domenica 31 luglio 2016

L’intervista del Ministro della Difesa  Pinotti al  “Messaggero”
“Guai ai vincitori!”



Avete notato?  Gli stessi che negano  sia in atto una guerra di religione, dal Papa a Mattarella,  svilendone  il senso ideologico,  ne  dilatano  però  i confini geopolitici. A Roma si direbbe, "la buttano in caciara".  E per quale ragione? Da una parte per non tirare la volata a razzisti e fanatici cristiani. Il che è condivisibile. Dall'altra, ed è il motivo principale, per rendere problematico qualsiasi intervento militare. Il che non va bene, perché alla lunga (o alla corta, dal momento che tutto dipende dai tempi dell' escalation terroristica) si rischia di favorire il caos interno e quegli estremisti "bianchi", per così dire,  ai quali non si vuole giustamente spianare la strada.
Il termine più usato, anzi la parola magica,  è  guerra asimmetrica. Tradotto: molti nemici, nessun nemico. Al massimo, schizofrenici, disadattati, mafiosi mediorientali. Basta  un lavoro di Intelligence. Dopo di che un po' di prigione, tanta  terapia e  gruppi di  discussione, tipo gli alcolisti, pardon, i terroristi anonimi.  Oggi, addirittura,  in un’ intervista al Ministro della Difesa,  Marco Ventura, non contraddetto dalla Pinotti, adombra la tesi che in Medio Oriente  non conviene vincere sul terreno, perché poi sorgerebbe il problema dei foreign fighters di ritorno (*)…  Eccoli qui gli italiani con la chitarra in mano.    
Distruggerli  in loco, no? Non sia mai.  E  per quale ragione? Perché servirebbero truppe di terra. Come metterla con il partito delle vedove?   Si perderebbero voti…  Ma non sono professionisti i nostri militari?  Quindi sanno - anche a casa -  a ciò che vanno incontro quando il papà mette la firmetta e si prende la "diarietta"?  Sì, ma tengono famiglia ( mogli, figli, nonni) che votano:  ecco  il  nobile sentire  del politico medio italiano. Ovviamente, il Ministro Pinotti, non si esprime così, la prende alla larga:  magnifica il nostro ruolo di addestratori, la bravura  dei nostri  medici e infermieri militari nel curare le ferite degli altri,  le grandi capacità dell'Intelligence italiana, le future eroiche  battaglie su Internet a colpi di tweet. e foto...  E così via, al suono della chitarra...     
Dicevamo guerra asimmetrica: la grande scusa per non battersi sul terreno.  Ora, quel che poteva valere (fino a un certo punto però) con Al-Quaeda non può valere per Isis. Ed è lì che si deve colpire. Intervenendo in forze e stabilizzando. Ma anche in  Afghanistan e Iraq. A differenza dei pasticci combinati da Obama, che ha ritirato truppe, puntando, quando si dice il caso, sull'Intelligence antiterroristica; pretendendo di combattere sul quel fronte una guerra simmetrica con mezzi asimmetrici... E la Pinotti che fa?  Con la chitarra in mano, accompagna... 
Certo, una guerra simmetrica imporrebbe  un impegno straordinario,  che può durare anni,  perché va messa in conto la stabilizzazione successiva.  Però questo si deve  fare,  se si vuole colpire il nemico  al centro, al cuore, e di conseguenza, come  è scritto in ogni buon manuale di strategia militare,  indebolirlo in periferia, nelle nostre città. 
Invece, si trovano scuse... asimmetriche,  si problematizza la guerra,  perché non si vuole combattere, per ragioni politiche (paura  di perdere consenso) e ideologiche (pacifismo diffuso). Fino a toccare il fondo come nell'intervista  della  Pinotti:  siamo dinanzi al totale rovesciamento dei valori militari e strategici. E da parte del Ministro della Difesa.  Si cerca di  presentare  una vittoria sul terreno in Medio oriente come un fattore di destabilizzazione in Italia, Europa e Occidente.  Roba da pazzi.  Come dire, “Guai ai vincitori!”.
Carlo Gambescia       


