giovedì 8 luglio 2010


Il libro della settimana: Augusto Del Noce, Il problema dell'ateismo, il Mulino 201o,  pp. LIV-588, euro 22,00. 

https://www.mulino.it/isbn/9788815134127

A venti anni di distanza dalla quarta edizione, torna in libreria Il problema dell’ateismo di Augusto del Noce (il Mulino, pp. LIV-588, euro 22,00 ). Libro ricco e ragionato, ma che giustamente martella su una sola tesi fondo: la filosofia moderna, di cui il razionalismo è l’anima profonda, si muove fin dall’inizio nel cono d’ombra dell’ateismo.
La nuova edizione (la prima è del 1964) ripropone la nitida prefazione di Nicola Matteucci, nonché una postfazione, nuova di zecca, di Massimo Cacciari, sulla quale poi torneremo.
Siamo davanti a un pensiero forte. Leggere e metabolizzare Il problema dell’ateismo significa poter disporre di un potente e affilato bisturi, soprattutto per il credente. Per farla breve, è una lettura “di parte”, ma di altissimo livello filosofico, che non si consiglia ad agnostici e gnostici.
Del Noce è chiarissimo: il rifiuto razionalista della predisposizione dell’uomo al peccato (e dunque del Peccato Originale) è sfociato inevitabilmente, come ogni perfettismo, nell’ateismo politico di Marx, in quello tragico di Nietzsche, nonché nell’ateismo “postulatorio”, già presente nel libertinismo francese del Seicento. Dove l’ateo non chiede più al devoto di fornire prove sull’ esistenza di Dio. Dal momento che “postula” la questione chiusa per sempre, perché l’uomo, a suo avviso, proviene dal nulla e torna nel nulla.
Scrive Del Noce:

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“L’ateismo è il termine conclusivo a cui deve necessariamente pervenire il razionalismo al punto estremo della sua coerenza, che è anche il punto della sua crisi: del trapasso, cioè, dal razionalismo metafisico al razionalismo scettico o al razionalismo storicista o all’irrazionalismo (posizione di pensiero, quest’ultima di cui non si può ravvisare l’iniziatore in altri che in Nietzsche). Di qui le sue tre forme essenziali e irriducibili, l’ateismo negativo o nichilistico, l’ateismo positivo o politico, l’ateismo tragico che ha per conclusione la ‘ follia filosofica’ (…) inaccessibile agli psichiatri, che quindi sembra esigere un oltrepassamento (ma dove? è l’annuncio del nichilismo totale, come suicidio morale o cosmico? o può venire oltrepassato in una forma di ateismo positivo? o invece è l’annuncio di un nuovo Dio, o di un rinnovamento della vita religiosa? sono, è noto, i problemi classici della critica nietzscheana”). (pp. 14-15).
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E’ perciò evidente come per Del Noce la crisi del nostro tempo, apertasi come in Benedetto Croce, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, sia essenzialmente religiosa. E come, aggravandola, si sia invece cercato di colmare il vuoto spirituale puntando su ingannevoli e pericolosi “idola”: la rivoluzione, il nazionalismo, la razza, la guerra, la società opulenta.
Cacciari, nella sua post-fazione, come dice l’etimo, “parla dopo”. E chi parla dopo, dovrebbe sempre far tesoro di quel che viene “detto prima”. Invece l’ex sindaco di Venezia parte subito per la tangente, rimproverando a Del Noce di non essersi occupato dell’ateismo antico, in un libro - si badi bene - dedicato in modo programmatico allo studio dell’ateismo "dopo" il cristianesimo. Poi si inerpica come lui stesso ammette, nell’ improbabile parallelo, ovviamente a sfavore del primo, tra Del Noce (“il problema dell’ateismo”) e Kojéve (“l’ateismo come problema”). Si perde infine per gli angusti sentieri di quell’ “oltrepassamento” dell’ateismo visto da Del Noce come necessario recupero dell’idea cristiana di trascendenza. Ma in che modo? Il filosofo veneziano si arrampica a grandi balzi sull’impervia parete del pensiero negativo, di cui è specialista, rivelandosi però più interessato alla “libertà” che alla “salvezza”, fino al punto di confondere la trascendenza cristiana con l’idea di destino. Evidentemente Cacciari ama le trombe dell’ Apocalisse, ma disdegna la Risurrezione e il Giudizio Finale.
Concludendo, Il problema dell'ateismo resta un libro fondamentale. E bene ha fatto il Mulino a riproporlo. Complimenti. Quanto alla postfazione di Cacciari, si può fare a meno di leggerla. All' ex sindaco-filosofo si potrebbe estendere il giudizio che Hans Morgenthau dette di Carl Schmitt: "Un gesuita che non crede più in Dio". Ma con una variante, non secondaria: Cacciari, in realtà, non ha mai creduto in Dio...


