giovedì 16 marzo 2017

La vittoria delle forze anti-populiste nei Paesi Bassi
L’Italia non è l’Olanda. Purtroppo

Mark Rutte, leader del Vvd, partito liberale di centro-destra

Non siamo grandi  esperti di politica olandese. Ma  ammiriamo le tradizioni  moderate e liberali dell'Olanda,  nazione dalle notevoli aperture sociali e  animata  da  un grande  spirito di tolleranza. Sicché la vittoria o comunque la tenuta di Rutte e del Vvd ( forza politica liberale di centro-destra) e degli altri partiti sistemici (moderati o progressisti),  non ha destato in noi alcuna sorpresa. Un altro dato interessante è rappresentato dall’alta affluenza al urne,  che ha premiato  i partiti anti-populisti,  a parte i socialdemocratici.
Ora però, sarebbe un errore, presentare, come invece sta accadendo, tra squilli di trombe,   le elezioni olandesi come una svolta politica,  che  influirà se non determinerà le elezioni francesi e tedesche. Oppure, addirittura come una straordinaria  vittoria della sinistra europeista-universalista.  
Se la storia, in qualche misura, è  per le nazioni quel che per gli uomini è il carattere,  l’Olanda,  come abbiamo già anticipato, rappresenta  il regno della moderazione politica: diciamo che, semplificando, il rapporto elettorale (anche di seggi, in Olanda si vota con il proporzionale) tra forze politiche anti-populiste (anti-razziste, pro-mercato, europeiste)  e forze  populiste anti-sistemiche (razziste, autarchiche,  anti-europeiste)  è di 4 a 1.   Il punto è che in alcuni paesi chiave europei, in particolare Francia,  Italia, Spagna, per ragioni “caratteriali”  lo stesso rapporto, sommando i voti (e i seggi) della varie forze politiche pro-sistema,  è di 3 a 2 ( rapporto addirittura rovesciato, come poi vedremo, in Italia). Ciò  significa che sul piano elettorale, considerati anche i precedenti tassi di affluenza alle urne (di sicuro non di tipo olandese, come ieri),  tutto può accadere. Quindi cautela.
Dal punto di vista politologico, la soglia di pericolo, a prescindere dal sistema elettorale (maggioritario o proporzionale), è rappresentata dal 30/35 per cento dei voti (se trasformati in relativi seggi).  Se un partito  anti-sistemico (anche coalizzandosi per “veti incrociati” con altri partiti uguali e opposti) riesce a catalizzare un terzo dei voti ( e dei seggi in Parlamento)  può quantomeno paralizzare  ogni attività politica e rilanciare, dall’opposizione,  giocando  al rialzo,  puntando su  promesse folcloriche (ad esempio,  meno tasse e pensioni per tutti) che non potrà mai mantenere.
In Italia e  Francia soprattutto (dove pure c’è il maggioritario a doppio turno che favorisce la disproporzionalità tra voti e seggi) le forze anti-sistemiche viaggiano intorno al trenta per cento. In Spagna, fortunatamente le opposizioni  anti-sistemiche sono di sinistra e divise. In Germania infine, tali forze oppositive sono molto al di sotto della soglia di pericolo.
In Italia, in particolare, il voto referendario di dicembre, ha indicato due aspetti, molto negativi: la frattura del sessanta a quaranta per cento (quindi del  3 a 2), rispettivamente, tra  populisti e anti-populisti; l’assenza, a differenza dell’Olanda, di forze politiche moderate in particolare a destra, disposte ad allearsi in chiave anti-populista. Aspetto quest’ultimo,  che invece  contraddistingue la Germania, dove i due principali partiti sono saldamente pro-sistema
E qui sorge un problema. Prima parlavamo del carattere (storico) dei diversi elettorati:  moderato quello olandese, più infiammabile, invece, lo spagnolo, il francese e soprattutto l’italiano. Per ora, in Spagna, dove, dopo due tornate elettorali ravvicinate, pur con un governo de centro-destra, ma di minoranza, la situazione, pare stabilizzata o quasi.  Sembra prevalere tra  élites e popolo  la moderazione. Ciò  significa, che nuove votazioni (con un proporzionale, a collegi ristretti, quindi disproporzionale) sono lontane, o comunque non a breve.   In Francia, dove si voterà in primavera, il sistema maggioritario a doppio turno ( perciò disproporzionale), potrebbe penalizzare la destra populista, come per il passato: ma le forze moderate faranno accordi di desistenza per sbarrare la strada a Madame Le Pen? Gli elettori capiranno, come in Olanda,  la gravità del momento? In Germania, dove si voterà in autunno (sistema proporzionale, ma  con sbarramento e altri accorgimenti istituzionali), gli elettori non sembrano, per ora,  essersi decisamente spostati verso le forze populiste. Pare prevalere una moderazione di tipo olandese. Quindi dove c'è moderazione, anche il  voto proporzionale, come dire, funziona. 
Per contro, in Italia, oltre a un preoccupante estremismo politico diffuso (non proprio olandese), per ora verbale, i partiti, fermi, come dicevamo su un pericolosissimo 3 a 2, a danno dei moderati, non sono d’accordo praticamente su  nulla, a cominciare da una legge elettorale in grado di sbarrare la strada al M5S.
Il voto è previsto per il 2018, ma  il rischio di elezioni anticipate è notevole. E un  voto, contraddistinto dal mix esplosivo tra proporzionale abborracciato ed estremismo politico, potrebbe rappresentare un salto nel buio. Sicché il paese più in pericolo sembra essere l’Italia.  Che, evidentemente, non è l’Olanda.  Purtroppo. 
Carlo Gambescia

