giovedì 10 novembre 2016

Il nuovo Presidente degli Stati Uniti
Trump,  un populista?


In Italia è iniziata la  corsa, soprattutto  a destra, tra i populisti,  per appropriarsi del successo e della figura  di Trump.   Ora, il primo errore che va evitato  è  di costruire una categoria del populismo universale,  sulla base magari di rimasticature della legge marxiana della caduta del saggio di profitto, che vede Trump interprete di un’ alleanza tra ceti medi e proletariato, sempre più poveri, contro un pugno di  ricchi sempre più ricchi. Sono stupidaggini che disonorano la sociologia scientifica e contraddette, ad esempio, dalla riduzione del numero dei poveri su scala mondiale e dal conseguimento di  un tenore  (e soprattutto stile) di vita,  non solo in Occidente,  dal quale difficilmente si potrà arretrare, a meno che  non si tenti qualche esperimento socialista,  protezionista o si subisca un’invasione.
Il caso Trump, se proprio di  populismo si vuole parlare, è tipicamente americano,  e  rappresenta il ricorrente conflitto tra Est e Ovest  (in senso lato); tra città e campagna; tra  i valori della sobrietà e il  lusso (anche intellettuale); tra l’America provinciale dalle spalle sudate e  dai sani valori americani (famiglia, lavoro, bibbia)  e le élites effeminate, europeizzanti,  rovinate dal troppo studio. Ovviamente,  su queste tematiche, che risalgono al dibattito post-Indipendenza,  sul Federalismo, si sono innestati problemi congiunturali  (tasse e spesa pubblica, immigrazione clandestina). Sullo sfondo ideologico   -  si tratta di un tema  poco dibattuto nella campagna  elettorale e per nulla, di rimbalzo, in Italia -   resta però  la questione della libertà degli stati rispetto al potere federale. Ad esempio,  nella stessa tornata elettorale delle presidenziali,  in California e Massachusetts  si è liberalizzato  l’uso  di una droga leggera per scopi ricreativi e nel Nebraska  e Oklahoma si è reintrodotta la pena di morte. Nella stesso stato federale, insomma, si è liberi di operare scelte, dal punto di vista morale, anche politicamente estreme (detto per inciso, prima di parlare di dittatura del p.c.  negli Usa, si dovrebbe conoscere bene la realtà americana, che non è solo quella delle università di élite).  In Europa, per non parlare dell’Italia,  tutto questo sarebbe inconcepibile,  e per gli stessi populisti:  fortemente motivati da una concezione statolatrica della politica. Pertanto, sarà interessante scoprire, come Trump, che a nostro avviso, resta più che  un populista  un  paleo-conservatore (quindi “anche” un federalista/centralista), si comporterà in tema di libertà degli stati, difesa, trasversalmente e da sempre,  dalle incarnazioni populiste della politica americana. Ad esempio, la promessa abolizione ( o modificazione-trasformazione)  della  famigerata riforma sanitaria di Obama, potrebbe incontrare degli ostacoli, proprio sul piano degli stati (la questione dei finanziamenti pubblici promessi) e di riflesso  tra i senatori repubblicani al Senato.      
Un’altra sorpresa, per  i populisti europei, e per coloro che sognano un Trump italiano, potrebbe essere rappresentata dalle  politica estera ed economica. Trump è un uomo d’affari, conosce l’economia e i benefici del libero commercio. E soprattutto la natura parassitaria delle forme di protezionismo. Finora ha  parlato al tempo stesso di lavori pubblici e diminuzione delle tasse. Dovrà però scegliere. Tradotto:  Trump non è di certo  un anticapitalista.   
Inoltre, sempre perché è uomo d’affari, Trump  non può non credere nella forza della trattativa, anche sul piano internazionale, certo, sicuramente priva  -  molto  meglio così -  di quello spirito  universalista, tipico dei democratici e in particolare di Obama.  Tradotto: Trump è   tendenzialmente un realista.
Infine, rispetto ai molti populismi europei, capeggiati da  gente senza arte né parte, vissuta di politica o ai margini della politica, Trump  è un vero imprenditore, che si è  fatto da solo o quasi. In qualche misura potrebbe essere avvicinato a Berlusconi. In realtà,  il Cavaliere  -  al di là delle etichette affibbiategli dai suoi nemici -   non era un populista, ma un moderato, fin troppo politicamente ingenuo, che si è fatto mettere nel sacco.  Trump, pur non avendo anch’egli grande esperienza politica,  sembra di tempra più dura.  E potrebbe difendersi meglio. Molto però dipenderà dalla qualità e dal senso di responsabilità dei suoi oppositori nel tenere a bada, come dire,  i facinorosi, nelle piazze come nelle redazioni.  Discorso che dovrebbe valere anche per quei settori  repubblicani, politicamente influenti, che non hanno gradito il successo del magnate.  Ovviamente, visto che i processi di radicalizzazione politica sono a spirale, molto dipenderà anche dalla capacità dello stesso Trump  di ragionare con quella moderazione che deve distinguere il capo, piaccia o meno,  di una élite imperiale. E soprattutto dalla scelta di  validi consiglieri e collaboratori politici. Si possono pure criticare gli uomini dell'establishment, ma dell'establishment,  in quanto tale,  non si può fare a meno. Neppure un monarca assoluto ha mai governato da solo, figurarsi un  Presidente degli Stati Uniti.
Insomma, ammesso e non concesso  che  il populismo possa far vincere, non  basta per governare.     


