giovedì 11 novembre 2010

Il libro della settimana: Archivio storico della rivista di studi universali “Metapolitica”. Volume I (1976), Nota Introduttiva di Aldo La Fata, Metapolitica Nuovi Cieli Nuova Terra, Roma 2010, pp. 164.  

aldolafata@metapolitica.net




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Il principale merito di “Metapolitica”, rivista nata nel 1976 e tuttora viva e vegeta, è aver preso sul serio un “ramo alto” del sapere filosofico e religioso. Senza mai piegarlo a esigenze strettamente politiche, ossia di conquista machiavellica del potere. Perciò, già il solo sfogliarla, consente di spiccare il volo verso i cieli di una metapolitica cristianamente ispirata ma al tempo stesso capace di indagare tra le dure pieghe della realtà terrena.

Si tratta di un progetto che viene da lontano. Silvano Panunzio, tra l'altro scomparso quest'anno, pur imprimendo alla rivista caratteristiche proprie, raccolse l’eredità del padre Sergio, sociologo delle istituzioni giuridiche, ma consapevole, già nel lontano 1940, della necessità di un sapere metapolitico, come “passaggio spontaneo” dal fatto alla norma E in che modo? Mostrando di essere capace di attingere alla “norma” cristiana, senza per questo trascurare il rapporto fattuale tra l’ uomo e la storia. Diciamo che la metapolitica panunziana, ricca tra l’altro di richiami simbolici agli altri monoteismi, si muove elegantemente, per dirla con il lessico del suo artefice, fra i tre livelli della metapolitica (la solarità della norma), della politica pura e semplice (la complessità del fatto politico) e della criptopolitica (lo studio delle forze, spesso malefiche, nascoste dietro i fatti politici).
Naturalmente abbiamo semplificato, forse scontentando gli agguerriti e intelligenti cultori del pensiero panunziano. Per chi voglia saperne di più una ghiotta occasione è rappresentata dalla lettura dei primi quattro fascicoli della rivista, usciti insieme come primo volume (altri seguiranno, con cadenza semestrale, fino a raccolta completa) dell’ “Archivio storico della rivista di studi universali “Metapolitica” . Annata 1976 (Metapolitica. Nuovi Cieli e Nuova Terra, Roma 2010, pp. 164 - redazione@metapolitica.net ).
Il volume, curato da Aldo La Fata, oltre a un’interessante Nota Introduttiva, dove sono chiaramente delineati moventi ideali e protagonisti dei primi passi della rivista, offre in appendice l’utile profilo biografico-metapolitico di alcuni interlocutori, anche ideali della rivista, nonché di sinceri estimatori come Raimundo Panikkar. Solo per fare qualche nome: all’inizio in redazione si ritrovarono pronti a partire lancia in resta Silvano Panunzio, Mario Pucci, Giovanni d’Aloe, Primo Siena e Gianfranco Legittimo. Anche se, come nota La Fata, nel primo anno di vita la rivista “poté contare solo su tre collaboratori" fissi: Panunzio, Pucci e Giovanni d’Aloe.
Che aggiungere? Meglio pochi ma buoni. Un antico adagio che non tradisce mai. Soprattutto alla luce della vitalità della rivista e della perspicacia e onestà intellettuale con cui i “magnifici tre” fin dall'inizio affrontarono le più varie le questioni. Come, ad esempio si legge, a proposito della vicenda di Monsignor Lefebvre, in una pungente nota firmata Artù (pseudonimo panunziano):

