martedì 4 dicembre 2012

Si consiglia agli amici che ci seguono un’attenta lettura dell’eccellente post dell’amico Teodoro Klitsche de la Grange. E per una semplice ragione:  de la Grange   affronta,  con eleganza di pensiero e profonda conoscenza dei meccanismi reali del "politico",   una questione  che  va  oltre  l'ILVA.  Quale? « Se un provvedimento, pur giuridicamente corretto, si rivela foriero di danni enormi, occorre rispettarlo ed eseguirlo, perché preso da giudici competenti in base a norme vigenti, oppure derogare, sospendere, modificare la legge e/o gli effetti del provvedimento medesimo?». Detto altrimenti: governo delle leggi o governo degli uomini? Ratio o Voluntas, per dirla in linguaggio giuridico?  Buona lettura (C.G.)



                                    
ILVA 
Governo delle leggi o governo degli uomini?
di Teodoro Klitsche de la Grange



La totalità dei commenti comparsi sulla vicenda ILVA che mi è capitato di leggere si può ricondurre al repertorio degli idola mediatici e delle ovvietà del teatrino della politica. La scena è contesa tra i personaggi della magistratura salva-salute e del governo salva-impresa. Al fine di chiarirlo il Governo (o la stampa – fa quasi lo stesso) ma subito battezzato il suo decreto salva-ILVA. A conferma che questo governo che di cristiano non ha granché ne ha tuttavia la vocazione “soteriologica”: dalla nascita, non fa che salvare qualcosa (o qualcuno).
Contrariamente a molti commentatori non parteggio né per la decisione della magistratura tarantina né per l’ILVA, né per il Governo. Lo stupore di fronte alla chiusura con la carta bollata di un grande stabilimento, non può far dimenticare il dato di comune esperienza che, proprio perché così grande e stante il tipo di lavorazioni, l’aria lì intorno non dev’essere granché salubre, e probabilmente ha provocato e contribuito a provocare danni notevoli alla salute dei tarantini. Il provvedimento del magistrato non mi pare appartenga cioè alla categoria di altri provvedimenti giudiziari finiti sulla stampa che sono apparsi prima che bizzarri, inverosimili.
Pertanto il fatto che, per tutelare il bene-salute, gli uffici giudiziari tarantini abbiano preso un provvedimento clamoroso e lesivo di altri interessi tutelati (anche perché non hanno – né possono avere – a disposizione la gamma di soluzioni che può mettere in campo il potere governativo-amministrativo), non può suscitare scandalo: il giudice opera in base alla massima fiat justitia pereat mundus.
Ma è qua che la vicenda dell’ILVA coinvolge una questione d’importanza fondamentale che è rimossa (o accantonata o sottovalutata) da gran parte degli “addetti ai lavori”.
Se un provvedimento, pur giuridicamente corretto, si rivela foriero di danni enormi, occorre rispettarlo ed eseguirlo, perché preso da giudici competenti in base a norme vigenti, oppure derogare, sospendere, modificare la legge e/o gli effetti del provvedimento medesimo? E’ il quesito che si ripete (almeno) da quando lo Stato moderno cominciò a muovere i primi passi.
Tant’è che se lo pone Machiavelli nei Discorsi (riguardo alla dittatura romana); Bodin, e tanti altri fino a Jhering, Schmitt e Santi Romano. La risposta è univoca: il potere politico (il “governo”), che ha come funzione la protezione della comunità e come principio salus rei publicae suprema lex, deve, se necessario “rompere gli ordini” (come scriveva il Segretario fiorentino) e derogare alla normativa vigente, onde evitare di compromettere l’essere – e il benessere – della comunità. E se – come nella specie – più interessi, pubblici e meritevoli di tutela sono in conflitto, è compito di questo ri-comporli, di guisa che non pereat mundus per fare justitia (che nella specie non è quella di S. Agostino, ma la legalità dello Stato moderno).
E’ conseguenza della reiterata opera di manipolazione del sentire comune che la questione non sia avvertita in questi termini, semplici quanto chiari, espressi dai pensatori prima ricordati.
Si discute di conflitto di attribuzioni e violazione della Costituzione, identificando la costituzione con quella formale, deliberata nel ’47 e tralasciando altri concetti di costituzione, e, soprattutto, le concezioni che vedono nella necessità una fonte di diritto (Santi Romano), la ragione ultima per provvedere nello stato d’eccezione (Jhering e Schmitt), come nella legalità e nella legge uno strumento relativo (de Maistre), perché non idoneo a padroneggiare e risolvere ogni situazione concreta.
Se si pone nei termini “correnti” la questione, la tesi, tra gli altri, del “governatore” della Puglia, che il Governo abbia commesso uno strappo alla Costituzione (formale), ha diverse chances di essere plausibile: ma se si parte dall’altra, ossia dalla concezione “classica”, o se si vuole realista, non si può che aderire per l’appartenenza di tali decisioni del governo. Anche perché in uno Stato che abbia come compito anche il benessere, e così il governo dell’economia, l’esigenza di salvaguardare una grande industria rientra negli scopi da perseguire e nelle situazioni d’emergenza.
E per questo il decidere spetta al Governo, tra l’altro perché competente alla decretazione d’urgenza, pensata – e disciplinata – soprattutto in vista delle circostanze eccezionali, non risolvibili con i mezzi ordinari, come questa..
E, anche per questa “lezione pratica” di diritto costituzionale, lo dobbiamo ringraziare.

