mercoledì 31 luglio 2013



La scomparsa di Valter Binaghi






Ho saputo solo questa mattina della scomparsa di Valter.  Mi aveva parlato dei suoi problemi di salute, ma non credevo...
Scrittore penetrante,  lettore insaziabile,  ma anche uomo complicato, pieno di spigoli, tuttavia  sempre sincero. E - immagino -  magnifico docente.  Non  ci siamo mai conosciuti di persona.  Per giunta,  le  ultime e-mail  scambiate, per farla breve, sono  state  di "rottura",  più "ideologica"  -  credo -  che  di natura personale. In  altri termini:   etica dei mezzi (la mia) contro  etica dei grandi valori (la sua).   
Forse,  come dire, tra le righe,  gli invidiavo  - io freddo chirurgo sociale ( o presunto tale)  -   la  volontà di credere e lottare per un  mondo migliore.  Evidentemente,   da cattolico  "istituzionale", sotto sotto,  ammiravo  -  come capita nelle segrete  amicizie  scolastiche tra (spocchiosi) secchioni  e (turbolenti) ultimi  della classe -   il suo cristianesimo  "movimentista"  e  profetico.     
A dirla tutta però,  ho sempre  immaginato Valter  come un moderno  Paolo  passato attraverso le fiamme della controcultura anni Settanta:  un pensiero, il suo, simile a  lava incandescente,  da ammirare a distanza, perché  capace,  da vicino,  di travolgere tutto e tutti.  Ora però, Valter, è  troppo in alto,  troppo lontano...  Perciò va ammirato e basta.
Un abbraccio commosso alla signora Roberta e ai cari figlioli, Alice e Francesco.               

Carlo Gambescia

lunedì 24 giugno 2013




Cara donna Mestizia,
io sono un'atleta e non ho competenze da commercialista. Sono una persona onesta. Ho vinto diverse medaglie, un oro olimpico e decine di campionati italiani e mondiali. Ho faticato da sempre nello sport. Voi non sapete cosa possa significare la stanchezza nelle competizioni sportive.
Mia Eccellenza V. Teresa Ibidem

Vostra Eccellenza Ibidem,
però sappiamo che cosa può significare la stanchezza nelle competizioni elettorali. Nell’ultima, per esempio, più della metà degli elettori non ce l’ha fatta ad arrivare ai seggi.

* * *

Cara donna Mestizia,
agli insulti di cui sono fatta oggetto, non rispondo. Ho sempre lottato per un linguaggio non violento e questo impegno lo mantengo.
Mia Eccellenza Vispa T. Kikuyu

Vostra Eccellenza Kikuyu,
Lei ha tutta la mia solidarietà. Come diceva il Presidente americano Theodore Roosevelt, “Parla piano e porta un grosso piccone”… o era “bastone”? Non ricordo.

* * *

Cara donna Mestizia,
l’unico antidoto alla paura è la conoscenza reciproca. Solo così si abbattono le barriere. Il mondo non è più lontano, ormai è qui, in casa nostra.
Mia Eccellenza Vispa Teresa Bollini

Vostra Eccellenza Bollini,
concordo. Alla Presidenza della Camera dei Deputati Lei è sprecata: dovrebbe semmai presiedere la Camera degli Ospiti.

* * *

Cara donna Mestizia,
ho chiuso col porno, manterrò attivo il mio impegno nel campo dell'istruzione.
V. T. Vasha Drey

Cara V.T. Vasha Drey,
chi meglio di Lei rappresenta la linea culturale che ci illustra più sopra Sua Eccellenza Bollini? Conoscenza reciproca unico antidoto alla paura, barriere da abbattere, il mondo in casa nostra…E’ ben documentato, inoltre, il Suo coerente rifiuto di ogni forma di razzismo. Fossi in Lei, manderei il curriculum a Palazzo Chigi. Chissà, al prossimo rimpasto ministeriale…



Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

sabato 22 giugno 2013

























Oscenità

Rompere gli indugi
graffiare con le mani nude
vedere dentro questa cecità
essere osceni quanto basta
per urlare che la misura è colma.
                                      Nicola Vacca




 Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle e vive a Salerno. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale. Tra i suoi libri di poesia, ricordiamo, Civiltà delle anime (Book) , Incursioni nell’apparenza ( Manni), Esperienza degli affanni,Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio), Mattanza dell' incanto ( Marco Saya Edizioni).

venerdì 21 giugno 2013

Tony Soprano 
o della banalità del male



Ci piaceva molto James Gandolfini nella parte  di Tony Soprano:  mafioso depresso e padre affettuoso,  spietato boss di mezza tacca, ma pieno di rimorsi, rimpianti e complessi.  Eppure incapace di fermarsi, perché sospinto dalla  pervasiva  leggerezza  della routine.
Un ruolo molto articolato, magnificamente interpretato in tutte le sue sfaccettature e persino sfumature. Evitando, anche per merito degli autori,  di incorrere, per fare solo alcuni esempi,  nel manierismo di Marlon Brando, nei ghigni di Robert De Niro e nei deliri di  Al Pacino.  D’altra parte parliamo di  tre divi obbligati a immedesimarsi in caricature di mafiosi. E non in personaggi autentici  come Tony Soprano. 
Peccato che James Gandolfini  sia morto, prima di poter offrire, come si dice, altre grandi prove attoriali. La terra gli sia lieve.  
Quanto alla serie, l’uso del termine capolavoro usato da molti critici, a prima vista può  sembrare eccessivo. Non abbiamo la preparazione necessaria per poter confermare o meno. Tuttavia, come spettatori e studiosi di sociologia  abbiamo apprezzato  "The Sopranos". Mai  perduta una puntata.  Da spettatori  non possiamo non ricordare con piacere  il ritmo e la coerenza della sceneggiatura, la bravura degli attori, nonché  le musiche sempre appropriate.  Indimenticabile, la lunga notte  trascorsa da Tony  accanto al suo cavallo da corsa malato, sulle note di  "My Rifle, My Pony and Me", celebre canzone tratta dal film  "Rio Bravo",  cantata da Dean Martin.  È la miracolosa goccia d'acqua attraverso la quale, per un attimo,  si scorge l'oceano del sogno americano versione frontiera.   Da antologia.




Dal punto di vista  sociologico abbiamo molto gradito  il  puntuale   riferimento  non alla mafia  come macro-fenomeno cospirativo, centralizzato, una specie di  megamacchina del male assoluto (come si usa fare in Italia), ma alle mafie, come micro-fenomeno, diffuso sul territorio, hobbesianamente  divise in bande sempre sull'orlo del conflitto. E per giunta composte, non dai soliti  zombi decerebrati  con la pistola in mano, ma  da  persone con gli stessi problemi esistenziali  del mondo “normale” :  individui concreti,  che però ogni giorno, dalle 8 alle 17, si trasformano in banali  maestranze del male. 
Una chiave interpretativa interessante che permette  al tempo stesso di spoetizzare la mafia e fare dell’ottima televisione,  evitando - cosa ancora  più importante -   di  costruire fangose soap cospirative.   E probabilmente, per  quest'ultimo  motivo,  la serie non ha avuto successo in Italia,  Paese, per eccellenza, dei “romanzi criminali”... (*)

Carlo Gambescia

(*) A proposito,    se vera - la storia ( di oggi: 8/8/13)  del rolex  di Pandolfini rubato  nei momenti successivi al mortale attacco di cuore - c'è veramente di che vergognarsi. Qui l'articolo: http://www.tmz.com/2013/08/07/james-gandolfini-rolex-submariner-watch-case-theft-stolen   .

giovedì 20 giugno 2013

Il libro della settimana: John Witte jr, Diritto e protestantesimo. La dottrina giuridica della Riforma luterana, a cura di Andrea Pin, intr. all’ ed. it. di Brian E. Ferme, pref. all’ed. or. Di Martin E. Marty, Liberilibri, Macerata 2013, pp. XXVIII-458, euro 20,00 




