giovedì 4 marzo 2010

Il libro della settimana: Angelo Panebianco, L’automa e lo spirito. Azioni individuali, istituzioni, imprese collettive ,il Mulino 2009, pp. 265, euro 25,00 - 


http://www.mulino.it/



Angelo Panebianco è probabilmente il politologo italiano più attento al buon uso della scienza politica. Nel senso che il docente dell’Università di Bologna non si accontenta di spiegare il perché di un certo evento politico. Ma fa un passo ulteriore: si interroga sul valore scientifico dei concetti utilizzati nell’analisi della politica. Insomma, vivaddio, Panebianco vola alto.
Ora, in genere le questioni di metodo non appassionano molto i lettori. Tuttavia restano importanti perché illustrano quale visione dell’uomo sia dietro ogni interpretazione, anche scientifica, della politica. Ed è questo il caso dell’ultima fatica di Angelo Panebianco: L’automa e lo spirito. Azioni individuali, istituzioni, imprese collettive (il Mulino 2009, pp. 265, euro 25,00).
Certo, il sottotitolo non invita molto alla lettura. A differenza del titolo, più accattivante, perché rinvia al grande Blaise Pascal. Come appunto recita la citazione posta a esergo, tratta dai Pensieri: “ Perché non possiamo negare di essere al tempo stesso automi e intelletto. Da ciò viene che il mezzo della persuasione non è la sola dimostrazione. Ci sono ben poche cose dimostrate! Le prove convincono solo l’intelletto, è l’abitudine che rende le nostre prove più forti e più credute. Essa orienta l’automa, che trascina l’intelletto senza che questo pensi”.
Tradotto: Panebianco, partendo dalla constatazione pascaliana che l’uomo è soprattutto routine, vuole dimostrare come l’analisi politica, invece di appiattirsi sull’idea dell’ uomo freddo calcolatore, debba sempre tener presente la natura abitudinaria dell’agire umano. E in che modo? Trasponendo il suo agire lungo una scala micro-macro capace di spiegare in che modo le scelte individuali influiscono sulle decisioni collettive. Difficile dire se Panebianco vi riesca o meno. Diciamo che sospendiamo il giudizio, rinviandolo ad altra occasione. Soprattutto per non annoiare i nostri lettori con questioni troppo tecniche.
Comunque sia, l’enfasi sulla routine, aiuta a capire, tanto per fare un esempio, un fatto importante: che in politica, entro certi limiti, è più facile “conservare” che “rivoluzionare”. Una constatazione, perfino banale, ma che sembra così difficile da recepire in mondo come quello di oggi, dove si celebra fin troppo l’innovazione per l’innovazione.
Ma dal libro emerge anche la conferma di un’altra questione, magari più astratta, ma particolarmente importante: che le scienze politiche attuali sono dominate da un paradigma conoscitivo di derivazione economica. Tecnicamente si chiama TSR (Teoria della Scelta Razionale). Ed è basato sulla presuntiva natura “massimizzante” di qualsiasi attore politico. Visto come un homunculus che si muoverebbe non per soldi ma per denaro… Intendendo con denaro, qualsiasi, strumento di scambio, dal potere vero e proprio agli onori sociali e politici.
Pertanto sembra che tutto il lavoro teorico svolto dalla scuola francese del Mauss, capeggiata dal sociologo Alain Caillé, per anni all’attacco del fortino accademico, economista e utilitarista, non sia praticamente servito a nulla. Nella corposa bibliografia in calce al libro non c’è alcuna traccia dei francesi. E lo stesso Panebianco, pur essendo abbastanza critico verso i vari approcci puramente economici, non sembra disposto a rinunciare al presupposto dell’azione razionale. Seppure corretta dal riferimento ai valori, alla forza delle abitudini e alla capacità di imparare dagli errori precedenti, secondo la lezione di Hayek.
Purtroppo nell’universo metodologico della politica di Panebianco nessun attore dà nulla per nulla. E così il ruolo del dono politico - utile ad esempio per interpretare il potere carismatico in alternativa a quello legale-razionale - non viene preso in alcuna considerazione.
Comunque sia, L’automa e lo spirito va soprattutto letto per la sua ricca e argomentata documentazione. Siamo, insomma, davanti a un vero e proprio tour de force scientifico. Che riesce ad appassionare il lettore, anche non addetto ai lavori, grazie alla capacità di scrittura di Angelo Panebianco, in cui convivono la chiarezza dell’ editorialista e il rigore dello scienziato politico.