sabato 30 luglio 2016

La riflessione sociologica
Se Dio non esiste neppure per Papa Francesco…



«“Dov’è Dio?” È la domanda retorica posta da Papa Francesco in apertura del suo discorso, tenuto al termine della Via Crucis con i giovani della Giornata mondiale della gioventù di Cracovia. “Dov’è Dio – ha detto il pontefice  – se nel mondo c’è il male, se ci sono uomini affamati, assetati, senzatetto, profughi, rifugiati? Dov’è Dio, quando persone innocenti muoiono a causa della violenza, del terrorismo, delle guerre? Dov’è Dio, quando malattie spietate rompono legami di vita e di affetto? O quando i bambini vengono sfruttati, umiliati, e anch’essi soffrono a causa di gravi patologie? Dov’è Dio, di fronte all’inquietudine dei dubbiosi e degli afflitti dell’anima?”.
“Esistono domande per le quali non ci sono risposte umane – ha continuato Bergoglio – Possiamo solo guardare a Gesù, e domandare a Lui. E la risposta di Gesù è questa: Dio è in loro, soffre in loro, profondamente identificato con ciascuno. Egli è così unito ad essi, quasi da formare un solo corpo”.»

Abbiamo ripreso  “le frasi forti” di Francesco  dal sito del “Fatto quotidiano”,  da sempre, laicamente,  molto attento a ogni dichiarazione del Papa.
Diciamo che la domanda che si pone Francesco, se la pongono da sempre  sia coloro che credono, quando sconvolti dai dubbi nei momenti di dolore, come attesta il Vecchio Testamento,  sia i non credenti, per così dire, militanti quando mettono in discussione l’esistenza di Dio.  Siamo perciò davanti al classico problema della spiegazione dell’esistenza del male nel  mondo. Della teodicea, per dirla in termini dotti. Quindi nulla di nuovo, teologicamente parlando.
Invece sotto il profilo sociologico, il fatto nuovo è rappresentato da un Papa che pubblicamente si interroga sul  pilastro (l’esistenza di Dio) sul quali si regge Chiesa-Istituzione.  Francesco mostra di provare gli stessi dubbi di tanti fedeli (e non),  invita  più a  convivere con le incertezze (che  a superarle),  sottolineando, come si legge,  l’impossibilità di risposte umane e l'importanza  evocatrice del Cristo sofferente, figura  centrale di una teologia della divinizzazione del povero. Ovviamente,  non entriamo nel merito della questione teologica. Non siamo competenti.    
Però da studiosi di cose sociali sappiamo che il dubbio  ha  un enorme  forza dissolutiva nei riguardi dei regimi politici e sociali.  Potere che  cresce  in relazione, come dire,  alla capacità di assorbimento del dubbio da parte delle strutture organizzative.  In un regime  democratico  il dubbio  è la norma, e di riflesso  esistono meccanismi capaci di gestirlo (mass media, pubblica opinione, parlamenti), in quello aristocratico, in linea di principio, viene invece guardato con sospetto e di conseguenza, sul piano organizzativo, le capacità di assorbimento sono ridotte. Va comunque sottolineato, che in qualsiasi forma istituzionale, quando si rinuncia all’uso repressivo  della forza, il dubbio, al di là della retorica ufficiale, viene alla fin fine dibattuto in segreto  tra le élites dirigenti, lontano dai fragori e dalle emozioni collettive,  proprio per trovare soluzioni organizzative,  razionali,  plausibili  e compatibili con il contesto istituzionale. E uno dei meriti della Chiesa Cattolica, regime politicamente e sociologicamente aristocratico, è  quello di aver saputo gestire per secoli  la sfida del dubbio, come dire, biblico, puntando su risposte assolute e istituzionalmente coerenti,  senza  rinunciare talvolta a forme di compromesso, tuttavia mai fino al punto di mettere in pericolo la coerenza della sua struttura istituzionale: siamo dinanzi a un grande esempio di razionalità decisionale, come dire, interna, ossia perfettamente rapportata, in termini di relazione mezzi-fini,  ai propri valori organizzativi. Questo però è accaduto  fino all’arrivo delle cosiddette correnti moderniste, imbevute di cultura democratica  e quindi piene di dubbi sistematici o meno.  Sicché la Chiesa, istituzione  gerarchica e dogmatica, si è trovata, per ragioni che qui sarebbe lungo e controverso indagare, a dover introdurre  al suo interno un principio di tipo  democratico e antidogmatico, quello del dubbio. E l’affermazione,  tra l’altro pubblica, di Francesco, che è lecito dubitare dell’esistenza di Dio e addirittura convivervi,  conferma  che la Chiesa persevera. 
È  un male? Un bene? Difficile dire, dal momento che la risposta  varia in base alla visione “politica” che si avrà in merito alle dinamiche trasformative  della Chiesa-Istituzione.  Per un modernista tutto ciò è bene, per un tradizionalista invece è male.  E per il sociologo? Diciamo che siamo davanti a un processo di riorganizzazione socio-cognitiva sulla base di nuovi valori di tipo democratico. Pertanto quanto più la Chiesa accetterà  la logica del dubbio  tanto più minerà  i suoi  principi organizzativi, aristocratici e dogmatici. E questo è un “fatto sociologico”, “duro”.  Che ognuno di noi può interpretare  come (politicamente) desidera.   
Carlo Gambescia
       


