mercoledì 5 settembre 2012

Sciopero dei consumatori?



Mercoledì 19 settembre sciopereranno i consumatori. Si protesterà contro inflazione e rincari, così affermano le associazioni di categoria (?). Si sciopera, insomma, per avere merci a buon mercato. Ma contro chi? I produttori di beni di consumo? Il mercato? Il governo? Uno sciopero, di regola, dovrebbe avere un referente preciso. E, soprattutto un obiettivo ben visibile. E chi dovrebbe, nel caso, far diminuire i prezzi? I produttori? Il mercato? Il governo? E come? Introducendo il calmiere? Uscendo dal mercato mondiale? Come si  intuisce sono questioni non da poco. E soprattutto soluzioni non praticabili in un’economia libera.
Diciamo, allora, che lo sciopero dei consumatori ha solo un valore morale: di testimonianza della crescente scontentezza dei consumatori (perché se le parole hanno un senso sono i consumatori a protestare, non la “classe operaia”),  stanchi e preoccupati  di non poter più consumare come in passato. Il che ha un significato più profondo: perché - piaccia o meno -  la società di mercato può definirsi tale, grazie alla sua  capacità di rendere felici le persone moltiplicando il  consumo individuale dei beni più diversi. Quindi chi, per così dire, scenderà in piazza, non appartiene sicuramente alla famiglia dei nemici del capitalismo. E aggiungiamo pure che, per quel che riguarda la situazione italiana, per far rientrare la protesta, basterebbe diminuire l’ imposizione fiscale sulla benzina in favore di consumatori, già spremuti a sufficienza. I quali, certamente, apprezzerebbero. Ma i professori, o almeno certi professori, si sa, sono molto rigidi. E  preferiscono farsi del male da soli…
Tuttavia, il punto è un altro. Quale? Che se, per ipotesi, si introducessero misure restrittive della libertà di mercato, i beni sparirebbero, e i consumatori, se ci si passa il bisticcio di parole, consumerebbero ancora di meno. Però il consumatore non ama molto sentirsi dire queste cose antipatiche. Aspira a possedere, come quel leggendario marito, la botte piena e la moglie ubriaca…



Carlo Gambescia

martedì 4 settembre 2012


La verità non è di questo mondo




In Italia, tutti invocano la verità. Si pensi solo alle recenti polemiche politiche, anche piuttosto pesanti, nei riguardi del ruolo giocato dal presidente Napolitano nell’ “affaire Mancino” (ci piace chiamarlo così). Per non parlare dei veri e propri tormentoni, ormai storici, sui misteri italiani: chi ha ucciso quello, chi ha pagato quell’altro, eccetera eccetera.
Diciamo che, sociologicamente parlando ( in base a studi, indagini, ricerche ), l’uomo non è bugiardo né sincero: è reticente; dice e non dice la verità. E soprattutto rapporta il suo dire alle dimensioni - crescenti - della cerchia sociale di appartenenza: si è sinceri, ma neppure sempre, con se stessi,  meno  in famiglia e nei gruppi amicali, riluttanti  nei gruppi di lavoro e così via. Secondo questa scala, il politico, che parla in pubblico e alla collettività, è destinato a diventare, se ci si passa l'espressione,  un bugiardo a vita. Insomma, come ha in segnato quel grandissimo sociologo  nato a Betlemme,  la verità non è di questo mondo.
Perciò, una cosa è la ricerca della verità individuale (su fatti spirituali o personali), un’altra quella della verità collettiva, che essendo pubblica, è sempre politica, e quindi nella migliore delle ipotesi  una non verità (qualcosa che non è vero, né falso), nella peggiore  una falsità.
Concludendo, la cosiddetta "battaglia" per  la verità sulle questioni pubbliche è perfettamente inutile per quel che riguarda l’accertamento della verità in sé, mentre può essere molto  vantaggiosa  come strumento di lotta politica. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia 

lunedì 3 settembre 2012

Si riparte  da dove ci si era salutati. Detto altrimenti: da  Roberto Buffagni (*).  Anzi dalla "Posta di donna Mestizia". Quindi allacciarsi le cinture.   Buona lettura a tutti. (C.G.)