                                               
           

mercoledì 15 marzo 2017

E dàgli ai  “colletti bianchi”…
Una Norimberga per Gian Antonio Stella? Potrebbe essere un'idea...



Se mai un giorno finirà  la guerra dichiarata dalla magistratura alla politica e ai colletti bianchi, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo dovranno essere processati come criminali di guerra. Esageriamo? La casta, il famigerato Mein Kampf dell’anti-politica italiana  uscì nel maggio del 2007, cavalcando l’onda lunghissima  di un   giustizialismo  che si è tradotto in  inchieste mirate  e in un tripudio di  voti anti-casta  per  Grillo. 
A questo  pensavamo,  leggendo  l’ennesimo pezzo di  Stella.  Dove l’ideologo  anti-casta,  con il solito collage “dati alla mano”, lamenta  che nelle carceri italiane ci sono  troppi spacciatori e pochi colletti bianchi:  quei maledetti  che “violano le regole della buona economia”  (*).
Ci piacerebbe sapere, di grazia, il significato del termine "buona economia"? Quella con il magistrato commissario politico aziendale?  Con il maresciallo dei carabinieri al commerciale? E la Guardia di Finanza al personale.  La fraseologia  di Stella ricorda la retorica anti-terrorismo, Anni di Piombo e dintorni. Infatti nel pezzo si parla dei “cattivi maestri” dell’economia “che per anni hanno teorizzato che una certa dose di illegalità fa bene all’economia”.  E che, chiusa, ovviamente apocalittica:  “ hanno lasciato solo rovine”.
Che cosa si  insinua?  Perché non fare  qualche nome?  Dove sono i cattedratici dalla parte del  nuovo male assoluto? Il libero mercato.  Cattedratici,  perché Toni  Negri, il “cattivo maestro” per eccellenza (ma rosso),  era professore universitario. Quindi, fuori i nomi?   Mises, Hayek, Friedman (Milton),  forse? La scuola liberista al completo?  In  Italia, a parte  Einaudi e Leoni, nel secondo dopoguerra  il libero mercato non ha mai goduto tra i professori  di buona fama.  Quindi di quali “cattivi maestri” parla Stella?    
Che poi, dopo la caduta del comunismo sovietico,  corrotto regime dei colletti rossi (altro che  i colletti bianchi del capitalismo…),  molti post-comunisti italiani siano passati armi e bagagli al  quasi-liberismo ( e al “Corriere della Sera”),  è un altro discorso.  Il  liberismo di sinistra (termine coniato dai professori Alesina e Giavazzi ) è giudiziario. Rappresenta l'estremo rifugio del liberal-comunista, come il patriottismo per le canaglie.  Evoca l’aiutino del magistrato e dell’agente delle tasse.  Impone  più controlli,  dimenticando che sono proprio i controlli a gogò ad alimentare corruzione e concussione. Lo stato fiscale totale, con i partiti ridotti a dépendance della magistratura  e i colletti bianchi a  militari dell’Arma, non è altro che la prosecuzione del  comunismo con altri mezzi. Concettualmente, in fondo al tunnel nella migliore delle ipotesi  c'è  il modello Obama, nella peggiore quello cinese.  Altro che liberali... 
Stella, liberal-comunista senza saperlo?  Già vediamo brillare nei suoi occhi la torva gioia di poter scagliare contro di noi l’accusa di maccartismo e idiotismo politico. Roba da poveracci dei Social…   Di sicuro,  Stella è statalista:  ritiene  che lo stato sia la soluzione.  E non il problema.  Proprio come i giudici, come i grillini, come quell’onda distruttiva dell’anti-politica che rischia di sommergere l’Italia e l’Europa.
Dunque, qui, il  “cattivo maestro” è Stella.  Che, a sua volta, andrà processato.  Prima però si dovrà vincere la guerra.  Senza vittoria, nessuna Norimberga.
P.S. E poi, come dire,  chi di magistrato ferisce, di magistrato perisce...

