venerdì 13 marzo 2015

Due anni di Papa Francesco
Dove va  la Chiesa?   




Provare a giudicare  i due anni di pontificato di Papa Francesco è un esercizio inutile.  Si tratta di un  “approccio” che può avere  senso sul piano  mediatico, più spicciolo.   Detto brutalmente:  per chi  vive di gossip,  pauperismo insincero, provocazioni stupide  e di “Santi subito!”. Anche perché, perfino le analisi,  apparentemente più approfondite,  non vanno oltre gli ultimi cinque o sei  pontificati:  diciamo che partono "serialmente" dalla “svolta”,  il Concilio Vaticano II. Limitandosi a valutare  il grado di  coerenza con i suoi assunti  "democratici" (più avanti,  il lettore capirà il perché del virgolettato). 
In realtà,  ogni pontificato andrebbe incasellato, strutturalmente (cosa che piace al sociologo) nel quadro ben più profondo della  “Lotta  per le investiture”, come del resto  ha osservato  Dalmacio Negro (*) .  Ovviamente,  non  in  senso storico stretto ( evenemenziale o politico-militare),  bensì  come metaconflitto tra potere laico e potere religioso:  un contrasto  che ha distinto la storia dei due poteri, e che oggi vede la Chiesa sulla difensiva,  grosso modo dalla Rivoluzione Francese.
Ora,  una volta assodata la natura del conflitto, che, semplificando è quello tra un dio  mortale ( lo Stato, o comunque tra  una delle  forme terrene assunte dal “politico” ) e un dio immortale  (la Chiesa come prolungamento di un potere ultraterreno), si deve procedere nel ragionamento, individuando un punto importante:  i due sistemi   obbediscono a forme di legittimazione, assolutamente opposte,  lo  Stato,  all’inizio vincolato,  a una sovranità discendente proveniente dall’alto (da Dio), oggi ubbidisce a  una sovranità ascendente, proveniente dal basso (dagli uomini);  la Chiesa, per contro, continua a ubbidire, come asserisce pubblicamente,  a una sovranità   proveniente dall’alto.  Resta difficile dire, se nella "eterna" lotta per le investiture,  anche la Chiesa si “emanciperà”, laicizzandosi del tutto, o se sarà lo Stato a fare un passo indietro.    
Si può solo anticipare,  che per ora - ovviamente dal  punto di vista dei presupposti interni -   mentre il  potere politico sembra mostrarsi  perfettamente coerente con i propri,  il potere religioso, come abbiamo detto  sulla difensiva  da almeno un paio di secoli,  non sembra più sicuro dei suoi presupposti.  
Non  interessa qui discutere circa la  bontà dei valori degli uni o degli altri, ma più semplicemente dei  livelli di coerenza  del “Sistema-Stato” e del “Sistema-Chiesa”,  rispettivi prolungamenti, ripetiamo,  del potere politico e religioso.  Diciamo allora che la Chiesa, per quello che riguarda i principi, quale sistema a struttura aristocratica e gerarchica, basato sulla sovranità ultraterrena,  rischia di somigliare sempre di più allo Stato che invece, sempre a livello di principi,  è un  sistema a struttura democratica, razionale-legale, fondato sulla sovranità terrena. Per inciso, uno Stato che va perdendo i suoi confini, tornando a farsi universale, come la Chiesa, e quindi ancora più minaccioso.  Che poi nei fatti esistano costanti, che mostrano che i due sistemi, non sono completamente aristocratici (la Chiesa) né democratici  (lo Stato),  è un’altra questione: metapolitica. E chi ci legge sa che cosa intendiamo.
La Chiesa, più si democratizza e laicizza,  più  snatura  i suoi principi,  più  rischia di confondersi con le organizzazioni laiche di tipo umanitario ( dal Ministero della Salute, attraverso le Ong, fino alla Fao e all’Onu): organizzazioni  a sovranità ascendente,  terrena. Diciamo che la Chiesa rischia di svuotarsi dall’interno.
Si tratta di un bene? Si tratta di un male?  Dipende dal punto di vista ideologico. Non possiamo che rispondere,  come Papa Francesco:  “Chi sono io per giudicare?".  Con una differenza fondamentale però:  che il Santo Padre, in quanto parte in causa, a differenza  di un puro e semplice studioso come chi scrive,  dovrebbe  giudicare.  Eccome.