Carlo Gambescia
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mercoledì 7 luglio 2010

 Riflessioni sul "partito degli onesti"
Onestà va' cercando ch'è sì cara... 


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Il grande Charles Péguy ne Il denaro, libro che andrebbe ristampato, scrisse: “Il mondo è pieno di persone oneste. Si riconoscono dal fatto che compiono le cattive azioni con più goffaggine”…

Ma che dire della frustata agli onesti di Joseph de Maistre? Citiamo a memoria: “ Non so cosa sia la vita di un mascalzone, non lo sono mai stato; ma quella di un uomo onesto è abominevole”…
Ma, allora, bisogna guardarsi dagli onesti? Soprattutto da coloro che blaterano sempre e solo di onestà? Per dirla con Pareto: dai “virtuisti”. E per contro celebrare i disonesti?
No. Però nel momento in cui le “cricche dei corrotti” impazzano e i media ci inzuppano il pane, sembra giusto interrogarsi, non tanto sul valore dell’onestà in generale, quanto su quello dell’onestà in politica. Anzi, come alcuni sostengono, addirittura dell’onestà come unica politica…

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Che cos'è l'onestà?
Prima però una domanda: al di là delle pepate citazioni, appena ricordate, che cos’è l’onestà? E’ un valore pubblico o privato? E se è un valore pubblico è anche un valore politico? E se sì, eventualmente, quale ruolo può svolgere da punto di vista politico?
E qui va fatta una premessa, piuttosto lunga ma utile per capire. Basta sfogliare qualsiasi buon dizionario per scoprire che dal punto di vista etimologico la parola onestà deriva dal temine latino honestum, onorato, che a sua volta discende da honos honoris, onore: onesto è colui che opera secondo i principi giuridici e le leggi morali della virtù e dell’onore. Inoltre il concetto di onore implica tre elementi di natura sociologica: il sentimento della propria dignità; il desiderio di attirare la stima altrui, rispettando le norme di cui sopra; e per effetto di ricaduta sociale , il costituire un esempio per gli altri.
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Gli onesti in s.p.e. (servizio permanente effettivo)
Ora, chiedere a gran voce, come fanno Antonio Di Pietro, Beppe Grillo e tutti gli “onesti” in s.p.e. (servizio permanente effettivo), che gli uomini politici debbano essere di “specchiata onestà”, indica due cose, lapalissiane, evidentissime.
In primo luogo, che nelle istituzioni politiche attuali e negli uomini che ne fanno parte, virtù e onore sono tenuti in scarsa considerazione.In secondo luogo, che oggi gli stessi uomini politici rappresentano un cattivo esempio per i cittadini. Infatti, se il desiderio di attirare la stima altrui, rispettando le norme sociali e morali, non si traduce in comportamenti positivi, e dunque emulabili, i cittadini in misura crescente, finiscono per adottare in basso, nella pratica quotidiana, lo stesso criterio della doppia verità (teorica e pratica), usato in alto: asserire una cosa (onesta) per farne un’altra (disonesta). Per dirla in altri termini: onestà (e disonestà) sono “fatti socioculturali”. E dunque si estendono “per contagio”, ossia per emulazione.
Ma c’è dell’altro: in Italia, il dibattito sulla “questione morale” si è sempre storicamente accompagnato alla critica della partitocrazia. E qui si pensi alle feroci critiche al “parlamentarismo corrotto”, nel periodo che precede la Prima Guerra Mondiale; critiche poi coagulatesi nel fascismo sansepolcrista. Ma si ricordi anche il ruolo svolto da correnti e gruppi politici come l’Azionismo, il Pci berlingueriano, il Msi almirantiano, il movimento “Mani Pulite” e infine il cosiddetto “Grillismo”. Tutti uomini, partiti e movimenti per i quali l’onestà è la miglior politica.
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L'onestà è un valore politico?
Una volta stabilito che l’onestà è un “fatto socioculturale” e che in Italia la sua rivendicazione si è sempre accompagnata alla critica della partitocrazia, va chiarita un' altra cosa: se l’onestà sia o meno un valore politico in sé.
Diciamo subito che l’onestà è un valore “pre-politico”. Semplificando: non crediamo nel “partito degli onesti”. Cioè in un particolare partito che si ponga “programmaticamente” come l’ esclusivo difensore dell’ l’onestà. L’onestà, almeno a nostro avviso, proprio perché è un “fatto socioculturale”, deve “pre-innervare” tutti i partiti e, soprattutto, la società nel suo insieme ( o comunque in larga parte).

