giovedì 16 febbraio 2017

Il ragazzo di Lavagna, suicida per l’hashish
I confini elettrificati della morale sociale


Il dibattito sulla liberalizzazione delle droghe leggere ha subito una nuova accelerazione, quasi una fiammata,  dopo il suicidio del sedicenne di Lavagna. 
Sul piano delle concezioni culturali,  il proibizionismo rinvia a una visione paternalistica dell’individuo, considerato  persona incapace  di proteggersi, come un minorenne, perciò  bisognosa di un buon padre e di una famiglia  in grado di evitare che possa farsi del male. Quindi,  stato, leggi, e regolamenti ad hoc.
Per contro l’antiproibizionismo, rimanda a una concezione  dell’individuo, come essere  adulto,  anti-paternalistica, che  si rivolge a un individuo libero e  responsabile delle sue scelte, perché consapevole  delle conseguenze, anche negative. Quindi niente o poco stato e neppure  leggi e regolamenti ad hoc.
Sul  piano sociologico, il contrasto tra proibizionisti e antiproibizionisti rinvia a una differente, spesso opposta valutazione,  dei  danni individuali e sociali provocati (o meno) da ciò che, di regola,  viene vietato e permesso.  Sicché,   le basi osservative per una serena discussione son ben lontane dall’essere considerate tali.   Perfino sul piano terminologico,  il solo parlare di droghe leggere non è accettato dai proibizionisti, per i quali “tutte” le droghe sono pericolose.  Per contro gli antiproibizionisti magnificano il ruolo terapeutico delle droghe leggere.
Tuttavia, poiché il fenomeno della diffusione e consumo delle droghe, nel bene e nel male (a seconda delle opinioni)  ha  assunto rilevanza collettiva, lo stato, il pater familias  per eccellenza dei moderni,  non poteva non occuparsene. Di qui, norme, regole, protocolli di comportamento, burocrazie.  E conseguenti  violazioni, sopraffazioni,  ingiustizie e suicidi, ma anche omicidi, perché dove c’è un divieto, c’è chi lucra illecitamente su quel divieto, come nel caso delle organizzazioni criminali ad ampio raggio.
E qui si viene al punto più importante.  Si ritiene, sbagliando, che sul piano delle politiche sociali e dei comportamenti collettivi  il contrasto sia fra i sostenitori dello stato proibizionista da una parte  e liberalizzatori dall’altra. Una specie di lotta del Bene contro il Male (ovviamente, anche a parti invertite, secondo le diverse opinioni, insomma ).  
In realtà, un mercato libero della droga, imporrebbe regole e controlli, come ogni altro mercato, piaccia o meno, che si muove ai confini elettrificati  della moralità comune,  dove chiunque  provi a toccare i fili rischia di morire o farsi male: dal momento che i giudizi di valore, proprio perché controversi, di confine,  divisivi, finiscono per  pesare sulle comportamento delle persone come macigni, causando conflitti sociali e sensi di colpa individuali. Non solo però: c'è dell'altro. Si pensi ad esempio  al mercato della prostituzione: anche dove  è legalizzata  esistono forme di controllo dei necessari adempimenti  previsti dalla legge, più o meno minuziosi. E la minuziosità dipende dalla cultura burocratica di ogni paese e dal trend fiscale storico. Da ciò si deduce che dove  lo stato è abituato a comandare, magari male,  a  imporre tributi elevatissimi,  anche in caso di legalizzazione non cambierebbe nulla dal punto di vista dei controlli,  dell'  “evasione fiscale” e del contrabbando. Forse le cose peggiorerebbero.  La prostituzione legalizzata riduce quella non legale, ma non la elimina  del tutto (pensiamo a quella su strada).  E soprattutto  non cancella, con un colpo di bacchetta magica,  quell 'universo, soggetto e oggetto  di  elettrificazione morale, che ruota intorno ad essa. E qui si potrebbero fare altri esempi  tratti  dal mercato legalizzato  delle scommesse, delle slot machine e del gioco d'azzardo.
Ciò significa  che se cadesse il divieto sul consumo delle  droghe leggere, il carico fiscale e la regolamentazione, per così dire,  su e dei  prodotti in vendita  andrebbe  ridotta ai minimi termini. Proprio per evitare evasione e contrabbando.  È perciò intuibile cosa potrebbe accadere in  Italia, dove per burocrazia e livelli di tassazione non si brilla. Fermo restando un altro fatto:  che il moralismo più ottuso, si pensi ad esempio a certo moralismo isterico intorno  al  mercato legalizzato delle slot machine,  resterebbe  sempre in agguato  ai confini elettrificati della morale sociale. Invocando, ad esempio,  sul piano delle politiche fiscali,  una tassazione elevatissima per scoraggiare il consumo. Il che però provocherebbe, mercati paralleli, eccetera, eccetera, imponendo la logica allocativa del prezzo migliore dal punto di vista dei consumatori. Tipico esempio di eterogenesi dei fini delle politiche  tributarie redistributive. 
Diciamo la verità. Forse prima dovrebbero cambiare  due cose.  La prima,  riguarda  la  morale sociale, intrusiva e paternalista, che ha provocato la morte del  giovane di Lavagna. La seconda, concerne  la cultura statalista del protezionismo sociale e del divieto, che è il prodotto di quella morale sociale.
Gli antiproibizionisti, credono che basti cambiare la prima a colpi di leggi,  i proibizionisti invece si ergono a difensori della seconda. Così però  non se ne esce. 