Carlo Gambescia




martedì 14 marzo 2017

La crisi della democrazia
Dove sono i nuovi  Roosevelt,  Churchill, de Gaulle?
       
           

Gli analisti seri  sanno bene  che il principale problema delle democrazie moderne è  la difficoltà di formare classi politiche capaci. Sembra incredibile, ma  in un sistema, dove la circolazione delle élites  è favorita  in linea di principio e in buona  misura anche di fatto, si assiste,  a parte qualche eccezione,  alla selezione se non proprio dei peggiori, sicuramente dei meno capaci.
Il punto è che non basta la preparazione tecnica, anch’essa, nonostante tutto, inadeguata, e che comunque, come vedremo, rinvia alla routine burocratica. La "decisione politica" impone finezza, visione, senso del compromesso, ma anche, quando necessario, volontà di forzare gli eventi, quale capacità di rompere gli schemi.
Ora, che tali doti non possano appartenere a tutti e che la burocrazia debba essere fondata sulla reiterazione è un dato di fatto.  Quel che però non può essere accettato, perché pericoloso, è l'estensione, come fosse la norma,  del comportamento burocratico a  livello politico. Nel senso - precisiamo -  di una applicazione routinaria del noto all’ignoto, vincolata alla  ripetizione di comportamenti standardizzati,  in attesa che il noto,  sotto le forme della tempesta politica,  passi, permettendo alle acque della vita sociale di  tornare calme.
Il burocrate è  ripetitivo, il vero politico,  creativo; il burocrate, guarda al passato, il politico al futuro; il burocrate teme l’ignoto, il politico lo sfida.  Ciò non significa che il vero politico  debba perseguire il nuovo per se stesso  e rifiutare la lezione del passato. Tutt'altro,  si tratta di individuare il giusto equilibrio, tra i due aspetti:  il che non può non  implicare, quando necessaria, la rottura di  vischiose convenzioni.  Ecco perché servono visione e senso politico. In qualche misura, il gusto della sfida. Che però  impone coraggio, talvolta temerarietà.  Dote, quest'ultima,  sconosciuta al burocrate.
A destra, si imputa l' incapacità  selettiva della democrazia moderna al rifiuto della tradizione e del principio di autorità; a sinistra, al capitalismo e all’antiegualitarismo. Al centro (per semplificare), invece, si finge di ignorare la crisi della classe politica e, come dicevamo, si attende, ogni volta, che la tempesta passi da sola.  In realtà, è la natura burocratica della democrazia, che quanto più si sforza di parlare a tutti, e perciò di mantenere le sue promesse, tanto più necessita di burocrazie, comportamenti prevedibili, regolamentazioni. In qualche modo, la democrazia si risolve in un tremendo sforzo di sostituire -  quindi non di lottare - l’ignoto con il noto. Lottare, vuole dire accettare l’ignoto, invece pretendere di  sostituirlo, e addirittura per sempre,  con il noto, implica, in attesa del “sempre meglio”, la nascita di burocrazie e di comportamenti burocratici, anche a livello politico; comportamenti che gestiscono il noto, come del resto avviene in  ogni gruppo sociale, per auto-perpetuarsi, abbarbicandosi al potere di cui  si dispone.  Il che, privilegia, sul piano della circolazione delle élites, semplificando, il burocrate al creativo, oppure, dal punto di vista del carattere sociale l'etero-diretto rispetto all'auto-diretto, per usare una terminologia sociologica classica. Pertanto, riteniamo sia difficile  per  la democrazia moderna  superare l' impasse. 
Difficile, non impossibile. Infatti, se si esce dall'ambito della riflessione sociologica,  per ripercorrere la storia della democrazia moderna, si scopre, che nel suo momento di maggior crisi (1914-1945), nonostante l’inadeguatezza, come dire, “media” delle classi politiche, la democrazia  riuscì a risollevarsi, grazie alla presenza di uomini eccezionali, come Roosevelt, Churchill, de Gaulle, per fare solo i nomi dei più famosi. La crisi della democrazia, venne superata, in chiave volontaristica, grazie ad alcune grandi personalità, due politici di professione e un tecnico di grandissimo valore, che in qualche misura  erano parte, se si vuole prodotte dal  sistema  stesso. E che seppero circondarsi di  persone capaci.
Quindi, ecco il punto, la democrazia burocratica, può esprimere grandi personalità, come qualsiasi altro sistema.  Ciò però  significa che non esiste  un miracoloso  orologio storico in grado di  fissare l’ora  precisa di nascita del grande politico. E che di conseguenza,  il  “messia” può anche  non essere tale. Insomma, che ci si può sbagliare.  Del resto non c’è regola precisa per distinguere i buoni dai cattivi, soprattutto nelle democrazie  dove, confidando nei miracoli (quando e se in buona fede...), ci si appella alle virtù popolo (a parte forse i liberali, neppure tutti, ma questa è un'altra storia... ). In definitiva,  l’unico modo,  democratico,  è quello di far governare il “messia” che si dichiari tale. Ricetta che tuttavia può rivelarsi letale per la democrazia. O comunque ad alto rischio.
Così però va il mondo.  Roosevelt, Churchill, de Gaulle, si rivelarono tali, nel confronto politico e bellico con Hitler. Per tornare ad apprezzare la democrazia, pur con tutti i suoi difetti, l’Europa dovette  lanciarsi, suo malgrado, nel cerchio di fuoco della Seconda guerra mondiale. Oggi potremmo essere sull’orlo di una nuova crisi.  Ma ancora  non si scorgono i nuovi  Roosevelt, Churchill, de Gaulle. E questo è un problema.                 
                               Carlo Gambescia