Per usare il linguaggio di un interessante scrittore, David Foster Wallace (Questa è l’acqua, Einaudi 2009) scomparso nel 2008, onestà e disonestà “sono l’acqua in cui nuotiamo tutti”. E di riflesso, gli uomini di oggi sono come pesci che nuotano in un mare fatto di competizione, individualismo sfrenato, culto del denaro. Dove la disonestà spesso è vista come una scorciatoia verso “il successo”.
In tale contesto, e ammesso pure che sia sincero (cosa molto difficile, vista acqua “inquinata” in cui nuotano tutti…), un partito che ponga se stesso come “maestro di moralità”, rischia di mettere fuori gioco tutti gli altri partiti, perché ritenuti, a torto o ragione, immorali. E fino al punto di innescare pericolose dinamiche monopartitiche: “noi Buoni, voi (tutti) Cattivi”…
E, sotto questo aspetto, la parabola del fascismo, divenuto sempre più totalitario (certo, anche per altre ragioni), dovrebbe essere istruttiva. Insieme, ovviamente, a quella dell’ antifascismo di impianto azionista, altrettanto settario e “monopolizzante” della “moralità” italiana. Come ad esempio mostra tuttora la scarsa simpatia di “Repubblica”, il giornale-partito unico degli azionisti italiani, verso il grillismo, visto da Scalfari & Co. come un pericoloso competitore…

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L'onestà come arma politica.
Certo, è comprensibile che i “grillini”, in una situazione moralmente border line come l’ italiana, non possano fare a meno di puntare su un tema forte. Ma fare della sola onestà un programma politico stabile, resta pericoloso. Perché trasforma l’onestà, da elemento socialmente unificante, in “arma” politica per individuare, dividendo la società in buoni e cattivi, il nemico “interno” (il “corrotto”, il “cattivo”), e “espellerlo” dal consorzio civile, quale nemico dell’umanità. Anche a rischio di travolgere le libertà politiche. In certo senso si tratta della stessa logica che anima il fondamentalismo dei cosiddetti diritti umani, difesi e promossi a suon di bombe...
Ma si pensi anche all’Italia dei Valori e al suo modo barbarico di fare politica, basato sullo “sbattere il Cavaliere in prima pagina”. O comunque sullo spasmodico fare sponda ai media antiberlusconiani. Personaggi come Di Pietro sono arrivati al punto di rivendicare il diritto all’ odio, in nome della “loro” “guerra giusta” a Berlusconi. E di coloro che hanno votato il Cavaliere che fare? Magari eliminarli come danno collaterale? Ecco quali potrebbero essere le conseguenze di una politica gestita "in prima persona" dai moralisti in s.p.e.

