giovedì 17 marzo 2016

Primarie repubblicane
Il mistero Trump



A leggere la stampa liberal,  se Donald  Trump ottenesse la  nomination repubblicana, per Hillary Clinton sarebbe vittoria facile.  Cosa pensare?  Che  negli Stati Uniti   i giornalisti  embedded  nella armata progressista  ritengono  che  l’avversario dell’ ex First Lady  sarà  il tycoon newyorkese. Dopo averlo, nell'ordine,  irriso e demonizzato, ora  che potrebbe vincere le primarie del suo partito, Trump, viene piombato come perdente annunciato. Insomma, siamo dinanzi a un’altra forma di esorcizzazione: forse l’arma finale, anzi totale. In perfetta linea con  il vecchio teorema di  William I. Thomas, sociologo della scuola di Chicago, tombeur de femmes e amante del charleston:  se gli uomini - scriveva -  giudicano  un fenomeno reale, allora il fenomeno, anche se irreale, avrà conseguenza reali. Per farla breve:  se Trump (fenomeno irreale), rischia (per i progressisti) di ottenere la nomination (conseguenze reali), allora bisogna rilanciare dichiarando che, se sarà così, sicuramente Trump perderà. Insomma, meglio portarsi il lavoro a casa... In fondo, si tratta solo di un altro anello al cianuro  della venefica spirale mediatica che da mesi avvolge Trumplandia.  Un assedio comunicativo che però potrebbe  provocare  l’effetto opposto. Quale? Quello del cane sciolto (Trump)  azzannato dal branco ( il mainstream politico-giornalistico). E perciò, per reazione (popolare), spalancargli  le porte della Casa Bianca, come un Grinta reloaded.
Chi è Donald Trump? Un  uomo ricchissimo, morso dall’ambizione politica (per i suoi sostenitori un vero patriota americano), che dice cose politicamente scorrettissime su immigrati clandestini ( o meno), musulmani, giornalisti, politici di professione (con Barack Obama in cima alla lista). Sciabolate che piacciono tanto alla pancia delle varie “belt” americane, più o meno impoverite (o viziate) e perciò  arrabbiate  con  l’establishment democratico-repubblicano.  Trump è privo di qualsiasi esperienza politica,  ma è un ottimo venditore, conosce il mezzo televisivo (in Italia, purtroppo,  ne sappiamo qualcosa), delega poco,  preferisce circondarsi di bravi esecutori, più o meno: ad esempio Sarah Palin,  impegnata come Trump nel "Building America's Future" (1), tuttora massacrata dai media liberal e retrocessa a sfigata,  fa campagna per lui. Auguri.
Trump, inoltre, ha scritto sedici libri,  dove si inneggia al Self made man e all' American dream. Roba da Camere di Commercio:  una mentalità produttivista sulla quale il Sundance Film Festival (dopo Hollywood), getta palate di merda, con regolarità  astronomica.  Materiale fecale,  con altrettanta regolarità,  respinti da Trump al mittente in confezione termica.