lunedì 13 marzo 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 13 marzo, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 412/3, autorizzazione COPASIR [Operazione “SENATUSPOPULUSQUE” N.d.V.] è stato effettuata in data 12/03/2017, ore 8.31, la registrazione della seguente conversazione, tenutasi presso Villa Borghese (Roma), tra RADIANTI VIRGINIA, Sindaco di Roma, e PERSONA IGNOTA che si presenta sotto il nome KUNT. Sono in corso indagini per accertare l’identità del sedicente “KUNT”.

[omissis]

KUNT: “Si fermi, per favore!”
RADIANTI VIRGINIA: [faceva jogging, si ferma ansimando]“Eh?”
KUNT: “Sono Kunt.”
RADIANTI VIRGINIA: “Come, scusi?”
KUNT: “Kunt. [pausa] Kunt. Non ricorda?”
RADIANTI VIRGINIA: “No.”
KUNT: “Ma scusi, lei non è il sindaco di Roma?”
RADIANTI VIRGINIA: “Sì.”
KUNT: “Ci siamo incontrati che è poco, non ricorda?”
RADIANTI VIRGINIA: “Eeeh…veramente no.”
KUNT: “Vediamo, per voi era il…1960.”
RADIANTI VIRGINIA: “Io nel 1960 non ero neanche nata.”
KUNT: [si dà una gran botta sulla fronte]: “Ah sì! Scusi, scusi! Che stupido! E’ vero che voi vivete poco poco…”
RADIANTI VIRGINIA [ride]: “Perché lei  invece quanto vive?”
KUNT: “Io sono programmato per vivere 7.431 dei vostri anni. In teoria sarebbero 10.000, ma abbiamo deciso un taglio. Sa, le pensioni, il debito pubblico…”
RADIANTI VIRGINIA [tra sé] : “Pazzesco…il marziano a Roma…”
KUNT: “Esatto! Brava! Cioè: marziano l’avete detto voi l’altra volta, quando è venuto Kunt. Noi per la verità veniamo da più lontano di Marte. Vuole vedere da dove veniamo?” [trae di tasca un accrocco, lo mostra a RADIANTI VIRGINIA]
RADIANTI VIRGINIA [guarda nell’accrocco]: “Oddio!”
KUNT: “No, Dio sta in un’altra galassia. Qua ci stiamo noi. Bello, eh? Visto i manticordi, che carini?”
RADIANTI VIRGINIA: “I manti…manticordi? Sono questi qui?”
KUNT: “Sì, quelli col pelo verde e la gobba telescopica. Le piacciono?”
RADIANTI VIRGINIA [pausa]: “Ma… li mangiate?”
KUNT [scandalizzato]: “Ma cosa dice! Sono i nostri bambini!”
RADIANTI VIRGINIA: “Scusi. [lo squadra] Ma lei però non è…non è così…”
KUNT: “Neanche lei è uguale a com’era da bambina.”
RADIANTI VIRGINIA: “Quindi lei è…”
KUNT: “Sono Kunt. Kunt il…diciamo Kunt il marziano, che è più semplice.”
RADIANTI VIRGINIA: “Ehem. Piacere. Virginia Radianti.”
KUNT: “Kunt. Piacere mio.”
RADIANTI VIRGINIA: “Eeee…diceva che è già venuto a Roma nel 1960?”
KUNT: “No, è venuto Kunt.”
RADIANTI VIRGINIA: “Ma non è lei, Kunt?”
KUNT: “Noi ci chiamiamo tutti Kunt. Sa: da noi uno vale uno.”
RADIANTI VIRGINIA: “Come scusi?”
KUNT: “Da noi uno vale uno.”
RADIANTI VIRGINIA [pausa]: “Ah. Molto interessante. Quindi da voi non…non comanda nessuno?”
KUNT: “Certo che comanda qualcuno. Comanda Kunt.”
RADIANTI VIRGINIA: “Ecco. E lo…lo eleggete, Kunt? Quello che comanda?”
KUNT: “Sicuro. Siamo civili anche noi, cosa crede? Vede qua? [le mostra un pulsante sul braccio] Se schiaccio il pulsante, voto. Una volta pro, due volte contro.”
RADIANTI VIRGINIA: “Pro e contro cosa?”
KUNT: “Pro e contro Kunt.”
RADIANTI VIRGINIA: “Giusto. E ogni quanto tempo fate le elezioni?”
KUNT: “Di solito, una volta all’ora. Anche di più, se c’è bisogno. Per esempio, adesso stiamo discutendo se invadervi e sottomettervi, o sterminarvi tutti prima di sbarcare. C’è un vivace dibattito, si vota ogni quarto d’ora.”
RADIANTI VIRGINIA: [lunga pausa]: “Come vanno le votazioni?”
KUNT: “Mi ridà il Vidiak, per favore? [guarda nell’accrocco] Parità perfetta. Dipende tutto dal prossimo voto.”
RADIANTI VIRGINIA: [pausa] “Lei come ha votato?”
KUNT: “Non ho ancora votato, sono indeciso.”
RADIANTI VIRGINIA: “Ha letto il nostro programma?”
KUNT: “No.”
RADIANTI VIRGINIA: “Lo sa che siamo il primo partito, in Italia?”
KUNT: “No, mi deve scusare ma durante il viaggio mi sono ibernato.”
RADIANTI VIRGINIA [lo prende sottobraccio]: “Allora: uno vale uno…” [si allontanano insieme sottobraccio]

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

sabato 11 marzo 2017

La destra con la bava alla bocca
Tu vuo' fa' l’americano...




