lunedì 18 ottobre 2010

Un "comunista dentro"
Santoro, Liu Xiaobo, Giorgio Gaber



“Anno Zero” sta alla cultura del sospetto e del complotto, esattamente come le capziose inchieste a comando di Vittorio Feltri. Quel che poi dà più fastidio di Michele Santoro è l’atteggiarsi a perseguitato politico. E in un’Italia dove fa quello che vuole, guadagnando milioni di euro. Ma se Santoro è un perseguitato Liu Xiaobo, il Premio Nobel in carcere che cos’è?
Il fondo è stato toccato la settimana scorsa, quando il conduttore televisivo - uno che dopo ogni puntata di Anno Zero fa l’analisi minuto per minuto, grafici in mano dell’ascolto, “cazziando” peggio di Marchionne i suoi dipendenti, pardon collaboratori - ha cantato in coro, pregustando l'ennesimo coup de théâtre , “La Libertà” di Gaber, come se l’Italia di Berlusconi fosse la Cina... Che vergogna.
Povero Gaber, uomo libero sul serio… Ma si sa, le grandi canzoni finiscono per appartenere a tutti, "belli e brutti", come dicevano i nonni...
Ma perché Santoro si comporta così?
In primo luogo, perché in questo modo è diventato ricco.
In secondo luogo, perché non è diventato ricco come Berlusconi. Di qui l'invidia.
In terzo luogo, perché è restato “comunista dentro”. Esiste il “fascista dentro”? Ebbene Santoro è “comunista dentro”. E in un senso molto semplice, quasi elementare, perché si ritiene comunque dalla parte “di qualcosa” che, ovviamente, deve “elevare” rispetto al non adepto: i comunisti erano dalla parte delle leggi di sviluppo economico della storia, Santoro, dopo aver buttato Marx e Lenin alla ortiche, ha optato per quelle dello sviluppo morale dell’umanità, ma "secondo Michele". Ovviamente solo in trasmissione, perché dietro le quinte, ripetiamo, tratta malissimo i dipendenti, pardon collaboratori.
Giovedì scorso “Anno Zero” ha avuto ascolti altissimi, solo perché il "buon" Michele aveva precedentemente litigato in diretta, sotto sotto per ruggini antiche che sfuggono alle masse, con il direttore generale Mauro Masi…
E sia. Continuiamo, anzi continuate cari “telespettatori” a farvi del male. Del resto l’alternativa Rai qual è? Vespa, “democristiano dentro”?

Carlo Gambescia

venerdì 15 ottobre 2010

Riflessioni sul "senso sociale" della morte
Società senza futuro?




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Che futuro ci aspetta? Servirebbe la sfera di cristallo… Una cosa però è certa: le “premesse” sociologiche non sono buone. In argomento già esistono le classiche analisi di Sombart, Alfred e Max Weber, Sorokin, alle quali rinviamo i lettori stanchi di passeggiare tra le rovine.
Vorremmo invece esaminare un aspetto, solo in apparenza “scollegato”. Quello del significato che la nostra società assegna alla morte. Infatti, solo il senso sociale attribuito “al morire” può chiarire il valore della vita, e di riflesso, aprire squarci nel futuro.
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La morte scredita

Partiamo da un fatto di cronaca di qualche mese fa: la scomparsa di un giovane attore, Pietro Taricone, morto improvvisamente in circostanze tragiche. La notizia ha avuto grande copertura mediatica, generando commozione collettiva.
La gente comune, nonostante la quotidiana overdose informativa, si è perciò fermata a riflettere. Giusto il tempo però di un telegiornale e di un “approfondimento”.
Perché? La morte nella società divertentistica, o del carpe diem, è qualcosa di scomodo, da “consumare” e rimuovere in fretta. La morte oggi contrasta con due miti: il giovanilismo e il culto per “qualità materiale” della vita. Due “sub-mitologie”, per parlare difficile, che rinviano al “mitema” ( mito inglobante) dell’eterna giovinezza che innerva il nostro intero vivere sociale. Sembra quasi che la nostra società abbia fatto sue le parole di un personaggio di Saul Bellow: “La morte scredita. Il massimo successo è sopravvivere”. Ma in che modo? Regredendo, come vedremo più avanti, nell’ indifferenza animale. Per cui se di Taricone si parla al massimo per due giorni, dell’anziano che muore in povertà e solitudine, nessuno si accorge.
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Se un “vecchio” muore in treno…