               Carlo Gambescia                                   

mercoledì 9 novembre 2016

Stati Uniti, presidenziali 2016
La vittoria di Trump


Ha vinto Trump.  Cosa dire? Intanto, come oggi  si legge,   finisce  l' “’Era Obama”, inventata a tavolino intorno al presidente più mediatizzato della storia americana. E, se ci si perdona la caduta di stile, chi di mediatizzazione ferisce di mediatizzazione perisce.  Come spiega, per l’appunto l’ascesa vittoriosa di  un personaggio altrettanto  mediatizzato come Trump:  inaspettata, per coloro, che vivendo nel mondo dei sogni liberal,  parlavano  di “Era Obama”, magnificando quel che invece non andava magnificato. Come provano i fatti (elettorali)
Di Obama si può apprezzare solo il provvedimento salvabanche, che, a differenza di quel che sta accadendo in Europa, ha rimesso in piedi un sistema capace, in primis di restituire i soldi ricevuti, in secundis, di camminare con  le gambe proprie.  Ciò di cui non sono capaci le banche europee,  tuttora foraggiate dalla BCE.
Quel che sorprende è che Obama  (il voto è  contro Obama, piuttosto che contro Hillary Clinton, candidato debole),  perde,  pur  lasciando  una nazione in piena ripresa economica: le questioni  della deindustrializzazione e delle delocalizzazioni  non sono  nuove, e finora sono state solo uno dei temi, neppure tra i più significativi di varie tornate elettorali (dalla fine della presidenza Reagan).  I voti a Trump,  sono venuti, non tanto da un effettivo stato di malessere, ingigantito dai media europei (che invece dovrebbero guardare nel proprio orticello),  dal momento che l' economia americana  è in piena ripresa,  quanto dal timore  di perdere il benessere acquistato, timore ingigantito da due problemi reali, interni-esterni: terrorismo e immigrazione, problemi che riguardano  tutti gli americani, a prescindere dal colore delle pelle e dall’etnia di provenienza.  Questioni  sulle quali Obama si è mostrato poco risoluto e di corte vedute.  Come non gli ha giovato il progetto, pur timido (rispetto agli elefanti assistenziali europei), di riforma sanitaria, non apprezzato da oltre la metà degli americani, non abituati, per tradizione, a tendere la mano:  di regola, due statunitensi su tre,  alla domanda: "Cosa può fare lo stato per te?", rispondono:  "Niente, perché faccio da solo".
Il che spiega il doppio registro che ha fatto vincere Trump: liberismo all’interno e  protezionismo all’esterno. Posizione tipica della vecchia tradizione repubblicana, più vicina alle teorie del  tedesco List che ai liberoscambisti britannici.  Pertanto, guai a confondere  Trump con un populista europeo. Come si usa dire negli Stati Uniti,  Trump è un paleo-conservatore. Qualsiasi collegamento con Reagan (e i due Bush) è fuori luogo.
Ora, si deve scoprire come governerà Trump. Gli Stati Uniti non possono rinunciare al mercato mondiale né a svolgere un ruolo fondamentale in politica internazionale. E questa mattina i mercati non sembrano particolarmente entusiasti. C’è però  una logica politica più forte degli uomini e della stessa economia.  Si chiama logica imperiale: una  logica che ha forza propria,  anche quando gli  attori politici si impongano di rifiutarla.  Se l'Europa non è all'altezza, come sembra, possono esserlo altri. La geopolitica non ammette vuoti di potere. Ed  è compito dei presidenti statunitensi -  l'altra faccia dell'Occidente -   se  veramente  capaci,  assecondare tale logica. Altrimenti, il potere passerà di mano.  Pertanto, come scrivevamo ieri,  al nuovo presidente  occorrono la  spada e la retorica.   Obama ha mostrato  che  la  retorica non basta.   E Trump?    Qui  è  il problema.  Talvolta in democrazia,  non basta vincere le elezioni,  perché dopo,  si deve  saper governare.  Anche un impero. Volenti o nolenti.      