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Conclusioni. "Cambiare l'acqua..."
La questione morale è importante, ma va affrontata in termini di processi sociologici e non politici: “va cambiata l’acqua”… Fuori metafora: il problema riguarda la formazione e selezione delle élite dirigenti e soprattutto la crescente diffusione, attraverso l’esempio sociale, di valori e comportamenti positivi.
Si tratta perciò di dinamiche di lungo periodo. Il che significa, ribadiamo, che l’onestà in quanto “fatto socioculturale” non può essere introdotta per legge. O peggio ancora, attraverso processi di piazza imposti dai professionisti della morale.

Perciò una tantum dobbiamo dare in qualche misura ragione al Nietzsche della Volontà di Potenza: “Un moralista è il contrario d’un predicatore di morale: è un pensatore che vede la morale come sospetta, dubbiosa, insomma come un problema. Mi spiace dover aggiungere che il moralista, per questa stessa ragione, è lui stesso una persona sospetta”. 


Carlo Gambescia

martedì 6 luglio 2010

Luciano Lanna celebra Pennacchi 
per celebrare se stesso…





Criticare lo Strega vinto da Antonio Pennacchi sarebbe come sparare sulla Croce Rossa... Lasciamo tranquillo, nelle sue terre redente, il nostro Giuseppe Rovani dell'Agro Pontino…
Ma che dire dell’articolo celebrativo di Luciano Lanna? Anzi autocelebrativo? Che il direttore del “Secolo d’Italia” è andato in overdose: a forza di complimenti interessati da parte di “Repubblica e dintorni” gli è partita la brocca. Con una variante “giornalistica”. Lui non crede di essere Napoleone o Giulio Cesare, ma Leo Longanesi. Ecco il passo, degno di essere spedito per telegramma nell’al di là al buon Basaglia.

Chi scrive conosce Antonio da una decina d'anni e, da almeno cinque, premeva continuamente perché Antonio scrivesse il romanzo per il quale, spesso diceva, lui era «venuto al mondo». Sarà un grande romanzo, ci vincerai lo Strega, gli dicevamo io e mio fratello per invogliarlo. E quando lo incontrai in un momento di scoraggiamento provammo, insieme a Pablo Echaurren, a dirgli di tornare a casa nella sua Latina e "mettersi a scrivere". E l'episodio, sia ben chiaro, lo diciamo senza prenderci troppo sul serio, ci ha fatto ricordare la vicenda del primo vincitore del Premio Strega. Correva l'inverno del '46, e il geniale Leo Longanesi - da poco inventatosi anche editore - passeggiava con Ennio Flaiano, quando si fermò e gli disse: «Mi scrive un romanzo per i primi di marzo?». Dandogli tre mesi di tempo. A febbraio gli riscrive: «Il termine massimo che le posso concedere è di una settimana o poco più, vale a dire Lei dovrebbe farmelo avere qui a Milano il 12 marzo perché il 13 abbiamo il turno preso il linotipista…». Raccontò lo stesso Flaiano: «Dopo quattro chiacchiere mi disse: "Si metta a scrivere e non perda tempo". Me lo ordinò addirittura, senza spiegarmi le ragioni che io non vedevo chiare...». Nel marzo del '47 a Longanesi viene quindi consegnato Tempo di uccidere. Lo scrittore venne come trascinato da Longanesi nell'impresa che lo porterà a vincere il primo Premio Strega. Quando le copie del libro sono stampate, l'editore continua a consigliare l'insicuro romanziere: «Carissimo Flaiano, si faccia avanti col Premio della Bellonci. Ansaldo ha letto il libro e lo trova bellissimo. Io sono dello stesso parere. Bisogna battere Moravia…». Così il primo Strega andò a Flaiano. E quest'ultimo a Pennacchi.
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Capito? Già siamo a "La sera andavamo in via della Scrofa"... Pennacchi come Flaiano (ma su questo sorvoliamo…),Luciano Lanna come Longanesi… C’è però una “piccola” differenza. Evidentemente nella follia di Lanna non c’è metodo. Perché Tempo di uccidere, romanzo antieroico, privo di fronzoli, così ben scritto al punto di poter essere letto anche al contrario, non era certamente un libro fascista o criptofascista. Tra l’altro non poteva piacere - e non piacque - al reducismo repubblichino, perché l’inchiostro antifascista di Flaiano mal si conciliava con la retorica fascista del sangue. La stessa retorica - se si vuole "fasciocomunista" - che tuttora piace a Lanna e di cui gronda, appunto, Canale Mussolini. Tuttavia, Longanesi, giornalista ed editore indipendente, pur sapendolo, pubblicò lo stesso Tempo di uccidere.
Oddìo, se proprio vogliamo trovare qualche somiglianza tra Lanna e Longanesi, anche quest'ultimo per vivere, tra le due guerre, dovette servire qualcuno...
Un “qualcuno” che però si chiamava Benito Mussolini. Non Gianfranco Fini.