Carlo Gambescia     


giovedì 12 marzo 2015

Il libro della settimana: Cesare Garboli. Tartufo. Adelphi, Milano 2014 pp. 176. Euro 13,00  (recensione a cura di  Teodoro Klitsche de la Grange)

http://www.adelphi.it/libro/9788845975790


Questo libro raccoglie saggi di Garboli sul “Tartuffe” pubblicati tra il 1973 e il 2000 (con una post-fazione di Cecchi e un saggio di Carlo Ginzburg).
L’interpretazione che Garboli dà del personaggio di Moliére è attento al di esso “ruolo” sociale, e più precisamente socio-politico.
Tartufo è un impostore, un ipocrita: come tutti costoro sfrutta gli idola – le derivazioni direbbe Pareto – condivise nella società. Le sfrutta a proprio beneficio, economico, sociale e di carriera. In un ambiente sociale come quello del XVII secolo, intriso di devozione religiosa (vera o falsa) il tipo dell’arrampicatore (perché Tartufo, nato servo, solo per il coup de theatre alla fine della commedia non riesce legalmente a divenire padrone) è l’(apparente) bigotto. In sè Tartufo è un archetipo e a modo suo, se non un eroe, almeno un “modello” nel senso di Max Scheler.
Rappresenta (così) la sintesi dei valori positivi di un’epoca: ovviamente li rappresenta ma non li vive né li condivide: se ne serve.
In un’altra epoca, magari come la nostra secolarizzata, e dotata di un’altra “tavola di valori”, Tartufo sarebbe stato non un devoto e un “direttore spirituale”, ma un giornalista di regime o un politico sempre pronto a commoventi discorsi sulla pace e i diritti umani ovvero un burocrate – tutto trasudante zelo e buone intenzioni. Il significato politico di tutto ciò è chiaro a Garboli: non solo perché Tartufo fa uso di uno dei due mezzi della politica – l’astuzia – ma perché sfrutta i sentimenti popolari prevalenti (occorre “parere” più che essere, avrebbe scritto Machiavelli).
Come infatti scrive Garboli quello del personaggio di Moliére “è anche il modo che hanno i politici di concepire la loro attività come qualcosa di salutare per il mondo. Governare è simile a ciò che Tartufo fa con il patrimonio di Orgone. Non vuole che a gestirlo siano i figli perché lo farebbero in modo scriteriato, considera giusto che a occuparsene sia lui direttamente”. In altro punto l’autore fa un’affermazione profonda: come tutti gli ipocriti che nascono servi – e sono divenuti o vogliono diventare padroni, Tartufo si sceglie un padrone che non è concreto, non è un vero padrone (dato che il potere è sempre esercitato dall’uomo sull’uomo): il Cielo (che ha il pregio di non poter castigarlo in questa vita).
Tutti i Tartufi d’oggigiorno hanno la propensione a un padrone per così dire “ideale”: la legge (non il popolo, non si sa mai), il mercato, l’umanità, qualche volta – è meno di moda – la democrazia. Tutte astrazioni ideali di cui il Tartufo di turno è l’interprete autorizzato.
Il genio di Molière cambia la prima stesura del Tartufo alla fine dell’opera, al momento del trionfo dell’impostore, e riporta le cose a posto, facendo intervenire il signore concreto, cioè il Sovrano nella persona del Re sole, che scopre le trame di Tartufo e la dabbenaggine dei giudici che hanno dato ragione all’ipocrita: e con un motu proprio (vero atto di sovranità) cassa la sentenza e manda Tartufo in galera. È la sovranità ormai sviluppata che corregge malefatte ed errori e interpreta il retto sentire ed agire comunitario.
Perché – è questo che Garboli non tratta – lo stesso Molière nel pregare Luigi XIV di togliere il divieto di rappresentazione del Tartufo sottolineava il carattere de-compositivo dell’unità e dell’autorità politica svolta dall’ipocrisia (e dagli ipocriti). D’altra parte, si ricava dall’epilogo della commedia, una comunità politica che si fondasse solo sul rispetto delle leggi (norme, tavole dei valori e così via) non potrebbe neppure esistere e vivere: perché occorre comunque, ed è ancora più importante, l’obbedienza leale a un potere umano, irriducibile alle “norme” (al Cielo, direbbe Tartufo, e non da solo). Essere suddito o cittadino di una comunità          richiede un’adesione leale e non strumentale così come sollecitudine per il bene comune e non quella per i propri affari personali. Una lezione quanto mai attuale. Il che prova che il “Tartuffe”, che ha superato il contesto della propria epoca, ha le dimensioni di un “classico”: quello di un’opera che vale per tutti i tempi.
Teodoro Klitsche de la Grange


Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" ( http://www.behemoth.it/  ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


mercoledì 11 marzo 2015

La generazione dei nati negli anni Cinquanta non vuole essere  rottamata...
Chi semina vento, 
raccoglie tempesta





Oggi  ci  ha colpito questo lancio Ansa  che prende spunto da un libro che leggeremo con piacere:

Adulti o tardo-adulti, colpiti dalla crisi e dalla riforma delle pensioni, esodati, prepensionati, staffettati, licenziati, in conflitto latente con i giovani sul mercato del lavoro. Sono gli over 50: 24 milioni e mezzo di italiani, stando ai dati Censis. "Una classe di ferro, temprata a ogni avversità, che si è sobbarcata buona parte del Novecento, seppellendone derive, abiezioni e aberrazioni, che oggi si vorrebbe maldestramente accantonare ma che non può rassegnarsi docilmente all'oblio, all'emarginazione semplicistica, al giovanilismo infantile e al pensiero breve", scrive Bruno Menna nel pamphlet "Baby Boom" (Iuppiter Edizioni).


Non siamo  d’accordo. Quale  “classe di ferro”?  Ci spieghiamo subito.
In realtà, i  “baby boomers” (i figli del boom delle nascite nel dopoguerra)  sono  gli ultimi “ragazzi”  nati e vissuti nel segno dell’ideologia (i totalitarismi, le utopie, il mondo diviso in due, eccetera...).  Altro punto qualificante:  gli ultimi  a ricevere un’educazione  tradizionale:  un imprintig impostato su codici deferenziali  verso gli adulti e l’autorità,  codici  che hanno  innervato  tutta la generazione del “Baby Boom”: gli impegnati politicamente (una minoranza, gli innovatori, i creativi) e  i conformisti (la maggioranza, quelli che si  adeguano  a tutto, anche alle rivoluzioni).        
C’è sicuramente  meno differenza “culturale” tra i nati negli anni Dieci e Venti  e i nati negli anni Cinquanta ( forse fino alla prima metà dei Sessanta, generazione quest’ultima schiacciata tra le idee di ordine e disordine…), che  con  coloro che sono  nati  negli anni Settanta.  Probabilmente la maggiore  differenza formativa  tra le classi del 1910-1920 e quella del 1950 (magari includendo anche i nati  seconda metà degli anni Quaranta)  è rappresentata dalla partecipazione dei primi  alla guerra  mondiale e (poi) civile. Soprattutto in Italia.  Un’esperienza  che però ha segnato  nel ricordo i figli nati negli anni Cinquanta:  come dimenticare i terribili racconti di guerra dei padri nati negli anni Dieci-Venti?   
Il che spiega, per reazione, il pacifismo diffuso.  Pertanto, per la maggioranza dei nati negli anni Cinquanta, parleremmo di generazioni di  “burro” (piuttosto  che di cannoni o di “ferro”),  sicuramente antieroiche. Un pacifismo che ha contaminato  anche  le generazioni successive ( in particolare dagli anni Settanta in poi), generazioni che di conseguenza  hanno perduto  con i codici dell’onore militare anche  l’idea stessa   dell'esistenza necessaria -  piaccia o meno -   di un  codice di deferenza verso l’autorità.  Senza il quale le società, a prescindere dal regime,  prima o poi, periscono. Si tratta insomma, di un fattore prepolitico, che non può essere ignorato. 
Sicché, nel volgere di  pochi anni -  la seconda metà dei Sessanta -  è andata a fondo, simbolicamente, la figura del  padre. E con essa,  più concretamente,  qualsiasi  concetto  di autorità (da non confondere con l’autoritarismo).  Parliamo del tracollo di un  sistema di valori sociali e politici, ovviamente imperfetto come tutti i sistemi,  che però   aveva accomunato  “educativamente”  tutte le generazioni  nate e vissute nei primi sessant’anni del Novecento (si potrebbe andare anche più indietro, ma per ragioni di brevità...).  
Forse era durato troppo…  Il che potrebbe spiegare  la ribellione del Sessantotto ( ci rivolta contro il potere, quando è quest’ultimo a mostrare segni di debolezza, mai prima), ribellione, dicevamo,  animata dalla generazione nata negli anni Cinquanta, l’ultima a obbedire, la prima a ribellarsi.   In nome di che cosa?  E per andare dove?  Ancora ci si interroga.  Tra le rovine.  
Concludendo, non si può demolire il concetto di autorità e poi invocare rispetto.  Cari “baby boomers” (cari, perché parliamo di coetanei), non si possono minare le radici sociali dell'obbedienza e poi pretendere di passare all'incasso. Chi semina vento, raccoglie tempesta.  Proprio come dicevano  i nostri  nonni.  Quando si dice il caso…
                                                                                                                          Carlo Gambescia        

martedì 10 marzo 2015

Partito il Quantitative easing
Draghi, il mago del cortisone...

