sabato 5 dicembre 2015

"Legge di stabilità" e dintorni
Il diritto ai tempi di Renzi
di Teodoro Klitsche de la Grange




Vale per Renzi, rispetto ai suoi predecessori, il detto “poco se si considera, molto se lo compari”. Con i premiers e leaders che abbiamo avuto, specie negli ultimi anni, Renzi fa se non un figurone, la sua figura.
Tuttavia se vi sono nell’attuale premier punte di superiorità, ce ne sono, purtroppo, altre di continuità (con i predecessori). Per cui malgrado il suo ben predicare vale, per esso e i suoi sodali, il detto sui peli del lupo: che perde quelli ma non i vizi. Arcinoti, per quanto ben occultati, (e pour cause).
Prendiamo la “legge di stabilità”, attualmente in discussione in Parlamento, e in particolare due articoli, che il governo avrebbe fatto meglio a risparmiarci.
Il primo è l’art. 56 che reca norme di modifica alla legge-Pinto, cioè quella che attribuisce un indennizzo ai cittadini danneggiati dalla lentezza della giustizia, in applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.  Il fine evidente delle innovazioni è non solo il rendere più difficoltoso il ricorrervi, ma ancor più, di limitare gli indennizzi. Così il risarcimento, riconosciuto dalla Corte EDU (di Strasburgo) nel minimo di € 1.000,00 per anno di “durata irragionevole” è ridotto al massimo di € 800,00, cioè meno del minimo liquidato dalla Corte internazionale.
Quindi quando a fronte delle pretese tributarie il governo ripete “ce lo chiede l’Europa” bisogna intendersi: le suddette euro-sollecitazioni valgono solo per i quattrini da arraffare, e non per quelli da pagare (specie ai connazionali). Altre norme, peraltro confuse (nel fine evidente di essere interpretate ad hoc) pongono ostacoli ai richiedenti il risarcimento e allungano i termini (per il pagamento degli indennizzi).
L’altro articolo è il 52 la cui altisonante rubrica è “Disposizioni in materia di riduzione dei tempi di pagamento delle PP.AA.”: dopo tale allettante proponimento l’articolo è quasi esclusivamente dedicato: 1) a togliere sanzioni (peraltro, risulta, poco applicate) a carico dei dirigenti che ritardano i pagamenti; b) a mettere le sanzioni suddette a carico delle amministrazioni; c) e… a favore dello Stato (“con il provvedimento d’irrogazione della sanzione è assegnato il termine perentorio di 30 giorni per il versamento della somma all’entrata del bilancio dello Stato”). In altre parole: se Tizio subisce danni, in alcuni casi fallisce, e in  altri - più limitati per fortuna - si suicida perché da anni aspetta di essere pagato dalla P.A., a beneficiare della sanzione non è lo stesso danneggiato (o i suoi eredi) ma lo Stato, che incassa il “corrispettivo”.
Per cui, a pagare in ritardo, in questo come in altri casi consimili, c’è tutto da guadagnare. Ma se lo Stato ci guadagna a ritardare, perché dovrebbe migliorare la puntualità dei pagamenti? Come scrivevano grandi giuristi – tra gli altri Jhering e Carnelutti – è solo coniugando l’interesse generale (al rispetto della norma) con quello particolare che il meccanismo sanzionatorio è efficace: il sanzionando deve avere l’interesse ad osservare il comportamento virtuoso perché in caso contrario vedrebbe o sacrificato (sanzione afflittiva) o non gratificato il proprio interesse (sanzione premiale).
Ma la novità è relativa: il diritto ormai da decenni è solo quello parlato.  Norme dalla finalità (e dalle rubriche) così ben intenzionate si rivelano le coperture di scopi e pratiche opposte.
Come scriveva Tocqueville del diritto dell’ancien régime, a norme severe corrispondevano pratiche fiacche; qui in Italia a proclami ben intenzionati corrispondono precetti ispirati a scopo opposto. Fino a quando? Le leggi di “stabilità” possono finire col generare situazioni pericolosamente instabili, quando ai governati viene a mancare la pazienza.
Teodoro Klitsche de la Grange


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).

venerdì 4 dicembre 2015

Strage di San Bernardino
La chiusura mentale di Obama (e dei pacifisti come lui)
  