Carlo Gambescia

lunedì 5 luglio 2010

Alcol  per droga, 
di male in peggio...


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I mass media non ne hanno parlato più di tanto, quindi ritorniamo volentieri sull'argomento. Ci riferiamo ai dati governativi di una decina di giorni fa sulla diminuzione nei giovani del consumo di droga, cui pare si stia accompagnando in controtendenza la crescita del consumo di alcol ( si veda qui http://www.ansa.it/legalita/visualizza_fdg.html_1844799304.html )". Pare", perché prima di intraprendere qualsiasi analisi, andrebbe fatta chiarezza su metodologia e campioni di ricerca. (per alcune giuste osservazione in materia si veda qui : http://social.tiscali.it/articoli/collaboratori/saletti/10/06/droga.html ).
Comunque sia, anche a voler dare per buoni i dati, la vera questione della possibile “permuta” (alcol per droga), non può avere solo natura economica (ad esempio, si consumerebbe più alcol perché a causa della crisi sarebbe più "conveniente" della droga...). Gli approcci economicisti da soli non sono sufficienti, né va condivisa la tesi del "male minore" (meglio l'alcol che la droga...) . In realtà, l’uso di droghe o alcol è legato a due fattori sociologici. Ovviamente, come è nostro solito, la prendiamo da lontano.
Da un lato lo sviluppo della sottocultura dello “sballo”, nel senso di un insieme di valori che caratterizza l’universo giovanile. Ma solo apparentemente, come vedremo. Dall’altro lato, l’incapacità della cultura “adulta” di fornire ai giovani valori e modelli di comportamento maturi e credibili. Perché?
In realtà, il vero problema è che tra “sottocultura dello sballo” e “cultura adulta” c’è anche troppa comunicazione… Quindi sarebbe più giusto parlare di “cultura collettiva dello sballo”. E non solo per la complice permissività su ore piccole e “paghette”. Ma per la comune condivisione degli stessi valori “divertentistici” e “giovanilistici”. E quanto più gli adulti si comportano da giovani tanto più la situazione rischia di precipitare, accrescendo nei ragazzi il senso di insicurezza e irresponsabilità. Un cammino del gambero negli adulti che finisce per rafforzare nei giovani il richiamo “dello sballo”. Parliamo di quel “giovanilismo” diffuso che rende inutile qualsiasi appello a valori “borghesi” o “tradizionali”: modelli culturali in cui non credono più neppure gli adulti, oggi solo desiderosi di bere alla fonte dell’eterna giovinezza. E succedanei...
E qui va chiamata in causa anche famiglia. Che non soffre, come sostengono i conservatori, di una crisi di autorità, ma manca di “autorevolezza”.
Infatti, piuttosto che sull’ autorità, oggi si dovrebbe insistere sull’ autorevolezza dei padri e delle madri. Autorevolezza che nasce dalla “distanza” tra padri e figli: distanza che non può essere eccessiva ma nemmeno inesistente. Ora, se la “distanza” - sociologicamente necessaria - è venuta meno, la responsabilità va imputata a certa superficiale pedagogia, che da cinquant’anni raccomanda ai genitori di comportarsi coi figli da “amici” e non come “padri e madri”: ma tra amici, di solito non vi è mai distanza. E dove manca la distanza, come differenziazione qualitativa dei ruoli (da una parte c’è colui che insegna e dall’altra chi apprende), non c’è autorevolezza. Certo, esiste anche il pericolo contrario: spesso l’autorevolezza, se non si incarna in esempi credibili, rischia di trasformarsi in autoritarismo: in pura e semplice coercizione psicologica e spesso anche fisica. Ma non è questo il nostro caso.
Ricapitolando, come si combatte “la cultura collettiva dello sballo”? Ritrovando il giusto equilibrio, ossia la giusta distanza padri-figli: tra adulti veri, capaci di dare l’ esempio, e giovani bisognosi di regole e non di padri vestiti come Vasco Rossi.
Servirebbe però una società diversa. Ma questa è un’ altra storia. 
Carlo Gambescia