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“ Come è priva di significato logico l’espressione ‘Cultura di Destra’ … così è priva di senso etimologico e teologale l’espressione ‘Cattolici tradizionalisti’… Per l’esattezza, il termine greco cath-olikòs traduce un’espressione ebraico-biblica - antico-testamentaria - che indica l’integralità. ‘Cattolico’ è un ulteriore rafforzamento del concetto e significa alla lettera non tanto ‘universale’ (meglio espresso con ‘ecumenico’) quanto ‘totale’… Ora che cosa si può aggiungere al tutto? Il tutto più uno o due? E’ privo di senso anche matematico. Se cattolico significa ‘totale’, il ‘tradizionalista’ aggiuntivo è un pleonasma. Ma anche teologicamente e spiritualmente, se si aggiunge il ‘tradizionalista’ al ‘cattolico’ si insinua che il Cattolicesimo non sia una Tradizione… Qualsiasi aggiunta, sia ‘progressista’ sia ‘tradizionalista’, o altro ancora, non fa che togliere qualcosa all’intero: e per tanto esprime posizione non ‘cattolica’ ed eretica nel senso squisitamente etimologico . Infatti, airèomai significa ‘scelgo una parte’, raschio qualcosa all’interno” (p. 62).

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Niente male. E questa non è che una perla, tra le tante, altrettanto preziose, che si possono “pescare” nella raccolta. Perciò buona "pesca" a tutti. 

Carlo Gambescia

mercoledì 10 novembre 2010

Mode, modi e nodi
Il "non sorriso" di Belén


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Sul significato del sorriso l’etologia umana sembra saperla lunga. Secondo Eibl-Eibesfeldt il sorriso annuncia un’apertura al mondo. Chi sorride mostra di non voler mordere l’interlocutore. Dal momento che i denti, pur visibili, restano serrati, mentre i lineamenti, in particolare intorno agli occhi, si distendono.
Un sorriso disarma... anche in senso letterale. Al sorriso di solito si accompagna il braccio che si allunga, con la mano aperta, nel segno di saluto. Talvolta i corpi si avvicinano e alla stretta di mano può seguire l’abbraccio. Infine, le labbra all'improvviso possono unirsi in un bacio che si nutre di un’euforia vitale che moltiplica le forze umane invece di consumarle.
Perciò l’ uomo che sorride, come notava Laurence Sterne, non sarà mai pericoloso. Ma una donna? Melville, che non si fidava di nessuno, riteneva che il sorriso, soprattutto se femminile, “fosse veicolo d’ambiguità”. Freud avrebbe confermato. Del resto sul "misterioso" sorriso della Gioconda non si sono versati fiumi di inchiostro? Allora perché non versarne un poco anche per il sorriso altrettanto intrigante, benché meno misterioso, di Belén Rodriguez?
Ma come? Partendo da Erving Goffman, acuto palombaro dei riti sociali e autore di un brillante scritto sulla ritualizzazione della femminilità in campo pubblicitario (1977, ora in “Studi Culturali” 1/2010, pp. 50-70).
La sorridente Belén degli spot va perciò subito ricondotta nell'alveo idealtipico, scavato da Goffman, della donna giocosa dalle attitudini infantili. Si noti la divertente gestualità di Belén: molto latina, eccessiva, clownesca, volutamente infantile. Capace di irradiare, attraverso un sorriso che si allarga fin quasi a coprire lo schermo, la felicità di una donna-bambina che cattura per un attimo gli uomini, veicolando un’euforia, che è promessa di consumo sessuale… Belén che sorride e ammalia, per dirla con Goffman, trasmette l’immagine gioiosa “di un bambino che mangia il gelato”.
Ovviamente, per il maschio-spettatore il gelato è la sorridente e sinuosa Belén … In questo senso il sorriso smagliante della modella argentina è un “non sorriso”, perché completamente fuori contesto, visto che non racchiude alcun indizio di vera socialità.
Certo, si tratta di pubblicità. Quindi parliamo di un'attività rivolta a rendere ancora più convenzionali e stilizzate le convenzioni sociali. Detto altrimenti: la pubblicità, di regola, deve trasformare la "promessa di non mordere", racchiusa nel sorriso, in "promessa punto e basta": in qualcosa di iperconvenzionale o di iperstilizzato. Di qui la decontestualizzazione di un sorriso che non è più tale, perché teso a favorire l'acquisto di una merce: uno scambio economico, non sociale.
Concludendo, siamo davanti a un "non sorriso": un’ “euforia che consuma” e che, soprattutto, deve far consumare.