Carlo Gambescia           

mercoledì 15 febbraio 2017

Gianfranco Fini  indagato e il destino della destra  
Triste, solitario y final



Le indagini su Fini, già dominus  di Alleanza Nazionale,  indicano, anche ai più protervi, la fine di una stagione politica: quella della ricomposizione  delle varie anime della destra italiana,  intrapresa da Berlusconi nel lontano 1994. Per dirla con Soriano,  ormai  si può parlare di  “triste, solitario y final”. E di un intero progetto politico che guardava a una vasta alleanza di centro-destra.
La vicenda politica  di Fini, dalle stalle alle stelle e di nuovo alle stalle (se ci si perdona l'abusata metafora),  rappresenta  e compendia  i limiti di una destra politica di estrazione neofascista che non è riuscita a trasformare se stessa in un normale partito liberalconservatore, né  a incidere sulla leadership berlusconiana provando a lottare all’interno del Pdl, mostrandosi capace di non cedere alle blandizie degli amici e dei nemici del Cavaliere.  La caduta finale  di Ubu-Fini,  rivela anche i limiti di una destra vanagliorosa,  sempre pronta a vantarsi della sua purezza politica morale,  che tuttavia, una volta giunta al potere, ha contribuito senza alcuna esitazione a  scrivere leggi  ad personam,  ha lottizzato, accettando poltrone, il più delle volte strapuntini,  e  frequentato, come mostra la vicenda Fini, personaggi non propriamente raccomandabili. Ma soprattutto non ha prodotto alcuna classe dirigente,  quei pochi preparati si sono  dispersi nella diaspora post-finiana.  Oggi, si assiste ai litigi, neppure politici ma personali,  tra un pugno di reduci rancorosi, non più di Mussolini ma di Fini e Berlusconi.
Inutile qui dilungarsi sulle remote  possibilità  di trasformazione ideologica di un partito profondamente condizionato da un' identità politica, radicalmente anti-liberale, come quella  fascista, quindi non solo critica  dei  fallimenti del mercato ma di tutto l’impianto concettuale del  liberalismo. Giano Accame, intellettuale che amava le sfide,  tentò nei suoi libri di unificare il meglio della tradizione sociale europea: dai Disraeli ai Bismarck, passando per il socialismo risorgimentale e pre-marxiano, la dottrina sociale della Chiesa, il festival dannunziano politico-sociale di Fiume e il welfare state mussoliniano. Ma per quella gente miracolata, passata improvvisamente dall'oppio dell'ideologia all'adrenalina  politica di Palazzo Chigi,  Accame  volava troppo alto.  La sua destra sociale, pur discutibile dal punto di vista liberale, imponeva troppo studio, troppo sperimentalismo, troppo coraggio.      
Probabilmente, occorreva  un  segretario politico di ben altro valore, capacità, visione.  E non un burocrate incolto e  vanitoso come Gianfranco Fini.   Anche se va riconosciuto  che  i suoi colonnelli non erano sicuramente migliori di lui.  Fini, purtroppo,  veniva puntualmente assecondato nelle sue ovvietà, spesso scritte da altri,  riverniciate,  fantasiosamente,  nell’ultima fase (quella “futurpresentista”), dagli pseudo-intellettuali di partito  come  libertarismo di destra,  le cui origini  - come si scriveva senza provare alcuna vergogna - rinviavano addirittura al fascismo: un fascismo, questa la tesi. che, come per il comunismo, poteva essere e invece non fu. Per la serie,  mancò la fortuna non l'onore, eccetera, eccetera. Pure fantasie oniriche  da ghost writer mal pagati  con il complesso della retroattività ideologica.
Naturalmente, la mancata ricomposizione non va imputata solamente a Fini. Il conflitto di interessi e l’egocentrismo politico di Berlusconi hanno fatto il resto. Anche il Cavaliere si è dimostrato un liberale a chiacchiere. E qui si  pensi al suo stile democristiano, in perfetta linea con quello dei Casini e degli Alfano, nel promettere sovvenzioni a tutti, a prescindere dal merito e dal senso di responsabilità, penalizzando di fatto, come dire, i portatori sani del  rischio imprenditoriale (da lui pur apprezzato, ma solo parole).  
Berlusconi è responsabile della successiva involuzione salviniana di una Lega che all’inizio racchiudeva nel suo corpaccione politico  alcuni preziosi  germi di liberalismo: si pensi al federalismo (che poteva essere sviluppato anche in chiave costituzionale di parallelo  rafforzamento del potere esecutivo federale rispetto agli "stati", una cosa all'americana, per semplificare il concetto). Radici, insomma, che andavano coltivate.  Certo, parliamo di  una regressione  facilitata, a sua volta, dalla emersione della  “questione europea”,  che ha favorito la trasformazione della Lega, da partito regionalista/europeista  in partito ferocemente sciovinista.  E nazionalismo e liberalismo, come  mostra lo storico  “scivolone” fascista,  seguono strade differenti. 
In questi giorni  si legge  che le sparse forze  di un fallito  progetto di ricomposizione,  in caso di elezioni,  dovrebbero allearsi, formare una coalizione, fare le primarie, per sfidare Renzi e Grillo. Ma su quali basi politiche?  Il villarzillismo di Berlusconi, indecorosamente  sospeso a una sentenza della Corte Europea? Il trumpismo, che per ora  è solo una versione “altra” del sogno americano (che comunque non possiamo permetterci)? Il grillismo in fotocopia, con qualche sbianchettatura?  Il lepenismo all’italiana senza Giovanna D’Arco ma con Matteo Salvini e Giorgia Meloni, come figli di un dio minore? Magari Putin? Altro bel modello  di liberal-democrazia?   E se, cosa molto difficile, questa destra di naufraghi che ricorda la Zattera della Medusa  riuscisse a vincere, come potrebbe governare?  