“Giornale”, “Libero”,  “Tempo”. Ecco le prime pagine di oggi.  Si inneggia al giustiziere. A prescindere.  Quasi un riflesso condizionato. C'est la vie?   Se da un lato ci sono i benpensanti di sinistra,  per i quali i criminali  sono vittime della società, dall’altro ci sono i pistoleros, con la bava alla bocca,  per i quali  nell’incertezza "devi sparare", e per primo... Insomma, così va il mondo, oggi?
No. Perché  in mezzo, tra pistole e lacrimi facili, ci sono  i cittadini normali che non girano armati perché, nonostante tutto, confidano nella distinzione dei ruoli e nella capacità della polizia e della magistratura di arrestare e condannare.  Il grande Adam Smith, tra i  padri del liberalismo,  riteneva che uno dei  tre compiti (pochi quindi) dello stato fosse quello di amministrare la giustizia, proteggendo così   vite e beni  dei cittadini.  
Allora, una destra normale, liberale -  della sinistra già si è detto  - che cosa dovrebbe fare?  Incoraggiare l’autodifesa, come se fossimo a Memphis, Tennessee? Oppure, favorire la fiducia nelle  istituzioni?   Per inciso, negli Stati Uniti,  l’autodifesa, oltre a un fondamento costituzionale,  ne ha uno, sociologico, da cui discende il primo, nei pionieri e nella conquista della frontiera.  In Italia, invece, l’ultima frontiera fu quella dei briganti meridionali, dopo l’Unità. Difesa però dai bersaglieri.  
Da noi, lo scambio protezione-obbedienza per buttarla sulla filosofia politica, ha sempre avuto un fondamento statale, non individuale: prima lo stato che elargisce, poi il cittadino che riceve. Il che può anche non piacere: ma ognuno ha le sue tradizioni...  Se proprio di autodifesa si vuole parlare, in  Italia ne è sempre esistita una,  ma di gruppo, in termini di contro-stato:  briganti, mafia, camorra, squadrismo fascista, e perfino, secondo alcuni,  i partigiani,  dulcis in fundo  terroristi di destra e sinistra.  Siamo il paese delle fazioni e  delle bande armate, quindi occhio.
Ora, una destra che si rispetti, anche giornalistica e  culturale (parola grossa per certi figuri della carta stampata), con questi precedenti storici,  dovrebbe guardarsi bene  dal  fare l’americana e incoraggiare l’uso individuale delle armi. E invece, no. Come, appunto, provano di titoli dei tre più diffusi quotidiani di destra italiani.
Conosciamo la risposta. Anzi la narrazione:  la polizia ha le mani legate, i giudici stanno dalla parte dei delinquenti, eccetera.  In effetti, il sistema  sembra essere indulgente, talvolta fin troppo.  Ma è normale, che una destra, che, wrong or right,  dovrebbe stare dalla parte delle  istituzioni, incoraggi, a prescindere,  i giustizieri della notte che se ne fottono (pardon) delle istituzioni?  
Perché questo è il senso “politico-culturale” dei titoli di Sallusti, Feltri, Chocci. I quali  ci restano male,   se poi  uno di destra,  con salivazione normale,   dichiari di voler votare Renzi… 
Cari signori direttori,  fate un esame di coscienza,  invece di fare gli americani. A sproposito. 

Carlo Gambescia


                                  

venerdì 10 marzo 2017

Ok del Senato. Arriva il reddito di inclusione
La povertà e i suoi amici



Fonte foto:    http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2017-03-07/delega-anti-povertapiu-professionisti-settore-servizi-sociali-145744.shtml?uuid=AEPp1Tj,


