sabato 15 aprile 2017

Donald Trump,  Charles Wright Mills  e la tesi del complesso militare-industriale
Rieccolo!


 
Charles Wright Mills (1962-1946) alla guida della sua moto

Ogni volta che forti venti di guerra oltreoceanici rischiano di  spazzare via  il mondo, salta fuori, come quei pupazzetti a molla  delle scatole a sorpresa di un volta, la tesi del complesso  militare-industriale  statunitense  coniata da Charles Wright Mills negli  anni Cinquanta, dando alle stampe un libro forse fin troppo celebrato, The Power Elite (1956), soprattutto da noi in Italia (1).
Quel saggio  è una fotografia, neppure perfetta,  degli Stati Uniti negli anni Cinquanta, non un docu-film definitivo sulla società americana.   Purtroppo, ogni testo ha i lettori che si merita, ed evidentemente quelli  di Mills, sociologo, per alcuni libertario, per altri filocomunista, continuano, come quei serpenti, il cui corpo,  dopo che viene mozzata  la testa, continua a muoversi:  un' immagine tosta,   che sarebbe piaciuta a Mills,   nato a Waco (Texas), luogo oggi   tristemente famoso e apprezzatissimo dai complottisti di tutto il mondo. Ma questa è un'altra storia.
Insomma,  per tornare a Mills, siamo davanti  a una specie di pistolero della sociologia, anche per i modi ombrosi  e l’aspetto fisico, corpulento. Un John Wayne al contrario. Che lesse  Marx e  Lenin (elettrificandoli con Weber e Mannheim).  Almeno come continuano a vederlo (con simpatia)  gli anti-americani (sociologi o meno) di tutto il mondo (2).
Che vogliamo dire?  Ammesso e non concesso, che le  tesi di Mills  cogliessero allora nel segno, tratteggiando  il ritratto di un’America, armatissima, perché reduce da due guerre mondiali e in piena Guerra Fredda, dove militari e industria pesante, non potevamo non giocare un ruolo decisionale significativo,  il suo quadro, come del resto gli venne fatto notare, era statico, perché non teneva conto, oltre che del fenomeno più generale della circolazione delle élite,  dell' importantissima  dinamica burocrazia-potere politico.
Insomma, tirare fuori, come il pupazzetto di cui sopra,  a proposito dell’interventismo  (così pare) di Trump,  la tesi del complesso militare-industriale, che continuerebbe a decidere tutto,  ignora una questione più sottile. Quale?  Si omette di analizzare, il  rapporto tra burocrazia militare (reiterativa) e potere politico, soprattutto decisionale (creativo). Nel caso di Trump, parleremmo di cedimento politico, quindi decisionale,  agli automatismi impliciti nell'interazione militare.  Di qui, la sua incapacità, per ora, di qualsiasi innovazione politica. E anche tutti i   pericoli di una conduzione acefala (politicamente acefala) della politica estera americana. Cosa vogliamo dire?  Che  esistono le strutture (il "complesso" eccetera), ma esistono anche le funzioni, quindi gli automatismi indotti,  le pratiche iterative... I famigerati "protocolli" (in senso contenutistico) del Pentagono. C’è una statica e una dinamica nei fenomeni sociali. mai dimenticarlo.
Infatti, per tornare  Mills, nel suo libro si insiste, non tanto su questi aspetti di contrasto, tra burocrazia e decisione politica, ma su quelli tra burocrazia militare e burocrazia civile, attribuendo a quest’ultima, un ruolo di controllo  che essa  avrebbe dovuto svolgere, al quale invece, per ragioni storiche,  sempre secondo Mills,  non poteva adempiere  Insomma, per Mills, come per i suoi epigoni politici, sparsi nel mondo, il Presidente degli Stati Uniti era ed è un burattino nelle mani del complesso militare-industriale.  Secondo Mills, alla fin fine,  il conflitto  non era (ed è) neppure  tra complesso militare-industriale  e Presidente,  bensì tra due burocrazie:  una sempre vincente (militare), l' altra (civile) sempre perdente (3).
Diciamo che la sociologia di Wright  ignora l’indipendenza, o comunque gli ampi margini di autonomia, della decisione politica.  E, soprattutto,  la sua natura creativa.   Il solo fatto che Trump deleghi, significa che  può o meno delegare  qualcosa di  suo, che gli appartiene:  il potere presidenziale, che viene prima di ogni burocrazia  civile e militare.  Potere esercitato dai presidenti post- eisenhoweriani, secondo modalità  assai differenti e non  da burattini del mitico potere militare-industriale, come invece preconizzava la sociologia statica di Mills (4).
Insomma,  il pericolo è negli automatismi della burocrazia militare  o meglio ancora  della burocrazia in quanto tale:  nella funzione non nella struttura, ammesso che la struttura,  anzi il "complesso"  esista ancora.  O addirittura, sia mai esistito (5).