Carlo Gambescia


***


Siamo felici di pubblicare a integrazione del nostro pezzo, l'interessante e  vivacissima riflessione di Carlo Pompei. Buona lettura  (C.G.)



C'eravamo tanto odiati
di Carlo Pompei



Ottimo, come sempre: un pilone inamovibile nella convinzione che la  situazione sociopolitica,  purtroppo, è quel che è. 
D'altronde, se fosse perfetta, qui si parlerebbe d'altro.
Tuttavia sei flessuoso nelle spigolature sull'analisi dei personaggi (un "barba e capelli" degno di Figaro, se mi consenti il parallelo irriguardoso).
Tolto via l'imbarazzo del paradosso incombente (quello del se valga la pena parlarne), mi chiedo chi sia (stato) veramente Gianfranco Fini, se non – come ho già avuto modo di scrivere – il "frutto" congiunto (aborro, come sai, il "combinato disposto" caro a certi scrittori di "area") della testardaggine e della stanchezza di Pino Rauti e Giorgio Almirante.
Il primo non lo poteva vedere neanche in fotografia (andò in bestia quando pubblicammo una sua foto su LINEA).
Il secondo lo vide come un Caronte moderato, alto e ben vestito, forse adatto, forse no, ma non importava più, almeno a lui.
Sui colonnelli di un generale indegno del comando lui affidato stendo velo pietoso, anche se, umanamente, ne comprendo la pre-frustrazione da poltrona, ma non ne giustifico il "post-gargarozzismo" una volta acquisita.
Citi giustamente Giano Accame – che non ho avuto il piacere di conoscere (e tu sai quanto avrei voluto) – come unico interprete-ponte di una certa idea, ma molto con i piedi per terra.
Tradurre ideologie in pratiche da statisti, però, è la cosa più difficile da attuare ovunque, ma forse soprattutto in Italia, un Paese rovinato più dai torcicolli curati male, che dal "passato che non passa", adagio iperabusato da chi, ancora oggi – all'ombra di Scelba e Mancino – vede fantasmini con le mani tese in qualsiasi populista-nazionalista (ex secessionista e separatista) dell'ultima ora, senza uno straccio di programma che non sia la reiterazione di slogan riverniciati con l'antiruggine scaduta.
Con stima e notevole rammarico nel constatare che hai, purtroppo per l'Italia, ragione da vendere.