Carlo Gambescia                  

         

martedì 8 novembre 2016

Presidenziali Usa 2016
Prolegomeni  a una vittoria
di Hillary Clinton o di  Donald  Trump



Sulle presidenziali americane,  oggi  giunte al traguardo del voto,  i  mass media, si può dire mondiali, hanno per mesi e mesi recitato  un mantra: Stati Uniti mai così divisi; Donald Trump  imperfetto e impresentabile; Hillary Clinton,  imperfetta ma presentabile.
L'imperfezione fa parte della condizione umana, figurarsi quella politica. La presentabilità, invece, non rinvia alla moderna scienza delle comunicazioni,  che tutt’al più  amplifica, bensì al principe di Machiavelli che, per conquistare e mantenere il potere,  deve apparire, sembrare,  curare la  sua presentabilità per l’appunto, secondo il canone che si impone  al principe  virtuoso ( non in senso etico, ma politico).  Di qui, l’appello all’unità e al bene comune. Insomma, il  buon principe deve mostrarsi ecumenico e disposto ad ascoltare tutti: quindi attento a unire.  Anche se in realtà, come nota  Machiavelli,  in cuor suo si propone di “spegnere” tutti i nemici e chiunque intralci il suo cammino, con qualsiasi mezzo: quindi sempre pronto a dividere.   
Il principe deve essere un abile dissimulatore, cosa che Trump non è.  E chi non dissimula, divide, perciò deve essere pronto alla guerra (civile, in senso lato), spesso evocata a parole. Pertanto, per dirla con il Segretario fiorentino,  se un principato, viene preso con la forza, dividendo,   non può però essere mantenuto solo con la forza: di conseguenza il nuovo principe, deve togliersi la corazza,  per trasformarsi in abile dissimulatore e riunire il popolo, con la forza - questa volta -  della retorica e non con la minaccia di usare le maniere forti contro gli avversari.  A meno che, i tempi non impongano, l’uso della spada.  Tuttavia, dal momento che  c’è sempre un tempo per le armi e un tempo per la retorica, se il nuovo principe desidera conservare il potere,  prima o poi dovrà togliersi la corazza. Non si può essere in guerra permanente con tutti. Non si dura.
Ora, Hillary Clinton, sembra abile con la retorica, ma non con la spada, Donald Trump, con la spada ma non con la retorica.  Tuttavia, da sempre, per governare, sono necessarie l’una e l’altra. Inutile dire che retorica e spada, non riguardano la politica estera (o comunque non solo), bensì l'approccio generale alla politica.   Perciò, qual è la morale della storia? Che  comunque vadano le elezioni, al prossimo presidente mancherà sempre qualcosa. Sul piano interno come su quello esterno.
Carlo Gambescia               

lunedì 7 novembre 2016

Arma dei Carabinieri
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2016, lunedì 7 novembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stato effettuata in data 06/11/2016, ore 10.37, l’intercettazione di una conversazione telefonica intercorsa tra le utenze di Stato 333***, in dotazione a S.E. FINZI MATTIA, Presidente del Consiglio dei Ministri, e  347***, in dotazione a SENSINI FABIO, consulente per la comunicazione della Presidenza del Consiglio. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:
 [omissis]