venerdì 29 luglio 2016

Gli italiani e il terrorismo  jihadista,  un  recente sondaggio
La propensione alla normalità, basterà?



Secondo un recente sondaggio (*)  per il 66,5 %  degli intervistati  l’Italia è  a medio rischio attentati, mentre per il 27,2 % ad alto (solo per il 6,3 % invece il  rischio invece è  zero).  Il 54,3 ha paura di attentati, il 45,7% no. Sulle motivazioni  del terrorismo,  il 32 % degli intervistati individua la causa nell’intervento dei paesi occidentali in Siria e Iraq, il 30,3 % ritiene invece che le cause siano religiose, per il 23,6 % i terroristi sono semplicemente dei folli, per il 10,2 % la mancanza di integrazione, per il 3,9 % la povertà.  Infine, nonostante il pericolo di attentati l’82,9 % degli intervistati non muterà il piano vacanze.
Come interpretare questi dati? Il sociologo dispone di  una  scala delle  reazioni comportamentali ai pericoli sociali.  Vediamola insieme.
Fase 1: si tende a rimuovere il pericolo (“Inutile allarmismo”), gli attori sociali, come è  noto in letteratura, sono "affamati" di normalità;  Fase 2:  prevale la logica dei grandi numeri ( “Massì, bastano maggiori misure di prevenzione e poi non è detto che tocchi a me”); Fase 3: ci si comincia a dividere in “fatalisti” (“Accada quel che deve accadere”) e timorosi (“Oggi potrei non tornare a casa…”); Fase 4:  i timorosi, sempre  più vittime della paura si fanno maggioranza, e  chiedono misure, anche drastiche, pur di tornare alla normalità (“Basta! Abbiamo paura! Difendeteci, a ogni costo!”); Fase 5:  la paura dilaga, e nascono  gruppi di autodifesa (“Lo Stato non ci difende faremo da soli”): il grido più diffuso, sintetizzando il concetto, diviene "Normalità! Normalità!";  Fase 6: in base agli sviluppi, o si  torna la normalità, quindi all'inizio del ciclo, o si vive nell'annichilimento sociale, inebetiti, aggirandosi tra le macerie, come dopo un bombardamento aereo.    
Come  ben  evidenziano le risposte sulle vacanze e sul medio rischio, l’Italia  è nelle fasi 2-3, con punte sommerse addirittura nella fase 1:  diciamo  che ci si divide  tra   “ calma ostentata,   grandi numeri e fatalismo”, cui però  va ad aggiungersi, qualificando meglio il tutto,  il “mea culpa”.  Come prova  la  visione  auto-colpevolizzante degli intervistati  sulle   cause  del terrorismo: per quasi per il 70 %   i terroristi sono  folli o vittime dell’Occidente - sintetizzando -  invasore, razzista e capitalista. Inoltre, l’accento sulla pazzia, indica l' incapacità collettiva di “pensare la guerra” in modo realistico. Che invece  viene  “pensata” come un fenomeno patologico, secondo canoni psichiatrici dalle fortissime inflessioni etiche.  E  non per ciò che  realmente è: un fenomeno di natura sociologica e polemologica.  Si tratta di un atteggiamento irenico (addirittura "irenologico"), purtroppo,  non solo italiano.  
Naturalmente, sono reazioni  che possono  mutare in relazione all’intensità scalare dei possibili attentati e alla capacità reattive delle istituzioni. Diciamo che per ora, probabilmente perché l’Italia non ha  ancora subito attentati sul  suo  territorio, si continua a vivere come sempre, o quasi.
Su questa “propensione alla normalità”,  ovviamente si possono dare giudizi, anche politici, diversi.  Il punto è,  se potrà bastare da sola a contrastare il terrorismo. E, soprattutto, se resisterà a una sua escalation.  