Carlo Gambescia

martedì 9 novembre 2010

In margine a una lettera di Gioacchino Volpe
Questioni di fede

Gioacchino Volpe (1876-1971)





Partiamo da un passo di Gioacchino Volpe, storico vero. Il quale visse parte delle tragiche vicende del 1943-1945 nella sua casa di Sant’Arcangelo di Romagna. E come altri milioni di italiani: puro e semplice testimone-ostaggio di una crudele guerra civile, ormai distaccato dal fascismo, al quale in passato aveva aderito.
Scrive Volpe alla moglie Elisa Serpieri:

“Oggi è la Madonna di mezz’agosto e andrò a messa con Edoarda. Ogni tanto mi ricordo delle tue raccomandazioni. Cercherò di pregare, di raccogliermi. Ma come mi è difficile fondere il di qua, che io da tanto tempo mi sono abituato a cercare di capire in sé, nelle sue forze proprie che lo muovono, e il di là! Son come due mondi separati! Ma io chiederò di avere forza e coraggio: cioè rafforzerò in me il proposito di avere forza e coraggio. Chiederò di essere pari alle necessità e pari a me stesso, qualunque cosa accada, perché i miei figliuoli non abbiano nulla da rimproverarmi e tu possa rimanere con un alto ricordo di me. Quando vado in chiesa, mi viene fatto naturalmente di riandare alla mia vita, risuscitare i miei ricordi, fermarmi alle pietre miliari (…). Così la mia vita si ricompone tutta e quasi si offre alla divinità, riconoscendo da essa i dolori e le gioie” (Gioacchino Volpe, Lettere dall’Italia perduta 1944-1945, Sellerio editore, Palermo 2006, pp. 44-45).

Volpe ricordando il conflitto interiore, tuttora presente in ogni studioso (in particolare se credente), tra le leggi del di qua e del di là, pone una questione fondamentale. Come “fondere” senso religioso e senso storico? Volpe era davanti al Finis Italiae… Ma come ricondurre una guerra fratricida alla volontà di Dio? Forse, a posteriori, una volta cessati i bombardamenti aerei? Ma intanto Volpe era sotto le bombe. E da storico allergico a qualsiasi interpretazione metastorica non poteva non ribadire la necessità di studiare le cose umane per se stesse. Riducendo però - ecco la controindicazione - religione e fede a puro fatto soggettivo, anzi biografico.
Si può criticare l’ approccio, ma il problema rimane. E che problema. Da un lato, l’urgenza della Salvezza nel di là, dall’altro, l’impellente volontà di capire le cose del mondo nel di qua. Certo, si può sempre ridurre il di qua a un per molti comodo “Dio lo vuole”… Ma si può giustificare tutto in nome di Dio? Ovviamente, nessuno vieta di spiegare il di qua con il di qua (si pensi ai nostri modesti sforzi di costruire una metapolitica concreta...). In quest 'ultimo caso resta però aperta la grande questione del senso finale della metapolitica, della storia, della sociologia, eccetera.
Certo, si può rinunciare a ricercarlo. Perché si può sempre procedere all’insegna del “come se”… E dunque scegliere il convenzionalismo... Ovviamente, anche Dio può essere definito alla stregua di una convenzione. Ma allora anche la "dea" libertà sarebbe una convenzione ( si pensi alla filosofia della storia crociana)... E cosa dire di altre "divinità" come il comunismo, il socialismo, eccetera?

Ecco però il punto fondamentale: il profondo dramma interiore di Volpe (e di altri studiosi) può essere spiegato, e dissolto, solo e sempre in termini di scelte soggettive tra convenzioni alternative? Esiste un’oggettività profonda, capace di andare oltre la stessa oggettività della scienza?
Probabilmente la risposta definitiva può essere ricercata nell' intensità della fede individuale di ciascuno di noi. Intensità, che però implica, se pervasiva, il rischio di dissolvere il di qua nel di là.
Il che può essere lodevole nel santo. Ma nello storico e nel sociologo? 