Carlo Gambescia


mercoledì 3 marzo 2010


Né decrescisti né mercatisti
 Juste-milieu


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Tra settari non ci si intende. E’ quel che abbiamo pensato leggendo l’ attacco di Carlo Lottieri a Serge Latouche, apparso su “il Giornale”(http://www.ilgiornale.it/cultura/una_decrescita_serena_stile_latouche_si_tornare_barbari/14-02-2010/articolo-id=421757-page=1-comments=1. ).
In sintesi: per Lottieri, libertarian italiano, il mercato è un benigno ordine naturale; per Latouche, che si considera altrettanto libertario, il mercato invece è un maligno campo minato che non riconosce pensioni d’invalidità. Per Lottieri la crescita economica è sacra, per Latouche, un feticcio da bruciare. Ovviamente Lottieri, se interpellato, rifiuterebbe di considerare un libertario l’Attila decrescista Latouche. Ma quest’ultimo, a sua volta, potrebbe giudicare Lottieri un Conan mercatista.
Invece un tradizionalista, dall’alto del suo tappeto volante trans-storico, parlerebbe subito di frutti velenosi della modernità: dal momento che Lottieri e Latouche puntano tutti e due sulla liberazione “esteriore” e materiale dell’individuo: Lottieri, attraverso il mercato, Latouche attraverso la decrescita. Con una controindicazione però: che, appena detto questo, il tradizionalista innesterebbe la marcia indietro verso la società castale.
In realtà, siamo davanti a un vero rompicapo filosofico, politico e sociologico. Una questione che può essere condensata così: l’uomo può essere costretto a diventare libero?
Secondo Lottieri il problema non sussiste, perché l’uomo nasce e resta libero: basta “lasciarlo fare” come un qualsiasi imprenditore economico di se stesso. Invece per Latouche, l’uomo nasce libero ma poi il capitalismo lo incatena. Di qui la necessità di liberarlo dai ceppi e di ri-educarlo alla libertà. Il che spiega quale sia la radice ultima del contrasto sulla libertà tra Lottieri e Latouche: per il primo l’uomo è un autodidatta, per il secondo ha bisogno di scuole e maestri.
Ora, dal punto di vista concreto della politica sociale in cosa rischiano di sfociare le due posizioni?
Presto detto. Quella di Lottieri nella privatizzazione perfino dell’arma dei carabinieri. Mentre quella di Latouche in un socialismo autoritario di marca noglobalista.
Perciò il vero problema è come trovare un punto di equilibrio tra libertà e protezione sociale. Dal momento che se ci si arrocca sulle posizioni settarie di Lottieri o di Latouche non se ne esce.
Prendiamo, ad esempio, la questione del libero mercato. Ora, alcuni secoli di capitalismo mostrano che la libertà economica produce buoni risultati in chiave di crescita e benessere diffuso. Ma provano pure che alla mano invisibile del mercato deve affiancarsi quella visibile dello stato. E non è una questione solo economica, ma sociologica, ossia di consenso sociale. Lo stato, richiamandosi al patto hobbesiano, offre con il welfare quella protezione sociale, che consente un’obbedienza politica, estesa alle regole del mercato. Di conseguenza, pur condannando gli sprechi “statalisti” (che vanno contrastati), più si privatizza, più si minano le basi del consenso sociale. O comunque, oltre un certo limite, si rischia di distruggere, per dirla con Karl Polanyi, la sostanza umana e morale della società. E dunque di svuotare il serbatoio di quella stessa creatività che ha permesso al capitalismo di svilupparsi.
Ciò che sfugge, al pensiero libertarian è che se si fosse lasciata mano libera al mercato, le previsioni di Marx, si sarebbero avverate. Mentre una saggia legislazione sociale e un aumento del potere d’acquisto dei salari, dovuto certo alla crescita produttivo-tecnologica ma anche all’operato del sindacato, hanno impedito la famigerata “proletarizzazione” e la conseguente caduta del saggio di profitto. Sono osservazioni banali. Che tuttavia i libertarians non sembrano capire, dal momento che in ultima istanza mostrano di credere nel più brutale darwinismo sociale. Per dirla fuori dai denti: la libertà è bellissima, ma non può essere quella della jungla. O del “vecchio west”, come talvolta ama scrivere Lottieri.
Ma ce n’é per tutti. Prendiamo, ad esempio, la questione “decrescista”. Ora, è vero come sostengono Latouche & Co. che il capitalismo nella sua marcia, apparentemente inarrestabile, ha condizionato l’individuo al consumo e danneggiato l’ambiente. Ma puntare sulla “decondizionalizzazione” obbligatoria delle persone - e qui Lottieri ha ragione - e sul blocco produttivo è pura follia. Anche perché, agendo in questo modo, si corre il rischio di trasformare la società in una gigantesca caserma. In qualcosa che forse è addirittura peggio delle jungla libertarian.
Il vero punto della questione decrescita è che le trasformazioni sociali non sono mai automatiche. Hanno sempre natura politica, e la politica è decisione, e la decisione è fonte di conflitto. Serve, insomma, come nel caso del mercato, una “mano visibile”. E qui però si apre un altro problema: come convincere “pacificamente” le fasce più “ricche” della popolazione a consumare di meno? E come comportarsi con i “renitenti”.