venerdì 2 luglio 2010

A che servono i premi letterari?

Il celebre Premio  Bagutta ( dall'omonimo  ristorante milanese). Qui la storia: : http://www.storiadimilano.it/citta/Porta_Orientale/bagutta.htm


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A che servono i premi letterari? All’estero, in genere, si traducono i libri italiani che ne hanno vinto uno tra i cosiddetti importanti. Ma c'è una controindicazione: i redattori editoriali stranieri, un po' per pigrizia un po' per giustificata disistima, ormai preferiscono inviare all'ufficio commerciale la solita scarna "schedina" editoriale sul "libro di un italiano"... E così il romanzetto di Serie B o C dello scrittore “laureato” in una delle tante sudate serate estive finisce sulla scrivania di una specie di ragioniere… Si tratta quasi sempre di libri mediocri, che spesso grazie all’effetto premio, riescono a scalare fasulle classifiche di vendita. Romanzi che si contendendo non i "lettori veri" ma i "clienti" delle librerie Feltrinelli e catene di Sant'Antonio varie. Gente che lascia i libri a metà o neppure li comincia. Perché comprare un libro non significa leggerlo.
Insomma, roba da ridere. Veramente. Basti solo osservare il regolamentare ghigno di soddisfazione, tipo jena ridens di successo, del vincitore o della vincitrice di uno dei tanti premi letterari. L’unica replica onesta potrebbe essere il pernacchio… Purtroppo non viviamo in un mondo di persone oneste. Oggi bisogna essere concavi e convessi… Ribelli, ma con la piega sui pantaloni… A cominciare dai critici letterari.
Diciamo allora che i premi non servono al “progresso” della cultura, ma neppure al “regresso”. Ma soltanto a ungere la megamacchina di un’editoria, non solo italiana, che va avanti per avida inerzia, sempre più priva di idee, buoni direttori editoriali, autori di valore… E che ormai insegue solo i gusti di grana grossa del mercato dei diritti televisivi e cinematografici…
I premi riflettono una vuota cultura dello stallo: dove i lettori svegli (sempre di meno), come nel gioco degli scacchi, cadono sotto scacco, qualunque libro comprino. Mentre i romanzi buoni, che potrebbero uscire, sono immobilizzati. E solo perché la megamacchina vuole sicuri ritorni di capitale investito… Chiede, non importa come, di papparsi la sua quotidiana libbra di profitti. Anche al punto di cadere nel ridicolo.
Concludendo, come abbiamo già accennato, proprio roba da pennacchi, pardon pernacchi. 