Pertanto è difficilissimo rispondere  su cosa combinerebbe  se diventasse Presidente degli Stati Uniti, uno che  piace alla gente che non piace. Quando si  visita il suo sito personale (2), si resta stupiti dalla quantità di iniziative economiche realizzate, descritte nei dettagli.  Per contro, appena si apre la pagina del sito politico (3), si rimane colpiti dalla genericità del messaggio: quel “Make America Great Again!”, che vuol dire tutto e niente. Perfino la cantante Madonna aveva una sua teoria in materia. Dubbi che  il suo ultimo libro,  un piccolo classico dell’antipolitica  non dissolve:  Crippled America: How to Make America Great Again  (2015). Aridanga.  
Sintetizzando, Trump è  liberista in economia; cauto sulle questioni etiche e religiose; duro con criminalità, immigrati clandestini (o meno), terrorismo interno ed esterno; favorevole  al diritto di portare le armi;  incerto -  così pare -  sulle grandi questioni di politica estera. In Europa - lasciando stare i liberal americani che riservano il titolo di fascista al genitore che chiede ai figli di non fare tardi la sera -   si paragona il tycoon newyorkese  a leader come Marine Le Pen. Forse nel linguaggio, meno nelle idee.  Trump, per ora solo a  parole,  rifiuta il compromesso politico e, come gli viene rimproverato persino da Obama, tramuta gli errori degli  interlocutori politici in tradimenti, trasformando l'avversario in nemico. Julien Freund non sarebbe d'accordo (con Obama). E probabilmente neppure Marine Le Pen, politicamente più duttile.  Trump  non è neppure populista piagnone come Grillo, ma nemmeno  in base  alla più virile  tradizione americana della croce d'oro alla quale i ricchi dell'Est, secondo la leggenda populista,  avrebbero prima o poi  inchiodato i poveri farmer e cowboy difensori  del dollaro d'argento.  Quanto al suo presunto razzismo, probabilmente interpreta quel timore diffuso  di  Main Street per neri, poveri, vagabondi e falliti di ogni genere. Il che non  è moralmente bello, ma sembra altrettanto eccessivo parlare di ritorno in pompa magna del KKK. Diciamo che Trump è mediamente razzista come la maggior parte degli americani di pelle bianca. Quando di sera, rientrando a casa si  scorgono due neri in fermi in automobile, sette americani su dieci li scambiano per rapinatori e stupratori. E chiamano subito la polizia. Che si comporta di conseguenza. La sociologia  Usa sulla cosa  ha costruito  la teoria della devianza come frutto avvelenato del "labelling" sociale.  Ripetiamo,  non è bello ma è così. E' l'America, bellezza.     
Concludendo, all’uomo d’affari, sicuramente abilissimo, per ora, si affianca un politico dal piglio duro ma  dai tratti incerti,  sulle cui reali  capacità è difficile rispondere.  Tuttavia, sull’onda dei consensi di un americano medio inquieto e scontento delle cucchiaiate di  melassa ammannite da "Obama il Grande" (4) , Trump potrebbe ottenere la nomination repubblicana, e  grazie alla sue capacità comunicative, vincere ai punti un’incandescente battaglia elettorale con Hillary Clinton (che sembra avere sull'altro fronte la candidatura in pugno).    
Solo allora si potrà  sciogliere il mistero Trump.  Detto altrimenti:  per scoprire che cosa si nasconde sotto quell'ormai  mitico  ciuffo di capelli rossi,  gli americani dovranno votarlo. Non c’è altra via.    