La posta di donna Mestizia
(di Roberto Buffagni)


Cara donna Mestizia,
sono o meglio ero un piccolo imprenditore. Ieri il commercialista mi ha detto che sono tecnicamente fallito, il direttore della mia banca mi ha comunicato per sms che devo rientrare entro dopodomani, Equitalia mi ha recapitato una cartella esattoriale da paura, mia moglie mi ha detto che non mi ama più e vuole la separazione che tanto case macchine barca conto a Lugano sono intestati a lei, la mia amante non accetta più assegni, mio figlio mi chiama “lo sfigato”, Fido mi ha morso una gamba. Stavo pensando di uccidermi. Lei che mi consiglia di fare?

Perplesso 2012

Caro Perplesso 2012,
La ringrazio della Sua toccante lettera, che mi dà l’occasione di segnalare a tutti i miei lettori una campagna pubblicitaria educativa promossa dal sindaco di Londra. In questo periodo di crisi, molti londinesi hanno scelto di porre termine alla loro esistenza gettandosi sotto i treni della metropolitana. Può immaginare i disagi per i lavoratori della metropolitana e per gli utenti che, nonostante tutto, preferissero continuare a vivere. Per porre rimedio a questa incresciosa situazione, l’amministrazione cittadina della capitale britannica ha dunque lanciato la campagna “Please, kill yourself at home” (qui il link: http://www.incredipedia.info/2012/08/please-kill-yourself-at-home.html ) “Per favore, uccidetevi a casa” dicono i coloratissimi e allegri manifesti. In uno di essi, sotto un flacone di barbiturici semivuoto si legge la didascalia: “Perché saltare sotto il treno, quando è così facile mandare giù qualche pillola?”
Ecco, caro Perplesso 2012, non posso che far mia la raccomandazione del Mayor di Londra. Se proprio non vede altra soluzione che il suicidio, ponga in atto la Sua decisione nell’intimità della Sua casa. Da un canto tutelerà la Sua privacy, dall’altro potrà togliersi la non trascurabile soddisfazione di infestare con il Suo spettro l’abitazione di una famiglia che sembra non capirLa come Lei vorrebbe.

***

Cara donna Mestizia,
mentre conversavo al telefono con un vecchio amico sono stato intercettato dalla Magistratura che indagava su di lui. Per fortuna, le mie esternazioni non configurano alcun reato penale; però, le parole da me incautamente pronunciate potrebbero, se divulgate dai media, mettermi in serio imbarazzo (occupo una posizione di alta responsabilità nel settore pubblico). Stavo pensando di provocare un colpo di Stato per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. Lei che è una maestra di bon ton che cosa ne pensa?


Pummarola ‘n coppa
Caro Pummarola ‘n coppa,
il colpo di Stato ha i suoi pro e i suoi contro, ma su una cosa il bon ton non transige: per avere successo, il colpo di Stato va sempre servito freddo.

***

Cara donna Mestizia,
ingiustamente perseguitato in sede civile e penale, anni fa mi sono trovato costretto a cercare riparo in un Paese sudamericano nel quale non vigono trattati di estradizione con l’Italia. Per cautelarmi ho provvisoriamente intestato buona parte delle mie proprietà mobiliari e immobiliari a una cara amica molto più giovane di me che, prima di fare la mia conoscenza, era affatto priva di beni di fortuna. Sgonfiatasi la montatura giudiziaria, al mio rientro in Italia ho scoperto con profonda delusione che la cara amica non soltanto mi ha tradito accompagnandosi con un altro uomo, ma non intende restituire quel ch’è mio. Ella, infatti, sostiene spudoratamente che le dette proprietà sono state da lei regolarmente acquisite grazie a una ingente vincita al Lotto. Pensavo di ricorrere in giudizio, ma i tempi della giustizia italiana sono quelli che sono; inoltre, c’è il fatto spiacevole che io stesso non sempre potrei giustificare in sede giudiziaria il possesso dei beni contestati, a volte sono giunti nella mia disponibilità per vie piuttosto zigzaganti. Sono disperato!