Ancora non si conoscono bene le cause della strage di San Bernardino. I servizi  indagano in direzione del terrorismo islamista. Staremo a vedere.  Per ora, regna l’incertezza. Più che scontato invece l’approccio di Obama,  che, mostrando una elasticità mentale pari a zero, insiste, anche in queste ore, nel condannare l' amore smodato per le armi degli americani.  L’equazione dei pacifisti-tipo, come il Presidente statunitense,  è semplice:  meno armi in giro, meno morti, meno feriti e ovviamente meno guerre.  E qui basti pensare, per estensione,  ai piagnoni londinesi,  scesi in piazza, proprio ieri, contro l’intervento aereo britannico in Siria.
Magari fosse così. Purtroppo,  nelle interazioni umane il ricorso alla violenza resta sempre una possibilità,  indipendente dalla quantità o qualità dell’armamento. L’uomo è pericoloso perché  imprevedibile: e l’imprevedibilità è tale perché la scala delle reazioni umane implica -  non si sa quando e come, per l’appunto -  l’uso della violenza (o della forza, per contenere la prima).
Certo, alcune culture celebrano l’onore guerriero,  altre, come la nostra attuale, lo denigrano. Ma nell’uno e nell’altro caso,  si tratta di fenomeni culturali, di stratificazioni  o idealizzazioni che “interpretano” la realtà.  E le teorie pacifiste, per usare una metafora medica, possono mitigare, curare, ma non guarire da una malattia endemica, che regolarmente riaffiora, con prepotenza,  qui e là.
Certo, bisogna anche distinguere  tra pace interna e guerra esterna ( su chi deve o meno portare e  usare le armi, eccetera). Però la chiusura mentale di Obama, e dei pacifisti come lui, è il portato di una credenza generalizzata che non distingue tra i due aspetti (pace interna/guerra esterna).  E che, cosa più grave ancora,  scambia  il fondamento antropologico (il “naturale” ricorso alla violenza”) con un fatto  culturale (la “costruzione sociale” della cultura guerriera).  Caduta la seconda, dicono giulivamente i pacifisti, cadrà anche la prima. La storia prova, purtroppo, che le cose stanno diversamente.  
Infine, la “costruzione sociale” di una cultura pacifista rischia di  facilitare inevitabilmente la vittoria sul campo  delle culture guerriere. Perciò quanto più si ingentiliscono i costumi - e qui sarebbe compito dello scienziato politico individuare la giusta soglia di “tolleranza” o "stratificazione" tra le due "culture" -  tanto più si rischia di finire vittime di nemici  ben armati,  aggressivi e senza scrupoli.  Come sta esattamente avvenendo.


Carlo Gambescia             

giovedì 3 dicembre 2015

Natale a scuola 
Il presepe dove lo metto?