Carlo Gambescia


(1)  Traduzione italiana: C. Wright Mills,  La élite del potere, Feltrinelli 1959. 
(3)  Per una buona  rassegna delle critiche alle tesi di Mills si veda  I.L. Horowitz, C. Wright Mills. An American Utopian, The Free Press 1984, pp. 272-281.  Per un' interpretazione alternativa, o comunque critica, si veda,  per le pagine dedicate al saggio di  Mills, T. Parsons, La distribuzione del potere nella società americana, in Id., Sistema politico e struttura sociale, Giuffrè 1975, pp. 241-262.  
(4) M. Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776-2006, Editori Laterza, 2006, Parte Terza.  
(5) J.S. Nye jr, Il paradosso del potere americano, Einaudi 2002, Capitolo Secondo.   Ma si veda anche, sul piano della storia delle idee, L. Hartz, La tradizione liberale americana, Feltrinelli 1960, Capitolo Primo.

venerdì 14 aprile 2017

Studio Usa:”Più usi Facebook più starai male”

È la vita, bellezza…





Non sappiamo nulla dei criteri metodologici usati da Holly B. Shakya e Nicholas A. Christakis  in uno studio  sugli effetti di  Facebook sul benessere delle persone, inteso come “ il livello di soddisfazione della vita, il benessere mentale, quello fisico e l'indice di massa corporea”.   Criteri, a prima vista, abbastanza vaghi,  quindi non possiamo entrare nel merito. Tuttavia gli esiti sconfortanti  - “più  usi Facebook più starai male” -  meritano un riflessione.
Secondo i due analisti, che si sono serviti di un campione di 5208 adulti,  monitorati per due anni, i risultati

hanno mostrato che, mentre nel mondo reale le relazioni sociali aumentano il benessere, quelle basate solo su Facebook lo fanno diminuire. Dati che valgono soprattutto per quanto riguarda la salute mentale. Il tempo passato a postare link, commentare gli status altrui e seminare like, insomma, ridurrebbe la soddisfazione di vita e comporterebbe un peggioramento della salute mentale. “Anche se siamo in grado di dimostrare che l'uso di Facebook può comportare una diminuzione del benessere- hanno aggiunto i ricercatori - non possiamo dire con certezza come ciò si verifichi. L'esposizione alle immagini curate con attenzione della vita degli altri porta a un confronto negativo, e l'enorme quantità di interazione con i social media può sminuire esperienze di vita reale più significative” (*).