Carlo Gambescia                                 

giovedì 28 luglio 2016

Islam. Le parole di Papa Francesco durante il volo verso Cracovia

 “Non è una guerra di religione”



Prima  di tentare qualsiasi analisi riteniamo corretto, anche per favorire la comprensione del nostro scritto,  riportare le parole di Francesco:


«Il Papa è atterrato a Cracovia per l'incontro con i giovani di tutto il mondo per la trentunesima giornata mondiale della gioventù. Durante il volo ha parlato con i cronisti e ha sottolineato che quella in corso con i terroristi "non è una guerra di religione", ma è piuttosto una "guerra di interessi, per i soldi, per le risorse naturali, per il dominio dei popoli. Tutte le religioni vogliono la pace, capito?". Nella prima parte del suo discorso, interpellato su come viva l'assassinio di ieri di padre Hamal intraprendendo questo viaggio, il Papa aveva precisato: "(…) La vera parola è guerra. Il mondo è in guerra a pezzi: c'è stata la guerra del 1914 con i suoi metodi, poi la guerra del '39-'45, l'altra grande guerra nel mondo, e adesso c'è questa. Non è tanto organica forse, organizzata sì non organica, dico, ma è guerra. Questo santo sacerdote è morto proprio nel momento in cui offriva la preghiera per la chiesa, ma quanti, quanti cristiani, quanti di questi innocenti, quanti bambini vengono uccisi. Pensiamo alla Nigeria - ha esortato - 'ma quella è l'Africa', ma è guerra, non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra perché ha perso la pace". »

 

Che dire?   Per un verso,  non è male che il Papa  non prenda posizione in favore di una “Crociata”,   ossia di una guerra religiosa contro l’Islam nel suo complesso,    per l’altro, negare che  il conflitto  in atto non sia  una guerra di religione  (quantomeno di una parte dell’Islam) contro il cristianesimo è falso.  Infine aggiungere che quella  in corso  è una “guerra a pezzi”  e per le risorse eccetera,  significa  strizzare l’occhio: 1) a quei teorici (dell' impotenza politica) che si sono inventati l’idea di guerra asimmetrica ("guerra a pezzi" ne è sinonimo...) per rinviare all’infinito la guerra simmetrica; 2) agli anticapitalisti, agli  antioccidentali, agli  antiamericani di tutti i colori politici  e seguaci di un pacifismo teso a disarmare l’Occidente.  

Le parole di Francesco  hanno scontentato i tradizionalisti cattolici che vorrebbero una crociata subito  e quei  laici, pensiamo al “Foglio”, che continuano a scorgere nella religione  un instrumentum regni in grado di cementare  masse cattoliche che, in realtà,  non esistono se non in veste ludico-religiosa, del tutto inoffensiva. Mentre sono sicuramente piaciute ai nemici dell’Occidente che scorgono nel Papa un compagno di strada.  Quanto all’impatto sull’Islam, difficile dire:  di sicuro però, sono parole che non fermeranno l' offensiva jidhaista.