Il sociologo non può  non interessarsi  a ciò di cui parla la gente. Deve sempre  cercare di  andare oltre le sterili polemiche politiche. Deve vedere più  lontano degli altri.   Prendiamo ad esempio  il dibattito (per così dire...)  sul  "divieto" di  presepe ( per ora solo  qui e  là),  divieto che in teoria  dovrebbe comprovare la multiculturalità  di  una società che nelle sue istituzioni - si presti attenzione alla parola - aspiri ad essere tale. 
Di che  cosa si è discusso?  Stando alle inchieste televisive (quindi un campione difettoso), molti  intervistati hanno difeso la “tradizione italiana e cristiana” del presepe.  A riprova di ciò, referendum mediatici, per quanto improvvisati, hanno attestato  che oltre la  metà dei nostri connazionali “vuole canti, recite e presepe” nelle scuole.  Per contro, la Chiesa Cattolica  -  quindi l’istituzione -  per bocca di alcuni  alti prelati,  pur di non offendere le altre fedi, pare addirittura disposta a fare un passo indietro: niente presepe a scuola. Rischiando così di ferire larga parte dei suoi fedeli.  Dalle altre comunità  nessuna reazione. In particolare quella musulmana che, nelle sue varie sfumature,  non sembra sentirsi offesa per  un bue e un asinello.  
Pertanto la “gente” di che ha  parlato? Di  rispettare le tradizioni proprie e  altrui.  In qualche misura le persone comuni (in particolare i musulmani italiani) hanno  mostrato di essere più equilibrate dei politici, di destra e sinistra, al governo o meno, che invece, come avvoltoi (in particolare la destra stupida),  si sono gettati  sulla questione fomentando odio e divisioni.
Conclusioni: da una parte la gente comune, che, nonostante Parigi e la guerra in Medio oriente,  si rispetta  e ragiona, dall’altra le istituzioni ( presidi, partiti, chiesa) che vogliono imporre rigidi modelli di comportamento, in un senso o nell’altro, lungo il continuum monoculturalismo-multiculturalismo. Con i media (altra istituzione) - dispiace dirlo - che danno il peggio di sé stessi puntando su slogan e artificiose fratture sociali in buoni e cattivi ( non importa se dall’una o dall’altra parte).
Chi sbaglia? Le istituzioni. Esiste infatti un diritto sociale, vivente, basato sull’evoluzione del senso comune tra gli individui (certo, storicamente fluttuante),  fondato, come dire, sull’esperienza, dal basso, che si oppone al diritto positivo, di natura coercitiva e  intellettualistica, perché calato dall’alto in chiave collettiva. Da un lato,  un processo naturale e spontaneo di selezione dei valori,  dall’altro, una visione costruttivistica, innaturale e artificiosa,  che vuole cambiare gli uomini  per legge. Prendere nota: il laicismo e il confessionalismo sono prodotti culturali che vengono prima o dopo, mai durante i processi sociali.  O comunque esiste una interazione, tra cultura e società difficile da controllare, soprattutto dall'alto, se non provocando danni (sociali) ancora più gravi. 
Si dirà, siamo in guerra,  bisogna serrare i ranghi. Sì, ma non sul bue e l’asinello. La dinamica tra istituzioni e spontaneità sociale, va al di là del fenomeno bellico, che, certo può influire, ma non determinare fino in fondo l'immediatezza dei processi sociali, fenomeno, questo sì, al di là della destra e della sinistra.  
Pertanto,  se società multiculturale sarà, non sarà per decreto.


Carlo Gambescia             

mercoledì 2 dicembre 2015

Caro vecchio zio Isaiah (Berlin) 