Carlo Pompei


Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level".


martedì 14 febbraio 2017

I 70 anni  del Movimento Sociale
 Il ritorno della destra “pipparola”




La cosa non meriterebbe un pezzo, dal momento che  non si può neppure parlare di storia minore, perché, a differenza del fascismo di Mussolini, il Msi, alla stregua dei raffronti tra il Pci e il comunismo di Stalin,  non ha  dato,  nel bene e nel male, alcun  vero contributo storico. Come capita alle biblioteche di famiglia (i padri accumulano libri, le vedove donano, i figli vendono o gettano via), così il Msi ha gestito, e male, un'eredità ideologica, discutibile quanto si vuole, ma che era tale. E come? Scegliendo di coniugare,  per dirla con il geniale Maurizio Liverani di “Sai cosa faceva Stalin alle donne?" (1969), elettrificazione  e pensioni.
Naturalmente, i missini, pur lottando come leoni  per la parificazione pensionistica del combattenti Rsi,  non ebbero mai, durante la Prima Repubblica, l'imponente potere democristiano o comunista di dispensare pensioni di guerra, pompe di benzina, posti e non lavori. Tuttavia, quando Craxi negli anni Ottanta schiuse loro le porte della lottizzazione Rai, gli  sventurati  risposero.  Per non parlare della nobile  e difficile  arte del sottogoverno, in cui i post-missini hanno mostrato di essere  particolarmente versati,  quando sdoganati, pardon miracolati,  da Berlusconi.  
Il che vale per il  pane.  Quanto alle rose,  crediamo che  penoso  sia l’unico aggettivo che si può riservare all’incontro che ha chiuso  la celebrazione dei 70 anni  del Movimento sociale (1946-2016)  tenutosi il 10 febbraio scorso (*) ,  coordinato da Marcello Veneziani, ormai (come si dice a Roma)  cassamortaro  ufficiale di ciò che restava (poco) dell' eredità della cultura fascista,  da lui compendiata   -  quando si dice le "nuove sintesi"...  -   in  dio, patria,  famiglia:  sacra  triade che Veneziani considera  proprietà privata del fascismo.  Giusto.  Perché tutti coloro che votano Renzi sono mangiapreti e seguaci dell' amore libero. Per non parlare di quanto fossero bacchettoni i comunisti togliattiani  in grisaglia.      
Ciò che dispiace è che Battista e Lodoli, due intellettuali mai  banali, i cui padri  vestirono la camicia nera,  si siano prestati a un’ operazione di bassa cucina culturale… Come dire, di legittimazione un tanto al chilo.  In pratica,  si è applicato retroattivamente il metodo Berlinguer (Enrico)  anche al Msi di Almirante e ascendenti:  “ma quanto erano retti di qua, ma quanto erano retti di là”.  Diciamo che, visto ciò che è successo dopo,  i missini  pre-sdoganamento, non potendo sfiorare la marmellata, furono costretti ad essere retti: c'era la volpe, ma non c'era l'uva.   Del resto, come il dibattito chiarisce bene, e all’unisono purtroppo, sempre meglio degli anni Ottanta, quando l’untore Berlusconi, portò in Italia il morbo americano… Capito? I soliti  duri e puri dell’anti-consumismo. Tutti d'accordo, insomma: si stava meglio moralmente quando si stava peggio politicamente: peggio, secondo la vulgata degli anticapitalisti rossi e neri.  Passo del gambero, forever... 
Il che è molto deludente.  Anzi penoso, come detto. Perché, passi per Veneziani, che eccetto gli anni alla scrivania da consigliere Rai, sta  in piedi  tra le rovine da troppo tempo,  e per Lodoli rimasto fermo, romanticamente,  alle lucciole di Pasolini,  Battista sugli effetti positivi  delle trasformazioni culturali degli anni Ottanta ha scritto cose non banali.
Come concludere?  Che la celebrazione ( o commemorazione...) dei 70 anni  del Msi, poteva essere l’occasione per fare almeno un  convegno ( vero, non di partito)  su Giano Accame:  l’unico grande intellettuale della destra neofascista. Giornalista, scrittore, storico,  autore di libri che si dovrebbero ristampare. Subito.
Giano Accame era un fascista, intelligente, creativo, dialogico.  Oltre che una bella persona. E pure spiritoso. Ricordo che  un volta a cena, con altri amici, scherzando ( ma fino a un certo punto),  raccontava che esistevano due destre (fasciste),  quella dei baciapile, che lui definiva “pipparola”  e quella libertina, “scopereccia”. Ecco, quel che resta  oggi del Movimento Sociale, anche culturalmente (parola grossa), ha sterzato in direzione della destra "pipparola".