Carlo Gambescia

lunedì 8 novembre 2010


Da Malinowski al welfare state
Antropologia dello stato sociale

Bronisław Malinowski (1884 -1942)


In una buona pagina di Crime and Custom in Savage Society Bronislaw Malinowski scrive:
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“(…) Il sistema è basato su un sistema molto complesso di dare e ricevere, che rinvia al fatto che a lungo termine i servizi reciproci si bilanciano. La vera ragione per cui questi obblighi economici sono osservati, e osservati scrupolosamente, è che l’inosservanza colloca l’individuo in una posizione intollerabile, mentre la negligenza nel loro adempimento lo copre di obbrobrio: l’uomo che disobbedisce persistentemente agli obblighi legali nei suoi affari economici si troverebbe subito fuori dell’ordine economico e sociale, ed egli è perfettamente cosciente di questo. Comprove sono fornite al giorno d’oggi, quando un certo numero di indigeni, per indolenza, eccentricità o spirito di impresa non conformistico hanno scelto di ignorare gli obblighi del loro status, e sono automaticamente diventati parassiti dei bianchi”. (trad. it. Diritto e costume nella società primitiva, New Compton 1972, pp. 78-79).
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Malinowski pur occupandosi di una società “primitiva” pone due importanti questioni sociologiche: quella del dare-avere qualcosa in cambio di qualcos’altro (reciprocità, come "a priori" sociale); e quella della regolazione sociale del dare-avere (obblighi di status, come altro, e non meno importante, "a priori sociale").
C’è anche un accenno allo “spirito di impresa” come fattore anti-reciprocitario e di esclusione sociale (nei termini di violazione degli obblighi di status).
Ecco, più modernamente, sarebbe interessante ragionare sulla possibilità di riproporre all’interno del capitalismo una logica reciprocitaria e di tipo equitativo. Dove, per dirla con Malinowski,
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“ogni atto [abbia] il proprio posto e [debba] essere effettuato senza fallo [dove] ognuno [sia] ben cosciente della sua esistenza e [sappia], in ogni caso concreto. Prevederne le conseguenze” (Ibidem, p. 79).
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Il primo strumento potrebbe essere di tipo meritocratico ( a ciascuno secondo il merito); il secondo di natura solidaristica (a ciascuno secondo il bisogno). Ma come conciliarli? Come gettare un ponte tra merito e solidarietà?
Vanno qui ricordate le due soluzioni fino ad oggi proposte: carità privata e assistenza pubblica (welfare state).
La carità privata riflette i doveri di chi abbia avuto molto dalla vita; l’ assistenza pubblica rispecchia i diritti di chi abbia avuto poco… Ma come stabilire il dovere e il diritto al molto e al poco? Come conciliare la mobilità sociale del capitalismo con la stabilità e consapevolezza dei diritti e dei doveri? Come consolidare gli status - e quindi la reciprocità di doveri e diritti - in una società dove, almeno in linea teorica, il povero può diventare ricco e il ricco povero?

Carlo Gambescia

venerdì 5 novembre 2010

Cardini, il Chomsky dei poveri… 
(con una lettera-commento di Luigi Copertino)


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Leggiamo che Franco Cardini è stufo di sentirsi chiedere se lui sia di destra o di sinistra (http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=35586 ). Giusto, viviamo tuttora nell’Italia fascista o nella Russia di Stalin. Perciò la domanda continua ad essere perfettamente inutile… E se a dirlo è uno storico...
Poi però il nostro professore che non accetta etichette, firma, come il più classico dei tromboni accademici, un Manifesto - per qualcuno “arancione” - come quello delle teste d’uovo finiane. Salvo poi giustificarsi, come quando Mussolini entrò in guerra, invocando l’urgenza del momento…
Anche Cardini evoca “eventi forse molto importanti”. Ovviamente, non tira più in ballo il pericolo "demoplutogiudaico", ma preferisce usare la moderna retorica noglobalista. Come qui:
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“Quanto alle lobbies multinazionali, ai poteri finanziari e bancari che sostengono i politici che hanno piazzato come loro “comitato d’affari”, agli spacciatori mercenari di strapagate menzogne massmediali, ai massacratori d’innocenti in Iraq e in Afghanistan e ai mercanti d’armi e di petrolio che li sostengono, alle aziende farmaceutiche che condannano milioni di persone a morte per AIDS pur di mantener alti i costi dei loro brevetti, a chiunque lucri su un sistema mondiale così infame da permettere ad alcune decine di migliaia di persone al mondo di nuotare ogni mattina in una piscina olimpionica mentre si cerca di far pagare l’acqua a interi popoli assetati”.