Non è un problema da poco, perché riguarda le radici stesse della democrazia. Latouche, ad esempio, parla in modo generico di un “percorso morbido” che possa aiutare le fasce agiate, benestanti e ricche della popolazione a comprendere il valore della sobrietà e al tempo stesso, capace di introdurre per gradi le riforme “giuste”, senza dover innalzare la bandiera rossa della “rivoluzione sociale”. Ma siamo proprio sicuri che i consumatori impenitenti si lascino convincere senza reagire? E che politici, non sempre limpidi, riescano a difendere i valori democratici? Restiamo in attesa di risposte convincenti.
In alternativa, non pensiamo però al rilancio dello “sviluppo sostenibile”, spesso usato in modo gattopardesco dai fautori della crescita economica a ogni costo. Ma a qualcosa di diverso, magari da reinventare. Ad esempio, perché non valorizzare la classica distinzione introdotta da François Perroux tra crescita economica e sviluppo ( si veda L’économie du XXéme siècle, Puf 1964) ?
L’ economista francese, scomparso nel 1987, per crescita intendeva la crescita economica (quella del Pil, ora giustamente criticata dai teorici delle decrescita), e per sviluppo, lo sviluppo morale e culturale dell’individuo: l’unico fattore capace a suo avviso di indicare il grado di progresso sociale realmente conseguito nel campo delle libertà civili. Ora, secondo Perroux, senza crescita economica non c’è progresso civile, e viceversa: i due fattori procedono insieme. Per contro, i teorici della decrescita credono realizzabile il progresso civile senza la crescita economica. Il che è falso, come dimostra la caduta sovietica e come proverà, prima o poi, anche la controversa esperienza cinese.
Perciò la vera questione non è cessare di crescere per sempre, ma trovare il giusto punto di equilibrio tra il Pil economico e il Pil culturale e civile, auspicato da Perroux. Anche perché non è detto che una società libera, civilmente progredita non possa in futuro autolimitare, in modo ragionato e democratico, certi consumi e favorirne altri, più socialmente importanti. E quindi (perché no?) decrescere.
Insomma, sono decisioni che non si possono affidare solo al mercato, serve la politica. E qui sappiamo che Lottieri storcerà il naso, accusandoci di bieco riformismo socialdemocratico... E Latouche, magari, di servilismo verso il capitalismo...
Ma riusciremo a sopravvivere lo stesso.  
Carlo Gambescia

martedì 2 marzo 2010

Scuola 
Cara Gelmini, non basta parlare male del Sessantotto...