E' in arrivo l' ennesimo provvedimento "per contrastare la povertà". Il Senato ha dato via libera, per un certo numero di famiglie al di sotto della soglia  di povertà assoluta,  al reddito di inclusione  (Rei). Inutile insistere sui particolari, che il lettore potrà scoprire da solo (*).
Il punto concettuale è che oggi  la povertà  è diventata  una risorsa politica e un’idea forza, cavalcata dai partiti di sinistra, in particolare dai post-comunisti, pentiti o meno.   Ma non solo. La stessa destra, sulla scia di Papa Francesco (che però fa il suo mestiere),  si erge a protettrice “degli ultimi”.  Per non parlare dei populisti  per i quali  la lotta contro la povertà  si è trasformata, da risorsa utilizzabile o meno, a seconda delle circostanze,  in potentissima rendita politica ed elettorale.
Oggi, l’idea di contrastare e  addirittura sconfiggere la povertà  si  è  talmente radicata, da venire meno qualsiasi remora cognitiva.  Trionfa la più vieta retorica mediatica.  Oltre all’antica distinzione  che vigeva all’interno del pauperismo cristiano tra   povertà  involontaria (frutto del caso  sulla quale l’indigente, pur abile al lavoro, si “adagiava” )  e povertà volontaria (come scelta personale per avvicinarsi al Signore), sembra  siano  scomparse anche due visioni otto-novecentesche (la prima metà), in versione, come dire, secolarizzata:  sia la  reinterpretazione della povertà involontaria,  vista  come  frutto di una disoccupazione inintenzionale causata dal sistema economico capitalistico, sia quella  della disoccupazione volontaria,  giudicata  come  esito di  una disoccupazione volontaria,  a prolungamento della cattiva volontà di trovarsi un lavoro, se non addirittura come forma di protesta  contro il sistema. 
Perché?  Con lo sviluppo del welfare state  e la conseguente riconversione della sociologia ad ancella dell’assistenza sociale,  la povertà si è trasformata in strumento di consenso e di occupazione per burocrazie ed esperti. Quindi in rendite politiche. Oggi si parla solo, su basi  statistiche  pseudo-reddituali,  di povertà assoluta e relativa. Le cause  sono tabù.  Qualsiasi ragionamento  sulla natura volontaria e involontaria della povertà è totalmente bandito.  Il povero è sempre  innocente mentre  il ricco è sempre  colpevole, ecco la tesi.  Siamo dinanzi, come detto, a  un cristianesimo antico, evangelico,  rivisto e corretto alla luce del socialismo amministrativo dei moderni. Un umanitarismo dolciastro, dietro il quale  si nascondono calcoli politici -  come del resto è naturale che sia -  vincolati a ragioni di consenso elettorale. Di regola, come provano gli studi sul ciclo elettorale,  la spesa pubblica e la retorica della lotta alla povertà, sorvolando sul colore politico,  crescono prima delle elezioni (in genere nei due ultimi anni del mandato), per decrescere subito dopo ( i primi due o tre anni).
