interni che mirano a ottenere fette sempre più grosse ("relativamente" più grosse), ma non a difendere la torta dal competitore armato esterno (si noti, armato). Come per l’appunto la falsa guerra tra populisti e anti-populisti, esito di contrasti corporativi, welfaristi, che di conseguenza impediscono la sostituzione del nemico esterno
con il nemico interno: un vero circolo vizioso dell'antipolitica.
Perché, ripetiamo, per fare politica estera serve l’individuazione del nemico esterno. E purtroppo in Europa, siamo al punto che nonostante il nemico esterno ci abbia designato - si pensi alla riscossa militare islamista - si gioca al welfare state totale (dalla culla alla tomba), discutendo di reddito di cittadinanza; dibattito che non è che il prolungamento - mai sazi di ripeterlo - del falso conflitto politico tra populisti e anti-populisti.
Perché, ripetiamo, per fare politica estera serve l’individuazione del nemico esterno. E purtroppo in Europa, siamo al punto che nonostante il nemico esterno ci abbia designato - si pensi alla riscossa militare islamista - si gioca al welfare state totale (dalla culla alla tomba), discutendo di reddito di cittadinanza; dibattito che non è che il prolungamento - mai sazi di ripeterlo - del falso conflitto politico tra populisti e anti-populisti.
L’Europa,
per un usare un’ abusata immagine, è una democrazia che ha
rinunciato ai cannoni, per il burro. Ma
senza cannoni, non si difende il burro. E neppure la democrazia.
Carlo Gambescia
(*) Si veda il Capitolo V (“Declino dell’Occidente?”)
del nostro Passeggiare tra le
rovine. Sociologia della decadenza, Il Foglio 2016.
martedì 11 aprile 2017
Sociologia di Diego Fusaro
Ieri
sera, dopo aver indossato le vesti poco curiali del frequentatore di Facebook, per colloquiare
con i moderni (dei Social), ho inserito un post, tra il serio e il
faceto. Questo:
Dopo
di che, come si dice, mi sono voluto levare una curiosità: quanti file hanno su Google Fusaro
e Jünger? E così ho scoperto che tra i due
ci sono circa 50 mila file differenza in favore del secondo: Fusaro ne
ha 395 mila (1), Jünger
450 mila (2).
Ciò
significa che Fusaro è un pensatore
del calibro di Jünger? Certo che no! Però la differenza, piuttosto ridotta, rivela l'esistenza di ben altro: un dominante clima di sistematico livellamento dei valori culturali. Di chi è la colpa? Della cultura di massa? In parte sì. Storia vecchia, inutile negarlo: è la democrazia culturale, bellezza... Più si amplia il pubblico, più il messaggio deve essere semplice. Tuttavia, Internet e le pratiche Social hanno addirittura prodotto i cori da stadio, andando ben oltre le previsioni di McLuhan, il quale, benché si occupasse di media tradizionali non era poi così pessimista. O comunque, mai così ottimista come il Domenico De Masi in versione grillina, più futurista "che pria", che sta alla sociologia come Luciano De Crescenzo sta alla filosofia... Ma questa è un'altra storia.
Per fortuna, tornando sul discorso dei file, Marx
e Croce ne hanno milioni (3): quindi continuano ad essere seguiti e letti, anche in Rete. Però sconcerta che Jünger e Fusaro abbiano più o meno lo stesso numero di file: dal un lato, un Ribelle vero che si è gettato nell'infernale fornace totalitaria , e ne uscito vivo, o quasi, conseguendo risultati letterari pubblicamente apprezzati da
tutti; dall'altro, un ribelle in erba, cresciuto davanti ai Puffi, che scrive sempre lo stesso libro e che al massimo avrà preso qualche
contravvenzione.