SENSINI FABIO: “Ho ricevuto gli ultimi sondaggi, Mattia.”
S.E. FINZI MATTIA: “E…?”
SENSINI FABIO: “E allora andiamo male. Il NO è sempre in testa.”
S.E. FINZI MATTIA: “Sì, va be’. E le elezioni?”
SENSINI FABIO: “Che elezioni?!”
S.E. FINZI MATTIA: “Sveglia! Le elezioni americane!”
SENSINI FABIO: “Ah. Ho ricevuto i sondaggi anche per quelle.”
S.E. FINZI MATTIA: “Come va?”
SENSINI FABIO: “Va che non lo sa nessuno, Mattia. Dice che Hillary se vince, vince perché ha la macchina del partito che porta i vecchi a votare. Solo che…”
S.E. FINZI MATTIA: “…solo che?”
SENSINI FABIO: “Solo che i volontari sono quasi tutti ragazzi, molti stavano per Sanders e Hillary la odiano.”
[PAUSA]
S.E. FINZI MATTIA: “Tu lo sai che se perdiamo il referendum e Hillary non vince abbiamo i giorni contati, vero?”
SENSINI FABIO: “Be’, non è detto, ci sono…”
S.E. FINZI MATTIA: “Gli americani fanno così, Fabio. Chi vince ci mette i suoi. Noi poi ci siamo sbilanciati, abbiamo esagerato con Hillary…’Go Hillary’ in prima pagina sull’Unità, chi è stato il genio? Perché non mi ha chiesto niente nessuno?”
SENSINI FABIO: “Ma vuoi che ti chiediamo il permesso per tutto? E’ impossibile!”
S.E. FINZI MATTIA: “E adesso quell’altro, Gentilini…che mi fa il tifo per Hillary a reti unificate, che parla male di Trump…bel Ministro degli Esteri, e se vince quell’altro? Cosa gli diciamo a quello? Gli offriamo un trapianto di capelli?”
SENSINI FABIO: “Secondo me esageri, Mattia. Se anche vincesse Trump, sai che gatte da pelare ha? Neanche ci pensa a noi.”
S.E. FINZI MATTIA: “Infatti, Fabio, infatti: il punto è questo, che a noi non ci pensa. Senza gli americani dietro, cosa le dico alla Merkel? Quelli cominciano con le letterine della BCE, Fabio, mi fanno fare la fine di…”
SENSINI FABIO: “Ma no, ma no, Mattia. Avranno sempre bisogno di noi, gli americani.”
S.E. FINZI MATTIA: “Di noi chi?”
SENSINI FABIO: “Dell’Italia, avranno sempre bisogno dell’Italia.”
S.E. FINZI MATTIA: “E di me? Avranno sempre bisogno di me?”
SENSINI FABIO: “Sei il meglio che hanno, il meglio che c’è, Mattia. Lo sai tu, lo sanno loro.”
S.E. FINZI MATTIA [PAUSA]: “Dici?”
SENSINI FABIO: “Ma certo. [PAUSA] Stai sereno.”
S.E. FINZI MATTIA: “Come hai dettoooo?!”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