Il punto è che per dare un qualche giudizio compiuto sull’ interazione  virtuale si dovrebbe  aver prima definito il significato dell’ interazione reale. Il che è un obiettivo, sociologicamente parlando, ancora lontano dall’essere raggiunto. Esistono però  schemi di interazione, studiati dalla sociologia formale (ad esempio, conflitto, opposizione, competizione, cooperazione, accordo, collaborazione), che tuttavia sono come valige  vuote, di volta in volta, riempite con gli abiti di stagione, ossia i valori sociali e individuali del tempo. Tradotto:  una società religiosa esprimerà determinati valori, una secolarizzata altri, eccetera, eccetera.
Sicché, per evitare di essere risucchiati, dai giudizi di valore, l’interazione su Facebook  andrebbe studiata  seguendo i criteri della sociologia formale, che  possono  essere estese a fenomeni incontestabilmente presenti  nei due universi (reale e virtuale),  lasciando così  da  parte le sempre possibili divisioni sui contenuti.  
Ecco le domande giuste che il sociologo dovrebbe porsi: Facebook favorisce il conflitto o la cooperazione?  Prevale l’opposizione rispetto all’accordo, o viceversa?  E qual è il rapporto tra opposizione e collaborazione?  Ovviamente, la dinamica quantitativa tra queste forme relazionali  ha inevitabilmente un effetto di ricaduta sullo stile di  vita. E forse anche  anche sul peso corporeo... Però, il problema, il vero problema sociologico,   non è quante ore si trascorrono davanti allo schermo del Pc, ma come le si trascorre sotto il profilo interattivo.   
Ecco perché il ricorso ai concetti della sociologia formale contribuirebbe a eliminare qualsiasi artificiosa scissione tra reale e virtuale.  Dal momento che  il concetto di scissione tra reale e virtuale, implica una assunzione di valori, nei termini di un giudizio (del tipo tecnica versus cultura  e viceversa), che non giova all’ obiettività  dell’ analisi sociologica. Le interazioni sociali, pur nell’inevitabile cambiamento storico  dei valori, non mutano mai nella loro forma. Ecco il dato costante, la regolarità.  Per dirla in altro modo:  su Facebook ci si ama e ci si odia come nella vita reale. Le dinamiche interattive sono le stesse.  E' la vita, bellezza. 
Che poi odiarsi  o innamorarsi (anche davanti a uno schermo)  faccia bene o male (anche al peso) è un’altra storia, che  rinvia ai livelli di benessere concepiti e studiati da  Shakya e Christakis. Del resto chi decide del benessere del persone?  Il medico, lo psicologo, il filosofo morale, il politico? Forse. Per quanto, crediamo,  che il miglior giudice del bene del singolo  non possa che essere l'individuo stesso.  E comunque sia,  non il sociologo.   
Però, si dirà:  troppi conflitti possono far male alla società, quindi il sociologo deve dire la sua per impedire che  le  “cose sociali” precipitino.  Come replicare? L’idea che i conflitti facciano male o bene, non è storicamente e sociologicamente provata. Quel che è provato è che il conflitto (come del resto la cooperazione, spesso, tuttavia, per contrastarsi meglio tra gruppi) è un fenomeno ricorrente e ineliminabile ( attenzione, sublimarlo non significa eliminarlo). E lo scienziato sociale, come giustamente riteneva Gaetano Mosca, deve sempre distinguere “ ciò che può avvenire  da ciò non può e non potrà mai avvenire”.  
Tutto il resto è fuffa o noia, per dirla con un altro grande, ma per meriti canori, Franco Califano.       
Carlo Gambescia
               

giovedì 13 aprile 2017

Gli Stati Uniti hanno sganciato una bomba MOAB, di straordinaria potenza, sull'Afghanistan orientale, nella zona di Nangarhar, con l'obiettivo di colpire l'Isis
La ricreazione è finita