Carlo Gambescia    

(*)  https://www.youtube.com/watch?v=rpfPqGt_c6U                   

lunedì 13 febbraio 2017

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2017, lunedì 13 febbraio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 432/3, autorizzazione COPASIR 5671/2 [Operazione “SENATUSPOPULUSQUE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 12/02/2017, ore 08.31, una conversazione telefonica tra l’utenza privata in uso a RADIANTI VIRGINIA, SINDACO DI ROMA, e l’utenza n. 338***, in uso a MARCHINI WANNA. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
[omissis]


MARCHINI WANNA: “Ginny, hai dormito bene?”
RADIANTI VIRGINIA: [voce assonnata] “Ma chi è?!”
MARCHINI WANNA: “Ti ho svegliata? Scusa ve’ bimba, io ormai non dormo più, sempre sul pezzo la Wanna…”
RADIANTI VIRGINIA: “Wanna chi?”
MARCHINI WANNA: “E che Wanna vuoi che sia, Ginny bella? Wanna Marchini, l’unica e sola! Diffidate delle imitazioni!”
RADIANTI VIRGINIA: “Ah. E chi le ha dato il mio numero, signora?”
MARCHINI WANNA: “Il papa.”
RADIANTI VIRGINIA: “Il papa?!”
MARCHINI WANNA: “Ginny: il papa pensa a te!”
RADIANTI VIRGINIA: [pausa]: “Ma proprio il papa papa?”
MARCHINI WANNA: “Voleva telefonarti lui, ma poi ci ha ripensato, ha chiamato me e mi ha dato il tuo numero. Mi ha detto: ‘Wanna, ha visto come trattano quella povera ragazza? Chiamala tu, che tra donne ci si intende meglio. Dille che la penso, che le sono vicino, e che non si scoraggi.’ “
RADIANTI VIRGINIA [lunga pausa]: “Be’, grazie…”
MARCHINI WANNA: “Ma figurati. Va be’, adesso affrontiamo la questione patata.”
RADIANTI VIRGINIA: “Anche lei! Ma come si permette?!”
MARCHINI WANNA: “Oh bimba! Mi fai la santa Maria Goretti? Ci vuole il pelo sullo stomaco nella vita! Lo sai a me cosa mi hanno detto sui giornali? Patata bollente, magari! In confronto è un complimento. E però vedi che sono ancora qua che lavoro, che parlo col papa… Te la vuoi cavare sì o no? Vuoi restare sindaca o vuoi tornare a fare le fotocopie?”
RADIANTI VIRGINIA: “Io non facevo le fotocopie, facevo…”
MARCHINI WANNA: “…facevi le fotocopie a colori, va bene. Adesso stammi a sentire, Ginny bella. Primo: Non ti vergognare, mai! Sei giovane, ciài un bel faccino, un bel fisico, un bello stipendio, piaci agli uomini, e allora? Ti danno addosso perché sono dei vecchi, dei poveracci, dei moralisti! Tutta invidia! Ci siamo?”
RADIANTI VIRGINIA: [pausa]: “Ci siamo…”
MARCHINI WANNA: “Oh, là. Secondo…”
RADIANTI VIRGINIA: “Ma scusi, gliel’ha detto il papa di dirmi così?”
MARCHINI WANNA: “M’ha detto ‘Wanna fai tu che mi fido’. Secondo: c’è l’amore?”
RADIANTI VIRGINIA: “Eh?”
MARCHINI WANNA: “No, dico: c’è l’amore? In questa storia della patata, c’è l’amore?”
RADIANTI VIRGINIA: [pausa. Esitante]: “Ma senta, signora, non mi sembra che…”
MARCHINI WANNA: “Basta così, ho capito. Sei timida, vuol dire che l’amore c’è, c’è. E allora siamo a posto.”
RADIANTI VIRGINIA: “Cioè secondo lei…”
MARCHINI WANNA: “…no secondo me, Ginny: con l’amore sei in una botte di ferro! E chi t’ammazza a te! Ciài l’ammore, Virgi’! Ce l’avrai o no, il diritto di amare?”
RADIANTI VIRGINIA: “Be’, naturale…”
MARCHINI WANNA: “Il diritto di amare! Il diritto di amare in quanto donna, Ginny!”
RADIANTI VIRGINIA: “In effetti…”
MARCHINI WANNA: “E allora diglielo, a questi vecchiacci, a questi invidiosi, a questi sfigati! Tu ami, e loro no! Gli piacerebbe, ma non ci riescono perché sono cinici, cattivi…”
RADIANTI VIRGINIA: “…corrotti…”
MARCHINI WANNA: “Visto che ci capiamo? Sono corrotti e dunque non amano! Tu sei onesta, magari sei un po’ ingenua ma sei onesta, spontanea, fresca, giovane, e dunque…”
RADIANTI VIRGINIA: “…e dunque amo.”
MARCHINI WANNA: “Eccallà! E dunque ami. Puoi sbagliare, ma chi non sbaglia in amore? Alzi la mano…no, com’è che diceva il papa…?”
RADIANTI VIRGINIA: “…scagli la prima pietra?”
MARCHINI WANNA: “Brava, scagli la prima pietra. Ohé, sei sveglia, bimba! La gente cos’è che vuole? Dico, a parte i soldi?”
RADIANTI VIRGINIA: “L’amore.”
MARCHINI WANNA: “Esatto. Ci siamo capite? Tanta faccia di tolla, tanto amore, e resti sindaca finché ti pare. Anzi, anzi: non si sa mai che…[pausa]”
RADIANTI VIRGINIA: “Non si sa mai che?”
MARCHINI WANNA: “Non si sa mai che non fai carriera. Quel Grilletto, per esempio: fa ridere, sì: ma lui ce l’ha, l’amore? Secondo te?”
RADIANTI VIRGINIA: “Secondo me mica tanto.”
MARCHINI WANNA: “Ecco, tu facci un pensierino. Ciao bella, chiama pure quando vuoi.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