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Il Sessantotto non è un’icona. O peggio ancora una specie di santino, da conservare nel portafogli della memoria. Ma non può essere neppure liquidato come una specie di serial killer epocale della pubblica istruzione italiana. Un Hannibal Lecter, da rinchiudere in prigione e poi buttare la chiave… Soprattutto se si desidera riformare l’istruzione in modo serio e aderente ai tempi. Pertanto stonano certe dichiarazioni del Ministro Gelmini, come ad esempio questa: “Non fa mai piacere quando ad un ragazzo viene assegnata un'insufficienza. Spero che possa essere recuperata nel II quadrimestre. Ma una scuola che promuove tutti non è una scuola che fa l'interesse dei ragazzi. La nostra scuola è lontana da quella del 6 politico. Anche il comportamento è importante nella valutazione complessivo dei ragazzi, perché gli studenti sono titolari di diritti ma anche di doveri come il rispetto delle istituzioni scolastiche e dei compagni”.
E vai con l’inno d’Italia. E, magari, con il saluto romano alla Brambilla…
Ora, va chiarito che la dichiarazione è a commento dei dati ministeriali sugli scrutini del primo quadrimestre. Che registrano, come “titola” il comunicato stampa del Ministero di viale Trastevere, una “pioggia di 5 in condotta” e un “aumento delle insufficienze nelle materie”.
Don Milani griderebbe subito: “Vergognatevi!”. Ma all’indirizzo di professori capaci solo di bocciare, pur di adeguarsi servilmente al "nuovo corso" ministeriale. Ma anche Benedetto Croce, da cui Gentile ereditò il progetto di riforma (cosa che di solito non si dice), da autodidatta di lusso, scuoterebbe la testa…
Soprattutto perché la condotta come insegnava Piaget, grande pedagogista, è una cosa troppo seria per lasciarla all’arbitrio di professori demotivati e ingrigiti in attesa del famoso 27 (giorno dello stipendio). O ancora peggio di funzionari ministeriali malati di burocratismo. Un po’ come per la guerra. Quella “Grande Guerra” che secondo Clemenceau: “ Era troppo seria per lasciarla ai generali francesi”…
In realtà, anche i pedagogisti sono in guerra tra di loro. E così, come in questo caso, alla fine decidono i politici. E i professori chinano la testa: Primum vivere.
Va però sottolineata anche un’altra cosa. La Gelmini, sulla quale si sono subito accaniti i politici di centrosinistra, spara con una pistola ad acqua. E spieghiamo perché.
Nella scuola secondaria di primo grado (scuola media inferiore) su un totale di 1.547.237 di studenti scrutinati solo 17.035 hanno riportato 5 in condotta: l’1,1 . Mentre nella scuola secondaria di secondo grado (scuola media superiore) su un totale di 2.328.750 di studenti, solo 46.490 : il 2,0. In totale, 63.525 studenti delle scuole secondarie di I e II grado hanno riportato un voto insufficiente nel comportamento. Mentre l'anno scorso - udite udite - erano stati 52.344.
Insomma, roba da ridere… Diecimila cinque in condotta in più… O per metterla sul tecnico, una base statistica, sociologicamente irrilevante. Pare che nonostante il vituperato (dalla Gelmini) Sessantotto i nostri ragazzi, sostanzialmente, continuino a comportarsi come piccoli lord inglesi…
Ma allora il bullismo crescente, eccetera? Mah… Misteri mediatici? Forse.
Pertanto, come al solito ci si accapiglia sul nulla. Ferma restando l’impostazione alla Feltri (altro pozzo di scienza) della Gelmini: una politica scolastica da ministro delle ferriere (in effetti più gridata che reale) che non sarebbe piaciuta al liberal Don Milani né al conservatore Croce.
Un dato però è significativo. Quello che le insufficienze in materie come la matematica, l’inglese e l’italiano, continuino comunque a crescere: nella scuola superiore sono passate dal 74 al 76 %. Evidentemente - a meno che non si voglia tirare fuori Lombroso - qualcosa non va nell’insegnamento di queste materie. Probabilmente i programmi andrebbero differenziati in base alle capacità dello studente e ai livelli di apprendimento, utilizzando insegnanti di sostegno.
Ma, di questi tempi, proporre cose del genere, è pura “fanta-istruzione”.
Come concludere? Che continuano a farsi del male. Anzi, a farlo ai nostri ragazzi.