Torna utile ricordare un episodio “emblematico” accaduto un paio di anni fa: la morte in treno per infarto di un ultraottantenne, rimasto esanime al suo posto per alcune ore, mentre la gente scendeva e saliva senza interrogarsi su “quella innaturale rigidità”, come scrissero i giornali. Per non per parlare del “personale addetto”, non accortosi di nulla… E di un intero treno andato avanti e indietro tra Torino e Savona per due volte, con a bordo un povero fardello di ossa e carne senza un alito di vita.
E qui veniamo al punto. Come “resocontarono” il fatto i mass media? Parlarono di un disservizio… Nelle cronache si criticò “il personale delle ferrovie” per la “disattenzione”. Quasi si trattasse non di uomo, ma di agenda, borsa, pacchetto dimenticati da qualcuno sui sedili.
Cerchiamo di essere seri, un episodio del genere indica che sono in gioco ben altri problemi che l’efficienza delle ferrovie italiane. A partire, appunto, dal futuro della nostra società.
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I nonni che spariscono tra i fiori

Innanzitutto, oggi è cambiata l’idea stessa di socialità. Si ha timore dell’altro. Si comunica poco, figurarsi su un treno affollato di pendolari… Tutte persone psicologicamente sotto pressione, divise tra impegni familiari, lavoro, bollette e conti da pagare. Poco inclini a solidarizzare, se non occasionalmente contro l’amministrazione ferroviaria…
Inoltre, gli anziani, se non i “vecchi” come l’ultraottantenne pensionato deceduto in treno, vivono in condizioni di marginalità. Li si ritiene improduttivi, noiosi, capaci solo di ripetersi e dire cose scontate. In una parola: inutili.
Infine, come abbiamo già accennato, la nostra è una società che ha rimosso la morte. Si cerca di parlarne il meno possibile. Si celebra la giovinezza. Ai bambini si racconta che i nonni spariscono tra i fiori. E ciò spiega anche quella crescente difficoltà di riconoscere nell’altro, quando accade, i tratti fisici della morte. Così, per disabitudine di pensiero…


La morte-spettacolo
Abbiamo accennato a Taricone. Ma molti ricorderanno anche la scomparsa di Franco Scoglio. Ex allenatore e “pensionato di lusso” del calcio italiano, morì per infarto fulminante in piena diretta televisiva. Nei giorni successivi non si parlò di altro: dello “sportivo famoso” morto a “telecamere accese”. Le immagini del triste evento vennero trasmesse e ritrasmesse da tutti i canali televisivi con dovizia di particolari e commenti. Oggi, l’ultimo respiro di Scoglio è visibile perfino su YouTube. Basta un clic.
Il fatto indica che la morte, grazie al potere della moderna riproducibilità tecnica della realtà, può diventare interessante solo quando avviene, come dire, a reti unificate: in diretta. Solo se riesce ad appagare l’interesse morboso, opportunamente sollecitato, dell’uomo-spettatore. E quindi ad essere spettacolarizzata e trasformata in business.



La “società dei guardoni”
Si pensi alla presenza e all’insistenza delle telecamere in occasione di disastri e terremoti, ma anche di delitti, particolarmente efferati. Si vada con la mente alle accuratissime ricostruzioni mediatiche delle tecniche di eliminazione fisica delle vittima, praticate dal serial killer di turno. Oppure a intere serate televisive, con ospiti in studio, tese a scavare nella vita delle vittime di atroci delitti per evidenziare i particolari più scabrosi. Si pensi ai programmi che indagano sulle sorte delle persone scomparse. Dove poi si scopre, regolarmente, che il “fuggitivo” di turno, spesso con enormi problemi di adattamento alle spalle, si è suicidato in condizioni drammatiche. E dove si disquisisce per ore di poveri resti umani, spesso irriconoscibili.
Per contro, quando la morte è “fisicamente” presente a qualche centimetro, l’uomo-spettatore, o “guardone”, non la riconosce, non se ne accorge. Soprattutto quando si tratta di un vecchio incrociato per caso in treno… Uno “che scoccia”, perché magari vuole solo chiacchierare (“Ma che se lo cucchino i figli, io ho già i miei di vecchi”, oggi così si ragiona…).
In realtà, come abbiamo accennato, il pendolare stressato, vuole solo tornare a casa, per gettarsi alle spalle una giornata di lavoro, accendere finalmente la televisione, per seguire, al sicuro e con la massima attenzione, storie “vere” di morti e delitti.
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Società senza futuro?
Quale può essere il futuro di una società giunta al punto di rifiutare la morte e tutto ciò che la rammemori, a partire da un povero vecchio in rigor mortis incrociato per caso in treno?
Attenzione, stiamo parlando degli uomini: l’ unica specie animale che ha creduto nella sopravvivenza e rinascita dei defunti. La nostra è la sola specie che abbia “pensato” la morte biologica - un ,fatto di natura - quale fatto di cultura. Come notava Miguel de Unamuno, in un’opera fondamentale, Del sentimento tragico della vita: “Ciò che distingue l’uomo dagli altri animali è il fatto che egli cura i suoi morti”. Anche se - concludeva ironicamente - “il gorilla, lo scimpanzé l’orango e i suoi congeneri debbono considerare l’uomo come un povero animale malato, che ammassa persino i suoi morti”… Detto altrimenti: il rifiuto della morte, racchiude sempre la negazione animalesca della cultura e della stessa condizione umana.
Come può plasmare culturalmente il futuro chi rischia di precipitare nell’animalità? Mentre il domani dipende proprio dalla nostra volontà morale e culturale di aprirsi all’altro. Ma come riuscire, se il mondo attuale, come scriveva Sorokin, è “socioculturalmente” privo di amore, se non per stessi? Ecco la vera radice del problema: un egoismo, ormai quasi istintivo, carnivoro, animale che sembra pervadere ogni relazione sociale. In questo senso curiosità morbosa e indifferenza sistematica sono due facce della stessa medaglia.
In un magnifico libro, dove passato, presente e futuro sono ben mescolati insieme, Il ponte di San Louis Rey, Thorton Wilder scrisse profeticamente: “vi è un paese dei vivi e un paese dei morti, e il ponte che li collega è l’amore, la sola cosa che resta, la sola cosa che ha un senso”.
Ora, aspirare a un futuro diverso significa ricostruire quel ponte. Prima che sia troppo tardi.