domenica 12 febbraio 2017

Vittorio  Feltri e   Geppi Cucciari:
politicamente scorretto contro politicamente corretto
 Tra i due litiganti…



Ieri abbiamo criticato  “Libero”   che  per demerito di  Vittorio Feltri  è assurto a  portabandiera della destra con la bava alla bocca, quella che vola rasoterra. E come si usa dire,  “politicamente scorretta". Oggi invece tocca a Geppi Cucciari, che rappresenta la punta dell' iceberg, di una sinistra che ha reinventato il politicamente corretto per  bacchettare  tutti da diecimila metri d’altezza. Vuoi mettere l’eguaglianza, che evoca Babeuf  e Marx,  con lo spirito da caserma del colonnello Buttiglione?   
Feltri parla di patate bollenti? Quindi usa il  registro basso.  Geppi Cucciari, allora che  fa?  Scomoda  il   Je suis Charlie,  celebrato  dalla sinistra porgi-l'-altra-guancia,  pennellando  un  Je suis patata bollente che, come piace dire alla cultura di sinistra, fa ridere e pensare.  Come il Totò, riveduto e corretto da  Pasolini.  Quindi registro alto. Altissimo.  
Si dirà è solo un’ attrice comica: sbagliato! Era però al Festival di  Sanremo (dieci milioni e rotti di telespettatori).  Oggi, come provano  indagini  al riguardo,  sono i comici alla   Crozza ( pure lui ospite),  tutti rigorosamente di sinistra,  a spostare voti. E soprattutto a diffondere quel clima di perfettismo morale, che nella pratica quotidiana, quella del popolo sovrano che prende la metro,  si traduce  “nel signora mia è tutto un magna magna”. A parte, naturalmente,  il vecchio Pci, con tanto di Berlinguer aureolato e i cinque stelle del beato  Frate Grillo e di  Santa Maria Virginia Raggi sindaco di Roma per grazia di Santo Casaleggio  da Milano. Amen.  
E qual è il prodotto finale? Che politicamente, sempre tra il popolo sovrano della metro,  viene meno qualsiasi forma di deferenza nei riguardi della classe politica e delle istituzioni parlamentari. Sicché, come sta avvenendo, rischia di stravincere, anche elettoralmente, la più stupida  credulità in quei   movimenti antipolitici  che rifiutano a priori - certo, a parole, come insegna Michels -  le “oligarchie politiche”.   Pertanto, per fare nomi e cognomi,  il politicamente corretto dei comici  rischia di  consegnare l’Italia al Movimento Cinque Stelle che -  quando si dice il caso -  ha come leader carismatico un comico.
Si dirà, questa classe politica  si è messa nei guai da sola. I comici fanno il proprio mestiere. Giusto. E poi  non si possono negare casi corruzione. Certo.  Ma l’Italia  non è mai stata una repubblica delle banane,  come la descrivono i Crozza, le Cucciari ( e compagnia cantante), di sicuro, almeno fino alla svolta giustizialista e populista del 1992-1994. E  per scoprirlo basterebbe leggere qualsiasi buona storia d’Italia, da  Lanaro a Bedeschi (ma in metro oggi si naviga...).  Però rischia di diventarlo. E per sempre. Soprattutto, se  destra e sinistra accapigliandosi stupidamente sul contrasto politicamente corretto-politicamente scorretto (tradotto: patata bollente vs Je suis patata bollente), continueranno a  inseguire l’antipolitica. I comici possono, anzi devono far ridere: sta poi alla politica evitare il linguaggio da cabaret televisivo. E governare.    
Il  “tutto sbagliato,  tutto da rifare”,  ripetuto in modo ossessivo, da  comici e politici insieme, rappresenta la ciccia dell' antipolitica  (dai due registri, alto e basso).  E se  amplificato  dai Crozza e dalle Cucciari e rilanciato dai  Salvini-Meloni, dai Berlusconi, perfino dai Renzi e  dalla vecchia guardia dei Pd,  rischia di favorire  Grillo. Il cui movimento,  come ogni forza politica, che non ha mai governato (a livello nazionale), assume davanti agli occhi degli elettori (il popolo sovrano della metro)  una credibilità superiore a quella  dei partiti che hanno governato negli ultimi venti anni, il più delle volte male.  Scienza politica? No, puro buonsenso: tra i due litiganti, il terzo gode... 
Dimenticavamo: Geppi Cucciari ha chiuso la sua performance invocando anche  la “verità per Tullio Regeni”. Cosa dire? Che  un pizzico di quel sale  complottista che piace tanto anche alla destra populista  non guasta mai. Solo che a sinistra si chiama, pomposamente,  ricerca della verità.
 Carlo Gambescia                          