Cuore Spezzato

Caro Cuore Spezzato,
Lei che ha dalla Sua la saggezza che gli anni e l’uso di mondo mai mancano di regalarci, deve farsene una ragione: il cuore di una giovane donna ha le sue leggi, e un gentiluomo non rivanga, non rinfaccia, soprattutto – mi perdoni – non si rende ridicolo esibendo una sofferenza che fa onore alla sua sensibilità, ma che deve rimanere segreta per non perdere il suo delicato aroma d’altri tempi. Perché non fa un viaggio, piuttosto? Magari ritornando, da libero cittadino del mondo, nel Paese sudamericano dove s’era a suo tempo rifugiato, e dove ha certo fatto amicizia con qualche pittoresco personaggio locale? Confidando la Sua amarezza a quell’esotico amico, Lei forse potrà trovare sollievo, se non alla Sua pena amorosa, almeno alle Sue legittime preoccupazioni economiche. Amici appassionati dell’America Latina mi riferiscono, infatti, di aver trovato nettamente inferiore, colà, il costo della vita: soprattutto di quella altrui.

***

Cara donna Mestizia,
sono il principale responsabile del complotto vaticano che è stato al centro delle cronache in questi ultimi mesi. Volevo consolidare il potere della mia fazione compromettendo ed estromettendo una fazione avversa, e, sia pur con qualche piccola sbavatura, l’operazione mi è riuscita. Ne ero assai soddisfatto, ma di recente provo un crescente fastidio, quasi una ripugnanza, mentre celebro la Messa (soprattutto al momento della consacrazione delle Specie eucaristiche); di notte poi, sempre alle tre del mattino, mi sveglio di colpo e sento strani rumori e agghiaccianti risatine. Ne ho parlato con un collega, e lui mi ha detto che sono dannato. Lei che ne dice?

Sit Venia Verbo 2012

Caro Sit Venia Verbo 2012,
Lei dovrebbe subito mettersi in abiti borghesi.  Le  occorre un bel guardaroba nuovo.   E soprattutto deve procurarsi un frac:  anche tra le fiamme,  ricordi,  l'eleganza ha il suo peso. 



Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


Si riparte  da dove ci si era salutati.  Detto altrimenti: da  Roberto Buffagni.  Alt! Contrordine: c'è Buffagni ma con  rubrica nuova di zecca: la   "Posta di donna Mestizia".   Quindi allacciarsi le cinture.   Buona lettura a tutti. (C.G.)




Cara donna Mestizia,
sono o meglio ero un piccolo imprenditore. Ieri il commercialista mi ha detto che sono tecnicamente fallito, il direttore della mia banca mi ha comunicato per sms che devo rientrare entro dopodomani, Equitalia mi ha recapitato una cartella esattoriale da paura, mia moglie mi ha detto che non mi ama più e vuole la separazione che tanto case macchine barca conto a Lugano sono intestati a lei, la mia amante non accetta più assegni, mio figlio mi chiama “lo sfigato”, Fido mi ha morso una gamba. Stavo pensando di uccidermi. Lei che mi consiglia di fare?

Perplesso 2012

Caro Perplesso 2012,
La ringrazio della Sua toccante lettera, che mi dà l’occasione di segnalare a tutti i miei lettori una campagna pubblicitaria educativa promossa dal sindaco di Londra. In questo periodo di crisi, molti londinesi hanno scelto di porre termine alla loro esistenza gettandosi sotto i treni della metropolitana. Può immaginare i disagi per i lavoratori della metropolitana e per gli utenti che, nonostante tutto, preferissero continuare a vivere. Per porre rimedio a questa incresciosa situazione, l’amministrazione cittadina della capitale britannica ha dunque lanciato la campagna “Please, kill yourself at home” (qui il link: http://www.incredipedia.info/2012/08/please-kill-yourself-at-home.html ) “Per favore, uccidetevi a casa” dicono i coloratissimi e allegri manifesti. In uno di essi, sotto un flacone di barbiturici semivuoto si legge la didascalia: “Perché saltare sotto il treno, quando è così facile mandare giù qualche pillola?”
Ecco, caro Perplesso 2012, non posso che far mia la raccomandazione del Mayor di Londra. Se proprio non vede altra soluzione che il suicidio, ponga in atto la Sua decisione nell’intimità della Sua casa. Da un canto tutelerà la Sua privacy, dall’altro potrà togliersi la non trascurabile soddisfazione di infestare con il Suo spettro l’abitazione di una famiglia che sembra non capirLa come Lei vorrebbe.

***

Cara donna Mestizia,
mentre conversavo al telefono con un vecchio amico sono stato intercettato dalla Magistratura che indagava su di lui. Per fortuna, le mie esternazioni non configurano alcun reato penale; però, le parole da me incautamente pronunciate potrebbero, se divulgate dai media, mettermi in serio imbarazzo (occupo una posizione di alta responsabilità nel settore pubblico). Stavo pensando di provocare un colpo di Stato per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. Lei che è una maestra di bon ton che cosa ne pensa?