Miracoli
dei Social? Sì e no. Per capire, bisogna fare un passo indietro. Quanti file ha Pier Paolo Pasolini, il ribelle
per antonomasia della cultura politica italiana? Circa 450 mila (4). Anche
qui, un secondo caso Jünger-Fusaro? Di sicuro, Pasolini, in particolare l’ultimo, diceva le stesse cose di
Fusaro. Magari in bello stile. Però - attenzione - le diceva a cinquant’anni. E a poco più di trenta aveva scritto due
capolavori come Ragazzi di Vita e Una vita
violenta, oltre a dar prova di essere, come si dice, sensibile
poeta.
Ciò che è interessante, dal punto di vista sociologico, è che la
“carriera” del “ribelle” Pasolini è più lenta di quella del "ribelle" Fusaro. Pasolini,
negli anni Cinquanta, esistenzialmente, si arrangiava: la fama arrivò dopo, lentamente, con il cinema, e solo con un certo cinema ( Il Decameron, I Racconti di
Canterbury, eccetera), che in qualche misura, anticipava, per un usare un
termine spagnolo, il landismo italiano degli anni Settanta (le commedie scollacciate, anche in costume).
Cosa vogliano dire? Che Internet e i Social, rispetto a un mezzo di comunicazione sociale come il cinema, hanno accorciato i tempi - massacrando la qualità - della canonica fase di transizione dell' "intellettuale di successo": dall’oscurità alla fama. Questo dal punto di vista tecnico. Poi, ovviamente, ci sono le doti personali ( talvolta carnivore): il saper cogliere l’attimo e la capacità di intrattenere le
relazioni giuste. Per dirla, più dottamente, con Bourdieu, occorre saper investire e accumulare le quantità necessarie di capitale culturale e relazionale ( non una di meno, non una di più), per farsi largo nella vita sociale ed accademica.
Ma, nel caso di Fusaro c’è anche un altro fenomeno sociologico che va ad aggiungersi all’anticapitalismo culturale, di principio, tipico di certa cultura italiana di
destra e sinistra e rilevabile anche in Pasolini e Fusaro. Che cosa? Il “gentismo”, la rivoluzione anni Novanta (che ancora persiste) della piazze televisive (non dei salotti, attenzione): piazze che gridano al Crucifige e che ai tempi di Pasolini non esistevano.
Si
potrebbe dire che Fusaro è un misto di pasolinismo e di gentismo, come del
resto provano le sue apparizioni televisive. Un mix di complottismo e populismo che dal punto di vista comunicativo funziona molto bene. Ma
anche, per ricaduta, sotto l'aspetto editoriale: dal
momento che il libro illeggibile viene comprato, semplicemente, perché contro, come impone la logica amico-nemico dei Social. Leggerlo o meno, è questione collaterale. Qui siamo oltre la cultura di massa. I tifosi digitali ( e non), ormai, i libri se li tirano in faccia, come proiettili. E gli editori lo sanno.
Insomma, Fusaro dice cose già dette e per giunta male. Non ha qualità letterarie: non è il Pasolini dei nostri
giorni, per non parlare del grande Jünger. Però ha iniziato a scrivere su "La Stampa ”.
Come
concludere? Che ogni epoca ha i ribelli che si merita.
Carlo Gambescia
P.S.
L’autore dell'articolo ha su Google 11 mila e seicento file: https://www.google.it/webhp?sourceid=chrome-instant&ion=1&espv=2&ie=UTF-8#q=carlo+gambescia .
Evidentemente
quelli che si merita…
(1) Diego
Fusaro, senza virgolette, Circa 395.000 risultati (0,52 secondi)
(2) Ernst Jünger , senza virgolette, circa 450.000 risultati (0,49 secondi)
(3) Karl Marx,
senza virgolette, circa 39.500.000 risultati (0,46
secondi
https://www.google.it/webhp?source=search_app&gws_rd=cr#q=karl+marx ; Benedetto Croce, senza virgolette,
Circa 11.400.000
risultati (0,53 secondi https://www.google.it/webhp?source=search_app&gws_rd=cr#q=benedetto+croce
(4) Pier Paolo
Pasolini, senza virgolette, circa
446.000 risultati (0,54 secondi)
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