Carlo Gambescia

giovedì 14 ottobre 2010

Il libro della settimana: Nikolaj Berdjaev, Schiavitù e libertà dell’uomo, testo russo a fronte, saggio introduttivo, traduzione e note di Enrico Macchetti, Bompiani 2010, pp. 678, euro 30,00.

http://bompiani.rcslibri.corriere.it/

Nikolaj Berdjaev, scomparso settantenne nel 1948, non è mai stato un pensatore mainstream, come si usa dire oggi. Già ai suoi tempi poco amato dai materialisti, dialettici o meno, snobbato dagli idealisti, sgradito a storicisti, scientisti e utopisti. Per non parlare di tradizionalisti (di qualsiasi fede, inclusa la cattolica), progressisti e scettici appartenenti alle più diverse parrocchie del pensiero dubitante. Un isolamento mai cessato. Berdjaev, enciclopedico profeta di un indocile esistenzialismo cristiano, resta tuttora per molti un pensatore ingombrante e non classificabile, soprattutto secondo il canone del dominante illuminismo bioetico.
Allora che fare? Non parlane più? Lasciare che Berdjaev resti in soffitta, tra le buone cose di pessimo gusto, per dirla con Gozzano? Mai e poi mai. E qui giunge opportuna, come occasione per (ri)leggerlo e cogliere la forza evocativa del suo pensiero, la bella edizione, curata ottimamente da Enrico Macchetti, di Schiavitù e libertà dell’uomo, (Bompiani, Milano 2010, pp. 678, euro 30,00). Opera uscita nel 1939, durante gli anni dell’ esilio francese, dove il pensatore russo riesce a condensare mirabilmente la sua intera esperienza filosofica.
Il sottotitolo recita: “Saggio di filosofia personalistica”. Per quale ragione? Perché l’esistenzialismo di Berdjaev non rimanda alla pura riduzione dell’esistenza alla pura “cura” di essa, ma allo sviluppo della persona quale immagine di Dio.
Messa così, probabilmente resta piuttosto dura da digerire, soprattutto per il non credente. Comunque sia, il riferimento non è al Dio dei teocrati, ma al Dio della Croce: il Dio evangelico della sofferenza e dell’amore; figura che non può non turbare, almeno emotivamente, tutti, credenti o meno. Certo, l'emozione in sé è poco, ma forse può essere un primo passo.
Scrive Berdjaev, in pagine di grande onestà spirituale:
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“Questo è il personalismo del Vangelo. La liberazione spirituale è la vittoria sul potere dell’estraneità. Questo è il senso dell’amore. Ma l’uomo diviene facilmente schiavo, non accorgendosene. Si libera perché dentro di lui c’è un principio spirituale, la capacità di non essere determinato dall’esterno. Ma la natura umana è così complessa e la sua esistenza è così intricata che l’uomo può cadere da una schiavitù all’altra, cadere in una spiritualità astratta, nel potere deterministico dell’idea generale. Lo spirito è uno, integro, ed è presente a ogni atto proprio. Ma l’uomo non è spirito, soltanto possiede lo spirito, e per questo negli atti spirituali stessi dell’uomo è possibile la disgregazione, l’astrazione, la degenerazione dello spirito. Una liberazione definitiva è possibile soltanto attraverso il legame dello spirito umano con lo spirito di Dio. La liberazione spirituale è sempre un rivolgersi a una spiritualità maggiore che non il principio spirituale nell’uomo, un rivolgersi a Dio. Ma anche il rivolgersi a Dio può essere colpito dall’infermità e trasformarsi in idolatria. Per questo è necessario una purificazione costante” (pp. 627-628).
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Il tema “della purificazione costante” è l’altro aspetto fondamentale del libro (e del suo pensiero). Come difendersi, si chiede Berdjaev, dalle “signoria” delle idee umane che contraddice la dignità della persona? “Signoria” che si incarna nel teocratismo, nel nazionalismo, nell’ utilitarismo e nel sociologismo? In un solo modo: accettando il continuo conflitto interiore con il mondo. Dal momento “che non tutto l’uomo può essere socializzato”. Insomma, la “persona” nasce e si forma grazie “alla contrapposizione al potere del male mondano, il quale ha sempre la sua cristallizzazione sociale” (p.179).
Insomma, siamo davanti a una filosofia per coraggiosi in Cristo, per “persone” capaci di sfidare il potere umano e soprattutto le sue "reificazioni". Una filosofia del coraggio cui però Berdjaev affianca una sociologia del soprannaturale: dove il conflitto con il potere rinvia non alla demoniaca e temeraria tentazione di tramutare le pietre in pane, ma all’ onesta accettazione di una realtà superiore che salva e redime nello spirito. Dunque nell’Al di là, non nell’ Al di qua.
Il che, come Berdjaev ben sapeva, resta tragico ed esaltante al tempo stesso. Proprio come il suo pensiero.