http://www.liberilibri.it/john-witte-jr./208-diritto-e-protestantesimo.html  

Ci sono libri che rinviano ad altri libri e che scatenano nella mente del lettore autentiche tempeste mnemoniche,  teatro naturale  di  eclettiche  riflessioni, ricche associazioni di idee,  spunti interdisciplinari:  una manna per l'intelligenza.  A tale creativa categoria appartiene Diritto e protestantesimo. La dottrina giuridica della Riforma luterana (Liberilibri), scritto da John Witte jr, già allievo d Harold J. Berman  e al presente  direttore del Center for the Study of Law and Religion,  importante centro di ricerca plasmato  da Berman (per maggiori informazioni su Witte: http://cslr.law.emory.edu/people/person/name/witte-jr/  ).
Il libro, sostanzialmente, fa il punto sul ruolo storico  della Riforma protestante -  che a dirla tutta fu una vera e propria rivoluzione (politica, sociale, eccetera) -  ,  puntando le luci   sulla doppia interazione tra luteranesimo e società moderna e  tra diritto e religione.  Tuttavia,   l'opera di  Witte non è  una  ricostruzione (l'ennesima)   tracciata  da un  tardo epigono dello storicismo tedesco.   In realtà,  Diritto protestantesimo, che per  finezza ricostruttiva fa concorrenza  a Diritto e rivoluzione I e II di Berman (di cui ci siamo occupati qui:http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/2011/12/il-libro-della-settimana-harold-j.html  -http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/2007/02/i-libri-della-settimana-hj-berman.html  ), ruota magnificamente  intorno  a due grandi  questioni sociologiche: a) la continuità della tradizione, comunque la si intenda; b) la normalizzazione post-rivoluzionaria, come fattore ciclico.
Il che serve a  spiegare le tempeste mnemoniche di cui sopra.  Infatti,  leggendo il libro di Witte il nostro pensiero  è subito  andato ai lavori di Shils sul tradizione (Tradition ) e di Sorokin sulla rivoluzione ( The Sociology of Revolution). Shils  si sofferma sull'impemeabilità alla decadenza politica delle grandi tradizioni,  dovuta a profonde ragioni organizzative come nel caso del più che longevo diritto romano; Sorokin  invece ipotizza, e in larga misura riesce a provare,  come nelle rivoluzioni, ciclicamente,  alle  fasi di anarchia sociale  ne  seguano  altre  di   riorganizzazione societaria.  
Si tratta, per così dire, degli stessi  fondati sillogismi sociologici che  innervano Diritto e protestantesimo, per inciso, ottimamente tradotto da Elena Frontaloni. Scopriamoli insieme.
Fase I: Lutero, il teologo, attacca, e non solo verbalmente, le istituzioni della Chiesa Cattolica, a partire dal diritto canonico; Fase II: le terre germaniche precipitano nell’anarchia; Fase III: Filippo Melantone, Johannes Eisermann Johann Oldentorp pongono le basi intellettuali  per una normalizzazione sociale e politica, recuperando all’interno della dottrina giuridica luterana, il diritto canonico; Fase IV:  sorge la Germania westfaliana,  polverizzata politicamente ma libera dalle devastanti lotte sociali e religiose.  Il tutto,  tra il 1517 e il 1648.  Ma cediamo la parola a Witte: « I giuristi luterani citarono il diritto canonico cattolico come valida fonte per il diritto civile protestante, con più disinvoltura di Lutero. Lutero alla fine aveva stretto una riluttante pace con alcune leggi del diritto canonico, riconoscendo la loro utilità nella definizione dei codici disciplinari della Chiesa e dell’ equità (aequitas) delle norme per lo Stato.  Ma rimase fermamente contrario all’uso della tarda legislazione medievale papale, sia nella creazione delle leggi, sia nell’insegnamento del diritto» (p. 27). Per contro, in seguito,  « i giuristi luterani furono meno severi. Fecero uno spigliato utilizzo dell’intero Corpus iuris canonici nei loro testi, corsi, pareri opinioni giuridiche, e progetti di legge. E condensarono quest’uso del diritto canonico dentro innovative teorie della Chiesa e dello Stato» (pp. 26-27).   