Il re del cortisone,  Draghi

Senza tanti giri di parole:  l’acquisto titoli da parte della Bce (Quantitative easing) è come un’iniezione di cortisone, di quelle che gonfiano, che  "fanno un faccione così".  Nel caso, il viso a rischio è quello della  liquidità europea,  nelle mani delle banche, of course.  Il cortisone è un ormone che  può alleviare i dolori, in alcuni casi far guarire, ma alla lunga può provocare danni irreversibili. Il che spiega,  per tornare alle  stagnanti acque dell'economia europea,  i limiti precisi dei  tempi di intervento, non oltre  il 2016.  Si allentano i cordoni della borsa confidando nell'ipotesi che una più consistente dose di liquidità,  gestita dalle banche periferiche,  possa  far ripartire tutto l’ambaradan.   Ma come?   Innescando, quello che i manuali alla  Samuelson, definiscono  il circolo virtuoso: da un lato,  basato  (in entrata)  sul deprezzamento dell’euro, sull’aumento delle esportazioni,  sul calo dei tassi di interesse,  dall’altro (in uscita),  sui  minori oneri per il debito, sulle maggiori risorse per gli investimenti pubblici  e  privati,  sul rilancio delle   vendite, della produzione, delle assunzioni e dei consumi.            
Come abbiamo più volte scritto non siamo economisti, ne sappiamo solo quanto basta dal punto di vista dell’analisi sociologica. Diciamo allora che, nel nostro piccolo,  formuliamo due previsioni.
La prima:  se la strategia  di Draghi, una specie di mago del cortisone (se ci si passa la battuta),  si rivela giusta  il volano della liquidità, generando inflazione a piccole dosi,  può far ripartire l’economia reale. La seconda: esiste anche  il rischio  contrario, infatti l’eccesso di liquidità (il denaro  facile) può  alimentare l’economia  non proprio reale della speculazione finanziaria.  Il cortisone-easing, insomma,  è l’amico-nemico del malato-economia europea.  È un ormone infido che può guarire come uccidere.  Depende. Dall’uso.  
A dire il vero, la strategia “cortisonica”  non è un’invenzione di Draghi:  si tratta di blando keynesismo monetarista, un impianto concettuale che mescola economia dell’offerta e della domanda, un impasto per palati sottili, che sarebbe complicato spiegare: chiediamo fiducia sulla parola.  Draghi però lo ha recuperato, se si vuole  reinventato e imposto ai tedeschi:  il che è un suo indiscutibile merito (o demerito... perché tutto dipenderà dai risultati, che per essere valutati richiedono, al di là dei titoloni dei giornali di oggi sul "superbazooka di Draghi",  ben  più di qualche giorno, settimana o mese).