Carlo Gambescia



(4) Così recita  il titolo del libro, appena uscito,  di Massimo Teodori  sul Presidente americano (Marsilio). Mah...    

mercoledì 16 marzo 2016

La riflessione
Il Web 
e  i  livelli di comprensione del discorso




Sul web esistono  quattro diversi livelli di comprensione del discorso ( e  di reazione, ovviamente).
Il primo è quello terra terra  del parlare come si mangia: si reagisce senza pensare, sulla base di esperienze personali, senza valutare la statura intellettuale, propria e dell’interlocutore.  Di conseguenza, si pronunciano grosse stupidità.  È la forma  più rozza di reazione discorsiva: quella dell’incultura.  È il modello dello scemo del villaggio (globale).
Il secondo livello, cade  appena  sopra la nuda  terra:  alla reazione, per così dire,  istintiva, si sostituisce, quando conviene,  la finzione dell'ascolto.  Si fa proprio lo schema utilitaristico-servile del discorso.  Siamo sul piano inclinato della cultura finta. È il modello  del paraninfo.
Il terzo livello è quello del presumere di sapere, senza aver sudato sui libri: un  errato convincimento  che nasce  dalla mezza cultura,  madre di tutte le semplificazioni.   Si crede, in base a rapsodiche e mal metabolizzate letture,  di avere capito tutto, anzi di saperla lunga.  Sicché si va subito alle conclusioni, pur di  prevalere sull’interlocutore.  È il modello del disadattato culturale.
Il quarto livello è quello del discorso tra persone che realmente sanno, perché hanno studiato duramente: persone di cultura, che non fingono né fraintendono.  Non si tenta  di prevalere sull’altro, arrampicandosi sugli specchi di una logica mal digerita,  ma solo di capire, anche le ragioni dell’altro. È la forma più pura del discorso, tra anime elette,  pochi scelti.  È il modello socratico.
Come interferiscono gli atteggiamenti  politici con i  quattro livelli individuati?  Il primo è  quello degli slogan, del "credere, obbedire, combattere"; il secondo,  del compiacere politicamente, servendo se stessi attraverso gli altri, che rinvia alla "folla solitaria"; il terzo, quello  di chi presume di avere la verità in tasca, a portata di mano, opzione  potenzialmente "giacobino-totalitaria"; il quarto  si limita, molto umilmente a studiare la politica dall’alto, si parla talvolta di metapolitica: siamo dinanzi a un atteggiamento "tocquevilliano",  liberale, distaccato, malinconico.
Sul Web, per venire al punto concreto, prevalgono massicciamente i primi tre livelli. Del resto lo studio è per pochi e non tutti sono all’altezza di affrontare e capire le grandi questioni teoriche. Forse non dovrebbe esporsi chi sa... Difficile dire. 
Comunque sia,  il Web riflette, in modo inesorabile,  quell' ineguaglianza di intelligenza, volontà di studio, e capacità di applicazione che è nell’ordine naturale delle cose umane. Ineguaglianza insopprimibile. La società ricorda un setaccio:  alla fin fine,  ognuno di noi   è e fa   ciò che merita di essere.  Inutile,  prendersela  con la sfortuna...       
Ovviamente, verso chi ce l'ha fatta, pesano sempre  l’ invidia, il risentimento, l'ingratitudine (soprattutto quest'ultima è particolarmente sgradevole): difetti e debolezze umane che però meritano pietà.   Fatti salvi, naturalmente,  quei rimedi legali cui non si può non ricorrere, se e quando viene colpita l'onorabilità delle persone.        

Carlo Gambescia                    

martedì 15 marzo 2016

Le elezioni comunali e  la crisi del centrodestra
Arrivederci Roma




La polemica Bertolaso-Meloni, al di là delle battute spiritose o meno, è un altro segno, decisivo, che il centrodestra si è  completamente spappolato. Roma è perduta, come, almeno per ora,  qualsiasi  progetto di ricostruire uno schieramento politico a livello nazionale.
Va detto che il centrodestra ha subito  negli ultimi  tre anni - non solo a Roma, quindi -  l’abilità politica di Renzi. Grande giocatore, la cui mission   era ed è  quella di  trasformare il Pd  in un partito riformista,  moderato, pragmatico, simpatico (oltre che ovviamente, come impone la politica, consolidare il suo potere). Certo, non è detto che riesca, però  sembra essere sulla strada giusta. Del resto,  anche per Renzi,  radicamento politico e  rinnovamento del  partito,  passano attraverso il test di Roma.  Ma questa è un'altra storia…
A dirla tutta,  il centrodestra, dopo il declino di Berlusconi (solo il Cavaliere non se n'è accorto), si è autoaffondato: divisioni, personalismi, confusione nei programmi e nelle idee.  Anche se,  in realtà,  il centrodestra ha sempre perseguito politicamente,  persino negli anni d’oro, la vecchia strategia  democristiana di promettere tutto a tutti: le idee non contavano,  i programmi neppure,  fatti salvi sempre gli interessi di Arcore. Quindi non poteva non finire così: quando il "cemento" di una coalizione  è costituito dal  solo  potere, una volta venuta meno la possibilità di spartire il bottino, crolla tutto. E così è stato. 
Se Renzi, tutto sommato, dice cose di sinistra, la destra dice solo stupidaggini che non sono di destra né di sinistra.  Si pensi solo ai candidati romani, come dire, più papabili. Bertolaso (sorvolando sul pendant giudiziario) è un organizzatore privo di qualsiasi  idea  politica,  Meloni, non è nemmeno questo e per giunta come idee continua a  pescare nel laghetto inquinato della cultura politica - parola grossa -  aennina.  E fino a ieri  anche  nella pozza avvelenata leghista.  Storace è un fascista  tout court ( basta sfogliare il quotidiano del suo partito). Resta  Marchini, che,  tuttavia come idee,  è  uomo di centrosinistra e per giunta  non ha alcuna esperienza politica.
Come si può vedere, Roma è  pronta per essere consegnata ai Pentastellati. Per evitare il barbaro immobilismo dei grillini, chi in passato ha votato per il centrodestra, ora  potrebbe votare per il candidato di Renzi, Roberto Giachetti, un ex rutelliano, pare. Insomma, per la serie, molto popolare tra  moderati e conservatori, turarsi il naso eccetera, eccetera. Altrimenti?  Arrivederci Roma. Che magone.    