sabato 5 novembre 2016

Il Vaticano deplora Radio Maria e Padre Cavalcoli
Le lacrime della Madonna


Terremoto un castigo divino? Il problema è un altro,  sociologicamente parlando. Ci spieghiamo subito (*).  Padre Giovanni Cavalcoli  rischia di fare la fine di tutti  i profeti disarmati o peggio:  di coloro che non appartengano alla cordata vincente.  Naturalmente, chi scrive non crede che i terremoti siano castighi di Dio. O comunque sospende il giudizio.  E  già così difficile studiarli in termini scientifici, figurarsi teologici.     
Purtroppo, però,  nella fin troppo pronta reazione della chiesa ufficiale, scorgiamo un’altra cosa:  la logica del politburo, del dagli al dissidente. Materia in cui la Chiesa  - senza offesa per nessuno -  vanta una tradizione di tutto rispetto.  
La nota curiosa  -  ma non dal punto di vista sociologico -  è  che lo stesso alto  prelato, Angelo Becciu,  che parla dell' amore  e  della  misericordia di Dio,  accusa di paganesimo, e senza tanti complimenti,  il  padre Cavalcoli.  Il che, dietro il Portone di Bronzo,  prelude a ben altri provvedimenti… Anche contro Radio Maria, emittente, di una certa importanza,  che, quando si dice il caso,  sembra aver assunto una posizione -   discutibile o meno (il punto non è questo) -  non certo favorevole al populismo teologico-religioso della liberazione di papa Francesco.   Insomma,  altro che  le  lacrime della Madonna offesa,  evocate da  monsignor Becciu.   Qui sembra essere  in gioco ben altro.  La Chiesa misericordiosa,  le sue lacrime, via Maria,  sembra  riservarle solo per coloro che fanno parte della cordata al potere. Per gli allineati, insomma. Chiamasi logica amico-nemico. 
Cosa vogliamo dire? Che è la sociologia, bellezza… Le organizzazioni hanno una metrica precisa: come dire, per statuto organizzativo (proprio perché tali, insomma)  non possono non  imporre  l’ obbedienza al singolo, in base a valori che riflettono gli interessi organizzativi, storicamente variabili, di coloro che detengono le redini del potere.  Tradotto: per ora, padre Cavalcoli sta dalla parte dei perdenti. E quindi deve darsi una regolata. Ciò significa che Radio Maria rischia la purga, pardon, la normalizzazione.
Naturalmente, il singolo, poiché la Chiesa, come organizzazione, opera in una società libera (per nostra fortuna), può, come dire, votare con i piedi, e praticare, dopo la voice, l’exit.  Che nel caso riguardi più individui,  può trasformarsi in scissione o scisma (quando si tratta di un’organizzazione religiosa).  Certo, affrontando, un costo emotivo elevato.
Pertanto  -  modesto  consiglio -  la cordata oggi  al potere nella Chiesa dovrebbe valutare tale evenienza, o comunque tenerne conto (in termini di costi e benefici), interrogandosi  fin dove può   spingersi senza provocare fratture interne: lo scisma di cui sopra.  Probabilmente, però,  si ritiene che padre Cavalcoli  possa essere  “spento”, per dirla con Machiavelli, senza alcun danno per la Chiesa, e che, addirittura,  una punizione, potrebbe essere di monito per altri eventuali dissidenti.  Inoltre,  la Chiesa potrebbe tenere in non cale  possibili exit, sia individuali, sia di gruppo. Di qui, la linea dura,  di chi,  non teme di perdere, per così dire, a destra quel che guadagnerebbe a sinistra
Insomma, lacrime della Madonna o meno,  si tratta di  calcoli  politici legati a leggi sociologiche. Anzi, come ci piace dire, a regolarità metapolitiche...   