Carlo Gambescia


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mercoledì 13 ottobre 2010

La donna aggredita in Metro a Roma 

Follia metropolitana?


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La donna aggredita e ferita gravemente a Roma non è un semplice caso di violenza o follia “metropolitana”, anche nel senso di una “terra di nessuno” - le stazioni della sotterranea - dove tutto sembra permesso, ma testimonia un clima di insofferenza diffusa verso l’altro. Clima che talvolta favorisce gravi episodi di violenza.
Che questi episodi spesso accadano in pubblico, e in aree addirittura affollate, indica che stanno venendo meno, almeno in alcuni casi, le cosiddette remore o convenzioni socioculturali. Detto altrimenti: non si teme il giudizio negativo degli altri, né si prende in considerazione la possibilità di incorrere nei rigori della legge. In alcuni casi, ancora pochi per fortuna, l’impulso a colpire sembra addirittura irrefrenabile. E di conseguenza la quasi irrilevanza sociologica (statistica) di episodi del genere, spiega i riflettori mediatici subito accesi sul "caso di follia urbana". Pertanto “il pugno di Anagnina” è la punta dell’iceberg. Il vero pericolo è rappresentato dalla sua “massa subacquea”: un “ghiaccio sociale” che si chiama indifferenza.
Una assenza di “cura” verso l’altro che consiste non tanto ( o non solo) nel non intervento dopo “la violenza”, come sembra sia accaduto a Roma, ma nella quotidiana “retrocessione” quotidiana dell’altro a oggetto privo di interesse o valore.
Può sembrare paradossale o riduttivo, ma la cosiddetta “crisi dell’uomo contemporaneo” è ben descritta non tanto ( o non solo) dalla gratuita e sporadica aggressione in metropolitana, quanto dal non salutarsi (o salutare senza ottenere risposta) - come sarà capitato a molti - con le persone che si incontrano nell’atrio del proprio condominio.
Si dirà che un saluto è pura convenzione sociale… E che la cattiva educazione non può spiegare da sola una reazione violenta in metro... Certo, ma il saluto è anche il punto minimo della socialità. Chi saluta, come insegna l'antropologia, magari sollevando il braccio e tenendo la mano destra aperta, prova simbolicamente di non essere "armato". Perciò proprio la mancanza di un saluto, perfino di tipo "condominiale", è una "spia" accesa. Un segnale che indica che molti escono di casa "psicologicamente armati"... di indifferenza. E in alcuni casi, pochi per ora, disposti a tutto.

Carlo Gambescia

martedì 12 ottobre 2010

Politica estera
Qual è l’interesse italiano in Afghanistan? 
Per favore qualcuno ce lo può spiegare?


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Oggi si celebrano i funerali dei quattro alpini italiani caduti in Afghanistan. Quattro morti che vanno onorati.
Tuttavia non ci si può non interrogare sull’utilità o meno, attenzione, non per agli afghani o per gli americani, ma per noi italiani di essere lì con i fucili spianati in quello scatolone di sabbia, o quasi.
Non siamo internazionalisti o filosofi del diritto. I ricami teorici a colpi di jus ad bellum e jus in bello li lasciamo ai Danilo Zolo della situazione, così abili a coniugare La Pira, Marx e Carl Schmitt. In realtà, quando si fa geopolitica più si vola alto più si corre il rischio di perdersi tra le nuvole, come ben sapeva quel colto volpone realista di Henry Kissinger. Che, ben lontano dal bazzicare sacrestie, si addottorò con una tesi su Oswald Spengler. Ma questa è un'altra storia.