Carlo Gambescia

giovedì 1 luglio 2010

Il libro della settimana: Giovanni D'Aloe, Chiarificazioni ideali (tre decenni di messe a punto), Metapolitica. Nuovi Cieli e Nuova Terra 2010, pp. 352 - aldolafata@metapolitica.net

aldolafata@metapolitica.net


Una miscellanea di scritti deve sempre avere un senso. Altrimenti si rischia l’effetto pastiche. Non è questo il caso di Chiarificazioni ideali (tre decenni di messe a punto), Metapolitica. Nuovi Cieli e Nuova Terra 2010, pp. 352. Ne è autore Giovanni D’Aloe, avvocato, studioso del simbolismo tradizionale, traduttore di Reiner Maria Rilke, fondatore nel 1976 di "Metapolitica - Rivista di Studi Universali" assieme a Primo Siena e Silvano Panunzio, il massimo teorico di un proficuo e intelligente dialogo tra escatologismo cristiano e filosofia politica, scomparso lo scorso 10 gugno. Un semestrale di cui oggi D'Aloe è condirettore e sul quale sono apparsi gli scritti ora raccolti in volume.
Perciò il “filo d’Arianna” dell’opera è rappresentato dall’approccio metapolitico. Come del resto lo stesso autore rivendica:


La Metapolitica è l’escatologia acquisita nelle tre dimensioni della Metafisica, dell’Escatologia e della Politica - di talché, mentre  i Metafisici  si limitano a conoscere,  i Metapolitici creano, ‘cioè modellano, sulle orme della Provvidenza Divina, la civiltà universale; e, mentre annunziano il regno di Dio sulla terra, preparano la cittadinanza dell’uomo nei cieli’ ” (p. 5). 
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Grazie all’elevato e non comune punto di osservazione, Giovanni D’Aloe può permettersi di spaziare dalla vicenda Lefebvre a Bin Laden; dalla simbologia dell’Aquila e del Serpente a Ernst Jünger; da Fellini e Nietzsche e Bachofen, Solov’ev. E ne citiamo solo alcuni tra i numerosi argomenti che punteggiano le intriganti quarantotto “messe a punto” in cui è suddiviso il volume.
Quale esempio concreto del suo approccio metapolitico, prendiamo spunto dall’analisi che viene fatta del film felliniano “Prova d’orchestra” (1979). Prima però ne ricordiamo la trama.
In una chiesa sconsacrata è in corso una contrastata prova d’orchestra. Gli orchestrali si ribellano e cacciano via il direttore. Ma una volta soli, riescono solo a precipitare nell’anarchia. E poiché piove sempre sul bagnato, gli orchestrali finiscono per aggirarsi laceri e impauriti tra le macerie provocate da una gigantesca sfera d’acciaio abbattutasi all’improvviso sulla sala. Il film si conclude con la prova d’orchestra che prosegue sotto i secchi ordini in tedesco del direttore…
Secondo Giovanni D’Aloe


“come Orfeo senza Euridice, il direttore d’orchestra, esponente di una aristocrazia laica, priva di investitura verticale, è incapace di domare le Menadi scatenate nell’orgia anarco-dionisiaca dei musicisti impazziti. Perciò si intuisce che egli finirà per essere fatto a pezzi dagli orchestrali, come le mura della chiesa saranno disintegrate dalla sfera ferrigna”. Di conseguenza, “il messaggio metapolitico di Fellini (…) è pessimistico: ma non già perché ipotizza nuovi sistemi dittatoriali, bensì perché evidenzia l’attuale incapacità della cultura occidentale di opporsi alla propria disintegrazione, facendo ricorso alle forze - di ordine religioso, o anche semplicemente magico - che ne determinarono la formazione e l’ascesa” (p. 101) .