Non siamo esperti di politica internazionale né di tecniche militari. Per giunta  scriviamo a caldo. Tuttavia, l’impressione è che con l’uso in Afghanistan,   per la prima volta,   della  cosiddetta bomba MOAB (Massive Ordnance Air Blast), la più potente tra le convenzionali,  una superbomba di profondità (*),  Trump stia alzando la posta. La ricreazione sembra essere finita.  E se l' escalation militare dovesse continuare,  il prossimo obiettivo, qualora non capisse il segnale,  potrebbe  essere la Corea del Nord.
Che dire? Proviamo con una metafora.  Un tempo -  prima degli ipermercati periferici -  capitava che nei grandi e sfavillanti  negozi di giocattoli in centro,  un commesso particolarmente bravo e loquace (tradotto: i consiglieri militari),  mostrasse al bambino di turno,  ricco e viziato (tradotto: Trump),  i giocattoli più belli e più rumorosi (tradotto: armi sempre più potenti).  La storia finiva con il ragazzino che usciva felice dal negozio, seguito da  autista e maggiordomo, sepolti sotto una montagna di pacchi e pacchetti (tradotto: quel che è successo oggi a Nangarhar).
Il punto non è l’uso della forza contro l’Isis, la Siria, la Corea del Nord,  insomma l'etica dei princìpi, ma la strategia in quanto tale (l'etica dei mezzi, o se si preferisce della responsabilità). Parliamo dell' l'esistenza, a livello politico, della  distinzione tra atto cosciente (delle conseguenze) e puro andamento meccanico delle cose.  Trump  ne ha una di strategia?  America First!  rinvia al mercato elettorale. Per contro, piaccia o meno al presidente statunitense, l’escalation militare parla al mondo. E  può provocare   reazioni opposte di intensità uguale e/o superiore.  E, cosa più grave,  innescare  gli   automatismi  delle alleanze (ad esempio la Cina per la Corea del Nord, la Russia per la Siria), e quindi delle contro-mobilitazioni.  La forza, insomma, rischia di farsa acefala, affidandosi al caso,   prendendo però  il ritmo dei protocolli militari, quindi della necessità.
Le assicurazione  dei generali  Usa - ci sembra quasi di vederli all'opera -   del  tipo “Presidente, non si preoccupi abbiamo sotto controllo la situazione", riguardano gli aspetti militari, non politici e diplomatici,  aspetti  che impongono, come già  notato, argomentazioni, piani e scelte strategiche.  
E Trump ne ha?  O crede che basti solo  sparare nel mucchio?

Un  DEF, quello di Gentiloni e Padoan, che apre le porte del Regno dei Cieli
In nome  del  Papa Re

Certa Italia non cambierà mai. Tasse e assistenzialismo: la politica economica dello Stato Pontificio, strapieno di straccioni e mendicanti ma privo di imprenditori, tutti in fuga perché scoraggiati dalla politica fiscale dei papi.  Pellegrino Rossi, ministro di Pio IX,  venne selvaggiamente pugnalato  per aver osato  parlare di riforme  liberali.  Non era un estremista, ma un accorto moderato che  voleva impedire la rivoluzione.        
Esageriamo?  No. E per scoprirlo  basta dare un’occhiata al Documento di Economia e Finanza  che tanto  piace al  "Sole 24 ore",  il quotidiano socialdemocratico (unico caso al mondo) della Confindustria.   Un DEF che invece, se rinascesse,  non  piacerebbe a Ottorino,  l’avo cattolico di Paolo Gentiloni, sicuramente più liberale del Presidente del Consiglio.  
Purtroppo, due misure  indicano chiaramente che i papi sono vivi e lottano insieme  a noi: l’imposizione di una cedolare secca sui  B&B e  il Reddito di Inclusione. Il punto non è quantitativo, ma qualitativo, concettuale: si penalizza chi si inventa un lavoro, come i gestori di B&B, spesso giovani e intraprendenti,  e si premia chi non lavora e si piange addosso.  Evocando, a telecamere accese, un principio evangelico piuttosto che economico, principio che aprirà pure le porte del Regno dei Cieli, ma non quelle di un’ economia sana, concorrenziale e produttiva. 
In fondo, la narrazione economica  è la stessa che animava ( e per qualcuno, anima...) la guerra dei papi all'economia moderna:  il libero mercato è cattivo, quindi i poveri sono vittime  innocenti  e gli imprenditori sempre colpevoli. Sotto sotto  c’è quell’odio puro   verso qualsiasi attività che “maleodori”  di iniziativa privata e  capitalismo.  
Insomma,  complimenti a Gentiloni e Padoan,  un bellissimo DEF,  in nome del Papa  Re...