Pummarola ‘n coppa
Caro Pummarola ‘n coppa,
il colpo di Stato ha i suoi pro e i suoi contro, ma su una cosa il bon ton non transige: per avere successo, il colpo di Stato va sempre servito freddo.

***

Cara donna Mestizia,
ingiustamente perseguitato in sede civile e penale, anni fa mi sono trovato costretto a cercare riparo in un Paese sudamericano nel quale non vigono trattati di estradizione con l’Italia. Per cautelarmi ho provvisoriamente intestato buona parte delle mie proprietà mobiliari e immobiliari a una cara amica molto più giovane di me che, prima di fare la mia conoscenza, era affatto priva di beni di fortuna. Sgonfiatasi la montatura giudiziaria, al mio rientro in Italia ho scoperto con profonda delusione che la cara amica non soltanto mi ha tradito accompagnandosi con un altro uomo, ma non intende restituire quel ch’è mio. Ella, infatti, sostiene spudoratamente che le dette proprietà sono state da lei regolarmente acquisite grazie a una ingente vincita al Lotto. Pensavo di ricorrere in giudizio, ma i tempi della giustizia italiana sono quelli che sono; inoltre, c’è il fatto spiacevole che io stesso non sempre potrei giustificare in sede giudiziaria il possesso dei beni contestati, a volte sono giunti nella mia disponibilità per vie piuttosto zigzaganti. Sono disperato!

Cuore Spezzato

Caro Cuore Spezzato,
Lei che ha dalla Sua la saggezza che gli anni e l’uso di mondo mai mancano di regalarci, deve farsene una ragione: il cuore di una giovane donna ha le sue leggi, e un gentiluomo non rivanga, non rinfaccia, soprattutto – mi perdoni – non si rende ridicolo esibendo una sofferenza che fa onore alla sua sensibilità, ma che deve rimanere segreta per non perdere il suo delicato aroma d’altri tempi. Perché non fa un viaggio, piuttosto? Magari ritornando, da libero cittadino del mondo, nel Paese sudamericano dove s’era a suo tempo rifugiato, e dove ha certo fatto amicizia con qualche pittoresco personaggio locale? Confidando la Sua amarezza a quell’esotico amico, Lei forse potrà trovare sollievo, se non alla Sua pena amorosa, almeno alle Sue legittime preoccupazioni economiche. Amici appassionati dell’America Latina mi riferiscono, infatti, di aver trovato nettamente inferiore, colà, il costo della vita: soprattutto di quella altrui.

***

Cara donna Mestizia,
sono il principale responsabile del complotto vaticano che è stato al centro delle cronache in questi ultimi mesi. Volevo consolidare il potere della mia fazione compromettendo ed estromettendo una fazione avversa, e, sia pur con qualche piccola sbavatura, l’operazione mi è riuscita. Ne ero assai soddisfatto, ma di recente provo un crescente fastidio, quasi una ripugnanza, mentre celebro la Messa (soprattutto al momento della consacrazione delle Specie eucaristiche); di notte poi, sempre alle tre del mattino, mi sveglio di colpo e sento strani rumori e agghiaccianti risatine. Ne ho parlato con un collega, e lui mi ha detto che sono dannato. Lei che ne dice?

Sit Venia Verbo 2012

Caro Sit Venia Verbo 2012,
Lei dovrebbe subito mettersi in abiti borghesi.  Le  occorre un bel guardaroba nuovo.   E soprattutto deve procurarsi un frac:  anche tra le fiamme,  ricordi,  l'eleganza ha il suo peso. 



Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


lunedì 25 giugno 2012

Dispiace dirlo ma Prima Pagina,   rassegna stampa di Radio 3,  è  in realtà  la  mattutina  rassegna dei  peggiori vizi  del giornalismo italiano: faziosità ( e non importa se di destra o sinistra )  e  strizzatine d’occhio o    velenosi silenzi verso  colleghi e politici in base alle  egocentriche convenienze del conduttore settimanale. Insomma, un brutto spettacolo all'insegna della citazione mirata,  ovviamente quasi sempre   a servizio   del   familismo  individuale  e  in subordine  di  cordata.  Certo, per accorgersi e comprendere   il senso riposto dei  messaggi cifrati   si deve essere addetti ai lavori e quindi (ri-)conoscere personaggi, testi recitati e principalmente i sottotesti… E qui  giunge a proposito  il post di oggi scritto da Roberto Buffagn,  il quale pur non essendo giornalista,  di teatro (soprattutto  se  "esistenziale") e storia patria  un pochino se ne intende.  Buona lettura. (C.G.) 