Carlo Gambescia


lunedì 14 marzo 2016

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2016, lunedì 14 marzo, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO

Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stato effettuata in data 12/03/2016, ore 10.37, l’intercettazione di una conversazione telefonica intercorsa tra le utenze di Stato 333***, in dotazione a S.E. FINZI MATTIA, Presidente del Consiglio dei Ministri, e  347***, in dotazione a SENSINI FABIO, consulente per la comunicazione della Presidenza del Consiglio.  Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]


S.E. FINZI MATTIA: “Secondo te fa sul serio?”
SENSINI FABIO: “Dici la scissione?”
S.E. FINZI MATTIA: “Certo.”
SENSINI FABIO: “Tu lo conosci, D’Altema.”
S.E. FINZI MATTIA: “Mica tanto. Una volta l’ho incontrato a un convegno, gli ho fatto una domanda politica e lui mi ha risposto parlandomi di vino per quaranta minuti.”
SENSINI FABIO: “Allora lo conosci.”
S.E. FINZI MATTIA: “Guarda che è una cosa seria.”
SENSINI FABIO: “Sono serissimo. D’Altema non è mai diretto, mai! “
S.E. FINZI MATTIA: “Cioè non vuole fare la scissione?”
SENSINI FABIO: “Vorrebbe. O meglio, vorrebbe riprendersi il partito, ma sa che non può. Con chi la fa la scissione, Mattia? Con Bertani, l’uomo che pettinava le bambole? Con Riki Stendola, la neomamma felice? Così Bertani pettina la bambole di Tobia? Ma siamo seri, dai…”
S.E. FINZI MATTIA: “E allora cosa vuole?”
SENSINI FABIO: “Leggi attentamente le sue dichiarazioni, Mattia. D’Altema pesa le parole col bilancino del farmacista, fra le altre cose si crede un genio diplomatico. Sta’ a sentire: [legge] ‘Bisogna ricostruire il centrosinistra con un lento lavoro culturale, non con la creazione di partitini a sinistra, ma il gruppo dirigente attuale non sembra interessato a questo obiettivo.’ Nota bene queste parole: ‘lento, culturale, sembra’.”
S.E. FINZI MATTIA: “Noto che secondo lui il centrosinistra va ‘ricostruito’. Dice che abbiamo distrutto il centrosinistra, Fabio.”
SENSINI FABIO: “Dice che gli abbiamo portato via il giocattolo, Mattia, ma non dice che lo rivuole. Cos’è un ‘lento lavoro culturale’?”
S.E. FINZI MATTIA: “Boh. Tante chiacchiere?”
SENSINI FABIO: “Bravo, Mattia: questa è una risposta da politico.”
S.E. FINZI MATTIA: “Be’?”
SENSINI FABIO: “E’ un politico anche D’Altema, no?”
S.E. FINZI MATTIA: “Eh già…”
SENSINI FABIO: “E cosa vuol dire ‘l’attuale gruppo dirigente non sembra interessato a questo obiettivo.’?”
S.E. FINZI MATTIA: “Che magari invece si può interessare. Però!”
SENSINI FABIO: “Esatto. Quindi, cosa vuole dire D’Altema?”
S.E. FINZI MATTIA: “Vediamo…dice che farà fare tante, tantissime chiacchiere culturali ai Bertani, agli Stendola, ai Faustina, ai nostalgici della Costituzione più bella del mondo, eccetera…”
SENSINI FABIO: “Tante chiacchiere lente…”
S.E. FINZI MATTIA: “Giusto, tante chiacchiere lente, lentissime, culturali, culturalissime sulla ricostruzione del centrosinistra…”
SENSINI FABIO: “Così intanto arriviamo al Congresso del partito, con la vittoria nel referendum costituzionale alle spalle…”
S.E. FINZI MATTIA: “Perché mentre si chiacchiera lentamente non ci si può organizzare velocemente per far votare No…”
SENSINI FABIO: “…e al Congresso del partito Bertani pettina le sue bambole, Svendola lo invitiamo così ci fa vedere il pupo…”
S.E. FINZI MATTIA: “…li applaudiamo, li ringraziamo per il loro lavoro culturale, e loro se ne vanno lenti e sereni ai giardinetti a chiacchierare di bambole e di cultura, lentamente, molto lentamente…”
 SENSINI FABIO: “…ma! Perché qui c’è un ‘ma’.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ma l’attuale gruppo dirigente non sembra interessato a questo obiettivo.”
SENSINI FABIO: “E invece…”
S.E. FINZI MATTIA: “E invece l’attuale gruppo dirigente è interessato sì, perdiana! Ce li leviamo dai piedi una volta per tutte, i rottami.”
SENSINI FABIO: “Quindi?”
S.E. FINZI MATTIA: “Quindi D’Altema cosa vuole?”
SENSINI FABIO: “Non lo so. Finire in bellezza, immagino. Qualcosa di prestigioso.”
S.E. FINZI MATTIA: “In Europa?”
SENSINI FABIO: “Forse. Forse all’ONU. Perché non glielo chiedi?”
S.E. FINZI MATTIA: “Gli telefono e gli chiedo come promette la vendemmia.”
SENSINI FABIO: “Vedrai che ti manda una cassa di quello buono.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.o  Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”
***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...