Dicevamo che  non è male che il Papa  non evochi mirabolanti Crociate.  E  per  almeno una ragione fondamentale: perché al grido di “Dio lo vuole”  si rischia di alimentare quella spirale dell’odio sociale,  che anche se raccolta da sparuti gruppi  di estremisti cristiani,  può condurre alla guerra civile.  Come?  Grazie a  una crescente emulazione sociale,  dettata dall’insicurezza.  Soprattutto, come sta accadendo,  quando  i tempi della   reazione militare  dell’Occidente (e in particolare dell’Europa)  non collimano con i ritmi più rapidi della paura sociale. Di conseguenza, se ci passa l’espressione, “pompare” odio nella  “macchina sociale”, senza essere in grado  di garantire, all’interno,  la sicurezza dei cittadini e  di  conferire  uno sbocco militare esterno alla crisi interna, significa  creare un vuoto temporale, semplificando,  tra il dire e il fare. Un vuoto che rischia di  essere presto  colmato  da forme  armate di auto-organizzazione e autodifesa sociale: il "cittadino (hobbesiano) fai da te" ( e non è una battuta). Detto altrimenti: parlare a vanvera  di Crociate significa favorire la guerra civile. A rigore,  ammessa e non concessa la bontà del fanatismo religioso, i tempi interni ed esterni della  "Crociata", una volta evocata,  dovrebbero collimare.
Concludendo, l’Occidente avrebbe la tecnologia, il freddo acciaio della ragione,  gli armamenti, anche non convenzionali,  e  le forze  militari professionali più che sufficienti,  per intervenire, dove possibile, e imporsi con una grande vittoria. Impartendo al nemico  una di quelle  lezioni che non si dimenticano facilmente.  Per  poi rivalersi della vittoria - “signori avete perso non c’è più scampo, non cresce più un filo d’erba…” - sul piano interno, grazie all' orgoglio ritrovato,  praticando, dopo la repressione,  la classica  politica del bastone e della carota.  Parole dure? Certo, ma le guerre non si combattono e vincono con le infiorate e le processioni.
Ovviamente, il tutto non può essere indolore. Ma questo è ciò che va fatto.  Ci si chiederà: dov’è  la classe politica degna di questo  compito?  Vero, per ora, all’orizzonte non si scorge.  Però talvolta  la paura di perdere potere può provocare miracoli...   Infine, ribadiamo, introdurre motivazioni religiose può allontanare e non facilitare la “soluzione” del problema. Il popolo, i cittadini, li si chiami come si preferisce -  semplificando -  vanno rassicurati e messi nelle condizioni di continuare la vita di sempre.   Gli uomini sono pericolosi, guai a scatenarne  la natura animale. Quindi l'idea della normalità diffusa è giusta, ma senza misure militari immediate rischia di trasformarsi in boomerang per cittadini e politici.
Servono però alcune cose:  la spietata lucidità degli alti comandi, la tenacia e la perizia di militari professionisti e  la lama d’ acciaio della tecnologia occidentale. Ripetiamo, questo è ciò che deve essere fatto. Quanto più si aspetta a intervenire, tanto più crescono le divisioni interne e tanto  più il disimpegno del Papa  rischia di  trasformarsi in atout per il nemico.

Carlo Gambescia


mercoledì 27 luglio 2016

La soglia della guerra civile
Quando si raggiunge?



I danni del pacifismo
Pacifismo, socialismo e umanitarismo non possono capire il concetto di guerra, figurasi quello di soglia della guerra civile.  Per quale ragione?  Perché se  non comprendono l’idea di guerra esterna, tra cittadini di stati diversi, ridotta a momento patologico della socialità  come possono, i pacifisti  di qualsiasi colore,  capire   quello  di  guerra civile  interna?   Tra cittadini dello stesso stato,  di regola liquidata come  una specie  patologia collettiva al quadrato?
Ciò significa che, nei casi pratici, le guerre esterne sono considerate come operazioni di polizia dai risvolti giudiziari e psichiatrici, mentre le guerre interne, nel manuale del buon pacifista, non sono neppure indicizzate.  Siamo dinanzi a una visione dell’uomo come essere plasmabile  grazie alla quasi miracolosa e crescente modificazione delle sue condizioni materiali e culturali: istruzione, educazione, lavoro sarebbero le tre  chiavi per costruire  un mondo privo di guerre interne ed esterne.  Il possesso di una   cultura  e di  un reddito  preserverebbero il mondo dai conflitti.  Che ci vuole?  