L’ Italia® di Roberto Buffagni vs  la Ruritalia di Alessandro Campi

di Roberto Buffagni




In questi giorni sto lavorando in teatro, e osservo i consueti orari di lavoro teatrali. Insomma, si comincia nel primo pomeriggio e si finisce verso le dieci di sera. Tra cena e chiacchiere, finisco per andare a letto tardi, ma per inveterata e paradossale abitudine continuo a svegliarmi alle prime luci. Faccio toilette, mi vesto, esco per le strade ancora deserte alla ricerca di un bar aperto, tiro in lungo la colazione e la lettura dei giornali, passeggio un po’, poi mi arrendo e rientro. Guardo l’orologio. Mancano sette ore alle due del pomeriggio, orario d’inizio delle prove. Pensando che nell’afosa controra, invece di schiacciare un pisolino con l’aria condizionata al massimo, mi toccherà di lavorare in una soffocante sala prove, sento montare una generica irritazione erga omnes: lo stato d’animo più appropriato per interessarsi alla cronaca politica italiana. Dunque accendo la radio per seguire Prima Pagina, la rassegna stampa di Radiotre, e di tanto in tanto, per ammazzare il tempo e sfogare un po’ il nervosismo, telefono alla redazione per intervenire.
La scorsa settimana, a condurre Prima Pagina c’era Alessandro Campi, politologo, docente universitario, editorialista del “Mattino”, già ai vertici della Fondazione culturale di Gianfranco Fini. Mio malgrado, mi aveva fatto una buona impressione. Dico mio malgrado, perché nello stato d’animo in cui ascoltavo la trasmissione avrei preferito poter inveire contro un conduttore sciocco e/o fazioso, tipo il Gianni Barbacetto che aveva preceduto Campi, un personaggio ideale per fantasiose variazioni sui temi “Povera Italia” e “Cortigiani vil razza dannata”. Invece Campi si dimostrava preparato, equilibrato, sintetico, anche abbastanza eloquente se si esclude il suo curioso vezzo di ripetere le ultime parole di quasi tutte le frasi. Quanto alle sue posizioni politiche, di una destra seria, moderata, democratica, prezzolin-weberiana, patriottica ma correttamente incravattata e liberale, di primo acchito le trovavo persuasive, condivisibili, persino encomiabili; poi, resomi conto che da esse ogni riferimento alla presente realtà politica e sociale italiana era scrupolosamente espunto, e sostituito dalla presupposta esistenza di un dignitoso paese anglo-europeo non meno immaginario dei Granducati delle operette Belle Époque, le avevo apprezzate per la loro impeccabile coerenza drammaturgica. Chi non ricorda  la proverbiale   Ruritania del  britannico  Anthony Hope, autore  de   Il  prigioniero di Zenda,  da cui   furono tratte operette, commedie musicali,  film? Bene,  accettata  la  convenzione che l’azione si svolge in una immaginaria  Ruritalia, lo spettatore di buon gusto sospende l’incredulità e non può fare a meno di condividere le valutazioni di Campi.
Venerdì scorso il tema centrale della rassegna stampa era la vicenda della trattativa Stato-Mafia, con le relative intercettazioni telefoniche di Nicola Mancino ex Ministro dell’Interno, Loris D’Ambrosio consulente giuridico della Presidenza della Repubblica, e del Presidente Napolitano. Come tutti sanno, alcuni giornali e commentatori, soprattutto Marco Travaglio su “Il fatto quotidiano”, accusano la Presidenza della Repubblica di avere esercitato pressioni sui magistrati che conducono le inchieste per evitare coinvolgimenti di importanti uomini politici; altri giornali e altri commentatori sostengono che a) non è vero che la Presidenza della Repubblica abbia esercitato le dette pressioni b) in ogni caso, accusare la più alta figura istituzionale italiana è in generale e sempre atto gravemente irresponsabile, ma ancor più e peggio in questo difficile momento di crisi economica e politica. Campi dà correttamente conto di entrambe le posizioni ma propende per la seconda, l’unica compatibile con la sua Ruritalia. Detto altrimenti: con la sua Italia,  manierato Granducato da operetta.