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Ma è linguaggio da storico serio? Da studioso che continuamente "notifica" ai lettori (si scopra con quale arroganza Sua Maestà NédestraNésinistra interviene nei forum) di aver “scritto molte decine di libri e molte centinaia di articoli”? Notare l’accenno finale al ricco epulone che più modernamente, invece di vestire di porpora e di bisso, nuota in piscina… Immagine che combacia perfettamente con la visione pauperistica del mondo di Fini e Bocchino…
Non restano perciò che due possibilità: o Cardini soffre di arteriosclerosi o gioca a fare il Chomsky dei poveri… E con pessimi risultati.
Comunque sia, promettiamo di pregare per lui.
Carlo Gambescia

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La lettera-commento di Luigi Copertino...
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Caro Carlo,
tu conosci la stima che ho per te, pertanto prendi questo mio intervento come una amichevole osservazione. Voglio premettere che questa mia non è una difesa d’ufficio di Franco Cardini. Anche a me è capitato di dissentire da certe sue posizioni storiografiche e gli ho esposto con franchezza, come si fa tra buoni amici, le mie critiche. Non gli imputerei affatto la “colpa” del ricordare al prossimo di essere autore di libri autorevoli (che è un fatto oggettivo) perché, per quanto lo conosco, in genere egli non fa pesare la propria autorevolezza se non a fronte della disonestà intellettuale nell’interlocutore. Entrando nel merito di quanto gli rimproveri, ritengo che si deve tenere conto del suo percorso umano ed intellettuale. Cardini si definisce un “catto-anarchico di destra”. Meglio, dice di sé di essere cattolico e “socialista”. In realtà il “socialismo” di Cardini si pone, idealmente, nella linea del fascismo di sinistra (Sorel, Ricci, José Antonio, Bottai,Peròn, Evita, il giovane e l’ultimo Mussolini, la Carta del Carnaro). Magari, forse, si definirebbe almeno "sociale", o "catto-sociale", se esistesse ancora una destra sociale missina. Quanto, poi, ci sia di coerente con il suo Cattolicesimo in tutto questo non sta a noi giudicarlo. Un Bottai giunse alla fede attraverso l’amicizia, alla ricerca di una uscita dalla modernità borghese, con un intellettuale di grande levatura, teologo e sacerdote, come don Giuseppe De Luca. Lo stesso Mussolini pare si convertì nel 1943-45 (ve ne sono molti indizi). Il peronismo/evitismo ed il falangismo joseantoniano non si spiegano senza il retaggio religioso cattolico. Cardini diffida certamente dei "patriottismi costituzionali". Se di recente ha firmato il manifesto che i media hanno definito “finiano” non è perché condiva la prospettiva del Fli. Credo che egli appoggi qualsiasi azione legale finalizzata a mandare a casa Berlusconi. Questo, però, ci impone una domanda che, da parte mia, ho rivolto anche a Cardini: dopo Berlusconi chi s'avanza all'orizzonte? In un'epoca di nichilismo globale non vedo nessuno statista capace di opporsi ai poteri forti finanziari, lobbistici, capitalistici. Il defunto Kirkener non era Peròn, Lula non è Getulio Vargas o Che Guevara, Obama non è Roosevelt. Oggi, non ci sono più Mussolini, Togliatti o De Gasperi. Oggi ci sono Storace, Vendola, Casini, Fini, Bersani, Buttiglione. Bossi, poi, rappresenta solo gli umori un po' xenofobi, un po' antifiscali, un po' identitari dei ceti produttivi del Nord. Il Cavaliere è espressione di questo tempo che Augusto Del Noce definiva "fase profana della secolarizzazione": il tempo gaudente della reificazione mercantile dell'uomo. Con il 1989 e la globalizzazione liberista che, meglio del comunismo, ha realizzato il progetto internazionalista ed ateo di Marx, non è finito solo il sogno rivoluzionario della sinistra ma anche quello nazional-rivoluzionario coltivato, in nome del socialismo fascista o del tradizionalismo cattolico o evoliano, da generazioni di giovani di "destra". A sognare un mondo diverso restano solo i settantenni come Cardini ed i cinquantenni, o giù di lì, come noi: i giovani ventenni coltivano le prospettive "velinari" di Mediaset. Se poi guardiamo nello specifico di quell’avventura politico-culturale, che adolescenti, o poco più, ci vide coinvolti negli anni ottanta, chiamata, a suo tempo, Nuova Destra o Nuova Cultura meglio stendere un pietoso velo. La Nuova Destra ha fatto una brutta fine! Campi, la Centanni, Peppe Nanni, la Terranova e tanti altri ... ieri hobbittiani ed alternativi, oggi finiani! Che parabola! Questa critica vale anche per la matrice francese, la Nouvelle Droite, inficiata sin dalle origini da un neopaganesimo nicciano d’accatto. Si voleva conquistare l’egemonia “gramsciana” per cambiare la società, invece è arrivato il "futurismo post-moderno da pensiero debole targato neo-destra". Bell'affare! Qualcuno avrebbe giustamente parlato di eterogenesi dei "Fini"! Lo scrivente è ormai da tempo che non crede più alle palingenesi politiche. Il mio sguardo di cattolico è rivolto verso l’Alto perché solo dall’Alto può giungerci la salvezza. La ricostruzione deve essere prima di tutto spirituale, antropologica, metafisica. Il resto arriverà dopo.
Un caro saluto.
Luigi Copertino