Oggi che molti si proclamano liberali, resta ancora più difficile definire che cosa sia il liberalismo. Diciamo, semplificando, che può essere definito liberale chi anteponga l’individuo alla società e allo stato. Dopo di che nascono  però altri problemi. Perché troveremo pensatori liberali archici come Aron che ritengono irrealistica l’idea dell’individuo isolato e autosufficiente. Oppure, liberali, micro-archici come Mises, che invece asseriscono la necessità di costruire la teoria politica liberale, proprio partendo dall’individuo, come unico attore  razionale. O liberali di sinistra, macro-archici come Rawls (soprattutto il primo Rawls, quello di Una teoria della giustizia), per i quali lo stato gioca un ruolo decisivo nello stabilire condizioni di partenza eguali per tutti (*).
Il vero punto della questione è che  Aron, Mises e Rawls considerano la politica con sospetto. Aron, da buon realista, la sopporta, cercando di addomesticarla, attraverso la lezione della storia. Mises, invece antepone l’economia alla politica. Rawls invece trasforma  la  politica in regole e procedure, e di fatto, in statalismo dei diritti. 
Un autore prezioso, che può essere affiancato ad Aron, per sensibilità politica e curiosità intellettuale, è certamente Isaiah Berlin (1909-1997).  Un liberale molto particolare, al quale Norberto Bobbio rimproverava che per argomentare il suo liberalismo, ricorresse ad autori poco liberali come Machiavelli, Vico e Sorel… In effetti Berlin, da autentico storico delle idee,  si  è sempre mosso a suo agio, tra i pensatori più diversi, cogliendone genialmente contraddizioni e potenzialità. Nato a Riga, ma presto trasferitosi con la famiglia  in Gran Bretagna, che diverrà la sua patria d’adozione e d’insegnamento, Berlin era  e resta  un  modello di raffinato “saggismo” universitario. Ma rimane anche un instancabile critico del dogmatismo: da quello comunista a quello liberista.  Ha pubblicato ottimi libri come Il riccio e la volpe (Adelphi 1986), Il legno storto dell’umanità (Adelphi 1994), Il senso della realtà (Adelphi 1998),  i Four Essays on liberty (raccolti poi nel volume La libertà, Feltrinelli 2005). E quello che è il nostro libro preferito:  Le radici del romanticismo (Adelphi 2001), dove  traccia un magistrale ritratto del movimento romantico cogliendone bene luci e ombre. Un testo che andrebbe letto insieme a Romanticismo Politico di Carl Schmitt : quello che il giurista e politologo tedesco chiama - semplifichiamo - l’opportunismo politico del romanticismo, che   spinge l’intellettuale romantico  a sposare  cause politiche anche opposte (progressiste e reazionarie), per Berlin è puro antideterminismo storico: volontà di non dare mai un senso definitivo alla storia. E soprattutto alla libertà umana.   
In realtà, Berlin, è prezioso, proprio per il  suo liberalismo realista, a piccoli passi, o se si vuole, triste. Come dire, non ridens.  Perché consapevole, come quello aroniano, ma per certi versi si potrebbe citare anche la Arendt, dei limiti insiti nella natura umana. E dunque della pericolosità sociale delle visioni salvifiche, anche se apparentemente liberali.  Molto interessanti, ad esempio,  le pagine che Berlin dedica  a ogni forma di pseudo-legge storica,  incluse quelle storico-economiche, a cominciare dai cosiddetti principi della domanda e dell’offerta.  Perché lesive delle umane capacità morali . Ecco in pillole la tesi di Berlin: se si ritiene che un certo evento (ad esempio l’avvento della società comunista, liberale, eccetera)  debba accadere, perché allora organizzare un movimento col compito di favorire quel che comunque accadrà? Di qui due rischi:  l’inazione fatalistica, oppure l’iperattivismo, perché alcuni, potrebbero cercare di affrettare i tempi, e a tutti i costi…
 Questo non significa che  non  si debba decidere e agire. Il realismo politico, scrive Berlin, nel Potere delle idee, non impone la fede in  leggi storiche assolute ( cosa ben diversa, a suo avviso, dal ritenere, giustamente, che esistano “ritmi storici”). Ma richiede alcune qualità: “ la capacità di giudizio, l’abilità, il senso del tempo, la comprensione immediata del rapporto tra mezzi e risultati”. Tutti aspetti che “dipendono da fattori empirici come l’esperienza, l’osservazione, e soprattutto quel ‘senso della realtà’ che consiste in  buona parte di un’integrazione semiconsapevole di un gran numero di elementi apparentemente irrilevanti o impercettibili presenti nella situazione; elementi che presi insieme formano un qualche tipo di disegno che di per sé ‘suggerisce’ (‘sollecita’) l’azione appropriata”.
Troppo complicato? No, perché, qualche riga più in là,  Berlin attribuisce  tali qualità a statisti come Bismarck, Lincoln  e Roosevelt. Tutti  “statisti di successo”: un “conservatore” e due “liberali”. Probabilmente, dal punto di vista politico, la verità è nel mezzo. E si chiama conservatorismo liberale. Non è il massimo… Ma non va dimenticato  che Bismarck pose le basi dello Stato Sociale e Lincoln e Roosevelt, rispettivamente, quelle della liberazione dei neri e di un’economia non attenta solo alle ragioni del profitto     
Tutte decisioni, ancora oggi, politicamente epocali.

Carlo Gambescia

(*) Sulla suddivisione (archici, micro-archici, ecc.) ci permettiano di rinviare il lettore al nostro Liberalismo triste.