Carlo Gambescia

lunedì 1 marzo 2010

Radicalismi
Sfascisti viola





C’erano una volta i fascisti, in nero, che usavano prima spaccare le zucche e poi ragionare. Dopo sono venuti i "Bella ciao", in rosso acceso, con la stessa voglia di sfasciare teste… ma fasciste.
Ora ci sono i “viola”, che per il momento non rompono teste. Per ora… Ovviamente, a Berlusconi rompono altre cose. Ma, secondo dicerie di Palazzo, sembra le abbia enormi…
Comunque sia, sabato le camicie viola sono tornate a "marciare" per le vie di Roma. Programma politico: C'est très facile. Lo capirebbe pure Ilary Blasi: mettere in prigione il Cavaliere. Perché - si grida - siamo tutti uguali davanti alla legge.
Giusto. Ma con le intercettazioni illecitamente pubblicate a singhiozzo come la mettiamo? Anche quello è un contributo all’uguaglianza giuridica? Mica tanto. Perché in prima pagina finiscono solo quelli del centrodestra. Dice: ma loro sono più disonesti. Sarà. Tuttavia, quando tocca a uno dell’opposizione, i descamisados violacei del giustizialismo quattro salti in padella non si fermano all’edicola…
Si sentono perfetti, anzi “perfettisti”. E come gli anabattisti di Munzer esaltano l’ iconoclastia. Ma a senso unico: contro Berlusconi.
Sentite qui che dice il quadrumviro Gianfranco Mascia, ( gli altri tre sono De Magistris, Genchi e Bocca, che fascista è stato sul serio…): “Abbiamo distribuito ‘patenti viola’ ai deputati che hanno votato contro il legittimo impedimento e ‘fogli rosa’ ai senatori che hanno garantito il loro no al provvedimento che sarà a palazzo Madama nei prossimi giorni… Ieri, la ‘patente viola’ è stata consegnata anche a Massimo D’Alema e Beppe Fioroni… Stiano attenti però perché siamo pronti a ritirargliela se voteranno una qualunque delle leggi ad personam”.
D’ istinto - perché poi intolleranza richiama intolleranza… - uno si chiederebbe, ma chi c… è questo che pretende di rilasciare le patenti a chi viene democraticamente eletto? Chi ha nominato Mascia censore nazionale unico?
E invece bisogna ragionare. Il “popolo viola”, in fondo, ha le sue ragioni: il malcostume esiste e il Cavaliere non è un santo. Quindi, come altri movimenti di pura protesta recepisce, almeno in parte, un malessere diffuso, soprattutto fra i giovani.
Però il famoso governo degli onesti, punto uno del diciannovismo violaceo, non ha valore politico. Ma al massimo prepolitico: l’onestà è una precondizione, fin troppo scontata della politica. Ma non è politica: nel senso di puntare su riforme sociali concrete. Frutto di decisioni ma anche di contrasti costruttivi. E non di bombardamenti giudiziari a tappeto. E magari di parte.
Il giustizialismo, così come è inteso dai quadrumviri violacei, condanna a morte la politica. E porta allo sfascismo. Perché basato - fatemi parlare difficile - sul Fiat justitia et pereat mundus: “Sia fatta giustizia, e perisca il mondo”.
Mentre in realtà, come correggeva giustamente il vecchio Hegel: “sia fatta giustizia, affinché non perisca il mondo”… Anche Berlusconi approverebbe. Ghedini pure. Il che, francamente, ci preoccupa. 

Carlo Gambescia

venerdì 26 febbraio 2010

Sicurezza, violenza e dintorni... 