Inoltre, punto importante,  se è   vero che il "cortisone" monetario  dà maggiori  garanzie circa il risultato quanto più  la scala di intervento è ridotta,  è altrettanto vero che tanto più  l’economia  “cortisonizzata”  sarà aperta  verso l’esterno quanto più le possibilità di ripresa si faranno più  reali ed estese.  Tradotto: nei sistemi chiusi (autarchici)   i risultati della  “cortisonizzazione” si traducono  in  vantaggi solo  per alcuni gruppi sociali garantiti politicamente (burocrati di stato e monopolisti), mentre  nei sistemi  aperti ( con o di mercato)  i vantaggi si diffondono a pioggia su tutta la società. Per dirla brutalmente: nei sistemi politico-economici avanzati (diciamo di terzo-quarto stadio, Organski, docet), il rachitismo sta alla società chiusa come la gagliardia alla società aperta.  
Perciò  l’uscita dall’Euro, da molti invocata, comporterebbe per ogni singolo stato  - sempre che non si voglia regredire all'età della pietra -  una doppia riedizione, in scala ridotta,  della politica “cortisonica” sul piano nazionale  e   dell'  apertura, senza se e senza ma,  verso  il mercato internazionale. 
Di sicuro, per noi le cose non andrebbero meglio, anzi.  Dal momento che  il peso della competitività sarebbe ancora più gravoso: a quella  extraeuropea si sommerebbe  l’agonismo economico  intraeuropeo.   Praticamente,  una mission impossible  per  un’ economia come quella italiana  priva di grandi  risorse naturali, con un  debito pubblico fuori controllo, una pressione tributaria elevatissima  e  dai  bassi livelli di  produttività.   Pertanto,  è  giusto segnalare  il pericolo dell' eccesso di cortisone,  ma è  molto più importante respingere le  lusinghe dei  piazzisti del nazionalismo a buon mercato.        

Carlo Gambescia

lunedì 9 marzo 2015

Che c’entra Alberto Bagnai
con il Marchese del  Grillo,  
Domenico Soriano e Napoleone?



Girellavo on line...  Premessa,  niente di personale.   Ma,  amici lettori,   all' Alberto (Bagnai) gli è partita la brocca (per buttarla sull'informale)…   Leggere per credere:

"Non credo ci sia dimostrazione più evidente del fatto che la Grecia è un paese occupato. Tsipras è il Pétain di questo tristo regime di Vichy, e Varoufakis, l'esperto di teoria dei giochi che non sa bluffare nemmeno avendo in mano un poker d'assi, è il simpatico Céline di questo tristo regime, condividendo con lo scrittore la propensione alla delazione, e anche una certa arte di dire tante parole per non dire in fondo nulla se non che la guerra è brutta (signora mia!), e che i poveri stanno peggio dei ricchi e hanno diverse priorità ".