martedì 1 dicembre 2015

Il pacibuonismo
di Teodoro Klitsche de la Grange




L’articolo di Carlo  Gambescia del 26 novembre (*)  mi stimola a fare un paio di postille, rivolte più (servendomi della terminologia paretiana) alle derivazioni che ai residui.
Il calo dello spirito bellicista è dovuto, oltre agli immensi disastri delle guerre – mondiali, ma non solo – del XX secolo, al rifiuto della guerra, esternato da gran parte delle classi dirigenti dell’Europa occidentale, al potere dopo la fine della II guerra mondiale, e attualmente ancora al governo. Di tale rifiuto sono state date varie giustificazioni (ricordate da Carlo); tutte che non tengono conto del (dato di) fatto che una guerra può essere illegale, immorale, irreligiosa, antieconomica, antiecologica e antiscientifica, ma tuttavia dato che per farla basta la decisione di un nemico – il quale spesso la prende assumendosi lui il carico di tanta immoralità, illegalità, ecc. ecc. - resta un evento che si deve affrontare. E la decisione è semplice: o non farla arrendendosi e comunque cedendo alla volontà del nemico, o difendersi.
Nel secondo caso (per la guerra occorrono due contendenti) occorre essere preparati a farla, e la preparazione è in primo luogo, psicologica, e in secondo luogo materiale.
Per cui i Romani, che di politica s’intendevano, avevano coniato l’adagio si vis pacem para bellum, cosa che evitò loro gran parte delle guerre che avrebbero potuto scoppiare. I nemici della repubblica e poi dell’impero, sapevano bene che avrebbero trovato un esercito preparato (e potente), una classe dirigente non arrendevole, una popolazione decisa a difendersi.
Ma se al contrario, la classe dirigente e in particolare, l’élite (non è complimento, ma ossequio a Pareto) intellettuale predica che il nemico non è differente da noi sul piano etico (Hegel scriveva che il nemico è la differenza etica), anzi talvolta un po’ meglio di noi, che la guerra va comunque rifiutata perché dobbiamo essere morali, legalitari, ecocompatibili ecc. ecc., siate sicuri che il nemico, sicuro di trovare poca o punta resistenza (questa riservata alla storia) si sentirà incentivato e rassicurato a farcela.
Anche perché i parternostri che certi predicatori vanno ripetendo continuamente nelle nostre società debellicizzate, sono generosamente impartiti perché graditi all’uditorio, che si sente solleticato o confortato dal vellicamento delle proprie aspirazioni, sicuramente buone, ma altrettanto sicuramente aspirazioni – e non realtà. Discorsi che piacciono all’uditorio sono il mezzo per ottenere consenso, approvazione e soprattutto costruirsi una buona carriera e una comoda nicchia di potere. Ma altrettanta attenzione non conseguono presso il nemico, che di tali parole alate non si commuove. Anzi si frega le mani pensando agli utili idioti di Lenin. E sarebbe interessante disporre in rete di un video sulle spontanee reazioni che potrebbe riservare un reparto dell’ISIS ad un commosso sermone di un predicatore bo-bo.
A parte ciò, e tenuto conto dell’incidenza dei buoni propositi sul nemico, appare assai probabile – per non dire sicuro – che il miglior modo di farsi attaccare, cioè per subire una guerra è quello di predicare il pacibuonismo, quel misto di buone intenzioni e di richiami morallegalitari che imperversa.
Un’ultima nota. Sosteneva Pareto che le classi dirigenti in ascesa sono energiche e non rifuggono dall’uso della forza; quelle senescenti, fanno prevalentemente uso dell’astuzia. Quindi il pacibuonismo non è espressione solo di santità o di superiorità morale, ma di astuzia di pavidi (e decrepiti). E non credete che il nemico non abbia letto Pareto – e non solo.
Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (  http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


lunedì 30 novembre 2015

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 30 novembre, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 29/11/2015, ore 11.23, una conversazione telefonica tra l’utenza di Stato n. 347***, in uso a S.E. FINZI MATTIA , e l’utenza n. 338***, in uso all’AMBASCIATA DELLA FEDERAZIONE RUSSA. Al telefono, il Presidente della Federazione Russa, S.E. PUSKIN VLADIMIR. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]