Carlo Gambescia         

mercoledì 12 aprile 2017

Il falso conflitto politico  tra populisti e anti-populisti
Europa First!




In Europa, per la sinistra il populismo è frutto di "risentimento" ed  "egoismo sociale", gli stessi disvalori che condussero al fascismo;  per la destra il populismo  è esito  del tradimento delle  “élite globaliste”, nemiche dei sacri valori  della nazione. 
Ma esiste un partito populista, che si riconosca tale, fin dal nome? No. Esiste un partito che si definisca nazionalista, anche nella “ragione sociale”? No. E allora di che cosa stiamo parlando? Di niente. O meglio del conflitto intorno alla  divisione di una torta economica e sociale, come se tutto il resto, quel che accade fuori dei confini europei o nazionali, non ci riguardasse.  Si chiamano conflitti redistributivi,  sono frutto e portato della "lotta per il benessere":  sono  le ultime  "targhette politiche" dietro le quali si nascondono i suoi  competitori,  i  populisti  e gli anti-populisti.  Se però  si pigia troppo l’acceleratore sui conflitti redistributivi il Pil va a farsi friggere. Ma questa è un'altra storia (*).
Il  vero problema,  come europei,  riguarda la percezione della realtà, una percezione che conduce a un falso conflitto.  In Europa  lo scontro verte  principalmente su tre questioni:  sugli immigrati, sulla sicurezza, sulle politiche economiche.  Il problema però  non rinvia alle soluzioni, che ovviamente possono divergere, più che altro nei particolari (redistributivi),   bensì alla  percezione della  realtà: comune alla destra e alla sinistra,  quella di un’Europa, se unita, priva di una politica estera,  se divisa, parcellizzata in tante Francia First!, Germania First!, Italia First!, eccetera, eccetera. E in ogni caso -   ecco il punto di raccordo tra  anti-populisti e populisti -  un’Europa  depoliticizzata, prigioniera però di occhiute burocrazie dedite all'assistenzialismo, non importa se "sovraniste" o "globaliste", da Bruxelles a Roma, Parigi, Berlino.  O se si preferisce:  burocrazie devote alla tutela dell'individualismo protetto (dalla culla alla tomba) dei cittadini (per la sinistra), del popolo (per la destra). Come dicevano i nonni, se non è zuppa e pan bagnato... welfarista ( quindi ciclo elettorale delle spesa pubblica, economia mista,  corruzione, concussione, eccetera).  
Insomma, immigrati, sicurezza, economia, come questioni, vengono dopo.  Perché il primo problema europeo,  soprattutto alla luce dell’attivismo trumpiano, per ora  apparentemente  acefalo, è di tornare a fare politica estera,  per  porsi come interlocutore vero (se ci si passa l'espressione, cazzuto), dinanzi a Stati Uniti e Russia.  E non di procedere in ordine sparso, fingendo di avere una politica estera comune,  che in realtà non va oltre  la visione  dolciastra di una specie di welfare state mondiale che vuole andare d'accordo con tutti, belli e brutti.
Ovviamente, una politica estera forte, impone forze armate comuni e un vertice  politico capace di prendere decisioni rapide, dirimenti e distruttive per i nemici esterni. Non burocrati europei o nazionali, ma uomini politici veri, realisti, ma veri.  Abbiamo un sogno:  vedere le  portaerei europee solcare i mari del mondo.   Non solo quelle di Trump o Putin.  Sul punto - delle forze armate comuni -   ricordiamo che non siamo poi così soli.  Anche una vecchia volpe come Prodi, sul "Messaggero", sembra aver finalmente capito l'importanza della questione. Non è mai troppo tardi... 
Che cosa impedisce tutto questo? Ripetiamo: la depoliticizzazione, che si nutre come un cancro di fratture, tipicamente (e pericolosamente) redistributive, tra competitori interni che mirano a ottenere fette sempre più grosse ("relativamente" più grosse), ma non a difendere la torta  dal competitore armato  esterno (si noti,  armato). Come  per l’appunto la falsa guerra   tra populisti e anti-populisti, esito di contrasti corporativi,  welfaristi,  che di conseguenza  impediscono la sostituzione del nemico esterno con il nemico interno: un vero circolo vizioso dell'antipolitica.
Perché, ripetiamo, per fare politica estera  serve l’individuazione del nemico esterno.  E purtroppo in Europa, siamo al punto che nonostante il nemico esterno ci abbia designato - si pensi alla  riscossa militare islamista -  si gioca al welfare state totale (dalla culla alla tomba), discutendo di reddito di cittadinanza; dibattito che non è che il prolungamento - mai sazi di ripeterlo -  del falso conflitto politico tra populisti e  anti-populisti.
L’Europa, per un usare  un’ abusata immagine, è una democrazia che  ha rinunciato ai cannoni, per il burro.  Ma senza cannoni, non si difende il burro. E neppure la democrazia.