Quante risorse si sprecano in questa inutile guerra alla povertà ?  Dal momento  che,  come mostrano le statistiche sociali, il dilatarsi assoluto del ceto medio (a prescindere dalle oscillazioni relative e geopolitiche)  è  il meraviglioso frutto, un tempo proibito,  dello sviluppo della economia di mercato? L’unico strumento che ha trasformato la secolare piramide sociale in una modernissima  trottola dalla “pancia” enorme?  E che di riflesso, ripetiamo, ha favorito, l'unica vera decrescita felice, quella della quantità assoluta di poveri? E non solo in Occidente? 
Pertanto quel che occorre, non sono assistenti sociali e burocrati che vivono alle spalle del mercato, ma più mercato, più  sviluppo  economico, e per ricaduta, sviluppo sociale e culturale. Culturale: come crescita della  deferenza  verso se stessi. Il che significa che la cultura della povertà va sostituita con una cultura del mercato e della responsabilità individuale.  E qui, purtroppo, cominciano i guai, perché la povertà, e la stessa cultura della povertà, sono giudicate  una risorsa (se non rendita) politica, quindi qualcosa di  collettivo, che cade graziosamente all'alto e che finisce per  sospingere l'individuo a ritenere che la colpa sia sempre di qualcun altro.  Insomma, né socialismo, né cristianesimo, ma solo cultura dell'assistenza per l'assistenza. La fonte, non propriamente meravigliosa, alla quale attinge certo incosciente individualismo protetto (dallo stato). 
Perciò i poveri “servono”.  A chi?  Per dirla con  una brutta metafora, ma crediamo efficace, di natura medica: la  povertà, "è stata" cronicizzata,  statisticamente cronicizzata. Come il sociologo serio sa bene, basta spostare la lancetta reddituale, anche di poco,  per far crescere o diminuire  il numero dei poveri. Sotto questo profilo il dibattito sul libro di Piketty (**) risulta essere molto istruttivo. La differenza, tra le tesi del sociologo francese sulla bontà dell' assistenza per l'assistenza, e i suoi critici, giudicati invece dai mass media compiacenti, come "nemici del popolo",  rinvia alla  diversa lettura politica dei dati statistici.  Però, ecco il punto, i suoi detrattori, per così dire, agganciano correttamente la diminuzione della povertà alla crescita economica, cosa, nei fatti, largamente provata soprattutto per l' ultimo secolo.  Piketty, invece,  sostiene l’esatto contrario, forzando i dati .   E soprattutto, altro punto importantissimo, l'economista francese  non accetta un fatto,  che può piacere o  meno,  ma  che è nella natura stessa delle cose umane, anzi ne è il motore stesso:  che  esistono  vincitori e vinti.  Se non fosse così, non ci sarebbe alcuna partita.
Anche noi siamo tra i "nemici del popolo,  tra  quelli che  ritengono che la povertà sia diminuita.  E non per merito dei medici,  bensì della medicina-mercato, una specie di auto-cura.  Però i medici, devono pur vivere.  E allora  a crescere è solo la retorica.  Dei Piketty.  