Carlo Gambescia                

venerdì 4 novembre 2016

Brexit, lo stop dell’Alta Corte britannica 
Il popolo regna,  ma non governa


Innanzitutto va notata la superficialità di come l’Ansa ha "confezionato" la notizia, eludendo il vero il nodo della questione (*).  Il conflitto  non  è  tra singole figure politiche ( la  signora May, la signora Miller),   oppure  tra istituzioni (il Parlamento, il Governo, l’Alta Corte),  bensì  tra Parlamento e popolo:  popolo che nelle democrazie è sovrano.  Di più,  ne rappresenta il criterio di legittimazione.  Dove non c’ è volontà popolare, si dice,  manca il fondamento  democratico. Il che è vero, anzi verissimo,  ma dovrebbe restare - proprio per il bene del popolo -  solo sulla carta.
In realtà, il  vero punto della questione è che non si doveva giungere fino a tal  punto, allo showdown istituzionale:  la corda della democrazia, peggio ancora se diretta,  non va mai  tirata fino al punto di forzare le cose e mettere così  in crisi  le istituzioni rappresentative.  A  meno che non vi sia qualche pericolo imminente  di  gruppi armati o annidati nelle istituzioni stesse,  quindi un  pericolo  chiaro  ed evidente per tutti, quindi  da reprimere con la forza a qualsiasi costo. Insomma, l’appello al popolo, anche se proclamato nelle carte (costituzionali), va sempre evitato.
Pertanto uno strumento come il referendum, capace di dividere piuttosto che unire, soprattutto  sulle questioni calde, andrebbe evitato, o meglio ancora aggirato. Dove esiste il pericolo di rotture che possano sfociare, anche lontanamente,  in guerra civile, i politici di maggioranza come opposizione devono mediare e trovare soluzioni, come dire, soft, che puntino alla stabilità delle istituzioni.  La democrazia, nella sua versione parlamentare, si regge sul compromesso, la democrazia tout court,  referendaria, sullo scontro. Pertanto, il buon politico, se saggio, dovrebbe riflettere non una ma  mille volte prima di andare al referendum. La regola aurea  è  sopire e troncare, troncare e sopire.
Probabilmente, i britannici, che hanno inventato la democrazia riusciranno a tirarsi fuori da guai  anche questa volta. Tuttavia ciò che preoccupa,  fenomeno oggi  comune a molte democrazie occidentali,  è l’uso da parte di alcuni politici del  ricorso al popolo - il cosiddetto populismo -  come vera e propria arma politica per conquistare il potere, anche a costo di distruggere l’equilibrio istituzionale, così faticosamente costruito. La democrazia rappresentativa  è una preziosa camera di compensazione e soprattutto di decantazione  degli istinti sociali più pericolosi.   Purtroppo, talvolta  per ambizione personali, talaltra per motivi  ideologici,  si preferisce  giocare  con il fuoco, ignorando che, come per il ruolo dei re, nelle  monarchie costituzionali, il popolo nelle democrazie rappresentative deve regnare, ma non governare. 
                                                                                                                           Carlo Gambescia                               

mercoledì 2 novembre 2016

La scomparsa di Tina Anselmi
L’Italia delle permanenti sovietiche



Al di là dei caduti per la Resistenza, si pensi solo all’eccidio delle Fosse Ardeatine, la Prima Repubblica  -  per non parlare della Seconda -  non ha avuto grandi figure pubbliche.  Ad esempio personaggi come Cavour, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele II ( di meno) sono da sempre lì, nell’immaginario  politico.  Dopo di essi,  il vuoto.  Oppure la retorica fascista o  catto-comunista della repubblica antifascista.  Antitotalitaria, no. Giammai. Perché si rischiava di spiacere ai comunisti italiani, che andavano e venivano dall’Unione Sovietica... Certo, gli altri andavano e venivano dagli Usa. Ma il mondo era diviso in due, e la nostra metà era quella libera. Non c'era partita insomma.
Ecco, Tina Anselmi,  apparteneva, come dire,  di nome e di fatto,  all’Italia delle permanenti sovietiche, nel senso delle  “acconciature”  fatte in casa e alla buona per pochi spiccioli, come prova la foto sopra, ma anche all’Italia  che non voleva dispiacere ai comunisti, o comunque, cosa più grave ancora, che si imponeva di contrastare il comunismo, inseguendo il Pci sul terreno della demagogia, predicando l’assistenzialismo e il  complottismo:  due strade, molto scivolose, sulle quali,  Tina Anselmi come  Ministro del Lavoro e Presidente della Commissione sulla Loggia  P2,  si lanciò  con la stesso piglio di quando faceva -  e meritoriamente - la staffetta in bicicletta per i partigiani.
Purtroppo,  quel  continuare a  ricorrere i comunisti, anche  quando la bicicletta non serviva più, contrariamente  a quanto auspicava il saggio  liberal-cattolico De Gasperi,  fu  come continuare il fascismo (come mentalità dello stato padrone e sospettoso) con altri mezzi, certo democratici, ma totalmente estranei alla civiltà liberale.  Augusto Del Noce docet.
Per queste ragioni non possiamo rimpiangere l’Italia delle permanenti sovietiche. E, politicamente parlando,  neppure Tina Anselmi. Che, comunque sia,  riposi in pace.


Carlo Gambescia