Carlo Gambescia

(*) Si veda il  Capitolo V (“Declino dell’Occidente?”) del nostro Passeggiare tra le rovine. Sociologia della decadenza, Il Foglio 2016.  
             




martedì 11 aprile 2017

Sociologia di Diego Fusaro




Ieri sera, dopo aver indossato le vesti poco curiali del frequentatore di  Facebook,   per colloquiare con i  moderni (dei Social),   ho inserito un post,  tra il serio e il faceto.  Questo: 



Dopo di che, come si dice, mi sono voluto levare una curiosità: quanti file hanno su Google Fusaro e Jünger?   E così ho scoperto che  tra i due  ci sono circa 50 mila file differenza in favore del secondo: Fusaro ne ha  395 mila (1),  Jünger  450 mila (2).
Ciò significa che Fusaro  è un pensatore del calibro di Jünger? Certo che no! Però la differenza, piuttosto ridotta,  rivela l'esistenza di ben altro:  un  dominante clima di sistematico livellamento dei valori culturali.  Di chi è la colpa?  Della cultura di massa?  In parte sì. Storia vecchia, inutile negarlo: è  la democrazia culturale, bellezza...  Più si amplia il pubblico, più il messaggio deve essere semplice.  Tuttavia, Internet e le pratiche Social hanno addirittura prodotto i  cori da stadio,  andando ben oltre le previsioni di McLuhan,  il quale, benché si occupasse di media tradizionali non era poi così pessimista.  O comunque, mai così ottimista  come il  Domenico De Masi in versione  grillina, più futurista "che pria", che sta alla sociologia come Luciano De Crescenzo sta alla filosofia... Ma questa è un'altra storia.           
Per fortuna, tornando sul  discorso dei file,  Marx e Croce ne hanno milioni (3):  quindi continuano ad essere  seguiti e letti, anche in Rete.  Però  sconcerta  che Jünger e Fusaro abbiano  più o meno  lo stesso numero di file: dal un lato, un Ribelle vero  che si è gettato nell'infernale fornace totalitaria , e ne uscito vivo, o quasi,  conseguendo risultati letterari pubblicamente apprezzati  da tutti; dall'altro,  un ribelle in erba, cresciuto davanti ai Puffi,  che scrive sempre lo stesso libro e  che al massimo avrà preso qualche contravvenzione.  
Miracoli dei Social? Sì e no. Per capire,  bisogna fare un passo indietro.  Quanti file ha Pier Paolo Pasolini, il ribelle per antonomasia della cultura politica italiana? Circa 450 mila (4). Anche qui,  un secondo caso Jünger-Fusaro? Di sicuro, Pasolini, in particolare l’ultimo, diceva  le stesse cose di Fusaro. Magari  in bello stile.  Però - attenzione - le diceva a cinquant’anni.  E a  poco più di trenta aveva scritto due capolavori  come Ragazzi di Vita e  Una vita violenta,  oltre a dar  prova di essere, come si dice,  sensibile poeta.  