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Caro Luigi,
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Evoco il Messia... e invece mi risponde il suo profeta... Altro segno dei tempi...
Che dirti? Che quanto asserisci, con l'onestà che ti è propria, conferma quel che ho scritto, anche in altri occasioni, di Sua Maestà NéDestraNésinistra: è tutto eccetto che liberaldemocratico. E allora - ripeto - perché Sua Maestà ha firmato un Manifesto che è tutto fuorché "catto-anarchico di destra" o "catto-sociale" con ascendente missino?
Diciamo la verità: tra gli estensori del Manifesto e Franco Cardini, quanto a confusione ideologica, è una bella gara. Con il professore, comunque, in full position. Anche per l'anzianità di servizio, visto che è un dipendente statale.
Un caro saluto.

Carlo Gambescia

giovedì 4 novembre 2010

Il libro della settimana: Alain de Benoist, Cartouches: Les éditoriaux d’ Éléments” (1973-2010), Association des Amis d’Alain de Benoist, Paris 2010, pp. 346, euro 24.

http://www.alaindebenoist.com/index.php
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E’ un evento. Non è possibile usare altro termine a proposito dell’ultimo libro di Alain de Benoist, appena uscito in Francia. Si tratta della raccolta degli editoriali pubblicati su “Éléments” con lo pseudonimo di Robert de Herte ( un omaggio al ramo familiare della bisnonna, Louise-Marie-Apolline de Herte): “Éléments”: Cartouches: Les éditoriaux d’ Éléments” (1973-2010), Association des Amis d’Alain de Benoist, Paris 2010, pp. 346 euro 24.
Nel 1994 i primi 65 editoriali ( a partire dal 1973) furono raccolti nel volume Le grain de sable. Jalons pour une fin de siècle. Ora vengono ripubblicati in Cartouches unitamente agli editoriali successivi, per un totale di 125 articoli. Si tratta di tutto il pubblicato fino al settembre dell’anno in corso (Éléments , n. 136). Con una chicca: in appendice è riprodotta, da quest’ultimo fascicolo, l’interessante intervista curata da François Bousquet, (La Nouvelle Droite est-elle de gauche? Un bilan d’étape) ), ad Alain de Benoist e Michel Marmin, altro pilastro della rivista.
Proprio l’ampiezza della raccolta permette di capire quel che è vivo e quel che è morto in un pensatore vulcanico e in un movimento di idee che giustamente, e non da oggi, vengono confusi insieme. A tale proposito, secondo de Benoist si può parlare