S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Come stai, Mattia?”
S.E. FINZI MATTIA: “Vladimir, che piacere sentirti! Ma come parli bene italiano…”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Merito delle barzellette di Silvano.”
S.E. FINZI MATTIA: “La sai quella del missionario?”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Dopo, se non ti spiace.”
S.E. FINZI MATTIA: “Certo. A cosa devo il piacere?”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Queste sanzioni, Mattia. Fanno male a noi, fanno male a voi… quando pensi di fare qualcosa?”
S.E. FINZI MATTIA: “Lo so, lo so. Ma vedi, Vladimir…non è facile. L’Europa…”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “L’Europa, Mattia, sempre l’Europa…non sta diventando un po’ una scusa, questa Europa?”
S.E. FINZI MATTIA: “L’Europa è un sogno, Vladimir, il nostro sogno.”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Piaceva anche a noi russi, sognare. Abbiamo sognato settant’anni, ma poi ci siamo svegliati. Brutto risveglio, Mattia.”
S.E. FINZI MATTIA: “Cioè tu dici che l’Europa e il comunismo…”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Fuochino. Mattia, avete il nemico alle porte di casa, anzi: dentro casa. Noi lo combattiamo anche per voi; ma voi? Quando vi svegliate, voi? Almeno levateci le sanzioni.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ti garantisco che sto facendo tutto il possibile, per le sanzioni. Guarda, giusto venerdì scorso ne ho parlato con la Merkel…”
[pausa]
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “…e?”
S.E. FINZI MATTIA: “E ufficiosamente, ti posso dire che ci siamo quasi.”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Ufficiosamente.”
S.E. FINZI MATTIA: “Certo, ufficiosamente.”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Quasi.”
S.E. FINZI MATTIA: “Quasi.”
[pausa]
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Grazie, Mattia.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ma figurati! E’ interesse comune, no?”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “La sai quella del difettuccio?”
S.E. FINZI MATTIA: “No. E’ di Silvano?”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “No, è russa.”
S.E. FINZI MATTIA: “Vai.”
S.E. PUSKIN VLADIMIR: “Una donna dice all’amica: ‘Io non bevo, non fumo, non mi drogo e non ho mai tradito mio marito.’ ‘Ma che brava!’, risponde l’amica. ‘E proprio non hai difetti?’ ‘Uno solo. Sono bugiarda.’ “


Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.o  Osvaldo Spengler



(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Chi è il  Maresciallo Osvaldo Spengler?  Nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”

***

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


venerdì 27 novembre 2015

Guerra all’Isis:  Renzi si è defilato
La  politica dell’ombrello. Degli altri



Sulla guerra all’Isis Renzi  si  è defilato…  E non gli si può dare torto.   La "coalizione" internazionale è ancora a un livello acquoso. E soprattutto,   politicamente, l' Italia è  una media potenza, militarmente invece, peggio ancora: una piccola.  Microesercito, pochi aerei,  marina fin troppo impegnata nel Mediterraneo,   morale della “truppa”, e in particolare dei vertici,  mediocre. Armi non convenzionali, neppure a parlarne. Forse potremmo contare sui Carabinieri e qualche reparto speciale, come la Folgore.  Poca roba. E quel poco che c'è,  è in giro per il mondo: le famose “missioni di pace”.  Quindi sul piano militare, la scelta è giusta.
E su quello politico? Diciamo che, moralmente,  abbiamo poco da perdere.  Dell’Italia nessuno si fida.  E la scelta di Renzi nulla toglie e nulla aggiunge a questo atteggiamento verso il Belpaese che, piaccia o meno,  è un "brand" diffuso all’estero.   Del resto, la politica estera di una media potenza militarmente nulla o quasi, quale poteva e potrebbe essere, se non quella di cercare di andare d’accordo con tutti? Storicamente,  sono noti a tutti di “giri di valzer” all’interno della Triplice e della Nato, con francesi e britannici da un parte e arabi e palestinesi  dall’altra. O comunque di appoggiarsi, se proprio necessario, ai più forti?  Insomma, di cercare sempre riparo sotto l’ombrello altrui?   
Ovviamente ciò ha provocato e può provocare lo sdegno di certi  patrioti tutti di un pezzo, che però plaudirono alla Prima Guerra Mondiale (che si poteva evitare, puntando sulla “lucrosa” neutralità giolittiana) e alla Seconda, inopinatamente fomentata da Mussolini, che quasi distrusse il Paese e culminò nella  guerra civile.  
Certo, potremmo in previsione di future e complesse scelte militari,  tentare almeno  di prepararci meglio alla bisogna,  stanziando più fondi per la Difesa. Ma Renzi,  da buon socialista, ben si guarderà dal provocare il potente partito neutralista ( e italianista), come dire, a fondo perduto,  formato, da post-comunisti,  pacifisti, partito delle mamme,  del Papa,  cattolici progressisti e non, anti-occidentalisti di varia estrazione, anche di destra.  D'altronde, quel divertentismo di cui parlavamo ieri, ormai è diventato per gli italiani una specie di seconda pelle, in alto come in basso. Quindi avanti con la politica dell’ombrello. Degli altri. 
La guerra non è fatta per noi. Prendiamone, serenamente,  atto.  


Carlo Gambescia