Il senso dell’analisi è chiaro: l’Occidente deve recuperare le sue radici metapolitiche: le “cagioni” profonde, per dirla con Vico. Radici attente a ciò che unisce - e non divide - i tre monoteismi. Dal momento che


oggi (…) al baccanale dei consumismo edonistico si contrappongono soltanto le religioni del Dio Unico: in occidente il cristianesimo e il giudaismo, in oriente l’islam” (p.303).
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Il che è condivisibile. Fermo però restando un fatto: siamo davanti a una metapolitica della “norma”. Che rinvia al “dover essere” metafisico più che all’ “essere fisico” delle cose. Facendo così dipendere, secondo la tradizione medievale, la sociologia dall’ escatologia.
E’ un bene? E’ un male? Sospendiamo il giudizio. Soprattutto se riflettiamo su quel gioiello di sapere integrale che fu la Summa del grande Tommaso d’Aquino. Del resto Chiarificazioni ideali è un’opera aperta. Un libro dove ci si preoccupa di formulare le domande giuste, piuttosto che di offrire risposte frettolose e sbagliate. E questo è un altro buon motivo per leggerlo.

Carlo Gambescia

mercoledì 30 giugno 2010

A proposito di “poteri forti”


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Oggi la Commissione Ue presenterà le prime proposte per dare corpo alla riforma del “patto di stabilità” per renderlo più rigido e restrittivo nei criteri di gestione della spesa pubblica.
Invece di favorire corpose politiche pubbliche di rilancio dell'occupazione e degli investimenti, l’ Europa politica mostra di subire la severa linea monetarista della Banca Centrale Europea. L’economia, in particolare quella bancaria, pare perciò vincere ancora una volta su una politica che sceglie di piegarsi alle decisioni di Trichet e dei “poteri forti” che secondo alcuni sarebbero dietro il Presidente della BCE. In effetti, l'Europa politica sembra ben lontana dall'adottare l' idea, suggerita da qualcuno e invisa al banchiere francese, di tassare le transazioni borsistiche allo scoperto e di riflesso gli operatori creditizi e finanziari che le favoriscono.
Certo, a questo punto sarebbe molto facile parlare, in termini retorici, di "poteri forti che vogliono affamare i popoli”, eccetera, eccetera. In realtà, i poteri economici sono forti perché sono deboli quelli politici. Lo scambio sociale nelle democrazie è basato sulla competizione tra i diversi gruppi di pressione, di regola economici (bancari, industriali, sindacali). Naturalmente, si tratta di una competizione "regolata" in funzione dell' interesse generale, rappresentato appunto dalla politica. Perciò se l' "attore politico" invece di temperare si ritrae o resta a guardare, ecco, che l’economia “senza se e senza ma” torna a comandare.
Pertanto la vera questione del momento è quali strategie " politiche" seguire per garantire un nuovo equilibrio tra i diversi gruppi di pressione . Ovviamente nella democrazia. E non tornando all'Età della Pietra o a quella del socialismo reale.
Concludendo non esistono “poteri forti” in quanto tali, ma poteri che competono e sul cui equilibrio l’ultima parola spetta sempre al "potere" politico. L’Europa negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, dagli alti tassi di sviluppo, conobbe un grande progresso civile, sociale ed economico, proprio perché la politica riuscì a garantire, nella democrazia, rappresentativa e liberale, il giusto equilibrio tra i diversi gruppi di pressione.
E a quell’equilibrio, prima o poi, si dovrà tornare. Favoleggiare sugli "incappucciati" e sui "poteri forti" che avrebbero sempre dominato, con le loro trame, tutta la storia del capitalismo, vuol dire non capire nulla di sociologia e storia comparata dei sistemi economici. E soprattutto significa non amare la libertà, quella vera (o che comunque si avvicina...). Ma credere nelle favole dei decrescisti e dei nostalgici delle più disperate ideologie.
Ma soprattutto significa non riuscire a spiegare una cosa molto banale. Quale? Le vere ragioni del perché i nostri nonni erano costretti ad andare in giro scalzi, e magari fino in America, mentre noi di scarpe ne abbiamo anche troppe e negli States andiamo in vacanza… Ora, di sicuro, libertà non è comprare un paio di scarpe. Ma essere messi nella condizione di poterle comprare. Insomma, di poter scegliere liberamente.
Anche di andare in giro a piedi nudi...


Carlo Gambescia