La nostra analisi si basa semplicemente su ragioni di buon senso, nutrite di qualche modesta cognizione storica e sociologica. Nulla di impegnativo insomma.
Ora, le motivazione ufficiali, semplificando al massimo, sono sostanzialmente tre: 1) rispetto del trattato Nato; 2) sconfitta del terrorismo; 3) pacificazione-modernizzazione dell’Afghanistan. Esaminiamole.
1) I trattati hanno valore, almeno in politica estera, fino a quando i vantaggi sono superiori agli svantaggi. E l’Afghanistan non è sicuramente un "buon investimento" geopolitico per l’Italia, i cui interessi strategici, come è noto, ruotano da sempre intorno al Mediterraneo e all’ Adriatico con pendant albanese-balcanico-turco. Allora, interesse economico? La ricostruzione, eccetera?. Forse, ma prima dovrebbe finire una guerra, di cui però, almeno per ora, nessuno sa di preciso, qui in Italia, quando l’ultimo - attenzione l’ultimo - soldato Nato (e dunque anche italiano) tornerà a casa. Per quale ragione regna l'incertezza? Facile, perché non siamo noi a decidere, ma gli americani. Ora, sembra che l’alleato più forte, gli Usa, abbia deciso per la fine del 2011. Ma se la situazione militare non cambierà, probabilmente a decidere sarà la qualità della resistenza talebana… Forse anche prima del 2011, forse anche dopo. Ma in quale situazione interna? Karzai potrebbe essere tolto di mezzo e l'Afghanistan finire diviso in zone dominate dai diversi gruppi tribali in aspra lotta tra di loro. Condizioni ideali - si fa per dire - per concludere buoni affari... Concludendo, l'Afghanistan non sembra un buon investimento.
2) La sconfitta del terrorismo, se ci si passa l’espressione, è una “barzelletta politologica”. Il terrorismo, in quanto nemico invisibile, non potrà essere mai localizzato e battuto sul campo. Sconfiggerlo, come insegnano gli israeliani ( ma fino a un certo punto) è una sporca questione di Intelligence. Per contro, la battaglia sul campo in Afghanistan, può essere vinta solo con un gigantesco impiego di truppe e mezzi (almeno due milioni di uomini), altro che aerei armati italiani... Uno sforzo di inusitate proporzioni che la Nato - i cui stati membri, in quanto democratici, preferiscono tendenzialmente il burro ai cannoni - neppure ha preso lontanamente in considerazione.
3) La pacificazione-modernizzazione dell’Afghanistan è un’altra “barzelletta politologica”, perché imporrebbe prima la vittoria sul campo, poi la conversione di una cultura tribale, quella afghana, fortemente conflittuale, in una cultura consensuale di stampo occidentale. Un processo che richiederebbe almeno tre generazioni, a partire da oggi.
Detto questo, poniamo di nuovo la nostra domanda: qual è l’interesse italiano in Afghanistan? Qualcuno per favore ce lo può spiegare?