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“del passaggio da una fase più confusa, quella del primo periodo, dal 1973 al 1981, a una fase più matura, sotto il profilo dell’analisi, a partire dagli anni Novanta” ( p. 18).
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Ma lasciamo sia lui stesso a chiarirci le idee in argomento:
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“All’inizio degli anni Settanta, ad esempio, ho scritto alcuni testi sull’ecologia, sul lavoro, sulla teoria della conoscenza, che oggi giudico assolutamente erronei. Tra l’altro, ho commesso l’errore di usare il termine ‘nominalismo’ in un senso che è stato compreso male. Anche l’importanza conferita dalla ND a una tematica come il quoziente di intelligenza era sicuramente eccessiva. Come diceva Spengler nelle vicende umane, la storia batte le scienze naturali! (..). Sarei tentato di sostenere che nel corso degli anni la ND è semplicemente cresciuta, divenendo adulta, superando e respingendo sia certo atteggiamento adolescenziale, tipico della destra (l’universo-eroico- paterno degli dei e degli eroi), sia certo infantilismo della sinistra (l’universo fusionale-materno dell’indistinto sociale), due forme, che non riflettono soltanto l’universo pre-edipico del comportamento, ma anche due concezioni della vita sostanzialmente impolitiche. In Francia la ND è una scuola di pensiero priva, almeno nell'ultimo mezzo secolo, di equivalenti. Perciò non si può dire si può dire che già non sia entrata nella storia delle idee" (pp. 336-337).
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Interessante anche quel che asserisce de Benoist a proposito del termine “Nuova Destra:

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“Senza averlo formalmente abbandonato, cerco di utilizzarlo il meno possibile. Ho anche spiegato in innumerevoli occasioni, come l’ espressione, che non nasce per libera scelta, ma solo nel 1979 quale invenzione mediatica per designare una corrente di pensiero che già esisteva da undici anni, resti, almeno a mio avviso, insoddisfacente, proprio perché si presta a possibili equivoci. Il vero problema è che non si è mai trovata un’ altra espressione in grado di sostituirla. Va anche detto che è molto difficile liberarsi di un’etichetta quando, come nel caso, incontra durevole fortuna. Il termine Nuova Cultura, utilizzato per qualche tempo, era troppo vago. Del resto l’espressione Nuove Sintesi, usata da Marco Tarchi, resta anch’essa imprecisa (…). In effetti, l’ appellativo, [Nuova Destra n.d.r.] non può che essere fonte di malintesi. E il solo modo per evitarli è interessarsi al contenuto piuttosto che al contenitore” (p. 333).
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E questo è solo l’ antipasto del libro… Tra l’altro, perfetto anche nel titolo: Cartouches, “cartucce” di carta. Al lettore, infatti, non resta che leggere per “caricare”. Quanto alla “mira”, visto che servono lettori intelligenti, si tratta di un dono di natura. E purtroppo i buoni “tiratori”, probabilmente, saranno sempre pochi.