Teodoro Klitsche de la Grange


 Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

giovedì 29 novembre 2012

La recensione dell'amico Teodoro Klitsche de la Grange  affronta un tema scottante, per dirla in giornalistese.  Quale? Che  in Italia  lo "Stato di Diritto"  sembra ormai diventato  un oggetto misterioso...     Anzi, si potrebbe  parlare di "Stato Giudiziario".  I giudici  chiudono fabbriche, decidono chi assumere, spiegano la Costituzione al Presidente della Repubblica,  intervengono ai  congressi dei partiti  E se sbagliano, rovinando la vita  di un  comune mortale, non vogliono pagare di tasca propria come  tutti gli altri cittadini.  





Il libro della settimana: Guido Vitiello, Non giudicate, Liberilibri 2012, pp. 104,  Euro 14,00   (recensione a cura di Teodoro Klitsche de la Grange)

Libri sul garantismo e sullo scarso apprezzamento che spesso riscuote nelle aule giudiziarie, ne sono stati scritti tanti (una buona bibliografia la si trova anche in questo volume); quello di Vitiello è particolare perché sostanzialmente consiste in quattro interviste a veterani dello Stato di diritto: Mellini, Marafioti, Carnevale e Di Federico. L’introduzione di Giuliano Ferrara, la premessa di Vitiello e un breve (ma significativo) carteggio tra Mauro Mellini ed Enzo Tortora completano il volume.
Le interviste ai quattro “veterani” sono tutte interessanti, ma la più stimolante è quella a Carnevale; che fa anche della “sociologia della magistratura”: ad esempio quando afferma che i magistrati “Presi singolarmente sono persone perbene, quando invece operano in quanto magistrati la cosa cambia aspetto. Per esempio, la magistratura è restia ad applicare nuovi istituti che abbiano sullo sfondo, come premessa, l’errore di un giudice. Potei constatarlo in almeno due occasioni. La prima, quando entrò in vigore il nuovo Codice di procedura penale che prevedeva la riparazione per ingiusta detenzione. Ebbene, nei primi tempi i giudici si arrampicarono sugli specchi pur di non applicare l’istituto nuovo. E lo stesso fecero con la cosiddetta legge Pinto, introdotta per cercare di frenare i ricorsi alla Corte europea di Strasburgo dei malcapitati che subivano ritardi nell’amministrazione della giustizia”, la quale non è estranea neppure all’intervento di Mellini sull’uso “del verbo smaltire, che designa l’attività del giudice operoso, capace di liberarsi di una gran mole di cause pendenti”: significativamente “«Lo si usa per due casi: per le pratiche e per i rifiuti. Il cittadino va davanti ai giudici per cercare giustizia, e invece viene smaltito, Nel breve periodo in cui sono stato membro laico del Csm, tra il 1993 e il 1994, sentivo sempre lodare la laboriosità dei magistrati, che però era un dato meramente quantitativo, il numero di pratiche per l’appunto ‘smaltite’»”: “smaltimento” favorito da molte leggi dell’ultimo decennio, spesso con peggioramento qualitativo della giustizia.
A leggere questo libro riemerge il dubbio, (per chi scrive è una certezza): che il problema principale della giustizia italiana non sia lo scarso rispetto per le garanzie e i processi-spettacolo, ma la scarsa efficienza (per quella civile forse più della penale) che la rende  -  in larga parte  -  inutile. Ma uno Stato che non riesce a dare giustizia fallisce in un compito essenziale; secondo solo a quello di protezione (politica) delle comunità dai nemici interni ed esterni. Sarebbe il caso di ripensare l’intero impianto dell’ordinamento giudiziario, facendo tesoro non solo di quanto avviene in altri stati contemporanei, ma anche della sapienza giuridica-istituzionale romana.