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri il ghiotto contributo del bravo Roberto Buffagni. Dove si cerca di rispondere, e in modo piuttosto brillante, al quesito di oggi. (C.G.)
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Il Paese degli smemorati...
di Roberto Buffagni
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Dicono gli psicanalisti che la nevrosi ti rovina sicuramente la vita, però in cambio ti dà un grosso vantaggio marginale: ecco perchè è così difficile guarire.
Per l'Italia e l'Afghanistan (il Kosovo, etc.) è la stessa cosa. Stiamo in Afghanistan perchè per la nostra classe dirigente in primis, per noi in secundis et tertiis, è più facile dire di sì che dire di no agli americani. E qui non alludo alle difficoltà concrete, alle pesanti ripercussioni che subirebbe qualunque governo italiano che negasse agli USA la loro (nostra) libbra di carne (tra l'altro, per i singoli governanti ci sarebbe da rischiare la distruzione politica personale, ed eventualmente, se proprio rompono i c***, anche la pelle). No, qui parlo delle difficoltà psicologiche che dovrebbe affrontare non solo la classe dirigente, ma l'Italia tutta, se si dicesse di no agli americani.
Siccome l'impostazione di fondo della balla propagandistica è che siamo lì a fare la pace e a portare i diritti umani e il dovere per il Sig. Talebano di lavare i piatti e passare l'aspirapolvere mentre la Signora Talebana si dedica alle arti e alle scienze, non possiamo dire che non ci andiamo perchè siamo troppo buoni e ci ripugna sparare.
Siccome l'esercito è professionista e non bisogna spiegare niente alle mamme dei morti in divisa ("E' il loro lavoro, li pagano bene", sentito con le mie orecchie da specimen umano nazionale) non possiamo dirgli che le nostre mamme piangono e non votano più i buoni.
A questo punto, per dirgli di no dovremmo dire, a loro e soprattuto a noi stessi, la verità.
Solo che 1) non ci siamo più abituati da troppo tempo; 2) ci siamo addirittura raccontati, da vent'anni, che la verità non esiste, e/o che dipende solo da quanta forza ha chi sostiene una opinione; 3) non ce la ricordiamo più bene; 4) se anche ce la ricordiamo, è veramente troppo grossa da dire.
Toccherebbe segnalare il fatto che la festa nazionale del 25 aprile festeggia la perdita dell'indipendenza nazionale, come se uno festeggiasse il giorno che lo mettono in galera, perde l'uso dele gambe, o non gli tira più. Toccherebbe spiegare come mai gli ex comunisti dicono e fanno quel che dicono e fanno. Toccherebbe spiegare come mai la Chiesa cattolica, nella persona dei suoi papi, ha appoggiato la frantumazione della ex Jugoslavia, è andata a fare gli auguri di compleanno a Bush, eccetera. Toccherebbe ammettere che non sappiamo più a quale scopo continuiamo a stare insieme, noi italiani; che non sappiamo più perchè nelle cartine c'è questa roba stivaliforme con su scritto Italia.
Insomma, il vantaggio marginale della guerra è che possiamo continuare a raccontarci la solita balla consolante. Non ci crede più nessuno, dite? Embé? Perchè secondo voi al materialismo dialettico ci credevano, in URSS dopo il '56? Il cardinale Marcinkus credeva alla Madonna di Fatima, il suo livre de chevet era Nicola Cusano?
Colgo l'occasione per segnalare che il generale Fabio Mini, dicendo pubblicamente che chi approfitta della morte dei quattro alpini per beccarsi la tangente di Finmeccanica è una merda, dimostra che anche vestendo la divisa dell'esercito italiano si può essere uomini d'onore. Il che aggrava, naturalmente, la posizione degli altri, in divisa o no.
Fra Cristoforo diceva che verrà un giorno. Mah, speriamo. Segnaliamo alle apposite istanze che qua è da un pezzo che lo si aspetta, e ci saremmo anche un po' stufati.
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Roberto Buffagni

lunedì 11 ottobre 2010

Sfoghi...
Dall’ autunno all’inverno della Repubblica


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Non è un’analisi ma uno sfogo.
Dove poteva condurre una Repubblica (la “Seconda”) nata dalla ceneri di un colpo di stato giudiziario? Una Repubblica frutto (avvelenato) di colpi di teatro giudiziari, accuratamente preparati e pompati a mezzo stampa?
Da nessuna parte. Del resto una Repubblica dove le intercettazioni a singhiozzo sono celebrate come alta forma di libertà, non può che eleggere quale sua abitazione principale il dossier... E non importa se a Montecarlo, Arcore o Mantova.
Quel che è più ripugnante è l’ipocrisia dei figuri e delle figurine che si agitano sulla scena. Feltri, parla di sé come di un giornalista indipendente. Quelli di “Repubblica”, padri apologisti dell'azionismo con maggiordomo filippino , che da sedici anni “dossieraggiano” sistematicamente Berlusconi (colpevole di aver vinto le elezioni nel 1994), brillano per un tasso di autostima superiore a quello di un miliardo di cloni di Vittorio Sgarbi messi in fila da Roma a New York. Per non parlare del giornalismo giudiziario e complottista tipo “il Fatto Quotidiano”, animato da uno come Marco Travaglio, che sul libro “dossierato” ha dato ossigeno a una carriera, altrimenti più buia e asfittica del pozzo in cui sono rinchiusi i minatori cileni.