Cogliendo al volo l’occasione di polemizzare, telefono a Campi per dire la mia. Me lo passano. Purtroppo, sia per i lacci e laccioli delle buone maniere, sia perché professionalmente traviato dalla convenzione drammaturgica stabilita da Campi (Ruritalia = serietà, moderazione, rispetto delle forme), invece di lanciarmi in una invettiva liberatoria contro Giorgio Napolitano espongo pacatamente la seguente opinione: “Fondate o no che siano le critiche a Napolitano per la vicenda in questione, il punto è questo. Finché la Presidenza della Repubblica rimane, come da dettato costituzionale, una figura di garanzia istituzionale al di sopra delle parti, è giusto combattere e zittire chiunque le rivolga accuse politiche, perché si rende colpevole, per così dire, di lesa maestà dello Stato. Ma se il Presidente della Repubblica si fa attore politico di primo piano, come Giorgio Napolitano quando insediò il governo Monti senza indire nuove elezioni e, ancor più, quando si volle regista della nostra partecipazione alla guerra contro la Libia, paese con il quale egli stesso aveva stipulato, appena due anni prima, un solenne trattato di amicizia; allora, il Presidente della Repubblica deve accettare le conseguenze del nuovo ruolo da lui scelto, ed esporsi alla critica politica, anche la più grave e severa.”
Nella sua replica Campi, che, più esperto del dibattito pubblico, ha più presenza di spirito, e soprattutto la Ruritalia l’ha inventata lui, mi frega subito, e mi ribatte che, “Certo, tutti hanno diritto di criticare il Presidente della Repubblica, ci mancherebbe: ma queste non sono critiche, sono accuse vere e proprie, e di una gravità eccezionale, che mette a rischio il tessuto istituzionale, etc.” E via che si volta pagina.
Trenta secondi per illuminare finalmente il popolo italiano, e li ho vanamente sciupati! Vorrà dire che ripiegherò su questa tribuna che Carlo Gambescia mi mette generosamente a disposizione, e dirò la mia per iscritto, così a) sono più bravo di Campi; b) nessuno mi può chiudere il microfono, al massimo smette di leggere; c) la convenzione drammaturgica e l’ambientazione della vicenda la scelgo io, e scelgo l’Italia di R. Buffagni + 59 milioni e rotti di italiani, non l’immaginaria e compunta Ruritalia di A.  Campi.  Per evitare incresciose controversie sui diritti d’autore, contestualmente registro e deposito il marchio Italia®.
Ora, nel merito della questione la mia è questa. Napolitano ha fatto, direttamente e indirettamente, pressione sui giudici per salvare il suo collega Mancino e soprattutto il ceto politico del quale lui e Mancino sono esponenti di primo piano? Ma certo che sì. In Italia®, non mi risulta che sia ufficio o anche solo abitudine del Presidente della Repubblica telefonare a singoli magistrati con cadenza settimanale, mensile, settennale: dunque, se Napolitano chiama dei magistrati coinvolti in una delicatissima inchiesta politica, anche qualora si limitasse a chiedergli che tempo fa da quelle parti, come è andata la pagella dei figli e cosa ha preparato di buono per il pranzo la loro signora, eserciterebbe una pesante, diretta, inequivocabile pressione su chiunque, tra di loro, non ignori beatamente come va il mondo. (Certo, in Ruritalia il Presidente della Repubblica presiede anche il Consiglio Superiore della Magistratura, e dunque se telefona ai magistrati non fa che comportarsi da padre premuroso, al massimo un po’ troppo apprensivo).