Teodoro Klitsche de la Grange



Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/  ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

mercoledì 28 novembre 2012

Sull’Euro se ne dicono di tutti colori. E anche Carlo Pompei vuole dire la sua… E così ci propone una favola, nel senso del  racconto breve che  racchiude un insegnamento morale.  Una favola che i  lettori, se desiderano,   possono raccontare a figli e nipoti. Buona lettura. (C.G.) 

C’era una volta l’Euro-Famiglia...
di Carlo Pompei



C’era una volta papà Cento - capofamiglia Euro (nonno Cinquecento e nonna Duecento erano morti anni prima) - che viaggiava solo-soletto dentro un portafogli sempre più magro.
Un giorno chiese al padrone del portafogli un po’ di compagnia e di ricongiungersi alla propria famiglia: moglie-mamma Cinquanta e i figli Venti, Dieci e Cinque. Ma papà Cento servì per pagare un pieno di benzina. Così mamma Cinquanta fece da resto.
Ben presto ella fece la stessa richiesta, ma venne scambiata con un ticket sanitario e ‘stavolta i figli fecero “il resto”.
Nel frattempo anche Venti era diventata mamma e, oltre ad accudire Dieci e Cinque, pensava a sfamare anche i suoi figli Due e Uno.
Una brutta sera Venti venne scambiata per una pizza Margherita e una birra media alla spina, così Dieci, Cinque, Due e Uno rimasero soli.
Dieci decise di partire per una missione superenalotto, Cinque pagò l’autostrada, Uno offrì un caffè in autogrill e Due finì in un parchimetrorfanotrofio Strisce Blu in centro città…

Carlo Pompei


Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.