Mentre personaggi come Gianfranco Fini, ex fascista e versipelle da manuale, Antonio Di Pietro, ex magistrato al servizio di se stesso, Pier Ferdinando Casini, ex terza fila democristiana e attualmente genero del Caltagirone proprietario del “Messaggero” e del “Mattino” ) hanno la faccia tosta di presentare se stessi come l’ancora di salvezza… Tutti gli altri da Bersani a Vendola , dalla Bindi a Lombardo sono pure e semplici comparse: gente che punta ai buoni pasto da utilizzare come moneta alla cassa del supermercato della politica... Infine, viola e grillini, truppe d'assalto che ora fanno comodo, sono destinati a fare la triste fine degli anarchici del POUM. Altrimenti detto: degli utili idioti. Del resto per chiunque vada in giro, gridando slogan tipo "Voglio essere intercettato", la fucilazione è anche poco...
Probabilmente, Berlusconi, sommamente maldestro in politica ma non in camera da letto, prima o poi cadrà, portando a fondo con sé l’unico tentativo (dal 1945 ad oggi) di ricomporre la destra (a prescindere dalle mezze figure che gli ballano intorno) e favorire un sano (almeno per un' Italia ammalata di consociativismo) discrimine politico tra destra e sinistra. E così il PdL si spappolerà e, per dirla con Marx, tutta la "vecchia merda" bancaria, tecnocratica, affarista e centrista ritornerà a galla.


Dopo di che , galleggiando galleggiando, il “Fronte Nazionale di Liberazione da Berlusconi" se la dovrà vedere con Bossi. E lì saranno dolori. Perché il rischio ex-Jugoslavia c’è. A quel punto però l’autunno sarà finito e inizierà l’inverno.
L’inverno della Repubblica. La Terza.

Carlo Gambescia

venerdì 8 ottobre 2010

Riflessioni
Sociologia della violenza



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Proprio non ci siamo… Certe tesi, di nuovo in circolazione, rivolte a giustificare l’uso della violenza “operaia” contro quella “sistemica”, sono francamente preoccupanti. Il che ci spinge a proporre qualche riflessione sociologica sulla questione del rapporto tra violenza e politica. Un tema più volte discussso sul nostro Blog. Ma, come si dice, Repetita juvant

Che cos’è la violenza?
In primo luogo, la violenza è un reale fattore sociale e storico. E di che si tratta? La violenza consiste nel rimuovere con la forza fisica - fino alla totale eliminazione - gli ostacoli sociali (individui e/o gruppi) a quella che può essere definita, in ultima istanza, l'espansione della volontà di potenza insita nell’uomo. Volontà che può essere culturalmente sublimata, ma non soppressa. A cicli alterni, e secondo le circostanze, riappare, per poi scomparire di nuovo, ritornare, e così via. La violenza, insomma, ha una sua storia naturale segnata da un andamento ciclico, condizionato, come vedremo, culturalmente.
In secondo luogo, la violenza è giustificata o condannata a seconda delle convenienze e sulla base di retoriche politiche differenti. Ad esempio, il terrorista per giustificarsi parlerà di risposta alla violenza del sistema; il poliziotto che reprime si appellerà al rispetto della legge, qualificando, la sua violenza, come uso legale della forza pubblica contro gli eversori.
In terzo luogo, il giudizio sull’ uso della violenza muta sulla base della risposta storica: i vincitori presenteranno sempre se stessi come difensori della pace e gli sconfitti come guerrafondai, e così via.
In quarto luogo, l’intensità della violenza usata contro un ostacolo sociale (individui e/o gruppi) resta legata al grado umanità che gli si riconosce: quanto più l’ostacolo sociale è considerato di natura aliena o sub-umana, tanto più la violenza esercitata sarà rivolta alla sua completa eliminazione. Pertanto l'esplosiva miscela odio-violenza andrebbe sempre maneggiata con grande cautela. E mai con quella superficialità che spesso affiora in certi dibattiti, anche in Rete, dove, ad esempio, si parla fin troppo genericamente di “violenza sistemica”, non tenendo presente, appunto, che più si spersonalizza umanamente l’avversario, più si corre il rischio di sposare la causa della “soluzione finale”.
In quinto luogo, proprio perché la violenza ha una sua storia naturale, non ha un limite oggettivo, se non quello della totale distruzione reciproca o di una delle due parti. Ma esistono invece - e per fortuna - limiti culturali, come dire soggettivi (sempre riferiti all'individuo e/o gruppo sociale), che di regola riescono a ciclicizzarla, sublimarla, controllarla. Le teorie pacifiste, di ispirazione religiosa o meno, ne sono un esempio. Ma anche quelle ispirate al diritto naturale. Come pure le moderne teorie procedurali della politica di stampo liberale. Oppure quelle del cosiddetto “dolce commercio” come apportatore di pace eterna e universale. Sono “retoriche” ( o narrazioni, come è di moda dire) che possono piacere o meno, ma se ci si passa l'espressione, tali teorie "aiutano": rendono l'uomo più riflessivo. Per alcuni anche troppo. Ma questa è un'altra storia.
In sesto luogo, la benevolenza, non sopprime per sempre il nemico né la violenza. Dal momento che è il nemico stesso a designare un certo ostacolo sociale (individui e/o gruppi) come proprio nemico. Il che significa che si può pure porgere l’altra guancia, ma se il nemico, come di regola accade, ha prescelto e deciso di distruggere "proprio quel certo ostacolo sociale", ogni benevolenza del prescelto o dei prescelti sarà inutile.
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Fine di un ciclo?
Pertanto il vero problema, che ogni gruppo sociale si è sempre trovato a dover risolvere, pena la propria autodistruzione, resta quello di come individuare un giusto equilibrio storico e sociologico tra limiti (o vincoli) culturali e dinamica naturale e ciclica della violenza. In alcune epoche ci si è giunti consapevolmente, in altre meno.
Sotto questo aspetto la società contemporanea ha abilmente sublimato e proceduralizzato la violenza, proprio perché uscita da un gravissimo conflitto bellico (la Seconda Guerra Mondiale), dove si era fatto un uso inaudito della violenza.
In questo processo un ruolo essenziale è stato giocato dallo sviluppo economico, dalla nascita del welfare state, dalla democrazia sociale e pacifista (all’interno). Fattori che hanno consentito al mondo occidentale e industrializzato, di “proceduralizzare” e “anestetizzare” la violenza, puntando su un sistema di garanzie sociali, di cultura consensuale e di procedure economiche e sindacali, durato più di sessant'anni. E che ora, come evidenziano le recenti avvisaglie, non solo in Italia (contestazioni, anche violente, sequestri di dirigenti, manifestazioni di massa come in Grecia), sembra stia entrando in crisi.Infatti, il rischio che si apra un nuovo ciclo, come dire, della violenza predominante, interno all’Occidente, non è da escludere. Dove, attenzione, il pericolo maggiore è quello della violenza acefala a spirale: del colpo su colpo, segnato appunto dal vortice violenza extra-istituzionale/violenza istituzionale; vortice capace di risucchiare tutto e tutti. Che già si va profilando, soprattutto in alcune grandi periferie urbane europee, anche grazie a quell'ossessione per la sicurezza, agitata come uno straccio rosso dai governi di destra. “Straccio” davanti al quale il "toro" teorico e giustificativo della vecchia violenza di classe - "contro la violenza borghese" o “sistemica” - sembra aver già pavlovianamente preso posizione, minacciando di partire a testa bassa.