domenica 13 marzo 2016

 Lo Stato  se sbaglia non paga,  mentre il cittadino, al contrario,  paga anche se ha ragione

L’ingiusta imputazione
di Teodoro Klitsche de la Grange

 Dalla "Tabella al contributo unificato" (fonte:http://www.avvocatoandreani.it/servizi/tabella-contributo-unificato.php )



Il disegno di legge sull’ “ingiusta imputazione”, presentato al Senato e sottoscritto – a quanto risulta dalla stampa – già da una maggioranza di senatori, dimostra ancora una volta come intenzioni buone ma circoscritte, possono far dimenticare o confondere malanni assai più estesi.
Cos’è l’ “ingiusta imputazione”? È la norma che dispone di condannare lo Stato al rimborso delle spese di giudizio sopportate dal privato il quale sia stato, per l’appunto, imputato ingiustamente (ora l’art. 530 del codice di procedura penale non lo prevede). Tuttavia il Giudice che assolve l’imputato, può, come in tutte le altre sentenze (non penali) compensare (cioè non condannare) “per giusti motivi” lo Stato.
Il disegno di legge è indirizzato, per così dire, a smussare la punta dell’iceberg. Infatti normalmente, quando controparte in giudizio è lo Stato (attraverso un proprio ufficio o organo) la regola è che o la legge preveda, di fatto a favore dello Stato, che le spese siano ridotte (come per giudizi di equa riparazione); ovvero capita che, se perde la parte pubblica ricorrono quasi sempre i “giusti motivi”, se al contrario perde il privato, quasi mai.
A ciò si aggiunge che, sempre, le parti private sopportano dei costi elevati per litigare (come il c.d. “contributo unificato”) i quali, per le pubbliche amministrazioni sono “partite di giro”, dato che è sempre Pantalone a pagare; mentre il cittadino le paga di tasca propria.
Le ragioni di tanta parzialità per le finanze dello Stato sono varie, e tutte non condivisibili. Chi sostiene che sarebbe quella di alleviare il deficit; altri che le compensazioni “comprensive” sarebbero indotte da una sorta di “colleganza” del Giudice col burocrate che ha emesso l’atto poi annullato; altri ancora ritiene derivino dall’opinione diffusa – specie tra i funzionari pubblici – che il cittadino sia un furbo e se non castigato, debba essere almeno onerato (per aver tutelato i propri diritti). In ispecie se contrari alle opinioni sostenute dall’amministrazione.
In realtà, la presenza di privilegi a favore dei pubblici uffici anche laddove – come davanti ad un Giudice – si dovrebbe essere (teoricamente) in condizioni di parità è profondamente ingiusta, e, peggio, foriera di corruzione, deresponsabilizzazione, e soprattutto abusi di potere. Che un ufficio, il quale ha provocato un processo (infondato) possa soccombere, rientra nei casi normali, ma che possa farlo “a gratis” (il che vuol dire a carico del cittadino malcapitato) malgrado il tutto sia accertato dal Giudice essere frutto di errore (e talvolta peggio), non lo è.
Ciò in definitiva vuol dire che lo Stato (o comunque l’ente pubblico) se sbaglia non paga; mentre il cittadino, al contrario paga anche se ha ragione.
In termini generali con questo sistema, e la prassi che ha generato, significa che le pubbliche amministrazioni godono di un plusvalore di potere, potendo costringere il privato a un esborso –quello di pagarsi avvocati, periti e così via, necessari alla difesa- mentre sono assicurate preventivamente che l’errato esercizio del loro potere non avrà conseguenze pregiudizievoli (o ne avrà di minime). Alcuni fatti, tra i più curiosi capitati in Italia, ricordiamo quello delle “cartelle pazze” di una ventina d’anni fa in modo massiccio – e ripetutosi in uno stillicidio di richieste non più savie - si spiegano così.
E nel contempo, se il rapporto dell’apparato pubblico, con la società è sempre più quello parassitario, del saccheggio delle risorse a favore di un moloch inefficiente e paralizzante, la dispensa dagli oneri per aver approvato giudizi inutili, significa licenza di saccheggio. Tanto anche se non si consegue il bottino, si è al riparo – totale e parziale – dagli oneri relativi (e dalle responsabilità).
                                                           Teodoro Klitsche de la  Grange