Perché? Per   considerazioni  organizzative e antropologiche:  due questioni, non da poco,  con  le quali  - ecco il punto sociologico -  anche  i rivoluzionari, prima o poi devono fare i conti: « Sostennero [i giuristi luterani, ndr]. che la Chiesa invisibile del regno celeste poteva sopravvivere bene con i soli insegnamenti della Bibbia, libera dagli ulteriori vincoli del diritto canonico. Ma la Chiesa visibile del regno terreno, colma di peccatori e di santi, necessitava sia degli insegnamenti biblici sia della giurisprudenza ecclesiastica per essere ben governata, Sostennero che il diritto canonico medievale , come distillato delle norme contenute nelle Bibbia fosse una valida legge per la Chiesa visibile e per questo andasse comunque usato» (p. 27). Cosicché, conclude Witte, «questa somma di idee, che è insieme una nuova ecclesiologia e una nuova giurisprudenza, diede un robusto fondamento logico per un’ampia conversione e convergenza tra il diritto canonico medievale cattolico e il diritto civile luterano» (Ibid.).  Il che  prova  la natura sottilmente conservatrice di tutte le rivoluzioni, nonché  l’esistenza di un' importante  costante della politica. Quale?   Quella che impone a ogni movimento, pena la sparizione immediata, la trasformazione,  in istituzione, come è  avvenuto anche per il protestantesimo.  Ciò però non implica,  da parte nostra,  l'adesione in toto  alla nota  tesi di Troeltsch  sul protestantesimo come "Tipo-Chiesa", tra l'altro molto ben riformulata e discussa  da Witte (pp. 45-52).   Non  vorremmo però  imbrogliare le acque  con troppe sottigliezze  critiche  e  far così  fuggire  i possibili  lettori del libro....  A dire il vero,  abbiamo privilegiato solo alcuni  aspetti, quelli più interessanti dal punto di vista sociologico,  di un  testo  ricco e ben costruito, che affronta con larghezza di dettagli e giusta densità tutti gli aspetti della teologia politico-giuridica luterana: dalla dottrina dei due regni ( e del potere terreno, conteso  e  "teso"  tra verticalità e orizzontalità)  alla teologia evangelica del matrimonio; dal ruolo infragiuridico della cultura biblica e del Decalogo ( tra l'altro, quest'ultimo, tema bermaniano per eccellenza) alle conseguenti stratificazioni nei campi  della pubblica istruzione  e della lotta alla povertà. Una trattazione da cui emergono le diversità tra protestantesimo (in particolare luteranesimo) e illuminismo: due correnti di pensiero spesso frettolosamente accomunate e respinte en bloc. In questo senso, Diritto e protestantesimo - come del resto gli ottimi libri di Berman - può essere un’importante occasione di riflessione sine ira et studio.
Esemplari, al riguardo, le salomoniche conclusioni di Witte: « L’eredità giuridica di Lutero pertanto non dovrebbe essere indebitamente romanzata né condannata. Coloro che difendono a spada tratta Lutero come padre della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza farebbero meglio a ricordare le sue grandi simpatie per l’ élitarismo, lo statalismo e lo sciovinismo. Chi vede nei riformatori soltanto dei belligeranti alleati della repressione dovrebbe riconoscere che erano anche benevoli rappresentanti del welfare. Incline come era al ragionamento dialettico, e consapevole delle intrinseche virtù e dei vizi delle conquiste umane. Lutero medesimo sarebbe probabilmente giunto a conclusioni simili» (p. 336).
Concludendo,  un libro da non perdere. Di quelli che aiutano il lettore a coltivare il senso critico senza mai rinunciare al buon senso. Insomma,  a volare alto senza farsi male.