Il che però non significa che la violenza extra-istituzionale - risanatrice per alcuni - possa di per sé, aprire chissà quali prospettive future di libertà e progresso. La violenza è sempre e solo violenza. E come abbiamo già detto ha una sua storia naturale. E rimane solo violenza, anche se nasce da una situazione di oggettivo disagio. Non basta toccare, magicamente, il punto limite della disorganizzazione sociale.
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Il vero problema
Il vero problema è come lo si tocca, con chi, e con quali progetti ricostruttivi. Perché, in effetti, quel che per ora manca è un serio progetto alternativo. Anche perché all’orizzonte non scorgiamo una classe dirigente alternativa capace realizzarlo, né un’elite culturale onesta e sincera, né un movimento sociale ben radicato che non sia puro ricettacolo di “spostati”. Di qui la puerilità di certi dibattiti.
E' poi così difficile capire che l'interpretazione qui proposta della violenza quale fattore storico e sociologico ciclico non implica alcun giudizio di valore? Ma solo la necessità, come saggezza sociologica impone, di comprendere che la storia – meccanismo assai complesso - non ammette scorciatoie o salti. Di conseguenza la violenza per la violenza non serve a nulla. Anche se frutto di risposte meccaniche a oggettivi processi sociali di disgregazione: non esistono solo il "Sociale" o solo l'Economico, come meccanismi auto-riproduttivi, esistono anche il "Culturale" e il "Politico" che influiscono (spesso in modo determinante), completandoli dal punto di vista dei significati profondi, i meccanismi sociali ed economici .

Il vero problema delle rivoluzioni non è tanto ( o solo) conquistare il potere, quanto quello di gestirlo "dopo la vittoria" : di come trasformare (recependo il costruttivo insegnamento delle grandi rivoluzioni borghesi) la violenza rivoluzionaria, anche dura, in sincero, solido e democratico consenso popolare. O se si preferisce la violenza in “forza” culturale e politica: il pugno chiuso in mano tesa e aperta. E per far questo servono uomini, idee chiare e istituzioni, non chiacchiere pseudo-rivoluzionarie da intellettuali frustrati e cinici , pronti a mandare al massacro sempre gli altri: gli ingenui idealisti, spesso giovanissimi. Quasi sempre tra i primi a cadere.
In questo senso la vera missione della sociologia resta quella teorizzata da Auguste Comte: Savoir pour prévoir, prévoir pour prévenir. Ovviamente senza esagerare, perché esiste anche il rischio scientista e tecnocratico. Ma questa è un'altra storia...

Carlo Gambescia