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).



sabato 12 marzo 2016

Milton Friedman le Banche Centrali




In  Liberi di scegliere, Milton e Rose Friedman , oltre a  divulgare, in modo eccellente, una visione economica liberale, veramente alla portata di tutti, approfondiscono nelle ultime pagine il tema di una costituzione economica  di impianto liberale.
Ora, talvolta  capita di leggere  di un  Friedman favorevole al controllo diretto dello Stato sulle Banche Centrali.  In realtà, proprio tirando in ballo l’idea di  Costituzione, egli  ha sostenuto se non proprio l’esatto contrario, qualcosa di assolutamente diverso, soprattutto nelle finalità, dal credo keynesiano, favorevole invece all'abbraccio mortale.    
Friedman  non sostiene il controllo diretto, tipo quello di cui si discute molto in Italia, dopo la cosiddetta separazione tra Banca d’Italia e Tesoro.  Bensì, da attento studioso dell’inflazionismo americano, parla di una sorta di supervisione, in prima battuta,  del Congresso, che è altra cosa, dalla burocrazia pubblica e  del Tesoro,  e in seconda, di un controllo di massima, sul piano del dettato costituzionale:  di qualcosa che resta là, come dire, di fisso, immobile, addirittura sacrale,  assai lontano dalla legislazione "motorizzata",  ad libitum,  che piace tanto a partiti e clientes. Ci spieghiamo meglio. Scrive Friedman, a proposito del perseguimento di una moneta sana, libera  o quasi dall’inflazione:

«Si tratta di un emendamento particolarmente difficile  da formulare, essendo così strettamente legato a una struttura istituzionale. Una versione potrebbe essere: “ il Congresso avrà il potere di autorizzare obbligazioni federali senza interesse nella forma di moneta o di registrazione  contabili, purché l’ammontare totale di dollari in essere aumenti non più del 5% e non meno del 3%” » (M. e R. Friedman, Liberi di scegliere, Edizioni Club degli Editori, Milano 1981, p. 308) 

Perciò si tratta di qualcosa di molto differente dall'anomico bazooka di Draghi. Per non   parlare  del finanziamento della spesa  pubblica  a piè di lista  praticato  dalla vecchia Banca d’Italia, prigioniera della politica. Diciamo che l’emendamento costituzionale suggerito da  Friedman va contro la discrezionalità  politica propugnata dai keynesiani  e mira a colpire  qualsiasi alleanza  imbrogliona, tra stato e banchieri, restituendo lo scettro a imprenditori,  consumatori, contribuenti. Quindi "meno stato più mercato", come prima, più di prima.
Si dirà dettagli, da studiosi. Però utili.