Sulla trattativa Stato-Mafia, poi, in Italia® si pensa, generalmente, quanto segue. Senza bisogno di ripescare dai libri di storia del liceo Giovanni Giolitti e i suoi sistematici accordi con i capobastone per garantirsi le necessarie maggioranze elettorali in Meridione, che indussero Gaetano Salvemini a definirlo plasticamente “ministro della malavita”, basterà ricordare la vicenda di Ciro Cirillo, assessore ai lavori pubblici della regione Campania che nel 1989 fu rapito dalle Brigate Rosse e liberato, dietro versamento di un cospicuo riscatto, grazie alla mediazione determinante della Nuova Camorra Organizzata di don Raffaele Cutolo; e confrontare la vicenda con le dichiarazioni plutarchiane divinizzanti la ragion di Stato rilasciate da quasi tutto il ceto politico italiano in occasione del rapimento di Aldo Moro. Dunque, in Italia® R. Buffagni e gli altri italiani non trasecolerebbero, qualora venisse provata anche in sede giudiziaria una trattativa Stato- Mafia, condotta allo scopo di salvare il posto e/o la pelle a politici di rilevante importanza per il corretto funzionamento del backstage politico-economico italiano, l’unico che conti davvero in Italia®; o meglio, essi trasecolerebbero soltanto per l’eventuale, inaudito sfociare in una sentenza di condanna giuridicamente ineccepibile di un siffatto procedimento giudiziario. (In Ruritalia, invece, a quanto disse ai radioascoltatori di Prima Pagina di sabato 23 giugno 2012 il suo inventore Campi, se un alto magistrato, intervistato da un giornalista, nega in toni ultimativi di avere ricevuto pressioni di sorta dal Presidente Napolitano, è facile, naturale, ragionevole e doveroso credergli subito senza il minimo dubbio o retropensiero).
Quanto poi alla questione più complessa e teoreticamente meno univoca, se sia giusto o meno in sé e per sé rivolgere pubbliche accuse infamanti a chi rivesta la più alta carica istituzionale dello Stato, in Italia® la si pensa in maniere diverse. Una minoranza propende decisamente per il Fiat justitia et pereat mundus. Usualmente, costoro si dividono nelle seguenti categorie: a) minori di anni 18; b) nemici politici accaniti dell’accusato. Un’altra minoranza propende per difenderlo a oltranza, ma all’analista essa non propone enigmi politici, morali o psicologici, essendo formata esclusivamente da coloro che rischiano di essere trascinati nella sua caduta. Un’altra minoranza, più consistente e altrettanto poco enigmatica, propende per difenderlo finché sia possibile farlo senza rischiare in proprio. Una maggioranza o zona grigia è incerta, perché da un canto ha paura del caos che potrebbe conseguire alla Endlösung morale di tutte, tuttissime le autorità politiche e istituzionali italiane; dall’altro, confusamente sente che se si può stendere il mantello di Noè sulle vergogne di un ceto politico del quale, nel complesso, ci si fida, diventa invece politicamente autolesionista e psichicamente devastante passare sopra alle infamie di un sistema esageratamente marcio, irriformabile, impotente e maligno insieme. ( nella Ruritalia di Campi, invece la convenzione drammaturgica esige che l’Italia® non esista, e dunque il problema non si pone).
Personalmente, la penso così. L’educazione cattolica mi ha vaccinato contro il moralismo. In Vaticano si è visto, si vede e si vedrà di peggio, e non per questo i Vangeli sono falsi, Dio non esiste, e tutti i preti sono pedofili imbroglioni. Ciò premesso, l’Italia® è interamente sita nell’aldiquà. Secondo il mio personale avviso, Giorgio Napolitano è direttamente e coscientemente responsabile di atti politicamente e moralmente ben più gravi di un insabbiamento. Dico Monti, dico Libia, e per me basta e avanza. Non sono un giurista, non so se Monti e Libia configurino anche fattispecie di reati, e francamente non me ne importa un gran che. Ricordo che sia l’operazione Monti, sia l’operazione Libia, hanno richiesto vaste campagne di manipolazione mediatica dell’opinione pubblica nelle quali s’è fatto larghissimo abuso di intercettazioni telefoniche, inchieste giudiziarie, e concetti giuridico-filosofici quali i “diritti umani”. Bene. Non so nell'immaginaria  Ruritalia del professor Campi, ma qui in Italia® abbiamo un proverbio: “chi la fa, l’aspetti.”