Carlo Gambescia
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venerdì 29 ottobre 2010

Il Manifesto d’Ottobre degli “intellettuali finiani”
Tra Badiou e Machiavelli


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Molto si è scritto sull’ incoerenza del Manifesto d’Ottobre elaborato dalle “teste d’uovo” finiane (*). Siamo d’accordo. Ma, attenzione, non perché il Manifesto tradisca le premesse di una qualche “solida” destra divina, o perché, al contrario, sia intriso di "gelatinosi" valori cripto-comunisti. Bensì perché il “patriottismo repubblicano” mal si concilia con la possibilità di favorire la partecipazione politica degli “invisibili”. Ci spieghiamo meglio.
Nel Manifesto, per un verso si punta, salendo esplicitamente sulle forti spalle di Machiavelli, sul "patriottismo repubblicano" come “consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale”, da costruire attraverso “la partecipazione politica”. Per l’altro si proclama, abbarbicandosi implicitamente (ma il linguaggio è rivelatore...) su quelle di Badiou, Negri, Žižek, di voler dare la parola agli “invisibili” e ai “clandestini della politica”, ossia agli “esclusi dalle logiche della rappresentanza e della decisione pubblica”.
Ora, ogni inclusione non può non essere, in primis, sociale ed economica. E qui se ci si passa l'espressione, cade l'asino, perché di welfare nel Manifesto non si parla. Anzi c’è perfino una concessione al mantra iperliberista della “modernizzazione”, cui si affianca, ma solo in extremis, l’ accenno a “ promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà” ( notare, "espansiva": si evita di usare il termine libertà positiva per non far scappare i non pochi liberisti del circolo finiano...)
Inoltre, non è possibile cavarsela a buon mercato costruendo a tavolino il mito dei possibili ceti medi riflessivi di destra, sulla cui esistenza a sinistra non crede più neppure Paul Ginsborg. Ceti, come si legge nel Manifesto, che al momento sarebbero “clandestini” o “refrattari alla vita pubblica”, solo perché “politicamente e intellettualmente più esigenti”…
Ora, ammesso pure che il ceto fenice esista, si tratta, stando alle ridotte quantità di libri e giornali che leggono gli italiani, di una minoranza che non "sposta" più voti a sinistra, figurarsi a destra, dove al libro, almeno tendenzialmente, si è sempre preferito il moschetto.
Ma dov’è l’incoerenza? Nel proporre una soluzione di destra (il "patriottismo repubblicano" ) a una questione di sinistra (quella degli “invisibili” politici e sociali).
Badiou, Negri, Žižek (che fra di loro, sia detto per inciso, non vanno d’accordo su nulla…) definirebbero il Manifesto, e di comune accordo, “termidoriano”. Perché coerentemente, dal loro punto di vista, la conseguente risposta all’esclusione politica, sociale ed economica è rappresentata dalla rivoluzione (comunista). E non dal placido e dottrinario "patriottismo repubblicano" dei professori e dei notabili borghesi, saliti al potere dopo aver eliminato Robespierre.
Altra coerenza avrebbe avuto il Manifesto se si fosse confrontato con la questione dei diritti sociali (mai nominati, a differenza dei diritti civili e politici…), tentando di dare sostanza sociale ed economica, alle sue tesi, senza per questo sposare la causa dei sanculotti o più modernamente quella della socialdemocrazia... Si chiama capitalismo sociale di mercato... Per "scoprirlo" sarebbe stato sufficiente, senza scomodare la Arendt e la città antica, leggere il buon Wilhelm Röpke. O, per restare in Italia, Abolire la miseria di Ernesto Rossi. E ci stupisce che un pensatore mai banale come Giacomo Marramao lo abbia firmato.
Ma, in realtà, era possibile la "sterzata" sociale? No. E per una ragione molto semplice, di Dna: il "patriottismo repubblicano", a voler essere indulgenti, resta un patriottismo da professori, cartaceo anche in senso letterale: dei "signori" che leggono e capiscono i giornali… Vincenzo Cuoco - tra l'altro buon lettore di Machiavelli - già due secoli fa ne aveva intuito le pericolose oscillazioni tra feroce giacobinismo e imperturbabile dottrinarismo.
E questo, probabilmente, è il principale limite metapolitico del Manifesto. Parla a pochi. E meno che mai al popolo.
Carlo Gambescia

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