Carlo Gambescia

mercoledì 19 giugno 2013


Beppe Grillo? 
Un caso di  inciviltà (politica) 




La lotta politica è spietata. E da sempre. La democrazia rappresentativa, che a occhio e  croce avrà un paio di secoli, ha introdotto in politica  una serie di regole  per provare, diciamo così,  a civilizzarla,  mitigandone usi e  costumi, spesso feroci. Come?  Attraverso carte e magistrature costituzionali, parlamenti, leggi elettorali,  regolamenti, eccetera. Parliamo di un “tentativo”, difficile, tuttora in divenire, perché il "politico" ha le  sue inflessibili costanti e gli uomini sono quel che sono.  Cosicché,  e malgrado  gli innegabili  difetti,  la democrazia rappresentativa può essere raffigurata come una piccola nave politica,  battezzata  “Civiltà”,  assediata da  mari tempestosi e perciò sempre in procinto di  essere travolta.
Naturalmente le regole, che possono essere ridotte a una sola: “contare le teste invece di tagliarle”, servono a  limitare il potere, sempre in agguato,  della sopraffazione.   Di qui però,  il ricorso da parte delle diverse forze politiche,  a tutto quell'armamentario, che nel bene e nel male  pigmenta  la democrazia parlamentare:  l’elusione,  le sottigliezze interpretative,  le "meline" procedurali.  Pratiche, mal viste dai detrattori delle istituzioni rappresentative,  alle  quali,  si usa opporre   l’ appello  a  entità salvifiche e giudicatrici come dio, la moralità pubblica (che è altra cosa dall’opinione pubblica), il popolo, la democrazia, la razza, la classe e di recente la rete. Che sarebbe «sovrana»., come ha dichiarato, proprio ieri, il deputato grillino Alessandro di Battista, riassumendo il comune sentire della sua esagitata parte politica.  Ma leggiamo la cronaca di quel che è accaduto  dinanzi alla Camera dei  Deputati:

Davanti Montecitorio va in scena il 'Grillo Pride', la manifestazione indetta dal gruppo romano del Movimento per dare man forte al leader Cinque Stelle nella polemica con la 'dissidente' Adele Gambaro, ieri rinviata al giudizio della rete per una eventuale espulsione. I manifestanti, circa un centinaio, si sono dati appuntamento in piazza dove hanno srotolato manifesti e incontrato alcuni dei parlamentari M5S. "Dentro o fuori dal Movimento con i suoi valori", "Beppe megafono, noi voce del Movimento", "L'onestà andrà di moda" gli slogan riportati sugli striscioni. Più inquietanti i cartelloni con le foto di alcuni dissidenti e fuoriusciti bollati come traditori: Mastrangeli, Labriola, Furnari e Gambaro. E sono loro, oltre ai cronisti della stampa e della Tv, che finiscono nel mirino degli attivisti che sono arrivati a manifestare il loro sostegno al gruppo degli eletti e al leader del movimento. "Mi piange il cuore nel vedere che qualcuno se ne va proprio quando si tratta di restituire i quattrini. Ma la rete è sovrana: siamo compatti o da soli non ce la facciamo" dice il deputato Alessandro di Battista.


Dietro l’invocazione di una qualche entità fittizia, se ci si passa l’espressione, c’è sempre la fregatura… E nel caso specifico il rifiuto di una regola fondamentale, quella del rispetto delle minoranze e più in generale del dissenso.  Regola che caratterizza politicamente  la democrazia liberale,   alla quale  i suoi  nemici oppongono il giudizio finalistico  di una fantomatica maggioranza extra-istituzionale. Da ciò si deve desumere che  Grillo e   M5S   sono portatori, neppure sani, di   un pericoloso  virus totalitario:  la maggioranza è tutto la minoranza nulla.   Del resto, come si è  visto,   il passo  al taglio delle teste dei dissenzienti, per ora metaforico,  può essere  molto breve.   Ritorna insomma, tutta la ferocia della politica. O se si vuole del potere nudo dell' l’inciviltà…  Per dirla fuori dai denti:   Beppe Grillo, dal punto di vista della cultura  democratico-rappresentativa,  rappresenta   un modello di   perfetta inciviltà.  Da manuale.  Che poi  egli   rovesci astutamente  il concetto,  autodefinendosi  leader di una  minoranza di buoni  in conflitto con fantomatiche maggioranze, ovviamente composte di cattivi,   rinvia a  quel fenomeno ben noto in politica col nome di leninismo: sfruttare le  regole e le istitituzioni democratico-liberali, per poi, una volta agguantato il potere,  toglierle di mezzo.
Infine,  ciò che deve essere chiaro è che la distinzione, tipica di Grillo e accoliti,  tra potere costituente (“Noi la Rete”, i buoni) e potere costituito (le “Istituzioni”, i cattivi) è tipica di tutti i moderni  movimenti eversivi dai giacobini ai bolscevichi. E lo stesso fascismo delle origini non ne fu indenne.

Non c’è altro da aggiungere.  Purtroppo.

Carlo Gambescia