martedì 27 novembre 2012

Bersani, Renzi e Vendola 
Sinistra sì, ma riformista




Giovedì scorso abbiamo recensito l’opera di Roberto  Vivarelli sulle origini del fascismo ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/2012/11/il-libro-della-settimana-roberto.html  ). In quel libro, che consigliamo caldamente ai nostri amici lettori, si offre un'eccellente interpretazione del massimalismo  italiano e delle sue enormi responsabilità nell’avvento di Mussolini (ovviamente, vi furono anche altri "colpevoli", tra i liberali ad esempio):   i socialisti, dominati dai massimalisti, nonostante la massiccia rappresentanza parlamentare,  misero nell’angolo i riformisti, spianando la strada alle camicie nere. E come mostra Vivarelli la loro colpa prima che politica fu culturale: quella di aver  venduto alle  masse, a prezzi scontati, l'oppio del rivoluzionarismo (ma su questi aspetti si veda anche la nostra recensione al notevole saggio di Alessandro  Orsini: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/2012/03/il-libro-della-settimana-alessandro.html ).
Ora, fatte le debite proporzioni storiche,  il  Pd di Bersani post-primarie, si trova  nella stessa situazione.  Crediamo infatti  che  il Partito democratico abbia la  possibilità di vincere  le prossime elezioni, ma non quella di governare. Soprattutto se darà ascolto al radicalismo di sinistra di Nichi Vendola, pronipote (culturalmente parlando) del massimalismo socialista di inizio secolo.
Occorre  un fronte riformista  che  non parli  solo  di tagli e nuove tasse.  Insomma, un Pd  capace di guardare, ma con  immaginazione  italiana,   alla Francia di Hollande e  alla Germania, si spera, socialdemocratica,  post-Merkel.  Pertanto, se  fossimo  al posto di Bersani, da molti  indicato come il futuro premier,  terremmo nel massimo conto l’immaginazione politica di Renzi e la sua grande capacità di attirare nuovi elettori riformisti e moderati, stanchi delle promesse non mantenute dal centrodestra e arcistufi  dei piagnistei statalisti della sinistra radicale.
Il problema, infatti, non è vincere, ma riuscire a governare dopo aver vinto. E come?  Con  tanto impegno, tanta "fantasia" e soprattutto rafforzando i legami con la Francia e la Germania (socialista riformista...).  Altrimenti si consegnerà l’Italia  al professor  Monti o al  ripetente  Grillo. 

Quanto a Berlusconi, ormai alla stregua di Hitler, come commentava  ieri un lettore,  si è rinchiuso nel bunker. E  con un solo problema,   citiamo dalla ironica risposta  di  Roberto Buffagni:   trovare tra le tante, la sua amata Eva Braun. 

Carlo Gambescia

lunedì 26 novembre 2012






Cara donna Mestizia,
dopo lunghissimo e onorato servizio siamo stati brutalmente licenziati dal nostro datore di lavoro, che per tutta risposta alle nostre vibrate proteste ha sfacciatamente diffuso a mezzo stampa la tesi paradossale che non soltanto non abbiamo mai lavorato alle sue dipendenze, ma addirittura non siamo mai esistiti! Recatici in uno studio legale per sondare le possibilità di adire le vie legali, la segretaria ci ha scacciato con offensivi pretesti razzisti (testuale: “Fuori di qui che mi sporcate tutto!”). Ci siamo messi a frugare nei cassonetti per racimolare un po’ di cibo, ma siamo vegetariani, e qui sembra che tutti mangino solo carne e merendine. Ci accorgiamo che tutti ci fissano con un’espressione strana. Al nostro indirizzo i passanti pronunciano a mezza bocca frasi enigmatiche e preoccupanti, quali: “Buono, lo stracotto con la polenta!” oppure “Ammazzalo quante belle bisteccone!” Che fare?
I lavoratori della Cooperativa “Bue & Asinello”

Cari lavoratori della Cooperativa “Bue & Asinello”,
la crisi è un momento difficile, ma è anche una opportunità di rinnovamento sociale e personale. Come dice il nostro Presidente del Consiglio, il posto fisso è noioso! Comunque, visto che ci avviciniamo al Santo Natale e ci sentiamo tutti più buoni, scrivetemi privatamente accludendo dettagliato CV, e vedrò se posso fare qualcosa.

* * *

Cara donna Mestizia,
mi consenta: non ci capisco più un cavolo. Ho fatto tutto quello che mi hanno chiesto, e non è che mi hanno chiesto poco, mi hanno chiesto quasi tutto. Però almeno il quasi me lo devono lasciare! E invece qui mi condannano in tribunale, mi rapiscono il ragioniere, fanno crollare i titoli azionari delle mie imprese, continuano a darmi la colpa di tutto. Questa persecuzione non finisce mai! Cos’altro vogliono da me, quegli squali?! Cosa vuole, l’abbronzato maledetto?! Mi vogliono vedere in mezzo a una strada, a dormire sui cartoni?
Cav. S. Bernasconi

Caro Cav. S. Bernasconi,
mi consenta Lei: cosa sono questi indovinelli? Lei allude a certi “loro” che le hanno “chiesto quasi tutto”, protesta che “almeno il quasi” glielo “devono lasciare” … vaneggia di un “abbronzato maledetto”… come se noi fossimo tenuti a sapere tutto di Lei, di “loro”, de “l’abbronzato” e delle vostre beghe personali. Ma Lei chi diavolo è, chi diavolo si crede di essere? Mario Monti? Napoleone? Visto però che ci avviciniamo al Santo Natale e ci sentiamo tutti più buoni, mi scriva privatamente, e La metterò in contatto con i lavoratori della Cooperativa “Bue & Asinello”. Come si dice? Mal comune, mezzo gaudio.