Se non si tratta della  brocca  diciamo però che in quel che  scrive  scorgiamo anche  un pizzico di “rosicosità” , proprio verso  Varoufakis,  il quale,  probabilmente,  dall’alto dei suoi pettorali  non sa  neppure dove sia Pescara...    E lui, il nostro Koopmans in pectore si deve accontentare di polemizzare -  anche qui da molto lontano -  con quei bischeri dei  piddini, che,  a loro volta,  non se lo filano proprio.  Certo, restano i lettori del format einaudiano (senza però essere Einaudi chi scrive),  del tipo Agata-guarda-e-stupisci:  notai, avvocati, professori di liceo, segretari comunali, viaggiatori di commercio. Insomma,  i devoti  che per destino  ritagliano e conservano gli articoli, votati a difendere e diffondere il Verbo.  Diciamo che ormai  Bagnai  è quasi un caso umano.  Anzi di più: un caso, da studiare,  di involuzione accademica,  ovviamente tenendo a portata di mano  Wissenschaft als Beruf . Ah,  le pagine sui profeti e demagoghi in cattedra...  Ma Bagnai scrive sul blog!   Dalla cattedra invece.  Certo,  però un minuto sì, l’altro pure,  ci  ricorda, come il marchese del Grillo, che lui è lui e  che noi  non contiamo un cazzo.  
Diciamola tutta: è  un economista  con  formazione  matematica e  che quindi non capisce  un’ acca di storia.  Altrimenti non si lancerebbe in comparazioni  (similitudini al quadrato)  a dir poco azzardate. Un economista, dicevamo, che  si  è reinventato  ideologo:   lui dice antieuro per salvare il capitalismo possibile. Gli crediamo.  Però,  visto che ai profeti privi di Decalogo, per tornare sul punto,  è comunque necessaria visibilità (ricerca  che Bagnai  rimprovera agli altri), il nostro Marchese del Grillo, passo dopo passo (forse senza accorgersene?),  ha alzato  il tiro, sprofondando  in quel criptico che fa tanto setta: citazioni plurilingue,  anche (lingue) morte a piazer,  la domenica cameriere e militari metà prezzo.  E poi  largo uso  della preterizione, dell’apostrofe, della similitudine  e quando capita della reticenza.  A Roma, però  il popolino (quello costretto a smettere di far rumore quando il Marchese dorme)  capisce che  si  vuole “buttarla in caciara”:   perché i  grafici e  tabelle,  messi  lì  - crediamo -   per  dare  un  tono da roof garden macroecoenomico,  alla fin fine, come i botti di capodanno,  finiscono in fumo.  Perché il punto è: se il capitalismo, grosso modo,  ha quattrocento anni  di vita, come è possibile prevederne l’evoluzione sulla base -  a voler essere generosi -  degli ultimi due o tre decenni?   Un adepto, tutto risentito,   rivendicava   che la crisi dei ceti medi data  quattordici anni…  Capirai!   Anche ammesso che sia così, come è possibile scrivere la recensione di un film sulla base degli ultimi  cinque minuti?  Il problema è che gli ecoultimidiecimetristi  soffrono di  eiaculazione precoce, per dirla con quel fine intellettuale di Rocco Siffredi.  E il viagra statistico-inferenziale,  non risolve ma aggrava il problema,  perché il modello, davanti alle procaci  forme di Clio,  zac-zac e  si sgonfia subito…  E avanti un altro.    Eventualmente, aridatece Kondratieff…  Uno che con  Clio,  purtroppo un po’ mignotta (questo è vero), come con Filumena Marturano,  alla fine convolò… Nel nome  delle onde più  lunghe. E vissero felici e contenti ( o quasi).   Crediamo  che il problema di Bagnai sia molto semplice: esistono due tesi, le sue  e le sue…  Quindi con lui:  o così o pomì…  E poi  “Cazzo! Io sono Domenico Soriano: sono professore!”. Dopo però,  te la sei dovuta sposare  la mignotta.   Clio-Filumena si vendica sempre.       
Napoleone - pure lui era bravo in matematica -  era della stessa razza dei Soriano.  Ma era Napoleone. Non si credeva Napoleone.