         Roberto Buffagni

(*) Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...



venerdì 22 giugno 2012

Riforma della moneta?  Per andare dove? 



Ogni volta che  la   crisi economica incalza, si riaffaccia il mito della riforma monetaria: l'intuizione non è nostra ma di Keynes (Teoria generale) che di crisi se ne intendeva...  Insomma,  appena il capitalismo sembra andare in tilt   gli economisti dilettanti  -  una  corte dei miracoli oggi attivissima sul Web -    iniziano  a "vendere" sogni   a  occhi aperti.  Per dirla con  Joseph Conrad (e due...),  autorità in materia (di sogni, anzi incubi...),  « i sognatori» all’improvviso presi dal «bisogno di agire (…) abbassano la testa e si precipitano contro i muri con quella serietà sconcertante che può dare soltanto un’immaginazione disordinata» (Vittoria).  
Definizione perfetta. E   di quella  volontà autodistruttiva che sembra animare,  e da sempre,  alcuni  uomini, particolarmente sensibili  al  pericoloso fascino del   Fiat justitia et pereat mundus.  Cerchiamo allora di essere costruttivi: che cos’ è la moneta?  Dal punto di vista economico è unità di misura, mezzo di scambio,  di conservazione e trasmissione dei valori (misurati) nel tempo e nello spazio. Da quello sociologico è uno strumento, tra i tanti, di potere sociale e politico. Ossia è un’unità di misura, scambio, conservazione e trasmissione del potere sociale e politico.

Quando perciò si parla di riforma della moneta la questione non va affrontata solo sotto l’aspetto economico. E per una semplice ragione: qualsiasi riforma anche quella teoricamente perfetta (ammesso che esista), implica una riforma del potere sociale e politico. Non esistono riforme monetarie socialmente e politicamente “neutrali”. E di conseguenza indolori, come invece cinguettano alcuni  dottor Dulcamara del web.  Fermo restando che il potere sociale e politico, anche dopo la riforma monetaria più radicale,  tenderà per regolarità metapolitica a riformarsi, puntando su altre unità di misura, mezzi di scambio, eccetera.  
Si pensi, per restare all'oggi,  a  come sia  difficile comporre il conflitto tra monetaristi e keynesiani. E parliamo di una “guerricciola” interna al sistema economico esistente che concerne non tanto la riforma qualitativa della moneta quanto il suo controllo quantitativo. Ora,  se il solo diminuire (monetaristi) o far crescere (keynesiani) l’indebitamento dello stato implica politiche economiche e fiscali  capaci di provocare mutamenti redistributivi del potere sociale politico e quindi in certa misura conflitti sociali e politici, figurarsi quel che potrebbe causare il tentativo di introdurre una radicale riforma della moneta in chiave qualitativa.  Altro che  "guerricciola"...
Perciò il vero problema non è  di tipo teorico: non concerne la possibilità concettuale di rinunciare  a una o più  funzioni economiche della moneta,  bensì riguarda la necessità di interrogarsi preventivamente e onestamente sull’ attuale composizione e redistribuzione del potere sociale e politico, certamente imperfetta ma migliore di altre epoche storiche. Ecco  il dato reale  da cui partire. E   non  l' ipotetica società  del non-denaro, del quasi-denaro, del denaro-non-denaro e altre  fumisterie del genere.  Perché  creare false aspettative e disprezzo per la realtà che ci circonda, così faticosamente costruita,  evocando società oniriche?  Occorre invece  senso della realtà, capacità di restare a guardia dei fatti:   l'intellettuale in particolare  deve rimanere  vigile  per aiutare le persone a riflettere  sui  devastanti conflitti politici e sociali che una riforma monetaria radicale  potrebbe innescare. Insomma, mai scherzare con il fuoco delle idee, mai confondere i sogni con la realtà: quel che va evitato - ripetiamo -   è  di commettere, soprattutto a livello cognitivo, l’errore del sognatore: di precipitarsi «contro i muri con quella serietà sconcertante che può dare soltanto un’immaginazione disordinata». E   per andare dove? Il potere, come insegnano storia e sociologia, tende sempre a riformarsi anche nelle società fondate sul baratto,  composte di    tribù  pronte a scendere   in guerra con altre tribù,  appena  le  risorse da barattare si facevano scarse:  società arcaiche, dove tra l’altro si viveva  poco e male.   E che dire dei  più acculturati e  civili  moderni?  Nella Russia post-1917  si auspicava non solo la riforma ma addirittura l’abolizione della moneta… Possibile che la parabola bolscevica da Lenin a Gorbaciov,  dall'elogio « dei pagamenti non monetari»    a quello  della « piena convertibilità del rublo»,  non abbia insegnato nulla?   Chi di moneta “riformisce”,  pardon ferisce, di moneta perisce. 
Carlo Gambescia