Le costanti del politico
Inutile dire, come tale  posizione sia estranea alla realtà politica, contraddistinta dalle costanti del politico,  secondo le quali   -  regolarità numero 1 -    è il nemico a indicarti come tale. E  per una serie di ragioni materiali e immateriali, sempre risorgenti, dal momento che le risorse  sono scarse e la socialità umana conflittuale.  Due dati immodificabili. E' così difficile capirlo? Sembra di sì,  perché pacifisti,  socialisti, umanitaristi invece li ritengono - i dati -  manipolabili a loro piacimento.
Il che però  spiega perché  l’Occidente irenista -  "buonista", per dirla giornalisticamente -    finora non sia riuscito a difendersi adeguatamente dall’attacco jihadista.  E soprattutto perché in Europa si continui a ignorare il rischio di una guerra civile tra fanatici religiosi dei due schieramenti. Si spera nelle operazioni di polizia, nelle "conquiste" della psichiatria, della pedagogia eccetera,  e nel fatto che prima o poi l’avversario si stanchi e finalmente capisca la nostra buona disposizione alla pace. Insomma, e vissero tutti felici e contenti.

La soglia della guerra civile
Esiste una soglia sociologica della guerra civile? Sul piano quantitativo non esiste una soglia precisa. Per fare alcuni esempi novecenteschi (Spagna 1936, Russia 1917), la soglia era  nell’ordine delle decine di omicidi politici  giornalieri, affiancati dal collasso e dalla  divisione in opposte  fazioni  di polizia ed esercito; dalla diffusione delle armi tra i civili (mitragliatrici, bombe a mano, fucili, pistole, esplosivi);  dalla violenza delle campagne giornalistiche, i cui titoli evocavano l’eliminazione fisica di questo o quell’avversario politico.
Probabilmente, in Francia (e in Europa), nonostante al presenza di numerose  comunità  islamiche e di gruppi razzisti,  la soglia non è stata ancora raggiunta.  Una parte è in armi, ma limitatamente ("sorvolando" sulla ferocia degli atti terroristici compiuti...).  E l'altra, parliamo sempre dei civili, per reazione, non si è ancora armata. Per ora lo  stato, seppure imperfettamente, veglia.  Pertanto,  si potrebbe  ancora intervenire, per evitare che la situazione degeneri, con drastiche misure repressive, dove e quando necessario. Come abbiamo scritto ieri, suggeriamo  il passaggio dei poteri alle autorità militari, costringendo - e questo sarebbe uno degli effetti di ricaduta - le varie correnti (moderate ed estremiste), interne alle comunità islamiche,  a uscire allo scoperto. Come dire, o con noi o contro di noi...

Il mito della prevenzione culturale ed economica
Ciò che va assolutamente evitato è lo sperare che le cose si risolvano da sole  persuadendo  il nemico jihadista delle nostre buone intenzioni. E soprattutto confidare nella "socialdemocratizzazione" del problema,  ossia  nel fatto  che la radicalizzazione possa essere contrastata  attraverso crescenti investimenti culturali ed economici.
Ora, per il primo punto, è fatto acclarato,  che il nemico ci odia solo perché esistiamo. Quindi possiamo porgere l’altra guancia quanto vogliamo, ma il nemico jihadista continuerà a colpire duro e seminare terrore, soprattutto nel breve periodo.  
Quanto al secondo punto, ammesso e non concesso che la vulgata socialdemocratica abbia ragione, gli investimenti educativi e lavorativi richiedono cifre colossali, subito, mentre  gli eventuali esiti degli investimenti economico-sociali  andrebbero a spalmarsi  sul lungo periodo, se non lunghissimo. Perciò esiste una frattura temporale che non può essere ignorata  tra la necessità di reprimere militarmente (oggi) il terrorismo  e la prevenzione  economico-sociale (domani). 
Un'ultima  notazione.  L’opera di prevenzione, comunque sia,  influirebbe sulle condizioni di partenza, come del resto già avviene,  e non su quelle di arrivo.  Ciò  significa che una minoranza di scontenti e falliti  capace di arruolare deboli e invidiosi  in nome di una ideologia anti-sistemica ( di tipo religioso o altro) esisterà sempre.  
Compito del buon governante, come afferma Jerónimo Molina,   è quello di "immaginare il disastro" e contrastare, quando si presenta,  la pericolosità dei politicamente devianti, evitando soprattutto che il fuoco possa estendersi ad altre frange sociali  e infine all’intera società.  Parliamo di un incendio, dalle proporzioni colossali,  che si chiama guerra civile.