A che punto è la questione sicurezza ? Stando all’ultimo rapporto sulla criminalità del Ministero dell’Interno (agosto 2009), nel 2008 i delitti sono diminuiti dell' 8,1%, aumentati i soggetti denunciati (+ 5%) e arrestati (+ 10%). Di più: secondo la Fondazione Unipolis (Terzo Rapporto, curato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia, gennaio 2010), nel corso del 2009, gli italiani hanno percepito un ulteriore rallentamento dei fenomeni criminali. Il 77% degli intervistati pensa che la criminalità sia cresciuta in Italia (contro l’88% del 2007). Scende al 37% il numero di quanti percepiscono un aumento della criminalità nella propria zona di residenza (tre punti in meno rispetto al 2008, quindici in meno rispetto al 2007). Ma si abbassano anche tutti gli indicatori che misurano il timore di venire coinvolti nei reati.
Il che significa che la politica sulla sicurezza del centrodestra funziona? Mah... Difficile rispondere sì. Dal momento che il numero di coloro che temono di subire un aggressione o un furto resta alto: il 77%, come già riportato . Qualcosa continua a non andare. Anche perché fenomeni come il bullismo e la violenza sulle donne sono comunque in crescita. Alcuni sostengono che il fatto sia legato all’aumento delle denunce… Mentre una volta si taceva, oggi si vuota il sacco…
Insomma, i cittadini sarebbero più informati circa i propri diritti e dunque più assetati di giustizia nei riguardi dei reati subiti. Di qui anche l’assenza di una pericolosa volontà di farsi giustizia da soli, come pare comprovino le statistiche. Ad esempio, le famose ronde - temutissime dalla sinistra - sono di fatto finite nel nulla. Almeno in base allo scarso numero di richieste pervenute al Ministero degli Interni.
Però, indubbiamente, oggi si vive in un clima di violenza, per così dire, “artisticamente” sublimata dai media. Con questo non si vuole sostenere che magari esista un rapporto diretto tra la visione di un film violento e il tasso di omicidi. Ma soltanto che, se la violenza viene rappresentata come giusta reazione a un “sistema” ingiusto, si corre il rischio, in alcuni ambiti socialmente e culturalmente deprivati, di fornire un alibi “morale”. E qui si pensi al successo di una fiction televisiva, come quella dedicata alla “Banda della Magliana”: chi desideri farsi un’idea sul rischio insito in certe operazioni “artistiche”, si vada a leggere i deliranti commenti alle gesta del Libanese & Co. postati su YouTube, in particolare da giovani e giovanissimi (per un "assaggino" sociologico: http://www.youtube.com/watch?v=_vSDTeRO6PM ). Insomma, certa televisione non aiuta.
Ma resta anche un’altra questione che non giova: quella dello stretto rapporto tra consumi e società. Ci spieghiamo subito.
Oggi il consumo, come insegna Maffesoli, svolge un ruolo identitario: molti sono quel che consumano. E magari lo sono in modo più accentuato, e decrescente, in relazione all’età. Ciò significa che un adolescente di tredici-quattordici anni è esattamente quel che consuma “al momento” (quel film, quella felpa firmata, magari con in mostra qualche frase violenta, eccetera). E che ama raggrupparsi e dividersi intorno a un modello mediatizzato di consumo, che però muta velocemente. Il che spiega la mancanza di identità stabile, persino dopo la fine dell’adolescenza, oggi dilatatasi, anche per altre ragioni, fin quasi ai trent’anni.
Di riflesso, nei contesti “deprivati” di cui sopra, la ricerca di identità rischia di sfociare prima in atteggiamenti bullistici e poi antisociali. Con il rischio che la violenza da micro (diretta verso coetanei) si trasformi in macro, rivolgendosi verso la società tout court ( come nel caso della delinquenza giovanile). 
Forse l’abbiamo presa da lontano. Troppo. Ma come diceva Ortega y Gasset, la violenza è la retorica della nostra epoca. E i giovani, purtroppo, sono i primi a subirne l’equivoco fascino. Carlo Gambescia

giovedì 25 febbraio 2010

Il libro della settimana: Gennaro Carotenuto, Giornalismo partecipativo. Storia e critica dell’informazione al tempo di internet , Nuovi Mondi 2009, pp. 352, euro 12,00.