sabato 11 febbraio 2017

Vittorio (Feltri),  Virginia (Raggi),  Ruby (qualcosa) e le “patate bollenti”…

“Libero” sogna la guerra civile


Innegabile. Sul punto specifico, quello del due pesi due misure, ha ragione Feltri. Per Berlusconi e le sue “patate” -  stesso titolo della Raggi -   nessuno si era scandalizzato e  sceso in piazza.  Uno a zero per Feltri.
E allora?  Qualche giorno all’insegna del  botta e risposta. E poi? Un nuovo caso. Nuovo punto di ebollizione,  e così via fino al prossimo.  Tra l’altro “Libero”, come pare,  non vuole neppure il voto subito. Pertanto,  ammesso e non concesso che il  buttarla in caciara  serva a qualcosa,  non c’è neppure ritorno elettorale. Che imbecilli.  
Altra cosa sarebbe se “Libero"  dedicasse un titolo al giorno non alle “patate” ma a una riforma elettorale, vera, in grado di conferire stabilità politica al paese, esprimendo un chiaro vincitore, dotato di poteri e prerogative per governare.  Oppure, ancora meglio, se pubblicasse  una serie di articoli e servizi, ben scritti e ben pensati (non scopiazzati e male dal qualche quotidiano economico, come ora avviene)  su un bel progetto  di  riforma fiscale, in stile assalto banzai (sì, banzai, non bonsai) con elegante corredo di  privatizzazioni a pioggia.  E invece “Libero” che fa?  Con i suoi titoli  pro-individualismo assistito all’italiana  (tipo “Attacco alle pensioni” oppure da due piccioni con una fava: "L'Europa contro i pensionati") favorisce solo un pericoloso vittimismo, fomentando il riflesso razzista degli italiani (inutile qui citare certi  titoli...),  in fondo al quale c’è un qualche Le Pen nostrano, ovviamente da quattro soldi.  Infine,  sulle sue  pagine culturali (anzi, cultura e spettacoli) meglio stendere un velo pietoso: stravincono le due effe,  fica e fregnacce (pardon). Quindi altro che rivoluzione liberale. Al massimo,  da centro massaggi.   
Quel che  ormai non sorprende più è la totale incapacità del giornalismo di destra -  non che quello di sinistra stia messo meglio  (oggi “il  Fatto" titola a proposito del richiamo  sulle tasse di Renzi a Padoan: “Atto di guerra”) -  di andare oltre il peggiore  populismo mediatico.  Il linguaggio si è fatto fortissimo, come quello dei Social,  da caccia al titolo e all’editoriale più insultante e feroce. Si potrebbe dire che si è "grillizzato".    
Ciò significa che  la carta stampata,  invece  di abbassare i toni e far ragionare il commentatore medio da  Fb e dintorni, si è ridotta a  casa di risonanza della web-imbecillità.  Cosa può accadere?  Che i toni rischiano di farsi sempre più esasperati.  E così favorire il conflitto politico. Come?  Rendendo più facile la  rincorsa, sul piano collettivo,  alla coerenza assoluta  tra parole e fatti. Tradotto: se ti  urlo  che sei  un ladro o una puttana  e che  voglio  ammazzarti,  prima o poi  ti ammazzo sul serio.
“Libero” sogna la guerra civile.  Per ora a parole.  Poi si vedrà.  E la sinistra, quella più stupida, che invece di ignorarlo o di farsi un serio esame di coscienza, cosa fa?  Risponde  per le rime, facendo il gioco del populismo mediatico di destra.  Poveri noi.  
Carlo Gambescia
                                                                                                                   