 Ciò che è  interessante, dal punto di vista sociologico,   è che la “carriera” del “ribelle” Pasolini è più lenta di quella del "ribelle"  Fusaro.  Pasolini, negli anni Cinquanta, esistenzialmente, si arrangiava: la fama arrivò dopo,  lentamente,  con il cinema, e solo con un certo cinema ( Il Decameron, I Racconti di Canterbury, eccetera), che in qualche misura, anticipava, per un usare un termine spagnolo, il landismo italiano degli anni Settanta (le commedie  scollacciate, anche in costume).
Cosa vogliano dire? Che Internet e i Social, rispetto a un mezzo di comunicazione sociale come il cinema,  hanno accorciato i tempi -  massacrando la  qualità -  della canonica  fase di   transizione dell' "intellettuale di successo": dall’oscurità alla fama.  Questo dal punto di vista  tecnico.  Poi,  ovviamente,  ci sono le doti personali ( talvolta carnivore):   il  saper cogliere l’attimo e la capacità di  intrattenere le relazioni giuste. Per dirla, più dottamente,  con Bourdieu, occorre  saper investire e accumulare le quantità necessarie   di capitale culturale e relazionale ( non una di meno, non una  di più),  per farsi largo  nella vita  sociale ed accademica.   
Ma, nel caso di Fusaro c’è anche un altro fenomeno sociologico  che va ad aggiungersi all’anticapitalismo culturale, di principio,  tipico  di certa cultura italiana di destra e sinistra e rilevabile  anche in Pasolini e Fusaro. Che cosa?  Il “gentismo”, la rivoluzione anni Novanta (che ancora persiste)  della piazze televisive (non dei salotti, attenzione):  piazze che gridano al Crucifige e che  ai tempi di Pasolini non esistevano. 
Si potrebbe dire che Fusaro è un misto di pasolinismo e di gentismo,  come del resto provano le sue apparizioni televisive.  Un mix di complottismo e populismo che dal punto di vista comunicativo funziona molto bene. Ma anche, per ricaduta, sotto l'aspetto editoriale:  dal momento che il libro illeggibile  viene comprato, semplicemente, perché contro, come impone la logica amico-nemico dei Social. Leggerlo o meno, è questione collaterale.  Qui siamo oltre la cultura di massa. I tifosi digitali ( e non), ormai, i libri se li tirano in faccia, come proiettili. E gli editori lo sanno.
Insomma, Fusaro dice cose già dette  e per giunta  male. Non ha qualità letterarie:  non è il Pasolini dei nostri giorni,  per non parlare del grande Jünger.  Però  ha iniziato a scrivere  su "La Stampa”.
Come concludere?  Che ogni epoca ha i ribelli che si merita. 

Carlo Gambescia                
  
       
P.S. L’autore dell'articolo  ha  su Google 11 mila e seicento file:  https://www.google.it/webhp?sourceid=chrome-instant&ion=1&espv=2&ie=UTF-8#q=carlo+gambescia .  
Evidentemente quelli che si merita…




(1) Diego Fusaro,  senza virgolette,  Circa 395.000 risultati (0,52 secondi) 

(2) Ernst Jünger , senza virgolette,  circa 450.000 risultati (0,49 secondi) 

(3) Karl Marx, senza virgolette, circa 39.500.000 risultati (0,46 secondi

(4) Pier Paolo Pasolini, senza virgolette,    circa 446.000 risultati (0,54 secondi)