Carlo Gambescia  

            

domenica 8 marzo 2015

Festa della Donna
Grande Tery  Sammito!

Fonte della foto: : http://www.corrierediragusa.it/articoli/cronache/modica/29736-ha-sacrificato-la-propria-vita-per-dare-alla-luce-un-figlio-la-32enne-modicana-tery-sammito-malata-ma-fervente-cristiana-non-ha-voluto-abortire.html

Certe cose fanno arrabbiare subito.  Oggi è la Festa della Donna.  Perfetto.  Auguri di tutto cuore. Quel che invece infastidisce  è  l’assente  copertura mediatica  o peggio  il mancato rilancio  di una notizia e di qualche editoriale ( solo "qualche" editoriale, non sia mai…), su una donna veramente coraggiosa. Che meriterebbe  grande ammirazione.   Soprattutto oggi.   Parliamo di Tery Sammito, siciliana,   malata terminale,  sincera cristiana, che non ha voluto abortire,  morta mercoledì scorso, dopo aver dato alla luce un figlio. 
E invece no.   Ne accennava,  solitario,   ieri,   il Corriere di Ragusa (non della Sera). Per il resto silenzio totale:  dall’ Ansa all’ Avvenire (covo di comunistelli da sagrestia fuori tempo massimo). Strano, perfino quei baciapile de La Croce hanno glissato (o quasi)... Senza dimenticare l'artiglieria pesante degli ex giornaloni, sempre pronti a sprizzare laicismo di origine controllata: Tery,  una fanatica,  Medioevo, Santa Inquisizione, bla bla bla…  Guai a indicarla  come esempio,  per carità non di fede in dio (notare la minuscola), ma nella continuità della vita.  E a chi poi?   Al laicume femminsta e ai loro caudatari maschi  che sembrano usciti da “Sex and the City”?  Tutti/e obbedienti  al modello unico (non delle tasse)  della  donna emancipata,  single e in carriera...   E i figli? Chi se ne frega… Meno siamo, meglio stiamo, parapapà... Vecchio Pascal,  quanto avevi ragione...  quando scrivevi dell'uomo con la benda sugli  occhi in  full position vero il primo dirupo a sinistra...
E questo in un’Italia dove il tasso di natalità è sotto zero.  Dove piazza San Pietro è piena solo di turisti della fede e le chiese intorno  deserte ( o quasi),   come nel profetico  romanzo di Morselli.  E dove  un  Papa da tertulia televisiva -  così ci capisce, l’argentino -   consiglia di  fare meno figli.  “Chi sono io per giudicare!”  Giusto, ogni epoca del cattolicesimo ha il Papa che si merita…
Grande Tery.  Viva tutte le donne coraggiose come te!    

Carlo Gambescia 


venerdì 6 marzo 2015

Il progetto Vox
Mappa dell’intolleranza?  
Ottima, però ne servirebbe una di destra…


 Non pretendiamo di analizzare scientificamente il lavoro, sicuramente significativo,  sul piano della ricerca,  che ha condotto all’elaborazione di  una “mappa dell’intolleranza”:  progetto voluto da Vox (Osservatorio Italiano sui Diritti),  basato su otto mesi di monitoraggio su Twitter, rivolto a  misurare i livelli di intolleranza nei confronti di donne, omosessuali,  immigrati, diversamente abili ed ebrei (http://www.voxdiritti.it/?p=3612).  E i risultati (due milioni di tweet intolleranti), purtroppo,  lasciano senza parole.  Nonostante, la forte pressione istituzionale e mediatica,  i livelli  di intolleranza   verso minoranze e diversità  restano estesi e diffusi. Ne prendiamo atto.
Molto interessante la metodologia delle ricerca:

"Ispirata da esempi stranieri, con un vasto expertise alle spalle, come la Hate Map della americana Humboldt  State University, la Mappa dell’Intolleranza italiana ha comportato un vasto lavoro di ricerca e di analisi dei dati, con il supporto e il coinvolgimento di ben tre dipartimenti di tre diverse università, tra i più prestigiosi nel nostro Paese. La prima fase del lavoro ha riguardato l’identificazione dei diritti, il mancato rispetto dei quali incide pesantemente sul tessuto connettivo sociale: questa fase è stata seguita dal dipartimento di Diritto Pubblico italiano e sovranazionale dell’Università degli Studi di Milano; la seconda fase si è concentrata sull’elaborazione di una serie di parole “sensibili”, correlate con l’emozione che si vuole analizzare e la loro contestualizzazione: questo lavoro è stato svolto dai ricercatori del dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma, specializzati nello studio dell’identità di genere e nell’indagare i sentimenti collettivi che si esprimono in rete. Nella terza fase si è svolta la mappatura vera e propria dei tweet, grazie a un software progettato dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari, una piattaforma di Big Data Analytics, che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per comprendere la semantica del testo e individuare ed estrarre i contenuti richiesti. Infine, i dati raccolti sono stati analizzati statisticamente ed elaborati da un punto di vista psico-sociale dal team della Sapienza, dando vita alla Mappa dell’Intolleranza."

Si può avanzare l'ipotesi che  l’ agenda dei diritti  sia decisamente progressista ? Sì.   Il che - attenzione -  non significa sottovalutare la pericolosità  dell’odio sociale verso il diverso. Per carità, va bene così (nel senso che certi atteggiamenti  vanno sempre segnalati e stigmatizzati).  Ma andiamo oltre:   quel che  invece  non stona e colpisce è l'eccellente  flessibilità  metodologica degli strumenti euristici impiegati.  Aspetto che ci ha subito  incuriosito. E spieghiamo perché. 
Sarebbe interessante  capire quale  tipo di mappatura  si otterrebbe  puntando  sull’uso della  piattaforma Big Data Analytics (terza fase),  ma cambiando l’impianto concettuale, “l’identificazione dei diritti” (prima fase)  e la conseguente parte  semantica, “l’elaborazione delle parole sensibili” (seconda fase).
Che cosa vogliamo dire?   Perché non misurare -  non ci stiamo candidando ad alcuna direzione scientifica -  l’intolleranza verso la famiglia, come unione  naturale tra uomo e donna,  verso i valori borghesi (rispettabilità,  decoro, laboriosità, onestà),  verso la patria,  verso gli anziani, verso la vita, ovunque si presenti?  Chi legge penserà, ma che razza di diritti sono questi?  Diritti alla… normalità. Certo, sappiamo perfettamente, che la parola è molto discussa, ma ce ne assumiamo la responsabilità in termini di weberiana (e paretiana), onestissima,  dichiarazione dei valori dell'osservatore rispetto al fenomeno osservato.  Cosa che non tutti gli studiosi tengono in giusta  considerazione, quando, come spesso capita,  presentano,  intenzionalmente o meno,  i propri valori come assoluti.  Quindi, per tornare sul punto specifico: diritto a una  famiglia normale, diritto ad essere fieri di avere una vita borghese, di amare la  patria, di rispettare i propri padri e la vita ovunque si manifesti, anche sulla base di principi religiosi condivisi: nel fondo di un letto come  nel grembo materno. E senza essere insultati.  Come invece oggi avviene.  Insomma, siamo a no davanti a forme di intolleranza? 
Si dirà,  sono valori di destra. Può essere. Qui però  nasce il problema. Perché per realizzare una mappatura del genere -  visto che le università  sono la  punta di lancia del progressismo  - servirebbe un Think Tank conservatore (quelle cose all’americana). E in Italia non ce  ne sono.  
Un volta,  posso fare nomi e cognomi,  proposi  una  cosa del genere ad alcuni politici:   mi risero in faccia…

Carlo Gambescia