* * *

Cara donna Mestizia,
una settimana fa, dopo ventitre anni di lavoro come magazziniere presso la Ditta “Triccheballacche & F.lli”, vengo licenziato dal nuovo amministratore delegato dott. Cing Ciang, che motiva il provvedimento con la mia ostinata renitenza ad accettare più di trenta ore straordinarie settimanali, aggiungendo che se io sono  “choosy”, lui con tutti i disoccupati che ci sono ha solo l’imbarazzo della choice. Esco stravolto dall’ex luogo di lavoro, e dopo aver vagato alla cieca per ore rientro a casa. Salgo a piedi (l’ascensore è rotto). Metto la chiave nella serratura, ma non gira. Riprovo. Niente da fare, non gira. Perplesso, suono alla porta. Mi apre mia moglie, mi guarda, e mi fa: “Desidera?” Anche se non ho voglia di scherzare, sorrido e faccio per entrare. Lei mi dà uno spintone e si mette a gridare “Aiuto, aiuto!” Esce il vicino di pianerottolo, una cintura nera di karate, che mi massacra di botte. Giaccio al suolo sanguinante, gemo, sputo due denti. Arrivano i carabinieri. Mi controllano i documenti, mi accusano di tentata effrazione, tentata aggressione, tentato stupro, più altro che non ho capito perché il karateka mi ha rotto un timpano. Mi ammanettano e mi traducono alle carceri circondariali. Vengo rinchiuso in una cella di mt. 4 x 3 già occupata da cinque detenuti. Essi non gradiscono la mia persona e dopo avermi crudelmente malmenato, mi sottopongono a una pratica terribilmente umiliante e dolorosa che, allo scopo di conservare un barlume di salute mentale, preferisco non definire esplicitamente. Dopo alcuni terribili giorni e più terribili notti, finalmente vengo chiamato per il colloquio con il magistrato. Barcollo accanto all’agente di polizia penitenziaria fino alla stanzetta dove il signor giudice m’attende in piedi, guardando dalla finestra. Distrutto come sono, dimentico le buone maniere e mi siedo per primo senza chiedere permesso. Il magistrato si inviperisce e mi apostrofa così: “Ma Lei chi si crede di essere?” Ci ho riflettuto per un po’, e non ho saputo rispondere, né al magistrato né a me stesso. D’ora in avanti, mi avvarrò della facoltà di non rispondere.
Nessuno 2012

Caro Nessuno 2012,
Lei sta vivendo un’emozionante svolta di vita. Pensi quanto darebbe un romanziere per essere al Suo posto! Se cerca compagni d’avventura, mi scriva privatamente e La metterò in contatto con i lavoratori della Coop. “Bue & Asinello” e con il Cav. S. Bernasconi, che come Lei hanno rinunciato alle ossificate abitudini e alle noiose certezze del posto fisso. Le auguro buon Natale.



Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

venerdì 23 novembre 2012

La stupidità dell'antisemitismo

Lo striscione  dei tifosi biancocelesti apparso ieri  allo Stadio Olimpico

Odiare è amare al contrario. O meglio,  l'odio rinvia all'amore e viceversa.  Tuttavia, dal punto di vista collettivo,  amore e odio  necessitano di un bersaglio sociale preciso, che non sempre esiste...  e così  lo si inventa.  Ma  come lo si crea? Sulla base di stereotipi che riflettono, a vari livelli stratificati, la cultura di una determinata società storica. Sotto questo profilo, quanto più una società coltiva la cultura del rispetto dell’altro tanto più si allontana il pericolo dell’ odio assoluto verso qualcuno. Odio che non  è altro che il rovescio dell’amore assoluto verso qualcun altro. 
Ora,  i cori   allo stadio Olimpico e  l' aggressione antisemita  subita in centro città  dai  sostenitori del Tottenham ( http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/11/22/Raid-ultras-laziali-pub-Roma-10-inglesi-feriti-_7837241.html ), evidenziano    quanto la cultura del rispetto sia lontana dal rappresentare un patrimonio collettivo acquisito. E, purtroppo, non solo a Roma.
Abbiamo detto che l’odio verso qualcuno è il rovescio dell’amore verso qualcun altro.  Ciò  significa che   nel  caso dei tifosi  “coristi”   gridare "Juden Tottenham, Juden Tottenham" ("Giudei del Tottenham, Giudei del Tottenham")  sottolinea un fatto preciso: che  l’identità ebraica  (insieme a quella socio-politicamente meno importante dell'appartenenza sportiva)  è  considerata un disvalore assoluto. Ma in nome di quale valore?  La Lazio? O, come si legge nello striscione,  un   popolo che vive in condizioni sociali e politiche di gravissimo disagio? 
No, perché  nei  cori il brutale riferimento  al  nefando  “Juden Raus”  ("Fuori i Giudei"),  chiarisce che l’amore assoluto riguarda una specifica tradizione politica tedesca:  la nazionalsocialista (*). Che del rispetto dell’altro fece strame.


"Fuori i  Giudei!".  Propaganda  antisemita mazionalsocialista


Ed è così,  celebrando la causa  nazista  e  insultando un popolo perseguitato da Hitler, che si vuole aiutare la causa palestinese?    Tutto ciò  non  solo è vergognoso,  è stupido.

Carlo Gambescia


(*)  Infatti, in inglese  ebreo si  dice jewish. E con judean  si indica,  sempre nella lingua di Shakespeare.   l'abitante del  Regno  di Giudea... Mentre in tedesco si traduce  jude(n, plurale), nel senso di ebreo, israelita, giudeo. In quest'ultima accezione, anche in relazione al contesto, il termine  può  assumere valore moralmente negativo, come per l'appunto nella propaganda nazista e  neonazista.        



giovedì 22 novembre 2012


Il libro della settimana: Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. Dalla grande guerra alla marcia su Roma , il Mulino, Bologna 2012, 3 volumi, pp. 656, 960, 546, euro 36,00, 38,00, 36,00.  