http://www.nuovimondi.info/




Riuscirà il “giornalismo partecipativo” a conquistare il Palazzo d’Inverno dell’informazione e della politica? A questa domanda prova a rispondere Gennaro Carotenuto, docente di storia del giornalismo presso l’Università di Macerata e blogger,  con un volume dal titolo programmatico: Giornalismo partecipativo. Storia e critica dell’informazione al tempo di internet , Nuovi Mondi 2009, pp. 352, euro 12,00.
Siamo, infatti, davanti a un testo “a tesi”. Per Carotenuto il mondo dei nuovi media (da Internet alla telefonia mobile) è diviso in buoni e cattivi. Da una parte i cattivi: l’informazione mainstream dei vecchi media legata al potere, che tenta di impadronirsi dei nuovi media; dall’altra i buoni: l’informazione partecipativa dei blogger e dei siti informativi “alternativi”.
“Quello che chiamiamo ‘giornalismo partecipativo’ - rileva Carotenuto - non è di per sé migliore o peggiore del giornalismo tradizionale o mainstream, ma ne rappresenta ormai l’ineludibile controcanto. Per mostrarsi on line con un blog, un sito, una web radio, una webtv o altro bastano pochissimi mezzi. Lo si può fare con professionalità ineccepibile o in maniera raffazzonata. In un contesto nel quale i media commerciali possono far sentire la loro voce solo attraverso forti concentrazioni editoriali, enormi investimenti e rapporto indistruttibili con gli sponsor economici e politici, i media partecipativi abbassano significativamente l’assicella, riducendo gli standard di gigantismo imposti dal libero mercato… E’ questa la chiave interpretativa che propongo in questo saggio sulla storia dell’informazione nell’ultimo quarto del XX secolo e all’inizio del XXI: oggi la libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa che è l’opposto di concentrazione e omologazione del messaggio”.
Ma siamo così sicuri che “quantità” delle voci sia sempre sinonimo di “qualità”? Anche perché lo stesso Carotenuto sembra temere quel complottismo, oggi così apprezzato proprio da certo giornalismo partecipativo.
Inoltre, resta una questione sociologica: essere contro la concentrazione è giusto, ma va tenuto presente che i poteri sociali tendono “naturalmente” a concentrarsi man mano che crescono le dimensioni di una società. Per evitarlo bisognerebbe porre, come sosteneva Leopold Kohr, un limite alla crescita dei vari gruppi sociali ed economici. Ma come? Difficile dire. Visto che il potere organizzativo, come prova l’intera storia umana e in particolare quella del capitalismo, tende sempre a ricostituirsi.
Il “gigantismo” è imposto dalla struttura profonda della società capitalistica, fondata sulla divisione del lavoro, sull’accumulazione di profitti crescenti e su modelli organizzativi basati su economie di scala. Ma anche da una volontà di riconoscimento insita nell’uomo. Che spinge i nostri simili ad appropriarsi, per primeggiare, di beni materiali e immateriali.
Certo, è giusto che il numero dei competitori sia il più ampio possibile, ma sarebbe il caso di non farsi troppe illusioni.
Carotenuto assomiglia a un economista autodidatta statunitense, vissuto nell’Ottocento: Henry George. Autore di Progress and Poverty. Un libro che in Italia, influenzò Achille Loria, studioso socialista, ridotto da Gramsci a macchietta metodologica.
Come George, che studiò e criticò la grande proprietà privata della terra, anche Carotenuto vuole risolvere il problema del grande latifondo informativo, suddividendolo in tante piccole proprietà informative e tassando la grande proprietà. Senza però mettere in discussione l’idea stessa di accumulazione capitalistica, basata sulla liberà proprietà dei beni. E su quella volontà di riconoscimento di cui sopra.
Probabilmente anche Carotenuto, come George, crede possibile costruire un quasi socialismo agrario informativo, in una società capitalistica. E, per giunta, contro quell’ "istinto proprietario",  o comunque a possedere,  insito  in ogni uomo.  Auguri. 
Carlo Gambescia

mercoledì 24 febbraio 2010

Immigrati
Basta con gli isterismi


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Tra diversi non è facile andare d’accordo. Ma non è neppure detto che si debba litigare per forza. Resta però comprovato che il rischio di conflitto tende a crescere in caso di mancata integrazione economica e sociale
Tradotto: gli scontri di via Padova tra egiziani e dominicani, vanno ascritti al filone delle “guerre tra poveri”. Conflitti che sorgono dall’ esclusione sociale, ossia in quei contesti dove il “povero”, di regola, se la prende con un altro povero, finendo così tutti insieme per aggrapparsi, anche per futili motivi, alle identità “offese”.