Carlo Gambescia


martedì 26 luglio 2016

Francia, sacerdote sgozzato. L’Isis rivendica l’assassinio
Il pericolo della guerra civile




La tragica notizia del parroco sgozzato nella sua chiesa  non sarà l’ultima.  Non ci sono più parole. Ma che pensare di questo?

Uno dei due assalitori aveva scontato un anno di prigione ed era stato liberato il 22 marzo: è quanto riferiscono fonti giudiziarie citate da I-Télé. Nel 2015 cercò di arruolarsi nella jihad in Siria ma venne bloccato alla frontiera turca. All'uscita di prigione, il 22 marzo, era stato posto in libertà vigilata con il braccialetto elettronico. Poteva uscire di casa ogni giorni dalle 8:30 alle 12:30.

Non solo. E di questo?    

L' Europol mette in guardia su centinaia di potenziali terroristi in Europa che costituiscono un pericolo per la sicurezza. Lo scrive la Neue Osnabruecker Zeitung che ha interpellato i funzionari dell'agenzia Ue, secondo cui dei circa 5.000 jihadisti rientrati dai campi di combattimento di Siria e Iraq, tra 1.500 e 1.800 sono tornati in Europa.("Molti di loro non hanno voglia né capacità di compiere attentati - hanno riferito i funzionari dell'Europol - ma restano centinaia di potenziali terroristi che costituiscono un pericolo per la sicurezza in Europa". 

Le due notizie sono pubblicate sulla  Home page del sito Ansa, una accanto all’altra.   E indicano due cose.
La prima  è  che contro  il terrorismo jihadista, sul piano interno, servono misure radicali, codice militare di guerra con tutto quel  che implica (a monte) il passaggio dei poteri dai civili ai militari.  Pugno di ferro. 
La seconda è che la stampa deve assolutamente evitare di divulgare notizie come quelle  diffuse dalle Nue.  E soprattutto, cosa più importante,  le forze di polizia, a qualsiasi livello (europeo e nazionale), devono assolutamente evitare  di comunicare informazioni ai mass media, come dire, ad alto tasso emotivo.
Certo, ora il danno è fatto. Possibile che non si sia ancora capito che siamo in guerra?  Quindi tribunali militari, intervento, anche in chiave formale,  dell'esercito e  giornalismo "embedded" .  
Hollande e Valls ne saranno capaci?  La storiella che la Francia (ma anche noi tutti...) deve continuare a vivere come prima eccetera, eccetera, perché la civiltà e la  democrazia lo impongono,  rischia di provocare solo rovine. E spieghiamo perché:  quando i cittadini, terrorizzati,  si accorgeranno  - e siamo ancora in tempo per evitarlo -   che lo stato non è più grado di difenderli,  si auto-organizzeranno o si rivolgeranno a gruppi di razzisti  e  fanatici religiosi armati, incaricandoli della difesa. E sarà guerra civile tra due fanatismi,  Hobbes docet.
Qui si tratta  di scegliere il male minore. E il male minore è usare,  da subito, il pugno di ferro, per evitare il male peggiore, ossia che la situazione  sfugga di mano alle autorità civili e che  la nostra società si disintegri sotto i colpi del terrorismo jihadista .