Carlo Gambescia           

venerdì 11 marzo 2016

La Bce taglia ancora i tassi e porta a 80 miliardi al mese l’acquisto di  bond
Mario Draghi,
il mago della pioggia

pioggia draghi mario



Al di là del culto della personalità (“Super Mario”) e delle celebrazioni tardo-nazionaliste (“i tedeschi schiumano di rabbia”), a noi Mario Draghi fa pena.  Perché è un uomo fuori tempo. Fa pensare ai “difensori del vecchio ordine” (per citare lo storico americano Arthur Schlesinger jr): coloro che  negli anni Trenta invocavano, dinanzi alla marea interventista rooseveltiana, il ritorno al laissez faire.
Nel caso di Draghi, il “vecchio ordine”, invece è rappresentato dal keynesismo, nelle sue varie diramazioni e scuole.  "Super Mario" pompa denaro nel sistema bancario ma  il cavallo non beve, ossia imprese e  consumatori non si fidano.  L’inflazione non cresce (altro feticcio phillipsiano, demo-laburista, quello del mix infazione-ripresa-posti di lavoro-consumi). E soprattutto la liquidità,  nonostante le precauzioni, continua a prendere altre strade, quelle speculative. Dulcis in fundo: la deflazione regna su tutto. Insomma,  la pioggia della ripresa tarda a cadere. Come del resto prova il bassissimo prezzo del petrolio. Povero Draghi, mago della pioggia sfortunato.
Si dirà, ma possibile che, uomini con studi così  approfonditi di economia,  non abbiano ancora  capito che la politica degli stimoli non funziona più?  Sì, può capitare anche ai più eruditi. E in particolare quando si ragiona, come i liberisti degli anni Trenta, sulla base delle coordinate mentali e concettuali del precedente  paradigma economico.  Attenzione però: mentre il sistema liberista, negli anni Trenta, aveva dietro le spalle, almeno  un secolo di successi, quello keynesiano, per semplificare, può vantare solo il “trentennio glorioso” (1945-1975), dove la redistribuzione, ha funzionato grazie a uno sviluppo prodigioso dovuto alla ricostruzione postbellica del mondo.  Quindi, piaccia o meno, i liberisti sono più affidabili. Storicamente affidabili. Naturalmente, pensiamo in termini di cicli concettuali interni all'economia di  mercato.  Privilegiamo, insomma,  un' ipotesi sistemica. Ciò significa che romantici sognatori, complottisti, comunisti, fascisti e compagnia cantante, al guinzaglio o meno,  sono pregati di accomodarsi fuori della sala. 
Ovviamente, la ricetta liberista, implica, inizialmente, un discreto  numero di morti e feriti: banchieri disonesti e falliti, perdite di posti di lavoro, crescita dell’insicurezza e proteste sociali, Quindi,  cosa più grave,  quel calo del consenso politico alle liberal-democrazie. Diciamo che il liberismo, se si considera, il livello di vita, tra l’inizio dell’Ottocento e i primi del Novecento, parte male (socialmente), poi però fa crescere l’economia, consentendo così di redistribuire, quel che  ha sottratto all’inizio del  processo di accumulazione,  moltiplicato per due, per tre, per quattro, e così via.  Del resto, anche alla base della redistribuzione  keynesiana c’è una fase di liberalizzazione dei mercati, durata almeno un decennio (gli anni Cinquanta del Novecento), con tassi di sviluppo molto elevati. Mai dimenticarlo.
Perciò si dovrebbe fare un passo indietro:  il vecchio ordine da abbattere è quello keynesiano. Caduta, che però avrebbe nell’immediato serie conseguenze sociali. Che tutti, peraltro giustamente, desiderano evitare.  Draghi, per primo. Sicché tutto continua come prima: si pompa denaro nel sistema,  invocando la pioggia della ripresa economica.  Che potrebbe pure scendere.  O no.

Carlo Gambescia