giovedì 9 febbraio 2017

Grillo e la libertà di  stampa
Il fascista digitale

Spaventa il feroce  odio di  Grillo e dei suoi accoliti  verso giornalisti e giornalisti. Del resto non passa giorno  senza  che il leader pentastellato non lanci pesanti insulti a questo o quel giornalista, chiedendo pene esemplari.     
Diciamo che in Italia il giornalismo ha sempre avuto vita difficile. Il cammino della libertà di stampa è iniziato da poco più di  due secoli. In Italia, intorno alla metà dell’Ottocento  la stampa libera, come la si intende nei manuali americani di giornalismo,  perfino nel Piemonte, che captava esuli da tutti Italia,  era ancora un sogno.  Nell’Italia liberale  le cose andarono un pochino meglio,  ma per i giornali "sovversivi" (anarchici, socialisti e cattolici), la vita era molto dura. Inoltre, in un paese con un  tasso di analfabetismo altissimo, giornali e giornalisti parlavano a se stessi e alle élites. Comunque sia, soprattutto all’inizio del Novecento, il giornalismo degli Albertini, dei Bergamini, dei Frassati, visse una  stagione  di modernizzazione e sviluppo.   
Dopo di che la Guerra (la prima ), per ragioni propagandistiche  e soprattutto  il fascismo, addirittura capeggiato un buon giornalista, distrussero totalmente la libertà di stampa in  Italia.  Libertà  che riprese il suo cammino  nel secondo dopoguerra. Ma ormai il danno era fatto: nell’immaginario collettivo italiano, il giornalista rimaneva  un  propagandista  ben pagato al servizio del potere economico:  soprattutto  per  cattolici e  comunisti,  libertà di stampa non era mai sinonimo di libertà dal denaro.
Di qui, nell’arco del dopoguerra, una serie di iniziative da parte di chi aveva subito l’elitismo giornalistico liberale e la durissima censura fascista. Si volle  favorire lo sviluppo di un stampa libera, a partire dai piccoli giornali, introducendo i finanziamenti statali diretti e indiretti.  Si tentò, insomma, di liberare i giornali dal denaro dei privati, iniettando denaro pubblico. Come poi finì, tra Tangentopoli e  Post- Tangentopoli,  tutti sappiamo.  Inutile rigirare il coltello nella piaga. Oggi, più o meno, si vendono meno copie di ottant’anni fa. E gli editori, tra l’altro investiti dalla bufera del digitale, non possono non arrangiarsi.   
Pertanto, quando Grillo si scaglia contro giornali e giornalisti non  ha del tutto torto.  Ciò che invece preoccupa è come  possa in lui  conciliarsi il peana alla libertà di stampa con la visione totalitaria, assolutamente illiberale, della politica e del Movimento 5 Stelle (visione fascistoide tra l'altro condivisa anche dai Casaleggio).  A volte, per certi toni, sembra di  rivedere il remake di Mussolini, quando  criticava e faceva bastonare  i giornalisti che non la pensavano come lui. Ad esempio, il fatto che  un esponente pentastellato  additi  al ludibrio del  popolo una lista di giornalisti “nemici”, chiedendo alla Federazione della Stampa di intervenire è di una gravità inaudita. Perfino Mussolini, fu costretto a “digerire”, almeno inizialmente,   il liberale Bergamini, fondatore del famoso "Giornale d’Italia"  alla presidenza della Federazione della stampa, salvo poi farlo bastonare e costringere alle dimissioni come direttore e presidente.      
Grillo non ha alle dipendenze squadristi, ma dispone di un'arma probabilmente ancora più potente: lo squadrismo dei Social,  il nuovo fascismo digitale che denigra e manipola,  galvanizzando e aizzando la web-folla. Gli appelli e le polemiche di questi giorni  su ”bufale”, “fake news” e quant'altro, ad opera soprattutto dei membri dell’establishment politico e giornalistico,  indicano che si inizia  a capire che  il pericolo di una manipolazione squadristica  della realtà   è  incombente, forse andato già oltre il segno,  come  del resto, cosa ancora più grave,  la virulenza  della  minaccia  grillina alla libertà di stampa. Certo, il giornalismo italiano, come abbiamo rapidamente ricostruito,  ha tradizioni zoppicanti. E tende a schierarsi, dopo aver fiutato l'aria, con i possibili vincitori, magari per pura  sopravvivenza.  Quindi l’establishment, soprattutto quello editoriale, potrebbe non essere in buona fede. Anche quando ribatte a Grillo.
Indro Montanelli, giornalista autentico, ripeteva spesso, citiamo a memoria:  "Sì, difendiamo la libertà di stampa e di mercato, ma teniamoci alla larga da editori e  imprenditori...".  Eppure nemmeno Montanelli riuscì a farcela. Negli ultimi anni dalla padella Berlusconi finì nella brace post-comunista. E oggi i personaggi come Travaglio (ex "il Giornale" che  seguì Montanelli  a " La Voce") sono schierati, calzando gli stivaloni digitali, dalla parte di Grillo. Il che vorrà dire pure qualcosa.  O no?                            
              Carlo Gambescia