Carlo Gambescia    
Gli Stati Uniti e l’Europa
C’è chi spera  nell’ombrello americano



E se Trump vincesse?  E se, di conseguenza,  gli Stati Uniti  si isolassero? E se, di riflesso,  si giungesse allo scioglimento della Nato?
Tre possibilità: 1) Stallo, in attesa degli eventi, con avvitamento della situazione  politico-militare, interna ed esterna; 2) Nuova Nato “europea”, ma militarmente più debole; 3) Sostituzione dell’alleato americano con quello russo, inferiore però, sul piano militare e probabilmente economico.
La nuova Nato e  il rovesciamento dell’alleanze  richiederebbero comunque tempo sotto il profilo organizzativo. C'è chi dice molti mesi, chi anni. Il tutto con il nemico che incombe. Inoltre la scelta pro-Putin  verrebbe  interpretata dagli  Usa, rispetto alla neutralità, come un atto  di ostilità .  L’Europa si troverebbe così  a fronteggiare  nello stesso tempo  il nemico  jihadista  e l’avversario  americano ("avversario" nel senso di non essere nemico, ma neppure amico).
Naturalmente, non è detto che tutto ciò possa accadere ( o meglio precipitare)   nei prossimi quattro anni (2017-2011): sulla velocità dei tempi storici - le dinamiche di avvitamento delle situazioni -   è difficile fare previsioni. Così come non va considerata scontata  la vittoria di  Trump.  E' cosa nota che dal punto di vista della continuità di alleanza tra Europa-Stati Uniti, sarebbe  preferibile una vittoria di Hillary Clinton,  dalle idee più moderate e  non isolazioniste. Vedremo, insomma. 
C'è però un problema:  un' Europa, al momento politicamente e militarmente paralizzata,  avrebbe  necessità di un alleato forte capace di assumere  la guida di una  coalizione militare Nato (sotto egida Onu o meno ), capace di distruggere, seguendo la logica spietata della deterrenza,  il nemico jihadista dovunque si trovi.  Una guida che sia di sprone all’Europa come fu con i due Bush.  Sotto questo profilo, né Trump (isolazionista), né la Clinton  (internazionalista ma opportunista), né Putin (seduto su una polveriera politica, economica e sociale)  rispondono a tali caratteristiche.
Tuttavia, temiamo che nei circoli politici  europei, particolarmente in  Francia, Italia, Spagna  si confidi troppo sul fatto  che se in futuro la situazione europea (e americana) dovesse precipitare ( caos interno, resistenza esterna nell’area medio-orientale e insorgenza di nuovi importanti focolai jihadisti nell’Islam non arabo), gli Stati Uniti non potranno non intervenire,  a prescindere dal Presidente in carica, perché, come dire,  risucchiati dagli eventi.  Si tratta di una ipotesi "forza del destino" ("manifesto" per gli americani?), fondata a posteriori sui due precedenti interventi Usa nelle guerre mondiali. Una riedizione postmoderna,  ad uso delle flaccide socialdemocrazie europee, del famigerato ombrello (militare) americano. Sul quale però, non sembra contare al Germania che guarda a Est, o che comunque, confida di farcela da sola.  In qualche misura come  la Gran Bretagna del Brexit.
Certo, basare la politica europea dei prossimi anni, sull'ipotesi dello scontato peggioramento militare delle cose e  sul conseguente fascino vintage di  un’identità storica  (jihadismo uguale hitlerismo),  non  rappresenta  il massimo della serietà e della preveggenza politica. Può darsi che gli americani "abbocchino", ma può darsi pure di no. La forza del destino, talvolta  necessità di cavalli (e cavalieri) giusti. Fermo restando che non è  sinonimo di prudenza politica neppure l’idea del "si salvi chi può!", sposata da populisti, neo-fascisti, neo-comunisti,  su cui l’Italia, militarmente inesistente,  non può assolutamente puntare. Una volta soli, ci tramuteremmo, in breve tempo (e non scherziamo), nel primo califfato islamico in terra europea, con un visir  italiano (anche qui non scherziamo), magari dai trascorsi politici "sovranisti",  improvvisamente convertitosi all'Islam.  
Del resto - pensiamo all’Europa -  dove la ragione si ferma, avanza la volontà. Tuttavia, quando  latita anche la volontà? E nessuno più riesce (o ritiene di non riuscire)  a controllare gli eventi?   La parola è brutta e non ci piace, ma non resta che la sottomissione al nemico,  o la speranza, appunto, che ci salvino gli altri.  Che malinconia.   

Carlo Gambescia