Carlo Gambescia  


(**)  T. Piketty, Il capitale nel  XXI secolo, Bompiani, Milano 2014. Ne parliamo, se ci si perdona l'autocitazione,  nel nostro Passeggiare tra le rovine. Sociologia della decadenza, Edizioni il Foglio, 2106,  capitolo I.

giovedì 9 marzo 2017

La “flat tax” per i  “Paperoni”
Una rondine non fa primavera




In linea di principio, l ’idea di un’ imposta forfettaria ( detta flat tax)  sul redditi prodotti all’estero è ottima.  E per una serie di ragioni.
In primo luogo,  perché  punta ad attirare contribuenti stranieri ad alto reddito, senza però entrare in diretta  concorrenza con  il  regime attuale sui redditi prodotti all’estero  ma  dai cittadini italiani, una normativa che comunque andrebbe rivista (se ricordiamo bene, l’imposizione attuale è al 47 per cento).
In secondo luogo,  i  “Paperoni”, come li definiscono i mass media,  trasferendosi in Italia, attiverebbero un indotto  sul piano dei servizi e dei consumi, da non sottovalutare.
In terzo luogo,  l’idea del "paradiso fiscale", rilancia, e decisamente, l’immagine dell’Italia, vista finora  all’estero come una specie di   paese-vampiro, assetato di tributi.   
In quarto luogo,  l’idea della tassa forfettaria, in un secondo momento, potrebbe essere estesa ai contribuenti italiani, in particolare al lavoro autonomo (individualizzandola, pertanto  non nella chiave vessatoria e macroeconomica degli studi di settore),  puntando sul principio del “di meno” ma “certo” e “costante” dal punto di vista delle entrate dello stato e delle tasche del contribuente. 
Quindi, ripetiamo, ottimo provvedimento, però solo in linea di principio… Per quale ragione? Perché l’idea del  "paradiso fiscale", di fatto,  ha molti nemici in Italia.  
Innanzitutto, la Costituzione, testo, come noto,  di derivazione catto-socialista,  all’articolo 53, introduce, in relazione alla partecipazione dei singoli cittadini alla spesa pubblica, il concetto di “capacità contributiva” e, ancora peggio,  "informa"   il “sistema tributario a criteri di progressività”.  Senza dimenticare, inoltre,  quel cavallo di battaglia, comune alla sinistra egualitaria e al pauperismo cattolico, rappresentato dall’interpretazione  in chiave  “prescrittiva” dell’articolo 3.  Non  ci riferiamo  tanto primo al comma sulla sulla pari dignità,  quanto al secondo  sulla rimozione da parte della Repubblica, degli ostacoli eccetera eccetera.  Malinconica  prova di  cedimento al paternalismo statale.    
Inoltre, l’impedimento più grosso è di tipo sociologico e concerne l’atteggiamento degli italiani verso la ricchezza.  Che tuttora viene considerata  non come  un valore sociale, ma come qualcosa di sporco, di cui vergognarsi.  Al riguardo,   la parabola politica  di Berlusconi, pur con tutti i suoi errori,  risulta esemplare. Come quella dei tanti imprenditori trasferitisi all’estero.  Ad esempio, un  personaggio di valore  come Marchionne, che, con una accortissima fusione,  ha rilanciato l’industria automobilistica italiana nel mondo,  viene invece designato come un nemico del popolo (*). 
Dulcis in fundo, si tratta di una misura, maturata all’interno del Governo Renzi. Il che la rende odiosa ai suoi molteplici nemici, a destra come a sinistra:  solo perché,  nel caso di esito positivo, potrebbe portare acqua al mulino politico dell' ex premier.
Va  detto infine, a scanso di equivoci,  che sul piano pratico il provvedimento potrebbe non ottenere gli effetti sperati,  dal momento che i  contribuenti stranieri si fidano  poco  di un  fisco italiano che ha fama di accidioso voltagabbana, 
Come concludere? Che  una rondine non fa primavera. Purtroppo.

Carlo Gambescia                
    


(*) Per un “assaggio”  di questa mentalità si leggano i commenti all’articolo in argomento del “Fatto Quotidiano”:   http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/08/fisco-varata-la-tassa-forfettaria-di-100mila-euro-per-riportare-in-patria-i-paperoni/3438826/#disqus_thread