Pertanto, in prima battuta, la colpa degli incidenti milanesi va ricondotta alla deprivazione economica e sociale in cui spesso vivono gli immigrati. Degrado di cui siamo responsabili tutti: non si può, infatti, affrontare il problema dell’immigrazione solo in termini di chiacchiere (integrazioniste o razziste) e distintivi (repressione). Anche perché esiste una questione di fondo: in un’economia globalizzata, ci si sposta da un paese all’altro con maggiore facilità, ma si è anche esposti con pari facilità agli alti e bassi del ciclo economico. E i “bassi” vanno sempre a colpire chi sfortunatamente si trovi “in fondo alla botte”.
Va però detto che la situazione economica dell’immigrato sembra essere meno precaria di quanto comunemente si creda. E proprio a Milano. Riportiamo alcuni dati del “Rapporto Imprenditorialità dei migranti in provincia di Milano”, a cura di ASIIM, l’Associazione per lo Sviluppo dell’ Imprenditorialità Immigrata a Milano, discussi, proprio ieri l’altro, in un convegno sul tema ( http://www.asiim.it/ ).
In provincia di Milano sono 20.144 le imprese con a capo immigrati: il 7,6% di tutte le attività, in pratica una su dodici. Otto su dieci sono piccola ditte. Ma esistono anche imprese complesse: sono quasi mille infatti le società di capitali. Molte di esse operano in settori abbandonati dai milanesi. Tra questi l’edilizia, dove crescono del +80,9%, ma anche panifici, + 64,7%, bar +106,6%, parrucchieri dove la crescita è del 160%. I più attivi sono egiziani cinesi, presenti nelle società di capitale (4,4% di tutte le imprese etniche ) e di persone (circa 9%). Tra il 2005 e il 2008 le imprese “meneghine” create da immigrati sono cresciute del 33,5%. Mentre in provincia sono aumentate solo dell’1,6%. In prima fila egiziani (6237 imprese), cinesi (4334), rumeni (2181), marocchini (1844), albanesi (1237). Le imprenditrici sono un quinto e in percentuale crescono più degli uomini. Nel complesso si tratta di un’ imprenditoria giovane: il 40% ha 35-40 anni .
Tuttavia la crisi economica ha colpito anche queste imprese: sono infatti calati del 5% gli ambulanti a posto fisso e del 2,4% i padroncini del trasporto merci su strada. I più legati al territorio di Milano sono gli egiziani; ecuadoregni e bulgari sono meno numerosi ma presentano incrementi superiori alla media delle imprese etniche. Molti ma poco creativi i cinesi; meno numerosi ma ben inseriti gli imprenditori filippini. Rumeni e albanesi crescono in provincia. In diminuzione senegalesi e nigeriani.
Insomma - nonostante gli ultimi incidenti - sembra vincere l’ integrazione economica. Perciò, malgrado il rischio crisi, la strada dell’integrazione economica va considerata auspicabile anche per il resto dell’Italia.Bisogna lasciare che l’economia faccia il suo corso, senza però rinunciare a un’integrazione sociale fatta di servizi uguali per tutti. L’immigrato deve sentirsi ospite gradito, visto che contribuisce al Pil…
Naturalmente, l’ integrazione economica e sociale, non può significare immediata integrazione politica. Che invece dovrebbe scattare in un terzo tempo: dopo l’integrazione culturale (frutto dell’istruzione scolastica di primo e secondo ciclo) e l’acquisizione della cittadinanza italiana.

Si tratta, insomma, di proporre un percorso ragionato di riforme. Gli isterismi razzisti o integrazionisti, non servono a nulla. Ci vuole tanto a capirlo?

Carlo Gambescia