www.mulino.it


Più di duemila pagine. Probabilmente, prescindendo dalla biografia mussoliniana di Renzo De Felice, non esiste, per ampiezza, altro studio dedicato al fascismo e in particolare alle sue origini. Parliamo della summa di Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. Dalla grande guerra alla marcia su Roma (il Mulino), professore emerito di storia contemporanea alla Normale di Pisa. Tre massicci volumi che potrebbero spaventare, al solo scorgerli sugli scaffali, quel lettore forte (perché ne legge almeno  dodici all’anno…), di cui gioiscono a buon mercato le statistiche ufficiali.
In realtà, si tratta di un’opera scritta con chiarezza di stile e lucidità storiografica non comuni. E che quindi merita veramente di essere letta e approfondita  da tutti, forti e deboli… Anche perché innervata dalla stessa passione civile che anima i libri dei maestri di Vivarelli: Gaetano Salvemini e Federico Chabod. Per dirla tutta, sono doti oggi non sempre presenti nella produzione di molti storici italiani, altrettanto togati e spesso più giovani di Vivarelli, nato nel 1929, e passato attraverso la fornace fascista di Salò, esperienza di cui parla ne La fine di una stagione. Memorie 1943-1945 (Il Mulino).
Di certo, le radici del libro sono nella sua prima, e non facile, esperienza di volontario quattordicenne in camicia nera. Poi storicizzata negli anni Cinquanta alla severa e rigorosa scuola dei suoi importanti maestri. Di lì, la passione per la democrazia, per il liberalismo e soprattutto per la ricerca storica. Un combinato disposto che culmina nella decisione, maturata sempre negli stessi  anni,  di scrivere un’opera sulle origini del fascismo. Un cammino conclusosi nel 2012 con la pubblicazione del terzo e ultimo volume, accompagnata dalla opportuna ristampa ( tra l’altro dalla splendida veste editoriale) dei primi due, usciti rispettivamente  nel 1965 e nel 1990.
Fatte le presentazioni veniamo ai contenuti. Perché vinse il fascismo? A costo di far torto alla ricchezza del libro,  diciamo, sinteticamente,  che secondo Vivarelli il fascismo vinse giocando sulle divisioni politiche degli avversari, sull’ immaturità delle masse (soprattutto contadine), sull'improduttivo massimalismo socialista, nonché, last but not least, sulla fragilità delle istituzioni liberali, mai realmente entrate nel cuore e nella mente degli italiani. Vivarelli evidenzia un deficit post-unitario, per dirla sociologicamente, di nazionalizzazione delle masse, che l’Italia avrebbe poi pagato duramente… E così, la guerra vittoriosa, che secondo le tesi dell’interventismo democratico - condivise da Vivarelli -  avrebbe potuto contribuire con il varo di riforme economiche e politiche alla crescita democratica del paese culminò invece nel suo contrario, il fascismo. Grazie anche all’abilità politica di Mussolini, capace di giocare su più tavoli approfittando delle altrui divisioni e debolezze e presentandosi come difensore dello stato nazionale dalla canea massimalista. 
Sotto questo profilo, Vivarelli riprende e sviluppa la tesi gobettiana del fascismo come «autobiografia della nazione». Di riflesso, l’intera opera costituisce un’ accurata e impietosa radiografia dell’ Italia dopo l’Unità. Pagine molto intense (anche per scrittura) sono quelle dedicate alle origini e alla particolare struttura politica e sociale del massimalismo socialista, inconsapevolmente condiviso, secondo Vivarelli, anche da quei dirigenti che si definivano riformisti. Dal momento che   uomini come Turati, Treves, Modigliani e Matteotti condividevano con i massimalisti alla Serrati, la tesi dell’inevitabile superamento della società liberale, borghese e capitalista. Un atteggiamento ambiguo, che scorgendo nelle riforme un mezzo e non un fine, avrebbe spianato la strada alla vittoria di Mussolini, il quale da socialista (ironia della storia?) aveva più che tubato con l’ala estrema del partito.  Ovviamente, come accennato, Mussolini vinse anche grazie alla complicità e agli  errori  della classe politica liberale: un ceto che,  al di là delle manchevolezze  tattiche  e contingenti, non aveva saputo formare, storicamente, cittadini responsabili. Di qui, il «fallimento del liberalismo» italiano.
Nelle sue conclusioni, Vivarelli, ricordando la tesi  di  Gobetti, riconduce la vittoria del fascismo a una questione di fondo o  di «sostanza», come afferma.  Quale? «La diffusa presenza - scrive - tra gli italiani di un sentimento tanto profondo quanto spesso inconsapevole, che è la paura della libertà. La lezione - prosegue - che lo studio delle origini del fascismo è ancora in grado di darci, come un costante monito, è che le libere istituzioni, anche quando ne assumano le forme, non possono fiorire laddove non sia preliminarmente attuata una rivoluzione liberale, nei suoi aspetti economici ma e soprattutto intellettuali e morali, il che implica la volontà dei cittadini di vivere da persone libere. Sono i caratteri di questa rivoluzione - conclude Vivarelli - che hanno aperto la strada al mondo moderno e che ancora ne condizionano il cammino».
Come  non essere d’accordo? Tuttavia resta una questione molto importante  e fonte di non innocue divisioni in casa liberale. In nome di quale liberalismo fare (o continuare) la rivoluzione? Quello di Gobetti o di Croce? Quello di Salvemini o di Einaudi? Insomma,  per venire ai nostri giorni:   Hayek o  Aron ? Mises o Berlin?

Carlo Gambescia